
Newsletter numero 08 del 15-02-2008
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Sommario o Interruzione
dell’ACCORD trial
o “Resistenza” all’aspirina e rischio di morbidità cardiovascolare: una revisione sistematica ed una metanalisi o Supplementi di calcio ed eventi vascolari in donne anziane in postmenopausa ed in buona salute o Influenza dell’etnia sugli esiti dell’ipertensione con e senza sindrome metabolica o Screening di statine per possibile rischio di carcinogenesi: 9 anni di follow-up su 361.859 pazienti o Sanguinamento gastrointestinale dovuto all’interazione tra inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS): una metanalisi o Aumento del rischio di sanguinamento con l’uso concomitante di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e cumarinici o Sicurezza dei farmaci nelle donne in gravidanza e per i loro bambini: l’ignoranza non è un bene o Etanercept per il trattamento della psoriasi a placche in bambini e adolescenti o Confronto di efficacia e sicurezza dei farmaci di fondo (Disease-Modifying Antirheumatic drugs- DMARD) per il trattamento dell’artrite reumatoide: una revisione sistematica o Interferone beta-1a e doxiciclina in combinazione nella terapia della sclerosi multipla: studio in aperto o Consumo di caffeina durante la gravidanza e rischio di aborto o I farmaci antidepressivi sotto la lente d’ingrandimento: i risultati di due studi recentemente pubblicati o Switching da inibitori della ricaptazione della serotonina a duloxetina: due tecniche a confronto o Tempo di riospedalizzazione in pazienti con disturbo depressivo maggiore in terapia con venlafaxina o fluoxetina
Gli approcci terapeutici oggetto dello
studio sono stati: abbassamento intensivo della glicemia (emoglobina
glicata < 6%) rispetto ad un trattamento standard (emoglobina glicata
pari a 7-7,9%); abbassamento intensivo della pressione arteriosa sistolica
(< 120 mmHg) rispetto ad un trattamento standard (raggiungimento
di 140 mmHg); trattamento della lipidemia con statina + fibrato (aumento
del colesterolo HDL e riduzione dei trigliceridi) rispetto a statina
in monoterapia (riduzione del colesterolo LDL). Tuttavia, nel braccio sottoposto a trattamento
intensivo sono stati registrati più decessi rispetto al braccio
sottoposto a trattamento standard (257 decessi versus 203; 3 decessi
per 1000 pazienti-anno in più rispetto al trattamento standard,
dopo una media di 4 anni di trattamento). Circa la metà dei
decessi ha avuto una causa cardiovascolare (attacco cardiaco, morte
cardiaca improvvisa, scompenso, stroke ecc). Riferimenti bibliografici
Per determinare se esista una correlazione
tra resistenza all’aspirina ed outcome clinici in soggetti cardiopatici,
è stata condotta una revisione sistematica ed una metanalisi
di 20 studi (nella maggior parte dei quali l’aspirina veniva
somministrata a dosi di 75-325 mg/die) su un totale di 2930 pazienti.
Di questi, 810 (28%) sono stati definiti resistenti. La resistenza
è stata maggiormente riscontrata nelle donne e nei pazienti
con danno renale (p<0,001 e p<0,03). Tutti i soggetti resistenti,
indipendentemente dai sintomi clinici sottostanti, risultavano a maggior
rischio di decesso, sindrome coronarica acuta, fallimento di procedure
vascolari o nuovi eventi cerebrovascolari.
Nonostante quanto emerge da questo lavoro, rimangono diversi dubbi. Non si sa se la resistenza all’aspirina sia una reale risposta anomala o se rifletta una normale variabilità dell’attività terapeutica, né è chiaro se sia un fattore prognostico negativo. Inoltre, bisogna anche considerare le ripercussioni pratiche sull’attività clinica. Qualora i medici dovessero sospettare una resistenza all’aspirina dovrebbero effettuare una valutazione ad ampio spettro del rischio trombotico ed emorragico, dovrebbero prendere in esame la probabilità di una mancata aderenza alla terapia e la disponibilità di altre terapie antiaggreganti, che tuttavia, potrebbero non garantire un adeguato risultato terapeutico. Sulla scorta di questa valutazione, possono essere attuate diverse strategie (pur con le dovute perplessità legate alla non facile individuazione di un’eventuale resistenza e di un’alternativa terapeutica altrettanto valida su cui i clinici siano concordi): l’aggiunta di un altro farmaco antiaggregante (nei soggetti ad elevato rischio trombotico e basso rischio di sanguinamento), la sostituzione dell’aspirina con il clopidogrel (nei soggetti a rischio trombotico moderato e a basso rischio emorragico), aumento del dosaggio di aspirina (fino a 325 mg/die nei soggetti con modesto aumento del rischio trombotico e rischio emorragico lieve-moderato) o continuare con lo stesso regime antiaggregante (per tutti quei soggetti ad elevato rischio emorragico). Il problema di trovare una risposta oggettivamente scientifica all’efficacia di queste strategie poggia sulla mancanza di trial clinici randomizzati e controllati. Forse sarà possibile ottenere qualche risposta quando saranno disponibili i risultati di trial come il TREND-AR (valutazione del tirofiban su endpoint surrogati nella prevenzione di complicanze ischemiche in corso di interventi coronarici percutanei in soggetti resistenti all’aspirina), anche se un solo studio non potrà certo fugare tutte le perplessità. Il crescente interesse nei confronti della resistenza all’aspirina potrebbe però trovare anche un’altra spiegazione: il desiderio da parte delle ditte farmaceutiche di spodestare l’aspirina, ad oggi farmaco leader nelle patologie cardiovascolari, a vantaggio di alternative più costose ma di efficacia non superiore. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato tra gli autori dello studio mentre uno degli autori dell’editoriale di riferimento dichiara di avere ricevuto contributi dalla Bristol Myers Squibb. Riferimenti bibliografici
Alla luce di queste premesse, l’obiettivo dello studio di Bolland et al è stato quello di stabilire l’effetto dei supplementi di calcio sull’incidenza di infarto del miocardio, stroke e morte improvvisa in donne sane in post-menopausa. Si tratta di un’analisi secondaria dei dati provenienti da un trial clinico randomizzato (RCT) della durata di 5 anni, che era stato disegnato con l’obiettivo di valutare gli effetti del calcio sulla densità ossea e sull’incidenza di fratture. Sono state incluse nell’analisi
donne in menopausa da almeno 5 anni, di età =55 anni e con
aspettativa di vita superiore ai 5 anni. Sono state escluse dallo
studio le donne in terapia farmacologica per osteoporosi; con patologie
maggiori in atto (malattie epatiche o renali, disfunzioni tiroidee,
neoplasie, malattie ossee di origine metabolica); livelli serici di
25-idrossivitamina D inferiori a 25 nmol/l. Lo studio ha considerato 1471 donne in
postmenopausa (età media 74 anni), che sono state randomizzate
al trattamento con supplementi di calcio 1 g/die (732 soggetti) o
a placebo (739 soggetti). Valutando i possibili eventi cardiovascolari
auto-segnalati o descritti dai familiari delle partecipanti allo studio,
il rischio di infarto del miocardio è risultato maggiore nelle
donne in terapia con supplementi di calcio (RR 2,24; CI 95% 1,20-4,17;
p=0,0099), mentre non è stata identificata una differenza significativa
tra i gruppi nelle incidenze di altri eventi cardiovascolari. L’end
point composito di infarto del miocardio, stroke o morte improvvisa
risultava comunque significativamente più elevato nel gruppo
di donne trattate con calcio (RR 1,66; CI 95% 1,15-2,40; p = 0,0075). Il metodo di regressione di Poisson è stato utilizzato per determinare se l’effetto del trattamento sul numero di eventi per partecipante fosse indipendente da potenziali fattori di confondimento, quali età e velocità di filtrazione glomerulare; storia di ischemia cardiaca, stroke, ipertensione, dislipidemia e diabete; e compliance del paziente al trattamento farmacologico. I valori statistici (p) non risultavano significativamente modificati da tali elementi, ma l’alta compliance e la storia pregressa di patologie ischemiche cardiache costituivano dei fattori di rischio indipendenti. Gli autori hanno stimato che il numero di donne da trattare (NNT - Number Needed to Treat) con calcio per 5 anni al fine di osservare un episodio di infarto del miocardio è pari a 44, mentre è pari a 56 nel caso dello stroke. Il valore di NNT per la prevenzione di una frattura sintomatica in donne trattate con calcio è uguale a 50. Lo studio risente di alcune limitazioni,
poiché include una coorte di piccole dimensioni costituita
prevalentemente da donne anziane e di etnia caucasica e si basa sull’utilizzo
di dati derivati indirettamente da database ospedalieri e da cartelle
cliniche.
Riferimenti bibliografici Bolland MJ et al. Vascular events in healthy older women receiving calcium supplementation: randomised controlled trial. BMJ 2008; 336: 262-6. Jones and Winzenberg. Cardiovascular risks of calcium supplements in women. BMJ 2008; 336: 226-7.
I risultati dello studio ALLHAT (Antihypertensive
and Lipid-Lowering Treatment to Prevent Heart Attack Trial) hanno
dimostrato la non superiorità di alfa-bloccanti, ACE-inibitori
e calcio-antagonisti in confronto ai diuretici tiazidici nella prevenzione
degli eventi cardiovascolari o renali nell’intera coorte di
pazienti esaminata o in analisi per sottogruppi stratificati in funzione
dell’etnia, del diabete o della funzionalità renale. Nello studio ALLHAT, un RCT in doppio
cieco, sono stati arruolati 42.418 partecipanti (di entrambi i sessi),
di età >55 anni, con ipertensione e almeno un altro fattore
di rischio per coronaropatia. Il 54,4% dei pazienti (n=23.077) incontrava
i criteri per la diagnosi di MetS. Si trattava nella maggior parte
dei casi di pazienti più giovani e di sesso femminile e con
minore probabilità erano fumatori, erano affetti da ipertrofia
ventricolare sinistra o avevano una storia di malattia cardiovascolare
aterosclerotica. Nei pazienti di etnia negroide, il rischio
relativo di insufficienza cardiaca era di 1,50 (CI 95% 1,18-1,90),
1,49 (1,17-1,90) e 1,88 (1,42-2,47), mentre negli altri pazienti era
1,25 (1,06-1,47), 1,20 (1,01-1,41) e 1,82 (1,51-2,19) rispettivamente
per amlodipina, lisinopril e doxazosin in confronto a clortalidone.
L’aumento del rischio di insufficienza
renale allo stadio terminale (70%), insufficienza cardiaca (49%) e
stroke (37%) e di malattie cardiovascolari e coronaropatia combinata
sconsigliano fortemente l’impiego di ACE-inibitori piuttosto
che i diuretici nella terapia iniziale in pazienti di etnia negroide
con MetS. Riferimento bibliografico
Le statine sono largamente utilizzate come farmaci ipolipemizzanti nella prevenzione delle patologie cardiovascolari connesse all’aterosclerosi. Le evidenze relative ad una possibile correlazione tra l’uso di statine e il rischio di cancro sono ancora controverse: una recente metanalisi di 26 RCT non ha rilevato alcuna correlazione (positiva o negativa) tra impiego di statine ed incidenza di cancro (Dale KM et al. JAMA 2006; 295: 74–80). In questo studio è stata valutata l’incidenza di cancro per un follow-up di 9,4 anni (valore mediano 4,91 anni) in 361.859 soggetti che assumevano statine inclusi nel Kaiser Permanente Medical Care Program della California del Nord (KPMCP). Il follow-up si riteneva concluso alla diagnosi di carcinoma, ed in seguito all’abbandono dello studio per qualsiasi motivo incluso il decesso. L’uso di statine e lo sviluppo di tumore è stato accertato attraverso i registri delle farmacie inserite nel programma e dai registri dei tumori, dall’agosto 1994 al dicembre 2003. Sono stati considerati solo i casi di tumore invasivo, mentre i pazienti cui era stato diagnosticato un cancro prima del follow-up sono stati esclusi dall’analisi specifica per quel tipo di cancro. Il rischio relativo di tumore, stimato come Hazard Ratio (HR), è stato determinato utilizzando il modello di rischio proporzionale Cox, in cui l’età dei pazienti è stata usata come scala di tempo e l’uso di statine come variabile tempo-dipendente. Sono stati effettuati due distinti set
di analisi negli uomini e nelle donne: Entrambi i set di analisi sono stati
confrontati con il gruppo di controllo non ricevente statine. Tra le statine incluse nello screening
circa il 66% dei pazienti ha ricevuto la lovastatina, il 28% la simvastatina,
circa il 5% l’atorvastatina, <1% la pravastatina e la rimanente
percentuale altre statine. Dall’analisi dei risultati relativi
ai soggetti di sesso maschile è emerso che le sedi a maggior
rischio di sviluppo di tumore (aumento del rapporto di rischio) per
gli utilizzatori di statine erano esofago (>5 anni di utilizzo),
la vescica (sia nei “2-year lag” che > 5 anni di utilizzo),
rene e uretere (“2-year lag”), pelle e tiroide. L’aumento del rischio di cancro al polmone nelle donne potrebbe essere parzialmente attribuibile all’abitudine al fumo. Inoltre, i rapporti di rischio sono rimasti pressoché inalterati anche in seguito all’aggiustamento dei risultati relativamente all’uso della terapia ormonale sostitutiva. Osservati nella loro totalità
ad un follow-up di 9,4 anni i risultati aggiungono esigue evidenze
in merito ad una relazione tra l’uso di statine e rischio di
cancro; i valori di HR erano egualmente suddivisi tra aumento e riduzione
del rischio.
Riferimento bibliografico
Nello stesso contesto si inserisce questo studio di Loke et al., una teleo-analisi con tre obiettivi specifici: quantificare, in modo sistematico, il rischio di sanguinamento del tratto gastrointestinale superiore associato all’uso di SSRI; descrivere la dose, il tempo e il profilo di suscettibilità a questo effetto; infine, valutare la possibilità di interazione tra SSRI e FANS nell’indurre sanguinamento del tratto gastrointestinale. L’esigenza di tale studio nasce dall’assenza, nei foglietti illustrativi di sertralina, escitalopram e fluvoxamina, di una specifica indicazione sul rischio di sanguinamento del tratto gastrointestinale superiore in seguito all’associazione con FANS; solo per la paroxetina, l’FDA riporta questa specifica avvertenza. Inoltre, il rischio di sanguinamento gastrointestinale è riportato solo per paroxetina (molto raro) e citalopram (raro). È stata realizzata ad aprile 2007 una revisione degli articoli, senza restrizioni di lingua, utilizzando PubMED, il Science Citation Index e il registro dei trial; inoltre, sono state prese in considerazione le segnalazioni spontanee al Canadian Adverse Events Database (CADRMP) e al US FDA Adverse Event Reporting System ( FDA AERS). Sono stati identificati 1 studio di coorte
e 3 studi caso-controllo, che valutavano il sanguinamento del tratto
gastrointestinale superiore associato all’uso di SSRI e FANS,
per un totale di 153.000 pazienti. I risultati ottenuti indicano che l’uso
degli SSRI, da soli o in associazione con FANS, aumenta in modo sostanziale
il rischio di sanguinamento del tratto gastrointestinale superiore.
Gli anticoagulanti
cumarinici sono farmaci efficaci nella prevenzione e nel trattamento
delle malattie tromboemboliche Tuttavia il loro uso clinico è
complicato dal ristretto range terapeutico e da una particolare predisposizione
per le interazioni con altri farmaci. Molte di queste interazioni
determinano un aumento del rischio di sanguinamento, l’effetto
avverso di maggiore rilevanza clinica di questi farmaci. Questo studio caso-controllo, basato
sulla popolazione, si pone l’obiettivo di verificare la possibile
associazione tra l’uso contemporaneo di SSRI e cumarine e lo
sviluppo di eventi emorragici maggiori. I pazienti sono stati seguiti fino al
verificarsi dei seguenti eventi: ospedalizzazione per eventi emorragici
maggiori, fine della raccolta dei dati, morte o interruzione della
terapia con cumarine, a prescindere da quale di essi si sia verificato
per primo. “Casi” sono stati considerati tutti i pazienti
con prima ospedalizzazione per eventi di sanguinamento (identificati
mediante ICD-9) durante la terapia con cumarine, utilizzando la data
dell’evento come data indice. Per ciascun caso sono stati selezionati,
in maniera randomizzata, 4 controlli non ospedalizzati, mediante campionamento
basato su un set finito di rischio. I controlli sono stati selezionati
con criteri di matching che comprendevano sesso, età (±
5 anni), tipo di cumarina assunta, tempo dall’inizio del trattamento
con cumarine (± 90 giorni) e regione geografica. A ciascun
controllo è stata assegnata come data indice quella del corrispondente
“caso”. Per ciascun paziente è stata valutata l’esposizione
ai seguenti SSRI: citalopram, escitalopram, fluvoxamina, fluoxetina,
paroxetina e sertralina. L’impiego è stato definito concomitante
quando la finestra d’uso dell’SSRI (calcolato sul numero
delle unità posologiche a partire da una data di dispensazione,
aumentata del 10%) terminava alla data indice o oltre la data indice.
I limiti dello studio (possibile errata classificazione degli utilizzatori di cumarine legata al modo in cui sono stati desunti i dati relativi alla durata del trattamento; mancanza di dati relativi ai dosaggi dei farmaci e sulle patologie concomitanti quali insufficienza epatica e/o renale; possibili ospedalizzazioni per sanguinamento precedenti all’inserimento nel registro di dispensazione utilizzato dallo studio) non consentono di suggerire una controindicazione d’uso per gli SSRI in pazienti in trattamento con cumarinici. Tuttavia è opportuno considerare terapie alternative agli SSRI in questi pazienti e, quando si decida di impiegarli comunque, è raccomandabile un attento monitoraggio. * Non disponibile in Italia Riferimento bibliografico
Uno studio statunitense di ampie dimensioni ha stimato che il 64% delle donne in gravidanza riceve la prescrizione di uno o più farmaci (vitamine e minerali esclusi). In parte ciò è dovuto ad un’esposizione non intenzionale ai farmaci (circa la metà delle gravidanze non sono programmate). D’altra parte, può essere comune e necessaria anche un’esposizione intenzionale ad un trattamento farmacologico per patologie acute o croniche come ipertensione, depressione, asma. Sfortunatamente, le evidenze che dovrebbero
guidare la decisione di trattare o meno una donna in gravidanza spesso
mancano: i dati provenienti da studi preclinici di tossicità
riproduttiva sugli animali, richiesti per l’autorizzazione della
maggior parte dei farmaci, non sono completamente predittivi per l’uomo
e i trial clinici randomizzati non possono essere accettabili dal
punto di vista etico. Negli anni ’90, sebbene parecchi studi di piccole dimensioni sull’impiego degli SSRI nel primo trimestre di gravidanza non avessero rilevato un aumento rilevante del rischio teratogeno complessivo, le dimensioni del campione erano insufficienti per potere escludere esiti comunemente evidenziati come difetti cardiaci, del tubo neurale o palotoschisi. Solo di recente, alcuni studi in cui è stata inclusa una popolazione più ampia hanno rilevato un piccolo ma significativo aumento del rischio di difetti strutturali maggiori e di altri rari outcome. Questo livello di informazione, tuttavia, è stato ottenuto solo dopo 20 anni dalla commercializzazione del primo esponente degli SSRI, una delle classi terapeutiche maggiormente impiegate in USA. La quantificazione del rischio evidence-based, inoltre, richiede la capacità di comprendere i limiti dei dati disponibili: non sempre la formazione dei clinici è idonea a valutare criticamente i dati di tossicità riproduttiva in modo da applicarli alla pratica clinica, nella quale viene seguito quanto riportato sui foglietti illustrativi dei prodotti medicinali (categorie di rischio teratogeno dell’FDA). Nonostante le classificazione dell’FDA sia di facile fruizione, è stata criticata per l’incapacità di distinguere gli esiti avversi in funzione della gravità, della dose e della frequenza della somministrazione, della fase della gravidanza o dell’indicazione terapeutica. Per esempio, sia la doxiciclina che l’acido valproico rientrano nella categoria D. La doxiciclina è associata a discromia dentale mentre l’acido valproico è correlato ad un’elevata incidenza di difetti maggiori specifici come la spina bifida. Appare chiaro che sebbene inclusi nella medesima categoria FDA la severità degli esiti è molto differente. D’altra parte, per farmaci altamente
teratogeni come l’isotretinoina, la comunicazione del rischio
è stata molto efficace: l’uso appropriato di metodi contraccettivi
o l’astinenza, con l’obiettivo di evitare le gravidanze
esposte al farmaco. Per ottenere il più presto possibile delle informazioni adeguate sulla sicurezza dei farmaci di nuova commercializzazione uno dei metodi è l’istituzione di registri delle gravidanze, il cui numero è in crescita e segue standard maggiormente rigorosi. Tuttavia, questi strumenti non vengono richiesti per tutte le nuove molecole e da soli non possono fornire delle informazioni sufficienti a stabilire il rischio teratogeno con appropriati intervalli di confidenza. Riferimento bibliografico
L’FDA non ha ancora autorizzato nessuna terapia sistemica per il trattamento della psoriasi nei bambini e negli adolescenti; la fototerapia e le terapie sistemiche hanno un uso limitato a causa della bassa tollerabilità nei bambini, degli effetti collaterali cumulativi, e della teratogenicità. Lo studio progettato dalla Immunex, casa produttrice del farmaco, in collaborazione con l’Etanercept Pediatric Psoriasis Study Group, ha lo scopo di valutare efficacia e sicurezza dell’etanercept nel trattamento di adulti e adolescenti con psoriasi a placche da moderata a severa (*). L’etanercept è un recettore solubile del Tumor Necrosis Factor (TNF)-a, che antagonizza gli effetti del TNF-a endogeno e che si è dimostrato efficace nel trattamento della psoriasi negli adulti. È uno studio di fase III, della durata di 48 settimane, multicentrico (42 centri statunitensi e canadesi) randomizato, in doppio cieco, contro placebo. Sono stati inclusi pazienti di età compresa tra i 4 e i 17 anni, affetti da psoriasi a placche stabile da moderata a grave (punteggio =12, secondo lo Psoriasi Area-and-Severity Index - PASI), in cui la psoriasi interessava almeno il 10% della superficie del corpo e durava da almeno 6 mesi, in trattamento in atto o pregresso con fototerapia o terapia sistemica (metotrexato, ciclosporina o retinoidi), o nei quali la psoriasi era stata considerata dai ricercatori poco controllata dalla terapia topica. Criteri di esclusione erano: pregressa terapia con agenti anti-TNF-a; trattamento con psoraleni e raggi ultravioletti A (PUVA), con raggi ultravioletti A e B, con farmaci sistemici per la psoriasi, corticosteroidi orali o parenterali, corticosteroidi topici, preparazioni topiche a base di analoghi della vitamina A o D, antralina, inibitori della calcineurina nei 14 giorni precedenti l’inizio dello studio e trattamento con agenti biologici nei 30 giorni precedenti l’inizio dello studio. Era consentita l’applicazione topica di steroidi, di potenza bassa o moderata, su cuoio capelluto, ascelle o inguine. Lo studio prevedeva 3 fasi: 1) 12 settimane
in cui 211 pazienti, reclutati tra l’8 settembre 2004 e il 29
novembre 2005, sono stati randomizzati in doppio cieco, a ricevere
1 iniezione sottocutanea settimanale di placebo o etanercept 0,8 mg/kg,
fino ad un massimo di 50 mg (**), per stabilirne l’efficacia
vs placebo; 2) 24 settimane in aperto con la somministrazione, 1 volta
la settimana, di etanercept per valutarne l’efficacia in tutti
i pazienti; 3) dalla settimana 36 alla 48, 138 pazienti sono stati
nuovamente randomizzati a placebo o etanercept, per valutare gli effetti
della sospensione del farmaco e della sua successiva risomministrazione.
I pazienti inclusi nello studio presentavano caratteristiche demografiche e anamnestiche simili, il 75% erano bianchi, l’età media era di 13 anni, e il 36% di età =11 anni. Alla settimana 12, il 57% del gruppo
etanercept e l’11% del gruppo placebo (p<0,001) hanno raggiunto
l’end point primario, ma una differenza significativa era già
rilevabile dopo 4 settimane. Quattro gravi reazioni avverse si sono
manifestate in 3 pazienti durante la somministrazione in aperto di
etanercept: in una paziente di 14 anni è stato necessario interrompere
la terapia a causa di comparsa di una cisti ovarica; in un paziente
di 9 anni si sono manifestate infezioni sotto forma di gravi episodi
di gastroenterite con conseguente disidratazione, che hanno richiesto
il ricovero ospedaliero, ma non la sospensione del trattamento; in
un paziente di 7 anni con anamnesi di asma, si è manifestata
una polmonite basilare sinistra, che ha richiesto la somministrazione
di antibiotici i.v. e l’interruzione del trattamento con etanercept.
(*) L’etanercept, in Italia
con il nome commerciale Enbrel®, è un farmaco in classe
H OSP 2; è approvato per il trattamento dell’artrite
reumatoide, artrite giovanile poliarticolare idiopatica, artrite psoriasica,
spondilite anchilosante, e presenta un specifica indicazione per la
psoriasi a placche da moderata a severa negli adulti che non hanno
risposto, o presentano una controindicazione, o sono intolleranti,
ad altre terapie sistemiche, inclusi ciclosporina metotrexato e PUVA. Riferimento bibliografico
L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune, cronica a decorso fluttuante, che provoca danni alle articolazioni, disabilità, deformità e comporta una diminuita aspettativa di vita. La terapia è volta al controllo del dolore e dell’infiammazione e, soprattutto, a rallentare il più possibile la progressione del danno articolare. La farmacoterapia dei pazienti con artrite reumatoide comprende l’utilizzo di DMARD sintetici (idrossiclorochina, leflunomide, metotrexato, e sulfasalazina), in monoterapia o in associazione, e DMARD biologici (abatacept, adalimumab, anakinra, etanercept, infliximab e rituximab), in monoterapia o in associazione con uno o più DMARD sintetici. I DAMRD biologici non sono generalmente usati in combinazione tra loro, perché molte di queste associazioni hanno dimostrato un aumento della tossicità. La valutazione comparativa dei benefici delle differenti terapie, in particolare quelle di combinazione, e la definizione del rapporto beneficio-rischio dei DMARD non trova interpretazioni univoche e pone molti interrogativi. Su queste premesse, l’Agency for Healthcare Research and Quality (AHRQ, USA) ha commissionato una revisione sistematica per comparare l’efficacia e la sicurezza dei farmaci per l’artrite reumatoide. Mediante ricerca nelle banche dati MEDLINE, EMBASE, The Cochrane Library e l’International Pharmaceutical Abstracts sono stati selezionati studi in lingua inglese pubblicati dal 1980 al settembre 2007. Inoltre, sono stati utilizzati ricerche non pubblicate presentate alla FDA, e protocolli forniti da 5 aziende farmaceutiche (Abbott, Amgen, Bristol-Myers Squibb, Centocor e Genotech). Per la valutazione di efficacia sono stati selezionati trial testa-a-testa e studi prospettici di coorte; per la sicurezza sono stati esaminati studi retrospettivi osservazionali e trial contro placebo. Gli studi includevano un numero di pazienti adulti =100, con un follow-up di almeno 12 settimane. In assenza di informazioni da studi comparativi diretti, sono state utilizzate metanalisi che confrontavano benefici e rischi di 11 terapie farmacologiche. Gli autori danno indicazione di come reperire, per via elettronica, i dati dei singoli studi valutati. Sono state identificate 2395 citazioni,
gli studi inclusi sono stati 101: 49 (48,5%) sono stati sponsorizzati
da aziende farmaceutiche, 20 (19,8%) da fondi governativi o indipendenti,
e 11 (10,9%) da una combinazione di fondi governativi e indipendenti;
per 21 studi (20,8%) non è stato possibile risalire alla fonte
dei finanziamenti. L’insieme dei dati raccolti permette
di trarre alcune conclusioni: non ci sono importanti differenze di
efficacia tra i diversi DMARD sintetici o biologici; la risposta clinica
ad una monoterapia con farmaci anti-TNFa o con metotrexato è
simile, anche se la prima strategia terapeutica produce un migliore
esito radiologico; l’associazione di DMARD sintetici può
essere efficace nei pazienti in cui la monoterapia sia risultata inefficace;
l’associazione tra metotrexato e un DMARD biologico determina
una migliore risposta clinica rispetto al solo metotrexato. Tuttavia,
gli autori sottolineano, che queste conclusioni trovano un limite
nel ridotto numero di studi comparativi e nel fatto che non tutti
i farmaci sono stati paragonati in studi testa-a-testa. Molti degli
studi sono trial di efficacia a breve termine e sono stati condotti
in popolazioni altamente selezionate con poche comorbidità.
Infine, i rigidi criteri di inclusione prefissati per la revisione
potrebbero aver causato la perdita di importanti informazioni.
L’editoriale di J Siegel sottolinea che le conclusioni dello studio di Donahue KE et al. sono in accordo con le linee guida per il trattamento dell’artrite reumatoide dell’American College of Rheumatology, redatte nel 2002 (Arthritis Rheum, 2002; 46:328-46). Queste enfatizzano l’importanza della diagnosi precoce, di documentare il grado di attività della malattia e l’entità del danno articolare, di definire la prognosi, e raccomandano l’inizio della terapia con DMARD entro 3 mesi dalla diagnosi. Inoltre, consigliano l’eventuale uso di FANS, la somministrazione locale o di basse dosi di corticosteroidi, interventi non farmacolgici quali fisioterapia e terapia occupazionale. Nel caso di fallimento della monoterapia, le linee guida raccomandano: l’uso di metotrexato, se non era mai stato somministrato; una terapia di combinazione di DMARD sintetici; lo switch ad altro DMARD sintetico in monoterapia; una terapia con DMARD biologici da soli o in combinazione con DMARD sintetici. L’autore rileva che molti pazienti presentano un’artrite reumatoide in fase attiva nonostante l’uso di DMARD e la disponibilità di diversi regimi terapeutici efficaci. Per migliorare la cura dei pazienti, sono necessari maggiori studi di confronto tra diverse strategie terapeutiche piuttosto che tra singoli farmaci. Infatti, alcuni studi suggeriscono una particolare efficacia dell’uso di regimi terapeutici graduali secondo sequenze standardizzate. L’identificazione di biomarkers predittivi della risposta terapeutica e dello sviluppo di tossicità permetterebbe di identificare la migliore strategia per ogni singolo paziente. Riferimenti bibliografici
La terapia della sclerosi multipla (SM), malattia con eziopatogenesi ancora largamente sconosciuta, è sostanzialmente mirata a stabilizzare il decorso clinico della malattia, riducendo il tasso di recidive e rallentando la progressione della patologia. Questi obiettivi possono essere raggiunti attraverso terapie combinate che, sfruttando meccanismi diversi, bloccano eventi patogenetici distinti. Un esempio è dato dalla combinazione interferone (INF) ß e doxicicilina. La doxiciclina, infatti, inibisce l’attività delle metalloproteasi e in particolare, MMP-9), enzima coinvolto sia nell'aumento di lesioni positive al gadolinio (Gd+) in pazienti affetti da SM recidivante (Lee et al. Brain 1999; 122: 191-7, Waubant et al. Neurology 1999; 53: 1397-401), sia nella degradazione di INFß e quindi nella ridotta efficacia della terapia immunomodulante (Nelissen et al. Brain 2003; 126: 1371-81). L’obiettivo dello studio di Minagar
et al, in aperto della durata di 7 mesi, era valutare l’efficacia,
la sicurezza e la tollerabilità della combinazione interferone
(INF)ß1a i.m. + doxiciclina per os (*), in pazienti con SM recidivante-remittente
con riaccensione della malattia. Lo studio ha coinvolto 15 pazienti, 12 (80%) donne, con età, al momento dell’arruolamento, di 44,5±10,6 anni, durata media di malattia 6,1±4,5 anni, punteggio Expanded Disability Status Scale (EDSS) 3,5 (3,0-4,5), e 4.0 (2-28) lesioni Gd+. I pazienti assumevano INFß1a da 3,9±2,6 anni. Per l’intera durata dello studio i pazienti hanno ricevuto settimanalmente 30 µg i.m. di INFß1a, ed in aggiunta negli ultimi 4 mesi, doxiciclina 100 mg/die per os. Con cadenza mensile, i pazienti sono stati sottoposti a visite neurologiche, alla determinazione del punteggio EDSS ed alla registrazione degli eventi avversi. Dopo l’aggiunta della doxiciclina, sono stati inoltre eseguiti esami di laboratorio (esami ematochimici completi, conta delle cellule ematiche, e test di gravidanza) per valutare la sicurezza del trattamento. La presenza di lesioni tissutali è stata determinata tramite Magnetic Resonance Immaging (MRI) dopo somministrazione di una dose tripla di Gd (Gd enhancing lesions). L’end point primario è stata la variazione nel numero di lesioni Gd+; gli end point secondari sono stati il tasso di recidive, la sicurezza e la tollerabilità della combinazione INFß1a + doxiciclina, il punteggio EDSS, il livello sierico di MMP-9. Inoltre al fine di chiarire il possibile meccanismo terapeutico della doxiciclina, sono stato eseguiti test in vitro di migrazione transendoteliale di monociti utilizzando le linee cellulari U937 (monociti) e cellule endoteliali microvascolari cerebrali esposte al siero ottenuto dai pazienti prima e dopo il trattamento combinato. Il numero di lesioni Gd+ rilevate tramite MRI è diminuito da una media di 8.8 (2.0 – 24.5) per immagine nel pretrattamento a 4.0 (0.7 – 16.7; p<0.001) durante il trattamento, il punteggio EDSS medio è diminuito parallelamente. Un solo paziente ha avuto una recidiva
(neurite ottica). Il trattamento con doxiciclina ha anche determinato
una riduzione, non statisticamente significativa, dei livelli sierici
di MMP-9 (-44,1±310,4; p=0,59). I pazienti hanno riportato eventi avversi
comunemente associati sia all’uso di INFß1a (sindrome
simil-influenzale, n=11; affaticamento, n=2; mal di testa, n=2; dolore
muscolare, n=4) sia all’uso di doxiciclina (nausea, n=5; vomito,
n=2; diarrea, n=6; dispnea n=9; reflusso esofageo, n=2) di media gravità,
risolti spontaneamente. La combinazione dei due farmaci non ha modificato
la gravità degli eventi avversi dell’INFß-1a e
non è stato osservato sinergismo tra i farmaci nella comparsa
di tali eventi.
(*) L’uso della doxiciclina riportato in questo studio in Italia è off-label; le indicazioni terapeutiche autorizzate comprendono la terapia delle infezioni sostenute da batteri gram positivi e gram negativi. Riferimento bibliografico
La caffeina è una delle sostanze farmacologicamente attive più consumate al mondo. Essa è in grado di attraversare rapidamente la barriera placentare e di giungere al feto. Inoltre, poiché la sua clearance nelle donne in gravidanza è prolungata ed il metabolismo da parte del feto è ridotto, la caffeina può compromettere lo sviluppo fetale e aumentare il rischio di aborto. Molteplici, infatti, sono i bersagli di questa sostanza che può provocare alterazioni a vari livelli, sia cellulare (aumento delle concentrazioni di AMP ciclico) che sistemico (riduzione del flusso plasmatico placentare mediato dalle catecolamine). Sulla base di queste premesse, il presente studio di coorte prospettico ha valutato l’effetto dell’assunzione di caffeina durante la gravidanza sul rischio di aborto, tenendo in considerazione una serie di fattori di confondimento tra i quali l’impatto della nausea e del vomito durante la gestazione. Lo studio è stato condotto nella città di San Francisco e nelle zone a sud della stessa, tra il 1996 e il 1998, su donne in gravidanza affiliate al Kaiser Permanente Medical Care Program (KPMCP), un sistema integrato di assistenza sanitaria al parto. Delle 2279 donne eleggibili, 164 (6%) sono state contattate a gravidanza troppo avanzata (oltre le 15 settimane) per poter condurre l’intervista, 317 (12%) hanno accettato inizialmente di partecipare ma non erano in grado di programmare un’intervista, 1185 (43%) hanno rifiutato di partecipare e 1063 (39%) hanno accettato di sottoporsi all’intervista. Alle donne intervistate è stato chiesto di riferire il proprio utilizzo di bevande caffeinate a partire dal momento dell’ultimo ciclo mestruale. Inoltre, è stato chiesto di riportare il tipo di bevanda utilizzata, il momento in cui è avvenuta la prima ingestione, la frequenza e la quantità di caffeina ingerita ed eventuali variazioni nel consumo di caffeina dal momento in cui è stata iniziata la gravidanza. Alle donne che hanno riferito variazioni nel consumo di caffeina è stato chiesto quando è avvenuta tale variazione, la frequenza ed il quantitativo assunto dopo la variazione. Le donne potevano riferire il proprio consumo giornaliero o settimanale e, sulla base dei dati ottenuti, è stato calcolato il consumo medio giornaliero di caffeina. Nel complesso, 172 donne (16.18%) hanno subito un aborto, mentre 264 (25%) hanno dichiarato di non aver fatto uso di bevande caffeinate durante la gravidanza; 635 donne (60%) hanno riferito un consumo di caffeina compreso tra 0 e 200 mg/die e 164 donne (15%) =200 mg/die. L’ingestione di caffeina è stata associata a una serie di fattori di rischio per l’aborto quali: età = 35 anni, anamnesi precedente di aborto, nausea, fumo, consumo di alcol e uso dell’idromassaggio durante la gravidanza. Inoltre, il consumo di caffeina è risultato maggiore tra le donne di etnia caucasica e con elevato reddito familiare. Un aumento del quantitativo di caffeina
ingerita è stato associato ad un incremento del rischio di
aborto. Rispetto al non uso, le donne che hanno riferito un consumo
di caffeina compreso tra 0 e 200 mg/die hanno evidenziato un più
alto rischio di aborto (15% vs 12%) che è apparso anche maggiore
(25%) in corrispondenza di un consumo di caffeina =200 mg/die. Sulla base dei risultati ottenuti, il
presente studio dimostra un elevato rischio di aborto associato al
consumo di caffeina durante la gravidanza. Tale rischio appare dose
dipendente ed è più elevato, anche se statisticamente
non significativo a causa delle ridotte dimensioni del campione, nei
casi in cui il consumo di caffeina sia = 200 mg/die. Inoltre, l’effetto
è indipendente da sintomi associati alla gravidanza quali nausea,
vomito e repulsione nei confronti della caffeina. Il rischio di aborto
è stato associato alla caffeina piuttosto che ad altre sostanze
presenti nel caffè, in quanto l’ingestione di altre bevande
caffeinate ha fornito risultati analoghi.
In uno studio analogo, condotto tra il 2000 e il 2004 presso 3 città statunitensi (Galveston, Memphis e Raleigh), è stato valutato il consumo di caffeina in tre diversi periodi di tempo: - prima della gravidanza - dopo 4 settimane dall’ultimo ciclo mestruale - al momento dell’intervista. Lo studio è stato condotto su 2407 donne in gravidanza, di età =18 anni, che non avevano ancora raggiunto la dodicesima settimana di gestazione. Alle donne è stato chiesto di riferire il proprio consumo di caffè e di bevande caffeinate ed eventuali variazioni avvenute durante il periodo perinatale mentre l’aborto è stato definito come una perdita della gravidanza avvenuta entro la ventesima settimana di gestazione. La relazione tra consumo di caffeina e rischio aborto è stata valutata tramite l’applicazione di un modello logistico di sopravvivenza, nell’ambito del quale sono stati calcolati gli odds ratio relativi alla probabilità che le donne manifestassero un aborto in una data settimana, a condizione che la gravidanza fosse stata evidenziata all’inizio di quella settimana. Nel calcolo degli odds ratio si è tenuto conto di possibili fattori di confondimento quali: età, etnia, livello di educazione, stato civile, reddito, fumo, uso di alcol e presenza di nausea e vomito nelle fasi iniziali della gravidanza. Nel complesso, sono stati osservati
258 aborti (74 [29%] prima dell’intervista e 184 [71%] dopo
l’intervista).
Riferimenti bibliografici Weng X,et al. Maternal caffeine consumption during pregnancy and the risk of miscarriage: a prospective cohort study. Am J Obstet Gynecol. 2008, in press. Savitz DA et al. Caffeine and miscarriage risk. Epidemiology. 2008;19:55-62.
Due tra le principali riviste scientifiche internazionali, l’American Journal of Psychiatry e il New England Journal of Medicine, in queste ultime settimane hanno pubblicato articoli rilevanti su un tema di estrema attualità e cioè la prescrizione di farmaci antidepressivi ed il rischio di suicidio. Questi lavori sono nati anche in seguito agli “alert” della FDA, pubblicati a partire dal 2005, in relazione alle segnalazioni dell’aumentato rischio di comportamento e pensieri suicidari nei pazienti pediatrici trattati con gli antidepressivi, indipendentemente dalla classe. L’FDA aveva allora cominciato a predisporre una revisione dei risultati di 295 singoli trial clinici sull’efficacia e la sicurezza di diversi antidepressivi che coinvolgevano oltre 77000 pazienti adulti con diagnosi di disordine depressivo maggiore e di altri disturbi psichiatrici. I risultati di questa nuova valutazione hanno indotto, lo scorso anno, la FDA ad invitare le ditte produttrici di farmaci antidepressivi a modificare il primo “black box warning” estendendo la valutazione del rischio anche ai giovani adulti, di età compresa tra i 18 ed i 24 anni. La FDA non invitava a sospendere il trattamento nei pazienti pediatrici con diagnosi di disordine depressivo maggiore, ma sollecitava il medico (di famiglia, pediatra e/o psichiatra) a monitorare l’andamento della terapia e lo stato del paziente, soprattutto nei primi 3 mesi. Veniva, infatti, fornito un protocollo specifico, con visite settimanali durante il primo mese, quindicinali durante il secondo e poi una visita al terzo mese, insieme alla raccomandazione di seguire da vicino tutti i pazienti trattati, soprattutto in caso di modificazioni della terapia. Come queste raccomandazioni della FDA
siano state accolte dai medici americani è l’oggetto
dello studio pubblicato su Am J Psychiatry, di coorte retrospettivo,
che ha coinvolto sia pazienti pediatrici (n=27370) che adulti (n=193151),
che nel periodo ottobre 1998-marzo 2005 hanno ricevuto una diagnosi
di disordine depressivo maggiore, di psicosi affettiva o di disturbi
nevrotici secondo l’ICD-9-CM (International Classification of
Diseases, 9th revision, Clinical Modification)*. I soggetti ricevevano
un trattamento con antidepressivi (senza specificare di quale classe)
entro il primo mese dalla diagnosi. I dati riguardano pazienti seguiti indifferentemente
dal medico di medicina generale, dal pediatra, dallo psichiatra o
da altri operatori della sanità in ambito psichiatrico. Gli
autori osservano che prima del warning dell’FDA, il 60% dei
pazienti pediatrici e il 40% degli adulti hanno ricevuto un trattamento
ottimale secondo l’HEDIS nella prima fase della patologia, circa
il 50-60% ha ricevuto un buon trattamento durante la fase in acuto,
mentre solo il 30-40% ha ricevuto un buon controllo nella fase cronica.
Gli autori riportano che queste percentuali non si sono modificate in modo significativo dopo le raccomandazioni della FDA, indipendentemente dallo specialista che ha prescritto i farmaci L’analisi riporta che la prima
fase del protocollo HEDIS è stata seguita dall’80% dei
pazienti pediatrici visitati da uno psichiatra, percentuale significativamente
più elevata rispetto all’aderenza ai criteri HEDIS nel
caso il paziente pediatrico sia stato visitato da un pediatra (60%)
o da un medico di medicina generale (54%). Le conclusioni degli autori sono quindi
che, nonostante le raccomandazioni e l’algoritmo suggerito dall’FDA
per i primi mesi di trattamento con antidepressivi, soprattutto nei
pazienti pediatrici, la frequenza delle visite da parte degli operatori
sanitari non è aumentata. Gli autori discutono, peraltro, anche
alcuni limiti del loro studio, dovuti, per esempio, al database utilizzato
per l’analisi, di tipo amministrativo (riporta le richieste
di rimborso per visite o per prescrizioni mediche) che non ha potuto
fornire nessuna informazione sulla qualità e sulle modalità
del contatto medico-paziente. Inoltre, la confusione e l’allarme
generati dopo le prime raccomandazioni della FDA potrebbero aver indotto
i medici a ridurre il numero di diagnosi di depressione e il trattamento
farmacologico (come è stato ipotizzato da alcuni: Am J Psychiatry
2007; 164: 884-91; Am J Psychiatry 2007; 164: 1198-205). *L’ICD-9-CM è un manuale
che riporta in modo sistematico la nomenclatura delle diagnosi, dei
traumatismi, degli interventi chirurgici e delle procedure diagnostiche
e terapeutiche. A ciascun termine è associato un codice numerico
o alfa-numerico.
** La procedura HEDIS è abbastanza
complessa ed è stata divisa in 3 fasi diverse: Quasi contemporaneamente a questo articolo,
sul N Eng J Med sono stati pubblicati i risultati di un’analisi
dei dati provenienti da diversi trial clinici depositati e revisionati
dalla FDA (su 12 farmaci antidepressivi approvati in USA nel periodo
1998-2004) e di una revisione mirata ad identificare nella letteratura
pubblicata i corrispondenti articoli inclusi nella valutazione dell’Agenzia
statunitense.
L’analisi riguarda 74 trial clinici randomizzati (RCT) di fase II e III, su un totale di 12.564 pazienti, in doppio cieco, controllati vs placebo per il trattamento a breve termine della depressione, oggetto di revisione da parte della FDA. Per quanto riguarda la revisione dei corrispondenti studi in letteratura sono state utilizzate sia note fonti di ricerca (PubMed, Cochrane Central register of Controlled Trials) sia il contatto diretto con gli sponsor dei diversi trial. Su un totale di 74 studi registrati all’FDA, il 31% (n=3449 pazienti) non è mai stato pubblicato. 37 studi, il cui esito è stato valutato come positivo dall’FDA, erano stati, invece, pubblicati. Gli studi giudicati sfavorevoli dall’FDA o i cui esiti erano controversi, tranne 3 eccezioni, non sono stati pubblicati (22 studi) o pubblicati con modalità tali da fare sembrare positivi i risultati (11 studi). Tra questi 11 studi, il mancato raggiungimento di risultati significativi per l’end point primario o non veniva riportato affatto (9 articoli) oppure lo stesso obiettivo che nel trial era definito primario, diventava secondario (2 articoli). Considerando solo quanto pubblicato in letteratura, il 94% dei trial riportava esiti considerati positivi dagli autori rispetto ad una percentuale nettamente inferiore, 51%, rilevata nell’analisi dell’FDA. Questa differenza risulta significativa sia nell’analisi rispetto al singolo farmaco che sul totale degli studi. La differenza dell’entità dell’effetto tra le revisione dell’FDA e gli articoli pubblicati variava secondo un range del 11%-69% (valore mediano 32%). Si riporta quanto dichiarato dagli autori
nella discussione: “Abbiamo trovato un errore sistematico
(bias) nei confronti delle pubblicazioni con risultati positivi. Non
solo è più facile che vengano pubblicati i risultati
positivi, ma, studi che non sono positivi, secondo noi, sono spesso
pubblicati in modo tale da indurre ad un giudizio favorevole. [...]
Alterando l’apparente rischio-beneficio dei farmaci, alcune
pubblicazioni possono indurre i medici a prendere una decisione prescrittiva
inappropriata, che potrebbe non rappresentare il migliore interesse
per i loro pazienti e quindi per la salute pubblica”. Gli autori della revisione del N Engl
J Med, evidenziano che non è possibile sapere quali sono le
ragioni sottese al pubblication bias degli studi con esito negativo,
se cioè si è trattato del mancato invio del manoscritto
alla rivista da parte degli autori e degli sponsor oppure di una decisione
degli editor o dei referee o per entrambi questi fattori. Riferimenti bibliografici e
Conflitto di interesse
Morrato EH et al. Frequency of provider contact after FDA advisory on risk of pediatric suicidality with SSRIs. Am J Psychiatry 2008; 165: 42-50. Alcuni autori dello studio dichiarano di aver ricevuto dei finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Gli autori dichiarano che le spese sono state sostenute dalla Eli Lilly, e che lo sponsor non ha avuto nessun ruolo nell’ambito delle decisioni e nell’analisi dei dati. Turner EH et al. Selective publication of antidepressant trials and its influence on apparent efficacy. N Eng J Med 2008; 358: 252-60.Gli autori non riportano conflitti di interessi. Uno degli autori è un medical reviwier dell’FDA.
Una risposta non ottimale alla terapia da parte di pazienti affetti da depressione è un problema clinico molto frequente. È stato stimato che solo il 50-60% dei pazienti rispondono in maniera ottimale al primo farmaco antidepressivo utilizzato e meno di un terzo dei pazienti arriva ad una remissione completa della sintomatologia. In genere, alla prima diagnosi di depressione, il paziente viene trattato in monoterapia con un antidepressivo appartenente alla classe degli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI). In caso di mancata o non soddisfacente risposta, sono stati ipotizzati diversi approcci alternativi. Oltre ad assicurarsi che il paziente assuma la terapia prescritta, l’approccio più semplice è non modificare la posologia del farmaco, basandosi sull’osservazione che spesso un soggetto ha solo bisogno di un lasso di tempo più lungo per rispondere adeguatamente alla terapia prescritta. Un’altra strategia molto utilizzata è aumentare il dosaggio del farmaco, perchè è stato osservato che per alcuni farmaci, tra cui la duloxetina, esistono variazioni interindividuali dei livelli plasmatici. In realtà sono pochi i dati pubblicati che dimostrano inequivocabilmente l’efficacia di dosaggi più alti quando un dosaggio basso non ha funzionato (J Clin Psychiatry. 2006; 67: 1836-55; Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci. 2005; 255: 387-400). È possibile variare l’antidepressivo
scegliendone un altro della stessa classe o di una classe differente.
Nonostante ci siano diversi studi pubblicati (J Clin Psychiatry. 2003;
64: 5-12) sui risultati clinici dello switch terapeutico, è
da rilevare il fatto che la scelta del tipo di switch è spesso
empirica. Obiettivo di questo studio multicentrico,
in aperto e randomizzato, condotto da Agosto 2004 a Marzo 2006 in
4 Paesi europei (Spagna, Francia, Italia e Regno Unito), è
paragonare l’efficacia, la sicurezza e la tollerabilità
associate a due diverse tecniche di switch terapeutico (switch diretto
e strart-taper switch) da SSRI (in pazienti non responder o con risposta
non soddisfacente alla terapia) a duloxetina, un inibitore della ricaptazione
di serotonina e noradrenalina (SNRI). Lo studio è stato diviso in quattro
periodi: L’efficacia terapeutica (obiettivo primario dello studio) è stata valutata analizzando la variazione del punteggio totale alla HAM-D17 (0=non depresso, 52=grado più severo di depressione) dall’inizio alla fine dello studio. Obiettivi secondari dello studio sono stati la valutazione della risposta terapeutica (valutata con un aumento del punteggio finale alla HAM-D17 almeno del 50% rispetto all’inizio dello studio), la percentuale di remissione dalla malattia (punteggio finale alla HAM-D17 =7), la valutazione del rischio-beneficio (4 categorie di rischio: assenza di eventi avversi spontanei correlati al farmaco [Treatment-Emergent Adverse Events - TEAEs], TEAEs lievi-moderati, TEAEs gravi, interruzione a causa di un evento avverso). Sono state valutate anche la variazione della qualità di vita e dei sintomi somatici del paziente mediante diverse scale. La maggior parte dei pazienti era di
sesso femminile, etnia caucasica e con precedenti episodi di depressione,
in terapia con paroxetina seguita da (in ordine di frequenza) citalopram,
fluoxetina, sertralina ed escitalopram, 4 pazienti erano in terapia
con fluvoxamina e 2 con trazodone. La percentuale di comparsa di eventi
avversi segnalati in questo studio, secondo quanto riportano gli autori
stessi, è stata inferiore rispetto a quelli segnalati da altri
studi precedenti (Br J Psychiatry 1999; 37-41; Psychol Med 1995; 25:
1171-80). Questo studio presenta, tuttavia, dei limiti: l’elevato numero di SSRI e dei diversi dosaggi assunti dai pazienti prima dello switch terapeutico, la mancanza di un gruppo di controllo e l’inclusione di pazienti in terapia con fluoxetina che potrebbero aver alterato i risultati dello studio, considerando la lunga emivita sia del farmaco che del suo metabolita attivo norfluoxetina (l'emivita della fluoxetina è di circa 4 giorni, mentre quella della norfluoxetina è di 7.9 giorni; ciò comporta la persistenza del farmaco per 5-6 settimane dopo la sospensione della somministrazione). Sulla base dell’analisi dei dati
raccolti gli autori concludono che l’efficacia, la tollerabilità
e la sicurezza dello switch a duloxetina di pazienti non responder
alla terapia con SSRI è simile indipendentemente dalla tecnica
utilizzata per modificare la terapia.
Conflitto di interesse: il lavoro è sponsorizzato dalla Eli Lilly, ditta produttrice di duloxetina. Alcuni autori dello studio sono dipendenti della Eli Lilly mentre altri dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche tra le quali Eli Lilly. In Italia la duloxetina, per il trattamento degli episodi di depressione maggiore, è commercializzata, in classe A e C, con il nome Cymbalta® e Xeristar®. Riferimenti bibliografici
Studi precedenti (Br J Psychiatry 2001;178: 234-1. Int Clin Psychopharmacol 2005; 20: 233-8. Br J Psychiatry 2002; 180: 396-404. Biol Psychiatry 2002; 52: 1166-74) hanno dimostrato che, nel trattamento a breve termine (4-8 settimane), la venlafaxina, antidepressivo appartenente alla classe degli inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina (SNRI), sembra determinare una migliore efficacia terapeutica rispetto alla fluoxetina, inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI). Considerate tuttavia le indicazioni sulla durata del trattamento terapeutico in caso di depressione e l’elevata incidenza di ricadute, è importante evidenziare quale dei due farmaci dimostri la maggiore efficacia a lungo termine. A tal proposito, lo studio descritto si pone l’obiettivo di confrontare l’efficacia terapeutica di venlafaxina e fluoxetina rispetto all’insorgenza di ricadute che determinano riospedalizzazione in pazienti affetti da disturbo depressivo maggiore. Lo studio, condotto presso l’Ospedale
Psichiatrico di Kai-Suan (Taiwan), prende in considerazione i pazienti
ricoverati presso tale struttura nel periodo 1 gennaio 2002-31 dicembre
2003, con diagnosi di disturbo depressivo maggiore in accordo con
i criteri della quarta edizione del Diagnostic and Statistical Manual
of Mental Disorders (DSM-IV). Nel caso di nuovi pazienti sono stati
effettuati il Mini-International Neuropsychiatric Interview (M.I.N.I.)
per la diagnosi clinica, e il Mood Disorders Questionnaire per escludere
la presenza di disturbi bipolari. Durante il ricovero si sono effettuate
le opportune modificazioni terapeutiche in conformità allo
stato clinico dei pazienti, stimato con le scale Clinical Global Impressions-Severity
of Illness (CGI-S) e Clinical Global Impressions-Improvement (CGI-I). Dopo la dimissione i pazienti sono stati
seguiti per un follow-up della durata complessiva di un anno (fino
al 31 dicembre 2004), eseguito a cadenza settimanale, bisettimanale
o mensile in base alle condizioni cliniche, con l’obiettivo
di individuare le eventuali riospedalizzazioni; per quanto riguarda
i farmaci in esame, in accordo con le linee guida dell’American
Psychiatric Association, durante lo studio si sono mantenute le dosi
prescritte alla dimissione (venlafaxina:75-225 mg/die; fluoxetina
20-60 mg/die), stabilite individualmente in base al riscontro di efficacia
e tollerabilità. A fronte dell’esclusione di 99
che non rientravano tra i criteri di inclusione dello studio. sono
stati inclusi 202 pazienti in terapia con venlafaxina (n=122) o con
fluoxetina (n=80). I 2 gruppi di trattamento erano simili in termini
di caratteristiche demografiche e cliniche, come sesso (>70% donne),
età (43-44 anni), disturbi d’ansia e di personalità
concomitanti, dipendenza dal nicotina, comorbidità psicotica,
terapie antipsicotiche concomitanti, età di insorgenza del
primo episodio depressivo maggiore (36-38 anni), durata dei ricoveri
e numero di ricoveri negli ultimi 5 anni (1.7-1.8).
Gli autori stessi, tuttavia, sottolineano i limiti intrinseci allo studio: - La dose relativamente bassa di venlafaxina (media 116.5±42.5 mg/die) potrebbe non permettere alla molecola di espletare la propria azione di inibitore della ricaptazione della noradrenalina, oltre che di inibitore di quella della serotonina. E’ stato infatti suggerito che per l’azione sulla noradrenalina è necessaria una dose pari almeno a 150 mg/die (Arch Gen Psychiatry 1998; 59: 23-9). Nello studio si potrebbe quindi aver perso la duplice azione del farmaco. D’altra parte l’efficacia terapeutica della venlafaxina a dosi relativamente basse potrebbe essere attribuita al diverso assetto metabolico del citocromo CYP2D6 (che metabolizza la venlafaxina) delle popolazioni cinesi rispetto alle popolazioni bianche. E’ noto infatti che queste popolazioni presentano una bassa attività del CYP2D6, con un aumento dell’emivita del farmaco. E’ stato, per esempio, dimostrato che la dose efficace di molti antipsicotici è più bassa nei cinesi di etnia Han (come la popolazione in studio) rispetto ai bianchi (J Clin Psychiatry 1999; 60: 36-40; J Clin Psychiatry 2000; 61: 209-214). - La mancata proporzione tra i pazienti in terapia con venlafaxina (60%) rispetto a quelli in terapia con fluoxetina (40%). Partendo dal presupposto che nello studio sono stati reclutati solo pazienti che hanno presentato una buona risposta al farmaco antidepressivo somministrato, potrebbe essere opportuno chiarire se la venlafaxina è realmente il farmaco più efficace o è solo quello maggiormente prescritto. - Il numero di riospedalizzazioni osservato in questo studio (44.5%) è più elevato di quanto previsto. Gli autori suggeriscono che potrebbe essere dovuto al fatto che i pazienti sono stati reclutati esclusivamente in uno ospedale psichiatrico pubblico, nel quale spesso vengono ricoverati pazienti depressi con quadri clinici più gravi e con diagnosi di schizofrenia. - Il disegno dello studio: manca la randomizzazione dei pazienti nei due gruppi di trattamento; inoltre i farmaci presi in esame non sono stati somministrati a dosi fisse. - L’esiguo numero dei partecipanti e l’elevata quota di coloro che sono usciti dallo studio. Sarà quindi necessario uno studio a lungo termine, randomizzato e in doppio cieco, per meglio delineare l’efficacia terapeutica dei diversi antidepressivi nel disturbo depressivo maggiore. Gli autori dichiarano l’assenza di conflitto di interesse. Riferimento bibliografico |
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Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott. Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.
ssa Ilaria Campesi (Università di Sassari) Supervisione Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Febbraio 2008 |