
Newsletter numero 11 del 01-04-2008
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| Sommario o Efficacia degli inibitori della colinesterasi e della memantina nel trattamento della demenza: rassegna delle evidenze per una linea guida della pratica clinica o Uso di antibiotici in adulti con diagnosi clinica di rinosinusite acuta: una metanalisi di dati di singoli pazienti o Uso dei bifosfonati nella donna e rischio di fibrillazione atriale e flutter: studio caso-controllo basato sulla popolazione o Studio delle differenze di genere nel metabolismo enterico dell’itraconazolo in adulti sani che assumono succo di pompelmo o Variazioni genetiche nella risposta alla morfina in pazienti oncologici o Determinanti genetiche della risposta al warfarin durante la terapia anticoagulante iniziale o Associazione tra uso di antidepressivi e alterazione dell’omeostasi del glucosio: evidenze da segnalazioni spontanee o Associazione tra uso di antidepressivi e ipoglicemia in pazienti diabetici: uno studio caso-controllo di tipo nested o Il decorso prospettico del disturbo bipolare a cicli rapidi: risultati dallo STEP-BD o Effetto acuto della dose di mantenimento con metadone sulla risposta a stimoli correlati all’eroina valutata mediante risonanza magnetica o Anafilassi indotta da cetuximab e IgE specifiche per galattosio-a-1,3-galattosio o Echoplanar Imaging Thrombolytic Evaluation Trial (EPITHET): effetti di alteplase somministrato oltre 3 h dopo lo stroke, studio randomizzato contro placebo
L’ulteriore analisi del WHI qui
riportata, descrive gli outcome dopo interruzione della TOS a 2,4
anni di follow-up medio, su un totale di 15.730 donne, delle quali
8052 erano state precedentemente trattate con estroprogestinici e
7678 con placebo, seguite nel periodo compreso tra il 7 luglio 2002
ed il 31 marzo 2005. Le frequenze degli eventi per ogni gruppo di
trattamento sono state calcolate nella fase interventistica, in quella
post-interventistica e globalmente dividendo il numero di eventi per
il tempo di sopravvivenza corrispondente a ciascuna fase. Le stime
di HR (Hazard Ratio) sono state ricavate mediante analisi proporzionale
di Cox e stratificate per età e patologie pregresse. È
stata inoltre effettuata un’analisi di sensibilità per
valutare i rischi nelle donne con alta aderenza alla terapia (=80%)
nella fase interventistica. Gli autori riconoscono la necessità
di particolare cautela nell’interpretazione dei risultati di
quest’analisi, in quanto la sovrapposizione di dati provenienti
da un RCT con quelli della metodologia osservazionale utilizzata nella
fase post-interventistica, oltre che il basso numero di eventi individuati,
limitano la precisione di alcune delle stime di rischio riportate.
Riferimento bibliografico Heiss G et al. Health risks and benefits 3 years after stopping randomized treatment with estrogen and progestin. JAMA 2008; 299: 1036-45. Il 3 dicembre 2003, in seguito alle
evidenze degli studi WHI, WHIMS e MWS, l’EMEA ha modificato
le indicazioni terapeutiche della TOS che non è più
raccomandata come terapia di prima scelta per la prevenzione dell’osteoporosi.
Quando impiegata nel trattamento della sintomatologia menopausale,
va utilizzata solo per brevi periodi di tempo e a bassi dosaggi. A
livello europeo è stato riconosciuto che la TOS: Contestualmente, in Italia, il Ministero
della Salute ha emesso una Nota Informativa Importante rivolta sia
agli operatori sanitari che alle donne1.
Lo scopo della rassegna di Raina et al, è stato valutare l’efficacia di questi 5 farmaci nel migliorare i parametri cognitivi, la funzionalità complessiva, il comportamento e la qualità di vita di pazienti con demenza. La ricerca è stata condotta utilizzando le banche dati Cochrane Central Register of Controlled Trials, MEDLINE, PREMEDLINE, EMBASE, Allied and Complementary Medicine Database, CINAHL, AgeLine, e PsyclNFO, da gennaio 1986 fino a novembre 2006. Sono stati selezionate pubblicazioni in lingua inglese di trial clinici randomizzati e controllati, che non prevedevano un disegno di tipo crossover, con un punteggio di qualità di almeno 3 sulla scala Jadad, condotti in pazienti adulti con diagnosi di demenza. Delle 2577 pubblicazioni selezionate, 96 (59 studi) sono state considerate eligibili e per ognuno dei farmaci valutati 1 o più trial sono risultati sufficientemente informativi relativamente agli esiti presi in esame. Donepezil vs placebo Galantamina vs placebo Rivastigmina vs placebo Tacrina vs placebo Donepezil vs galantamina Memantina vs placebo
Alcuni aspetti metodologici potrebbero aver influenzato questa rassegna. I sistemi di classificazione utilizzati per la diagnosi dei vari tipi di demenza e delle altre forme di deficit cognitivo non sono intercambiabili. Si evidenziano incertezze sull’accuratezza di questi criteri, soprattutto in merito alle valutazioni della gravità della demenza, a causa delle differenti metodologie utilizzate nei vari studi. I trial considerati sono risultati incoerenti nella classificazione degli eventi avversi seri o nella gravità degli eventi atipici. Inoltre, la durata di molti studi è stata relativamente breve e i pazienti inclusi presentavano demenze medio-moderate. Nella pratica clinica, i pazienti con demenza spesso hanno situazioni mediche complesse e sono ad alto rischio di effetti indesiderati e interazioni farmacologiche. In molti studi le capacità cognitive
e la funzionalità complessiva sono stati gli esiti in base
ai quali è stata valutata l’efficacia (in accordo alle
raccomandazioni della FDA della “dual efficacy” per i
farmaci per la demenza). Le linee guida europee sottolineano anche
l’importanza degli esiti comportamentali per la valutazione
dell’efficacia di questi farmaci. Un trattamento clinicamente
rilevante è quello che determina delle variazioni rilevanti
per il paziente, per il caregiver e per il medico. Una differenza
statisticamente significativa nelle scale di valutazione non sempre
riflette un cambiamento clinicamente importante. Riferimento bibliografico (*) In Italia tacrina non è
disponibile.
Dai 9 trial selezionati, sono stati ricavati
i dati relativi a 2547 pazienti adulti e sono stati valutati l’effetto
del trattamento antibiotico versus placebo e il valore prognostico
dei segni e sintomi più comuni mediante l’utilizzo del
number needed to treat (NNT), cioè il numero idoneo di pazienti
da trattare con antibiotici per curarne uno. Il valore di NNT è stato di 15
(CI 95%: NNT [benefit] 7 – NNT [harm] 190) per i sintomi di
tipo sinusitico; i pazienti con secrezione faringea necessitavano
di un trattamento più lungo rispetto a quelli che non presentavano
questo segno, con un NNT pari a 8 (CI 95%: NNT [benefit] 4 –
NNT [harm] 47). Le precedenti metanalisi di dati aggregati
avevano incluso anche i trial in cui erano stati effettuati esami
diagnostici, rilevando di conseguenza un maggiore effetto del trattamento
(NNT=7) pur con una certa eterogeneità nei risultati.
Anche se i pazienti con una sintomatologia più severa non sembravano beneficiare del trattamento antibiotico più di altri soggetti privi di questi sintomi, questi risultati vanno interpretati con cautela. Tra i criteri di esclusione di tutti i trial era prevista la presenza di una sintomatologia severa (febbre alta, edema periorbitale, eritema e dolore facciale intenso) che suggerisce una grave complicanza dell’infezione; in questi casi, un pronto trattamento antibiotico è essenziale. Tuttavia, i risultati di questa metanalisi suggeriscono che una sintomatologia di intensità moderata non permette di distinguere tra un’eziologia batterica o virale. I comuni segni e sintomi clinici, compresa
la secrezione purulenta, non sono in grado di identificare i pazienti
con rinusinusite in cui il trattamento antibiotico sia chiaramente
giustificato (dato il costo, la possibilità di eventi avversi
e lo sviluppo di resistenza batterica), neanche nei soggetti con
una persistenza della sintomatologia >7-10 giorni; la gravità
dei sintomi è rilevante solo nel caso di segni suggestivi
di serie complicazioni. Riferimenti bibliografici
I bifosfonati sono farmaci ampiamente utilizzati nel trattamento dell’osteoporosi post-menopausale, aumentano la densità ossea e riducono il rischio di fratture. Uno studio clinico multicentrico randomizzato ha recentemente verificato l’efficacia della somministrazione per via endovenosa 1 volta/anno di acido zoledronico nel ridurre il rischio di fratture vertebrali, dell’anca e di altro genere (Black DM et al. Once-yearly zoledronic acid for treatment of postmenopausal osteoporosis. N Engl J Med 2007; 356: 1809-22). Tuttavia, sono stati descritti casi gravi di fibrillazione atriale più spesso nel gruppo randomizzato ad acido zoledronico rispetto a placebo. Questo dato si aggiunge ai risultati ottenuti in uno studio precedente che avevano sollevato il problema di una possibile associazione tra l’uso di alendronato e l’aumento del rischio di fibrillazione atriale (Cummings SR et al. Alendonate and atrial fibrillation. N Engl J Med 2007; 356: 1895-6). L’obiettivo di questo studio caso-controllo è stato quello di verificare l’associazione tra l’uso dei bifosfonati nel trattamento dell’osteoporosi nelle donne e lo sviluppo di fibrillazione atriale e flutter. Lo studio è stato effettuato su
una popolazione danese femminile sfruttando i database medici provenienti
dalle contee del Nord Jutland, Ringkjobing, Viborg e Aarhus in Danimarca,
per un totale di 1,7 milioni di pazienti (circa il 30% della popolazione
danese). Per valutare l’incidenza dei casi di fibrillazione
e flutter atriale, è stato utilizzato il Registro Nazionale
Danese dei pazienti. Il Registro riporta il codice anagrafico di ogni
paziente che è stato ricoverato in ospedale dal 1977 (dal 1995
anche le visite di medicina generale e in pronto soccorso) con i relativi
dati di ospedalizzazione e dimissione del paziente, diagnosi e interventi
chirurgici codificati dai medici e classificati secondo l’ICD
(International Classification of Diseases).
L’editoriale di accompagnamento
allo studio rileva che il database e i metodi impiegati sono rigorosi
e accurati. Gli autori non riportano differenze sostanziali nell’uso
di alendronato e etidronato nelle pazienti con diagnosi o meno di
fibrillazione atriale o flutter (3,2% vs 2,9%). * Oltre ad acido zoledronico, 5 mg/100 ml ev (classe H OSP2), in Italia, è in commercio anche la formulazione endovenosa di acido ibandronico 3 mg/3 ml (classe H OSP1) il cui intervallo posologico autorizzato è di un’iniezione ogni 3 mesi. Conflitto di interesse: Alcuni autori dello studio hanno dichiarato un potenziale conflitto di interessi legato a fondi ricevuti da aziende che commercializzano farmaci per l’osteoporosi in occasione di seminari, consulenze o per attività di ricerca. Riferimenti bibliografici
La clearance dei substrati del citocromo P450 3A4 (CYP3A4) risulta frequentemente più alta nella donna rispetto all’uomo, anche dopo correzione per fattori fisiologici quali il peso corporeo. Una delle ipotesi avanzate per spiegare queste differenze, anche se non confermata da studi in vitro, è una variabilità di espressione e attività del CYP3A4 tra i due sessi. Uno dei maggiori determinanti dell’espressione del CYP3A4 epatico è il genere: le donne esprimono livelli significativamente maggiori di CYP3A4 rispetto agli uomini; al contrario, uno studio di biopsie duodenali da soggetti sani, non ha dimostrato differenze di genere nella trascrizione dell’enzima duodenale (Paine et al. Drug Metab Disp 2005). È difficile determinare se esista o meno una differenza di genere nel metabolismo intestinale a causa della mancanza di metodi specifici e non invasivi per studiare il CYP3A4 intestinale. L’obiettivo di questo studio è
stato valutare se esistono differenze correlate al sesso nel metabolismo
intestinale dell’itraconazolo, somministrato come soluzione
orale, in adulti sani a cui veniva somministrato succo di pompelmo,
che agisce come inibitore selettivo del CYP3A4 enterico e il cui effetto
può durare diversi giorni. Venti soggetti (10 donne) hanno ricevuto
240 ml di acqua o succo di pompelmo 3 volte al giorno per 2 giorni.
Il giorno 3, è stata somministrata una soluzione orale di itraconazolo
(200 mg) con 240 ml della bevanda assegnata, seguita, 2 h dopo, da
240 ml della stessa. Prelievi di sangue seriali sono stati effettuati
in un periodo di 72 h al fine di valutare le concentrazioni nel siero
di itraconazolo e del suo principale metabolita, l’idrossi-itraconazolo.
Dopo 20 giorni di washout, i gruppi sono stati scambiati e hanno ripetuto
lo studio.
Riferimento bibliografico
Questo gruppo di lavoro aveva già
dimostrato come variazioni genetiche della proteina beta-arrestina
2 fossero associate alla necessità di somministrare un oppioide
alternativo alla morfina (Pharmacogenomics J. 2005; 5: 324-36). Nello
studio qui presentato, l’attenzione si è focalizzata
su altri due geni, MDR-1 (multidrug resistance-1) e COMT (catechol-O-methyltransferase)
che potrebbero influenzare la risposta alla morfina. Si tratta di uno studio prospettico,
caso-controllo, in cui sono stati arruolati 228 pazienti che ricevevano
morfina per dolore oncologico, di cui 164 controlli (morfina per almeno
1 mese con buon controllo del dolore e minimi effetti collaterali)
e 64 switchers (coloro che, nonostante un aumento della dose di morfina,
non hanno avuto un buon controllo del dolore o effetti collaterali
intollerabili e per i quali è stato necessario il cambio ad
un altro oppioide). Sono stati esclusi pazienti di età <18
anni, con dolore neuropatico o con livelli di creatinina serica 1,5
volte superiori al limite massimo normale. Lo switch ad un oppioide alternativo
ha avuto successo in 57 pazienti su 64 (89%); per 48 è stata
necessaria un’unica variazione (ossicodone) mentre, per gli
altri, si è dovuto ricorrere a variazioni aggiuntive prima
di raggiungere un buon risultato clinico. Dalle analisi condotte su campioni di
sangue provenienti da 221 pazienti, è stato evidenziato come
variazioni di MDR-1 fossero correlate a sonnolenza, confusione e allucinazioni
da moderate a severe. Per MDR-1, gli alleli 21/2677G e 12/1236C erano
significativamente associati con un diminuito livello degli effetti
collaterali sopra citati (p=0,0003). Il polimorfismo funzionale di
tale gene non sembrava condizionare lo switch.
Riferimento bibliografico Ross JR et al. Genetic variation and response to morphine in cancer patients. Cancer 2008; 112: 1390-403.
La somministrazione
di warfarin presenta delle difficoltà a causa di una stretta
finestra terapeutica e di un’ampia variabilità interindividuale
della risposta e, quindi, del dosaggio richiesto. Pertanto, come indice
di risposta terapeutica è necessario monitorare il tempo di
protrombina e l'International Normalized Ratio (INR); in particolare,
valori di INR <2 sono associati ad un aumento del rischio di tromboembolismo
e valori >4 ad un aumento del rischio di sanguinamento. Scopo dello studio, condotto in tre reparti
del Vanderbilt University Medical Center (Nashville, USA), tutti coinvolti
nelle procedure di anticoagulazione (la Cardiologia, il Centro per
l'Artrite e le Protesi d’Anca e la Farmacia), è stato
valutare l'effetto di polimorfismi genetici di CYP2C9 e VKORC1 nelle
fasi iniziali della terapia anticoagulante. Sono stati inclusi pazienti
di età >= 18 anni che hanno iniziato una terapia con warfarin
tra il luglio 2002 ed il luglio 2004. Criteri di esclusione sono stati
diagnosi di cancro e necessità di chemioterapia, ed alcolismo.
Per i 297 pazienti inclusi nello studio, sono stati accertati il genotipo CYP2C9 (CYP2C9*1, *2 e *3), gli aplotipi VKORC1 (A e non-A), le caratteristiche cliniche, la risposta alla terapia (sulla base dell'INR), ed eventuali sanguinamenti. Gli outcome primari sono stati il tempo per il primo INR nel range terapeutico e il tempo per il primo INR >4; inoltre, sono stati valutati: il tempo durante il quale l’INR era sopra il range terapeutico, l’andamento di INR nel tempo, il dosaggio di warfarin (mg/die) durante le settimane 1 e 2 e dal giorno 29 alla fine del follow-up, e gli eventi di sanguinamento (in accordo ai criteri del Second Copenhagen Atrial Fibrillation, Aspirin, and Anticoagulation Study). La popolazione, età media 61 anni, presentava un INR prefissato tra 1,8 e 3,5 (da 2 a 3 nel 69% dei pazienti); il dosaggio medio iniziale del warfarin è stato di 4,8 ± 0,8 mg; il follow-up medio è stato di 43 giorni. La frequenza dell'aplotipo A di VKORC1 è stata 32,6% (129 eterozigoti e 32 omozigoti), ed è risultata più alta tra la popolazione bianca (34,3%; p=0,006). Le frequenze alleliche per le varianti di CYP2C9 sono state: per *2 il 12,0%, e per *3 il 4,8%; le frequenze genotipche sono state: 69,4% per *1/*1 (wilde type); 26,9% per *1/*2 o *1/*3; 3,7% per *2/*2, *3/*3 o *2/*3 con una frequenza significativamente diversa su base etnica (p=0,005). I pazienti con un aplotipo A/A di VKORC1
hanno mostrato una diminuzione del tempo per il primo INR nel range
terapeutico (p=0,02) e del primo INR >4 (p=0,003) rispetto a quelli
con aplotipo non-A/non-A. Inoltre, i pazienti con aplotipo A/A hanno
avuto valori di INR al di sotto di quelli terapeutici per un tempo
maggiore rispetto a quelli non-A/non-A (18,8% vs 9,1%; p=0,029). La
risposta media alla terapia misurata come INR è risultata significativamente
influenzata dall’aplotipo di VKORC1 durante le prime 2 settimane
(p<0,001 sia per la settimana 1 che 2). Al contrario, il genotipo
CYP2C9 non è risultato predittivo del tempo necessario per
ottenere il primo INR nel range terapeutico (p=0,57); tuttavia, i
portatori delle varianti alleliche *2 e *3 hanno raggiunto un primo
INR >4 più velocemente dei wilde type (p=0,03). Entrambi,
il genotipo CYP2C9 e l'aplotipo VKORC1, hanno avuto una influenza
significativa sulla dose di warfarin dopo le prime 2 settimane. La
comparsa di gravi sanguinamenti non è stata significativamente
influenzati dagli aplotipi VKORC1 o genotipi CYP2C9.
L’editoriale di accompagnamento evidenzia che l’applicazione della farmacogenomica applicata alla terapia con warfarin è di interesse e coinvolge diversi gruppi di ricerca sia clinici che pre-clinici. Lo conferma la costituzione dell’International Pharmacogenetics Consumption (che comprende anche ricercatori appartenenti al Pharmacogenetics Research Network - PGRN) che ha lo scopo di realizzare un interscambio di dati genetici e clinici per sviluppare un “consensus model” di somministrazione del farmaco. Inoltre, il Collaborative Cardiovascular Drug Safety and Biomarker Research Program, una partnership tra il Critical Path Institute e la University of Utah supportata dall’FDA, sta valutando test genetici per la loro capacità di predire dosaggi più sicuri ed efficaci di warfarin. Il National Heart, Lung, and Blood Institute (NHLBI) ha sviluppato un “web-based tool”, gratuito, per stimare la dose iniziale di warfarin da somministrare ai pazienti (www.warfarindosing.org). L’editorialista conclude che lo studio di Schwarz et al, mette in luce l’importanza della variabilità genetica nell’influenzare il metabolismo e la risposta al warfarin. Riferimenti bibliografici Schwarz UI et al. Genetic determinants of response to warfarin during initial anticoagulation. N Engl J Med 2008; 358: 999-1008. Scurin SB & EG Nabel Pharmacogenomics - Ready for prime time. N Engl J Med 2008; 358: 1061-63. Le variazioni genetiche alla base della
risposta al warfarin sono state oggetto anche di un altro studio,
di Caraco Y et al, pubblicato nel 2008.
Tutto ciò è particolarmente interessante anche alla luce dei risultati - in buona parte deludenti - del primo trial clinico randomizzato pubblicati da Anderson et al. nel Novembre scorso (Circulation 2007; 116: 2563-70). Il trial, condotto su pazienti in terapia iniziale con warfarin standard o "genotipo-guidata", non ha raggiunto l'end point primario di una riduzione della percentuale di INR "fuori-range". L'ottimizzazione di una terapia anticoagulante personalizzata, come conclude l'editoriale di Scurin, rimarrà quindi un area attiva di ricerca clinica e farmacologica ancora per qualche tempo. Riferimento bibliografico
L'uso di farmaci psicotropi è stato correlato a disturbi dell’omeostasi del glucosio. Gli antipsicotici, in particolare, specialmente gli atipici quali la clozapina e l’olanzapina, possono provocare iperglicemia, diabete mellito di tipo 2 e altri disturbi metabolici. Anche gli antidepressivi possono interferire con il metabolismo del glucosio, aumentando paradossalmente sia il rischio di iper che di ipoglicemia. Tuttavia, sono scarse le prove relative all'associazione tra uso di antidepressivi e alterazione dell’omeostasi del glucosio, e quelle esistenti provengono principalmente da case-report e studi clinici di breve durata, con piccoli gruppi di pazienti selezionati con il diabete mellito quale comorbidità. Al fine di contribuire all’evidence based sull'associazione tra uso di antidepressivi ed iper-e ipoglicemia, è stato condotto uno studio caso-controllo basato sulle segnalazioni spontanee di reazioni avverse da farmaci (ADR) presenti nella banca dati del programma internazionale di farmacovigilanza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO ADR database). Inoltre, si è voluto chiarire se le specifiche proprietà farmacologiche degli antidepressivi possano spiegare una potenziale influenza sull’omeostasi del glucosio. Lo studio caso controllo è stato
condotto utilizzando il database (Vigibase) del WHO Uppsala Monitoring
Center (UMC OMS), in Svezia. L'OMS UMC riceve schede di segnalazione
di sospette reazioni avverse relative a prodotti farmaceutici da 82
paesi di tutto il mondo, inviate attraverso i Centri nazionali di
Farmacovigilanza. Queste segnalazioni sono eterogenee, per provenienza,
documentazione e valutazione della causalità. Quando due diversi antidepressivi erano riportati nella stesso report, non potevano essere classificati in uno dei quattro cluster, quindi è stata aggiunta la quinta categoria di classificazione “due antidepressivi”. Le benzodiazepine sono state scelte come gruppo di confronto negativo per l’ipo-iperglicemia, perché l'uso di benzodiazepine non è stato associato a questo effetto, mentre gli antipsicotici (che sono associati ad un più elevato rischio di iperglicemia, ma non ipoglicemia ) sono stati scelti come il gruppo di confronto positivo per l’iperglicemia e come gruppo di confronto negativo per l’ipoglicemia. Per aggiustare i dati in funzione dei potenziali fattori di confondimento sono state studiate le seguenti covariate, e cioè l'età, il genere, l'uso di farmaci antidiabetici, di farmaci cosomministrati che inducono iper-o ipoglicemia e anno di segnalazione, stabilite in data indice. La regressione logistica multivariata è stata utilizzata per valutare la forza della associazione che è stata espressa come odd ratio di segnalazione (ROR: Reporting Odds Ratios) con un intervallo di confidenza del 95% (95% CI). Nel complesso, l'uso di antidepressivi, rispetto a quello di benzodiazepine, è stato associato ad iperglicemia [ROR 1,52 (95% CI: 1,20-1,93)] e ipoglicemia [ROR 1,84 (95% CI: 1,40-2,42)]. L'associazione con iperglicemia è stata più pronunciata per gli antidepressivi con affinità per il recettore 5-HT2c, per il recettore H1 dell’istamina e per il trasportatore della noradrenalina (NA). L'associazione con l'ipoglicemia è stata evidenziata soprattutto per gli antidepressivi con affinità per il trasportatore della serotonina. Gli autori riconoscono diversi limiti
dello studio, tra cui la mancata conoscenza delle patologie sottostanti,
come il diabete, e la natura volontaria della segnalazione spontanea,
per cui alcune reazioni sono state segnalate più di altre (ad
esempio reazioni gravi o non incluse nella scheda tecnica).
Riferimento bibliografico Derijks HJ et al. Egberts. The association between antidepressant use and disturbances in glucose homeostasis: evidence from spontaneous reports. Eur J Clin Pharmacol 2008; 64: 531–8.
La depressione maggiore è una condizione patologica che spesso affligge gli individui con diabete mellito, nei quali il rischio di depressione è 2 volte più elevato rispetto alla popolazione generale. Gli antidepressivi possono interferire con il metabolismo del glucosio nei pazienti con diabete mellito, aumentando il rischio sia di iperglicemia che di ipoglicemia. Il trattamento con insulina e antidiabetici orali, inoltre, aumenta significativamente il rischio di ipoglicemia, determinando un difficile controllo glicemico nel paziente diabetico. La correlazione tra ipoglicemia e uso di antidepressivi è stata finora analizzata in studi condotti su modelli animali, case-report o in trial clinici di breve durata, di piccole dimensioni e su pazienti selezionati, ma nessuno di questi ha stabilito se e con quale meccanismo gli antidepressivi possano indurre ipoglicemia. Questo studio si è proposto di
valutare il rischio di ipoglicemia che richiede ospedalizzazione associata
all’uso di antidepressivi in un’ampia popolazione di pazienti
diabetici. L’obiettivo principale dello studio
è stata la valutazione dell’esposizione agli antidepressivi.
La durata teorica dell’utilizzo del farmaco è stata calcolata
dal rapporto tra il numero di unità dispensate e la dose giornaliera
prescritta (con un surplus del 10% per compensare un uso irregolare
del farmaco). I pazienti sono stati classificati in 4 categorie: L’esposizione agli antidepressivi
è stata ulteriormente valutata classificando i farmaci in base
alle loro affinità farmacologiche così da verificare
se le specifiche proprietà farmacologiche potessero spiegare
una potenziale influenza sull’omeostasi del glucosio. L’associazione tra uso di antidepressivi
e ipoglicemia è stata espressa come Odd Ratio (OR) includendo
le variabili genere ed età, se queste determinavano un cambiamento
dei valori di almeno il 10%.
Riferimento bibliografico Derijks HJ et al. The association between antidepressant use and hypoglycaemia in diabetic patients: a nested case-control study. Pharmacoepidemioloy and drug safety 2008; DOI: 10.1002/pds.1562.
Secondo la definizione classica di Dunner e Fieve (Arch Gen Psychiatry 1974; 30:229-33), si può parlare di “disturbo bipolare a cicli rapidi” nei casi in cui sia presente una non-responsività alla monoterapia con sali di litio e si siano manifestati quattro o più episodi di mania o depressione maggiore nell’ultimo anno. Caratteristica principale di questa patologia psichiatrica è l’associazione col sesso femminile e col disturbo bipolare di tipo II. Nonostante la definizione di questo disturbo sia stata coniata più di 30 anni fa, rimangono ancora delle questioni irrisolte, soprattutto per quanto riguarda l’inquadramento e il trattamento di quei pazienti, molto comuni nella pratica clinica, che in un anno manifestano meno di quattro episodi di alterazione del tono dell’umore. Rimangono, infatti, dei dubbi su quali siano i possibili fattori di rischio per l’insorgenza dei cicli rapidi, se essi siano o meno un fenomeno transitorio nel corso del disturbo bipolare, se i soggetti con meno di quattro episodi all’anno rappresentino un distinto sottogruppo e se la terapia antidepressiva sia efficace in questi casi. Obiettivo dello studio preso in esame
è evidenziare le caratteristiche cliniche che distinguono i
pazienti affetti da disturbo bipolare di tipo I o II e che hanno sviluppato
un disturbo bipolare a cicli rapidi, rispetto a coloro che non l’hanno
presentato, nel corso di un’analisi prospettica della durata
di un anno, nella quale si è esaminato il decorso della malattia.
I partecipanti dello STEP-BD dovevano
presentare i criteri del Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorders, quarta versione (DSM-IV) per il disturbo bipolare di tipo
I o II ed avere almeno 15 anni di età. Il loro disturbo psichiatrico
è stato inizialmente valutato con l’Affective Disorder
Evaluation (ADE), nel quale sono stati indagati l’età
dei soggetti, l’età al momento dell’esordio del
disturbo, il numero dei precedenti episodi, i periodi di guarigione,
le terapie mediche in atto e l’attuale stato dell’umore;
il Mini International Neuropsychiatric Interview (MINI) è stato
impiegato per confermare la diagnosi di disturbo bipolare. I soggetti sono stati così suddivisi in quattro gruppi in base al numero degli episodi precedenti (nessun episodio, un episodio, due o tre episodi, disturbo a cicli rapidi) e i dati sono stati elaborati in un’analisi statistica complessa con l’obiettivo di stabilire quali variabili potessero essere dei predittori significativi del drop out e della ricorrenza di altri episodi durante l’anno di follow-up. Dei 2000 partecipanti iniziali, 1742 presentavano i criteri di inclusione allo studio, di cui il 75% presentava un disturbo bipolare di tipo I e il 25% di tipo II. Una percentuale pari al 32% (n=551), non ha portato a termine l’anno di follow-up e sono stati definiti col termine “dropped”. Durante il follow-up, dei rimanenti 1191 soggetti, solo il 5% (n=58) ha presentato 4 o più episodi di alterazione dell’umore, rientrando quindi nella definizione di disturbo bipolare a cicli rapidi del DSM-IV; degli iniziali 1742 pazienti, il 32% (n=562) ha avuto episodi a cicli rapidi nei 12 mesi precedenti lo studio, con una prevalenza maggiore fra coloro affetti da disturbo bipolare di tipo II. L’età media dei partecipanti era 40,4 anni, per lo più di etnia caucasica, di sesso femminile , con un titolo di studio universitario. I risultati a cui gli autori sono giunti
sono i seguenti: Lo studio, osservando per un anno un gruppo numeroso di pazienti bipolari, ha quindi messo in evidenza che nonostante il 61% di essi presentasse da uno a tre episodi di alterazione dell’umore, la prevalenza del disturbo a cicli rapidi propriamente detto, definito come l’insorgenza di 4 o più episodi all’anno, è stata minore (5%) rispetto a quella rilevata nei 12 mesi precedenti (32%). In questo senso giocano un ruolo diverse variabili, ma fondamentale è la conclusione che precedenti disturbi a cicli rapidi e la gravità della malattia all’inizio dello studio possono essere considerati i fattori predittivi dell’insorgenza di ricorrenti disturbi a cicli rapidi. Per quanto riguarda la delicata questione del beneficio o meno della terapia antidepressiva in quest’ambito, i risultati esaminati hanno rilevato che in un anno il rischio di insorgenza del disturbo a cicli rapidi è aumentato linearmente con l’impiego degli antidepressivi e che i soggetti in terapia antidepressiva hanno sviluppato cicli rapidi con un’incidenza 3 volte superiore rispetto a chi non era in terapia. Gli stessi autori denunciano che questa conclusione deve essere considerata con cautela, tenendo presente che si tratta di uno studio non a lungo a termine e nel quale i partecipanti non sono stati randomizzati al trattamento. L’editoriale di accompagnamento
all’articolo sottolinea che nello studio viene evidenziato un
effetto “destabilizzante” dell’umore dei farmaci
antidepressivi, ma essendo questo un fenomeno a lungo termine, e soprattutto
da non confondere con uno switch acuto verso la fase maniacale, proprio
del disturbo bipolare, sarebbe necessario un trial sull’efficacia
dei farmaci stabilizzatori dell’umore nel disturbo a cicli rapidi
in assenza di antidepressivi.
Conflitto di interesse: Alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Riferimenti bibliografici
Il mantenimento con metadone è la terapia standard per il trattamento farmacologico della dipendenza da eroina. Nonostante il metadone riduca efficacemente i sintomi da astinenza, la ricaduta nell’uso di oppioidi illeciti resta un problema rilevante. Stimoli di diversa natura (eventi, immagini, ambienti) correlati all’eroina hanno un ruolo chiave nelle ricadute. A questo proposito, l’esperienza clinica dimostra che il metadone riduce il comportamento di ricerca compulsiva, tuttavia questa capacità è ridotta verso il termine dell’intervallo di 24 ore normalmente utilizzato in terapia (singola somministrazione giornaliera, al mattino). In questo lavoro, soggetti in trattamento con metadone sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI), durante un test visivo con stimoli correlati all’eroina, al fine di testare due ipotesi: (i) se i soggetti sottoposti a questo test mostravano attivazione di aree cerebrali quali la corteccia orbitofrontale, la corteccia anteroventrale del cingolo, l’insula, l’amigdala ed il complesso ippocampale (aree cerebrali note per il loro coinvolgimento nella memoria, nelle motivazioni e che rispondono a stimoli correlati a sostanze d’abuso) e (ii) se l’attivazione di queste aree cerebrali potesse essere acutamente ridotta dopo il dosaggio giornaliero di metadone. Lo studio è stato svolto su un
numero ristretto di soggetti: 25 pazienti (13 uomini, 12 donne, età
36 ± 11 anni), in trattamento con 115 ± 61 mg/die di
metadone, inseriti nel programma di mantenimento da 54 ± 33
mesi (un paziente aveva utilizzato l’ultima volta eroina 4 giorni
prima). Tutti i pazienti erano fumatori con un’anamnesi positiva
per uso di diverse sostanze d’abuso, senza diagnosi di spettro
schizofrenico o di disordine bipolare. Il disegno dello studio prevedeva
la somministrazione ai pazienti delle sessioni di immagini che costituivano
il test 90 minuti prima (sessione predose) o 90 minuti dopo (sessione
postdose) dell’assunzione giornaliera di metadone. La concentrazione ematica di metadone era 388 ± 279 ng/ml nella sessione predose e 545 ± 361 ng/ml in quella postdose. La scala della misura del desiderio di eroina dava risultati non significativamente diversi dal basale sia prima che dopo la dose di metadone (predose: 0.6 ± 1.3, postdose: 0.1 ± 0.4); in entrambi i casi si è osservato un aumento significativo di questi valori dopo il test visivo con immagini neutre ed eroina-correlate valori di 2.4 ± 2.9 nella sessione predose (p <0.002) e di 1.2 ± 2.0 nella sessione postdose (p <0.035). È da sottolineare che i valori nella sessione predose erano maggiori in modo statisticamente significativo (p <0.028) rispetto ai valori evidenziati nella sessione postdose. Per quanto riguarda i risultati ottenuti
con la fMRI, gli autori hanno dimostrato che nella sessione predose,
gli stimoli eroina-correlati hanno indotto un’attivazione cerebrale
maggiore rispetto agli stimoli neutri nella corteccia orbitofrontale
destra e sinistra, nella corteccia anteriore del cingolo, nel complesso
ippocampale, nell’insula e nell’amigdala destra. Nella
sessione postdose, rispetto agli stimoli neutri, gli stimoli eroina-correlati
hanno indotto l’attivazione delle stesse aree cerebrali attivate
nella sessione predose, tranne della corteccia anteriore del cingolo
e dell’amigdala. Il confronto diretto dell’entità
dell’attivazione delle aree sopra descritte ha inoltre dimostrato
che l’attivazione era significativamente maggiore durante la
registrazione effettuata nella sessione predose rispetto alla sessione
postdose.
Infine, gli autori auspicano nuove ricerche atte a sviluppare l’ipotesi che la riduzione dell’attivazione delle aree prefrontali dopo la somministrazione di metadone quale indice di ridotto rischio di ricaduta nell’uso di eroina. Sarà inoltre interessante stabilire se l’applicazione della fMRI potrà essere utilizzata per l’ottimizzazione del trattamento con metadone o del trattamento con altri oppioidi a più lunga durata d’azione come la buprenorfina. Questo lavoro è accompagnato da un editoriale nel quale più che l’aspetto scientifico si commenta quello socio-politico del trattamento con metadone e dei possibili risvolti che la ricerca potrebbe avere. In particolare, si riprende il concetto che la terapia di mantenimento con metadone o con buprenorfina viene applicata a un discreto numero di soggetti che comunque tornano all’uso illecito di oppioidi. A questo fenomeno, per un ristretto numero di pazienti, può essere data una spiegazione di tipo farmacocinetico cioè la presenza di un polimorfismo dei CYP che metabolizzano il metadone, con una riduzione della sua emivita, la politerapia con altri farmaci che determinano induzione degli enzimi epatici o la gravidanza. Questi pazienti richiederebbero quindi la somministrazione di metadone in dosi refratte, due volte al giorno, mentre di solito si procede all’aumento del dosaggio della singola somministrazione. L’editoriale sottolinea ancora
come l’attivazione dell’amigdala e del complesso ippocampale
prima della somministrazione di metadone dimostri che l’attivazione
della memoria legata agli stimoli eroina-dipendenti è maggiore
quando la concentrazione plasmatica di metadone è bassa. Il
lavoro presenta tuttavia dei limiti: non è noto infatti se
i pazienti in studio presentassero alterazioni del metabolismo del
metadone, inoltre mancano i controlli con placebo, infine almeno un
paziente ha utilizzato eroina poco prima di essere inserito nello
studio. Ciò che emerge è comunque l’utilità
di mantenere la concentrazione plasmatica di metadone a livelli abbastanza
stabili, senza grosse fluttuazioni, per ridurre le possibilità
di ricaduta dei pazienti. Una possibilità sarebbe quindi somministrare
metadone due volte al giorno, che porterebbe tuttavia a degli impegnativi
problemi di gestione di questi pazienti, dato che il farmaco viene
fornito in singola dose al paziente che spesso non è ricoverato,
ma va in clinica ogni mattina; ci sarebbero quindi sia problemi organizzativi
che di compliance, che comporterebbero un aumento di ricadute e quindi
un aumento dei costi.
Riferimento bibliografico Langleben DD et al. Acute effect of methadone maintenance dose of brain fMRI response to heroin-related. Am J Pschiatry 2008; 165: 390-4.
Il cetuximab, anticorpo monoclonale chimerico IgG1 contro il recettore per il fattore di crescita epidemico (EGFR), è approvato per il carcinoma mestatico del colon retto e per il carcinoma a cellule squamose di testa e collo. In accordo alla scheda tecnica del farmaco, reazioni gravi di ipersensibilità al cetuximab possono verificarsi nel 3% dei pazienti. Una più alta percentuale di casi è stata osservata in alcune aree degli Stati Uniti (22% nel Tennessee e North Carolina), contro una minor incidenza (<1%) in diversi centri del Nord-Est. Queste reazioni si manifestano entro pochi minuti dopo la prima esposizione al cetuximab e sono compatibili con una reazione di tipo anafilattico IgE-mediata. Gli autori si propongono di dimostrare che tali reazioni sono mediate da IgE preesistenti che interagiscono con il cetuximab. Sono stati analizzati campioni di siero
prelevati da 4 gruppi di pazienti: I gruppi 3 e 4 sono rappresentativi di
aree con bassa incidenza (<1%) di reazioni di ipersensibilità
durante il trattamento con cetuximab. I dati sono stati retrospettivamente
analizzati in cieco al Vanderbilt University Medical Center (VUMC)
di Nashville. Dei 76 pazienti trattati con cetuximab,
25 hanno avuto reazioni di ipersensibilità, di cui 13 moderate
di grado 1 o 2 (grado 1: rossore transitorio o rash con temperatura
corporea <38°C; grado 2: rash o rossore, orticaria, dispnea,
con o senza febbre >38°C) e 12 reazioni gravi di grado 3 o
4 (grado 3: rash, ipotensione, dispnea; grado 4: anafilassi). Gli autori sottolineano che nell’uomo
è frequente rilevare anticorpi IgG contro galattosio-a-1,3-galattosio,
ma non è noto per quale motivo gli abitanti di una particolare
area degli USA abbiano anticorpi IgE contro galattosio-a-1,3-galattosio.
Inoltre, questa condizione non sembra essere espressione di un aumento
non specifico delle IgE, perché nei campioni esaminati è
stata trovata un’associazione debole o nulla con anticorpi IgE
contro allergeni diversi da quelli provenienti dai mammiferi.
Conflitto di interesse dichiarato: lo studio è stato supportato dalla Bristol-Myers Squibb e dalla ImClone Systems. Riferimento bibliografico
EPITHET è uno studio prospettico di fase II, randomizzato, in doppio-cieco, contro placebo, su pazienti con stroke ischemico acuto sottoposti a diagnosi mediante Magnetic Resonance Imaging (MRI) ecoplanare seriale e trattati con alteplase o placebo 3-6 h dopo l’inizio dello stroke; lo studio si è svolto tra il 2001 e il 2007, ed ha coinvolto 15 centri in Australia, Nuova Zelanda, Belgio e Regno Unito. La terapia trombolitica dello stroke
ischemico ha lo scopo di favorire la ricanalizzazione arteriosa ed
il recupero della penumbra ischemica (la regione cerebrale criticamente
ipoperfusa ma ancora vitale intorno al core infartuale irreversibilmente
danneggiato). In almeno l’80% dei pazienti la penumbra è
presente entro le 3 h dallo stroke, ma questa percentuale diminuisce
nel tempo. EPITHET è uno studio prospettico
di fase II, randomizzato, in doppio-cieco, contro placebo, su pazienti
con stroke ischemico acuto sottoposti a diagnosi mediante Magnetic
Resonance Imaging (MRI) ecoplanare seriale e trattati con alteplase
ev o placebo 3-6 h dopo l’inizio dello stroke; lo studio si
è svolto tra il 2001 e il 2007, ed ha coinvolto 15 centri in
Australia, Nuova Zelanda, Belgio e Regno Unito. I pazienti sono stati sottoposti a MRI
prima del trattamento ed al giorno 3-5. La Magnetic resonance angiography
(MRA) è stata eseguita al giorno 3-5. Al giorno 90 sono state
registrate immagini, T2-weighted, per misurare il volume finale dell’infarto.
Per i pazienti che morivano o non potevano essere studiati al giorno
90, il dato di imaging al giorno 3-5 veniva estrapolato come misura
di esito. La presenza e il grado di ostruzione arteriosa sono state
valutate nelle principali arterie cerebrali mediante MRA e una scala
derivata dal Thrombolysis In Myocardial Infarction (TIMI) (Hacke et
al. Stroke 2005; 36: 66-73). End point primario è stato l’attenuazione nell’accrescimento dell’infarto nei pazienti con mismatch, sia nel gruppo alteplase che in quello placebo. End point secondari sono stati: nei pazienti con mismatch, le differenze tra il gruppo alteplase e quello placebo nella riperfusione, nel raggiungimento di un buon esito clinico e di un buon esito funzionale; nel gruppo alteplase, la differenza tra i volumi DWI basali della lesione tra i pazienti con e senza ICH sintomatico; nei pazienti senza mismatch, la differenza nell’accrescimento dell’infarto tra il gruppo alteplase e quello placebo; nel gruppo alteplase, la differenza tra i pazienti con o senza mismatch nel buon esito neurologico e funzionale; nel gruppo alteplase, la differenza nell’accrescimento dell’infarto e nel esito clinico tra i pazienti con o senza DWI=100 ml o PWI=100 ml, oppure entrambi, con Tmax delay=8s (condizione definita dagli autori malignant profile). Dei 3908 pazienti valutati tra aprile 2001 e gennaio 2007, sono stati inclusi nello studio 101 pazienti (52 con alteplase, 49 con placebo), età 71.6 anni (SD 13) e un punteggio NIHSS di 13.85. I pazienti con mismatch sono stati l’86% (42 con alteplase, 44 con placebo). Degli 87 pazienti con immagini di MRA idonee all’arruolamento (77 vs 10, con o senza mismatch rispettivemente), 54 (62%) avevano ostruzione arteriosa di vario grado (TIMI=0-2). Nei pazienti con mismatch, l’alteplase
ha ridotto l’accrescimento dell’infarto ma in misura non
significativamente superiore al placebo: la media geometrica di accrescimento
dell’infarto è stata 1.24 nel gruppo alteplase e 1.78
in quello placebo (rapporto 0.69, 95% CI 0.38-1.28; p=0,239). Nei pazienti con mismatch, la riperfusione
è stata più frequente nel gruppo alteplase (56%) che
nel gruppo placebo (26%) ed è risultata associata ad una minore
crescita dell’infarto (p=0.001), ad un miglior esito neurologico
(p<0.0001) e funzionale (p=0.01). La mortalità non è risultata significativamente differente tra il gruppo alteplase e quello placebo, sia quando sono stati considerati tutti i pazienti (25% vs 14%; p=0.161) sia solo i soggetti con mismatch (26% vs 12%; p=0.102). L’incidenza di ICH sintomatico
è stata del 7.7% (4/52; 3 dei quali con mismatch) nel gruppo
alteplase e 0% nel gruppo placebo; i volumi DWI basali non sono stati
differenti tra i pazienti con o senza ICH sintomatico.
Gli autori sottolineano la buona qualità generale dello studio ma ne evidenziano un limite nella bassa potenza rispetto all’end point primario. L’articolo è accompagnato
da un commento di Peter D. Schellinger che evidenzia alcuni limiti
e punti di forza dello studio. In particolare, Schellinger sottolinea
che gli autori: |
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott. Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Valentina Boscaro (Università di Torino)
Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
Contatti: sif@unito.it
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Ultimo aggiornamento: 01 Aprile 2008 |