
Newsletter numero 12 del 15-04-2008
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| Sommario o Simvastatina con o senza ezetimibe nell’ipercolesterolemia familiare: studio ENHANCE o Confronto pioglitazone vs glimepride sulla progressione dell’aterosclerosi in pazienti con diabete di tipo 2: studio PERISCOPE o Effetti di pioglitazone su eventi cardiovascolari maggiori in pazienti ad alto rischio con diabete di tipo 2: studio PROactive 10 o Insulina glargine una volta al giorno versus insulina lispro 3 volte al giorno in diabetici di tipo 2 già in trattamento con ipoglicemizzanti orali: studio APOLLO o Effetto di rimonabant sulla progressione dell’aterosclerosi in pazienti con obesità addominale e malattia coronarica: studio STRADIVARIUS o Trattamento dell’ipertensione arteriosa in pazienti =80 anni: studio HYVET o Interruzione e modifiche della terapia antipertensiva in pazienti trattati per la prima volta: uno studio italiano population-based o Fattori predittivi dell’autorizzazione di farmaci orfani in Europa o Mepolizumab per il trattamento di pazienti con sindrome ipereosinofila o Contraccezione ormonale in donne in età riproduttiva avanzata o Efficacia degli antipsicotici nel primo episodio di schizofrenia e del disordine schizofreniforme: un RCT in aperto o Analisi di costo-utilità di abatacept nell’artrite reumatoide in Italia o I genotipi dell’apolipoproteina
E sono associati all’effetto ipolipidemizzante
del trattamento con statine in pazienti diabetici: studio Go-DARTS
I pazienti arruolati sono stati randomizzati
in tre bracci, di otre 8500 pazienti ciascuno, a ricevere ramipril
10 mg/die o telmisartan 80 mg/die o una combinazione dei due farmaci,
per un follow-up della durata media di 55 mesi. Tabella 1
Tabella 2
Gli autori dello studio ribadiscono: “ I nostri dati dimostrano che, nei pazienti con malattia vascolare o ad alto rischio di diabete ma non con insufficienza cardiaca, telmisartan presenta un’efficacia sovrapponibile a ramipril. La scelta del trattamento dipende dalle preferenze del paziente e del medico e dal profilo di tollerabilità individuale a specifici eventi avversi” […] “Non esiste alcun vantaggio aggiuntivo nella somministrazione di dosi piene dei due farmaci in associazione (ma piuttosto un aumento dei rischi) rispetto a ramipril in monoterapia. Con la terapia di associazione non è possibile stabilire con chiarezza la correlazione tra una sostanziale riduzione pressoria e l’assenza di vantaggi addizionali”. Riferimenti bibliografici Commento al commento
Lo studio ENHANCE ha lo scopo di determinare
se la somministrazione di ezetimibe (10 mg) in combinazione con simvastatina
(80 mg) (*) può ridurre la progressione dell’aterosclerosi
in pazienti con ipercolesterolemia familiare, valutata misurando lo
spessore dell’intima-media delle arterie carotidee e femorali.
Tra l’agosto 2002 e l’aprile
2006, sono stati arruolati donne e uomini di età compresa tra
30 e 75 anni con diagnosi di ipercolesterolemia familiare (questi
pazienti, infatti, hanno un più alto rischio di patologie coronariche
premature e un aumentato tasso di progressione dello spessore dell’intima-media
già dall’età pediatrica), indipendentemente da
precedenti terapie ipolipidemizzanti (circa l’80% aveva ricevuto
statine). I livelli di colesterolo LDL in assenza di trattamento dovevano
essere di almeno 210 mg/dl (5,43 mmol/l); pazienti in terapia con
ipolipemizzanti e con colesterolo LDL <210 mg/dl al momento dello
screening, sono stati arruolati se, dopo il periodo di run-in con
placebo, i livelli di LDL erano al limite sopra indicato o lo superavano.
Lo studio è suddiviso in 3 periodi:
una fase di screening (n=1180), un periodo di run-in di 6 settimane
in singolo cieco con placebo in cui la terapia ipolipemizzante è
stata sospesa, un periodo di studio in doppio cieco di 24 mesi, in
cui i pazienti sono stati randomizzati in due gruppi, con caratteristiche
demografiche ed anamnestiche omogenee, a simvastatina 80 mg + placebo
(n=363) o simvastatina 80 mg + ezetimibe 10 mg (n=357). Dei 720 pazienti randomizzati, lo spessore
dell’intima-media carotidea è stato misurato in 642 pazienti
(n=320 “solo simvastatina” + 322 “simvastatina +
ezetimibe”) e, di questi, 105 non hanno completato il trial
(64 nel gruppo “solo simvastatina” e 41 in quello “simvastatina
+ ezetimibe”); la compliance è stata del 78% nel gruppo
“solo simvastatina” e dell’84% in quello con terapia
combinata.
Gli autori discutono tre possibili spiegazioni dei loro risultati: - la possibilità che la diminuzione dei livelli di LDL da parte di ezetimibe non produca benefici vascolari aggiuntivi a quelli delle statine; - l’incapacità della tecnica di misurazione utilizzata di rilevare accuratamente variazioni della lesione aterosclerotica: gli autori però specificano che il loro metodo risulta preciso, come dimostrato dall’alto coefficiente di correlazione tra le classi e le piccole deviazioni standard, pertanto l’outcome dello studio può essere considerato un valido surrogato per malattie aterosclerotiche: - l’inclusione nello studio di pazienti con ipercolesterolemia familiare già in trattamento con statine, potrebbe spiegare un mancato rilevamento di differenze di risposta tra i due interventi terapeutici. Riferimento bibliografico Due editoriali accompagnano l’articolo Anche il secondo editoriale, a cura di
JM Drazen et al, evidenzia come sia importante incoraggiare i pazienti,
i cui livelli di LDL rimangono elevati nonostante una dose ottimale
di statine, a seguire una dieta controllata e praticare regolare esercizio
fisico, ricordando la possibilità di utilizzare niacina, fibrati
e resine, riservando l’ezetimibe ai soli pazienti che non tollerano
questi farmaci. Inoltre, ricordando che, a seguito di un forte interesse
pubblico verso lo studio ENHANCE, parte dei risultati sono stati divulgati
dalle ditte produttrici in una conferenza stampa in data 14 gennaio
2008, sottolineano che il lavoro pubblicato su N Engl J Med è
frutto di un’analisi indipendente dei dati. Riferimenti bibliografici Si segnala infine che sullo stesso
numero di N Engl J Med è stato pubblicato uno studio, condotto
tra gennaio 2002 e dicembre 2006, di farmacoutilizzazione di statine
ed ezetimibe in USA e Canada. Dallo studio è emerso che il
numero mensile di prescrizioni di farmaci ipolipidemizzanti è
passato da 3719 a 7401 per 100000 abitanti in Canada e da 3927 a 6827
per 100000 abitanti in USA. Il consumo di ezetimibe è passato
dallo 0,2% nel 2003 (data di immissione in commercio del farmaco)
al 3,4% nel 2006 in Canada e dallo 0,1% nel 2002 (data di immissione
in commercio del farmaco) al 15,2% nel 2006 in USA, a cui si è
accompagnata una diminuzione delle prescrizioni di statine dall’86,5%
all’80,8%. Nel 2006 la spesa per l’ezetimibe su 100.000
abitanti era 4 volte più alta negli USA rispetto al Canada.
Riferimento bibliografico (*) In Italia, l’ezetimibe
(Zetia®, ATC C10AX09-L05) è in classe C commercializzata
in un unico dosaggio di 10 mg; è inoltre disponibile una associazione
fissa simvastatina (10, 20, 40 mg) + ezetimibe 10 mg (Inegy® e
Vytorin®, ATC C10BA02, classe A, NOTA 13). La simvastatina (ATC
C10AA01-L06, classe A, NOTA 13) è disponibile ai seguenti dosaggi:
10, 20, 40 mg.
L’obiettivo dello studio PERISCOPE
è stato quello di effettuare un confronto diretto dell’effetto
di 2 approcci farmacologici alternativi (pioglitazone vs glimepiride)
sulla progressione delle lesioni aterosclerotiche, misurate mediante
ultrasonografia intravascolare (IVUS), in pazienti affetti da diabete
di tipo 2 e coronaropatia. L’outcome primario di efficacia
era la variazione percentuale del volume dell’ateroma (PAV)
rispetto ai valori iniziali. Sono state inoltre valutate altre misure
di efficacia secondarie, quali il volume totale normalizzato dell’ateroma
ed il valore mediano dello spessore massimo dell’ateroma. I risultati hanno evidenziato una riduzione
del PAV dello 0,16% con pioglitazone (CI 95% da -0,57 a 0,25; p=0,002)
a fronte di aumento dello 0,73% con glimepride (CI 95% 0,33-1,12).
Considerate le differenze minime sul controllo glicemico tra i 2 gruppi ed il fatto che non è stato ancora provato se tale effetto possa di fatto prevenire gli esiti cardiovascolari del diabete, gli autori dello studio attribuiscono l’azione favorevole del pioglitazone sulla progressione dell’aterosclerosi ai suoi effetti “non glicemici”, quali la riduzione dei livelli plasmatici di HDL-C, trigliceridi e proteina C-reattiva ed il controllo della pressione arteriosa. Queste valutazioni non possono essere estese al rosiglitazone, che ha mostrato invece in precedenza effetti meno favorevoli sull’assetto lipidico. Nell’editoriale di accompagnamento
allo studio PERISCOPE, vengono illustrati alcuni aspetti che dovrebbero
essere presi in considerazione al fine di interpretare correttamente
i risultati dello studio clinico. Riferimenti bibliografici
PROactive è uno studio multicentrico (321 centri distribuiti in 19 Paesi europei, inclusa l’Italia), prospettico, in doppio cieco e contro placebo che ha valutato, nel periodo 2001-2005, gli effetti di pioglitazone su esiti cardiovascolari in pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio per patologie macrovascolari, così da verificare se gli effetti benefici del farmaco sui marker cardiovascolari si traducessero in effetti clinicamente importanti. Il titolo di questo articolo, PROactive 10, si riferisce ad una serie di pubblicazioni sullo studio a far tempo dal 2004. 5238 pazienti (età 35-75 anni), con diabete di tipo 2 (durata media di malattia 9.5 anni, HbA1c, 7.0-8.9%) e con storia di malattia macrovascolare (75% erano ipertesi, 47% hanno avuto un infarto del miocardio [IM], e 19% hanno avuto un stroke), sono stati randomizzati a ricevere pioglitazone (n=2605; alla dose variabile da 15 a 45 mg/die durante i primi 2 mesi, in funzione della tollerabilità) o placebo (n=2633), in aggiunta agli interventi presistenti che includevano: la correzione della dieta, l’esercizio fisico, e l’assunzione di farmaci ipoglicemizzanti, antipertensivi, ipolipidemizzanti ed antitrombotici. Il tempo medio di osservazione è stato di 34.5 mesi (range 17.7-44.6). L’end point composito primario
è stato il tempo tra la randomizzazione e la prima comparsa
di uno qualsiasi dei seguenti eventi: morte per qualsiasi causa, IM
non fatale (inclusi gli infarti silenti), stroke, sindrome coronarica
acuta (SCA), interventi cardiochirurgici (compresi coronary artery
bypass graft, CABG e percutaneous coronary intervention, PCI), rivascolarizzazione
dell’arto inferiore o amputazione al di sopra della caviglia.
Pioglitazone ha ridotto in misura significativa il rischio (-16% rispetto al placebo; p=0.027) di eventi compresi nel principale end point composito secondario. In base alle curve di Kaplan-Meier per gli end point MACE, gli effetti positivi del pioglitazone hanno cominciato a manifestarsi intorno al nono mese di trattamento e sono aumentati fino al termine del periodo di osservazione. L’analisi statistica (Cox proportional
hazards model) ha mostrato una significativa riduzione del rischio
nel gruppo pioglitazone per 6 dei 7 MACE considerati come end point
compositi. Nel gruppo pioglitazone 257 (9.9%) pazienti hanno avuto
un evento compreso nell’end point composito MACE1, rispetto
a 313 (11.9%) in quello placebo (HR 0.82, 95% CI 0.70-0.97, p=0.0201).
Una percentuale inferiore di pazienti nel gruppo pioglitazone, rispetto
a quello placebo, ha avuto un evento compreso nell’end point
composito MACE2 (HR 0.83, 95% CI 0.72-0.96, p=0.0103). Differenze
statisticamente significative sono state anche determinate per gli
end point compresi in MACE4 (p=0.0120), MACE5 (p=0.0132) e MACE6 (p=0.0034),
mentre una tendenza positiva è stata determinata per MACE7
(p=0.0517). Tabella - Componenti dei MACE considerati
come end point
Limiti dello studio: solo alcuni degli end point sono stati predefiniti, altri sono stati analizzato post hoc. Lo studio è stato disegnato per un periodo di osservazione di 3 anni, un tempo da ritenersi piuttosto breve per valutare gli effetti di un intervento metabolico su malattie cardiovascolari. Conflitto di interesse: alcuni degli autori sono dipendenti di Takeda, ditta produttrice del farmaco ed altri hanno dichiarato conflitto d’interesse. Riferimento bibliografico
Per il trattamento del diabete di tipo 2 sono oggi disponibili diversi farmaci. Un panel di esperti ha recentemente provveduto a disegnare un algoritmo per indirizzare la scelta tra le varie opzioni terapeutiche, in base al meccanismo d’azione e al costo (Nathan DM et al. Diabetes Care 2006; 29: 1963-72). Si è molto discusso sull’importanza della glicemia a digiuno e sulla glicemia postprandiale come target di terapia, stabilendo la loro associazione con parametri surrogati di controllo, come l’emoglobina glicosilata (HbA1c) ed il danno d’organo. Dato il carattere evolutivo del diabete di tipo 2, spesso gli ipoglicemizzanti orali non riescono a mantenere nel tempo un adeguato controllo della glicemia ed è quindi necessario introdurre nello schema terapeutico anche l’insulina. Esistono tuttavia diversi ostacoli nell’avviare e in seguito ottimizzare la terapia con insulina, come il rischio di ipoglicemia, il numero di somministrazioni quotidiane o le restrizioni relative alle proprie abitudini. Gli analoghi dell’insulina di ultima generazione, come la lispro e la glargine, offrono alcuni vantaggi rispetto alle preparazioni tradizionali (NPH) come una ridotta incidenza di episodi di ipoglicemia sia notturna che post-prandiale, a fronte di un controllo glicemico paragonabile. Lo studio APOLLO, un trial randomizzato
in aperto, ha valutato la non inferiorità dell’aggiunta
di insulina glargine, somministrata al basale una volta al giorno
al fine di meglio controllare la glicemia a digiuno, rispetto all’insulina
lispro, somministrata al momento dei pasti 3 volte al giorno per meglio
controllare l’iperglicemia postprandiale, in pazienti adulti
con un profilo glicemico non adeguatamente controllato dagli antidiabetici
orali. Lo studio, della durata di 44 settimane, ha coinvolto 418 pazienti
randomizzati a ricevere insulina glargine una volta al giorno, sempre
alla stessa ora o insulina lispro 3 volte al giorno. Sono stati reclutati pazienti, di entrambi i sessi, di 18-75 anni, con diagnosi di diabete di tipo 2 da almeno un anno, con livelli di HbA1c compresi tra 7,5% e 10,5%, in trattamento con antidiabetici orali (esclusi gli inibitori dell’alfa-glicosidasi) da almeno 6 mesi e con posologia stabilizzata da almeno 3 mesi, glicemia a digiuno =6,7 mmol/L ed BMI =35 kg/m2. Sono stati invece esclusi i pazienti trattati con insulina nelle 4 settimane antecedenti l’inizio dello studio, positività per gli anticorpi anti-GAD (Glutamic Acid decarboxylase auto antibodies), retinopatia diabetica con trattamento chirurgico nei 3 mesi precedenti, patologie clinicamente rilevanti (cardiovascolari, gastrointestinali, epatiche, neurologiche, endocrine od ematologiche), storia di abuso di alcol o farmaci, alterata funzionalità epatica e/o renale e stato di gravidanza. La diminuzione media dell'HbA1c è
stata di 1,7% con insulina glargine (da 8,7% [SD 1,0] a 7,0% [0,7])
e di 1,9% con insulina lispro (da 8,7% [1,0] a 6,8% [0,9]), valori
che rientravano nel limite predefinito di 0,4% per la non-inferiorità.
Uno studio simile all’APOLLO (pur differendo per disegno e target terapeutici) è il Treating to Target in Type 2 Diabetes (4-T) trial, la cui conclusione è prevista per il luglio 2009, che comprende un ulteriore gruppo di pazienti a cui viene somministrata insulina premiscelata 2 volte al giorno. In entrambi gli studi è stato riscontrato un rischio minore di ipoglicemia con la somministrazione basale di insulina rispetto a quella prandiale. Non esistono però confronti testa a testa tra i regimi basali usati nell’APOLLO (insulina glargina) e nel 4-T (insulina detemir). Nell’APOLLO sono stati riscontrati una maggiore riduzione di HbA1c ed un minor numero di episodi ipoglicemici rispetto al 4-T. Tuttavia, nessuno dei 2 trial riporta l’aderenza alla terapia. Infine, è ancora oggetto di
dibattito l’attuazione di una strategia di controllo glicemico
intensivo, anche alla luce dell’interruzione di uno dei bracci
dell’ACCORD trial (National Heart Lung and Blood Institute.
ACCORD Blood Sugar Treatment Strategy Announcement. Feb 6, 2008. http://www.nhlbi.nih.gov/health/prof/heart/other/accord),
a causa della possibile pericolosità di una drastica riduzione
della glicemia finalizzata al raggiungimento di valori normali e ad
una HbA1C <6%. Nell’APOLLO, circa 1/3 dei pazienti ha raggiunto
concentrazioni simili con un tasso di eventi cardiovascolari di 11,3
per 1000 pazienti anno (senza registrare però alcun decesso),
per un totale di 350 pazienti-anno valutati. I 2 protocolli differiscono
però per diversi aspetti e questo comporta la necessità
di ulteriori studi per definire il rapporto rischio/beneficio ottimale
di un intenso controllo glicemico nei pazienti diabetici ad elevato
rischio cardiovascolare, auspicando una particolare attenzione alla
kaliemia e all’automatismo cardiaco. Conflitto di interesse: lo studio è sponsorizzato dalla Sanofi-Aventis, ditta produttrice di insulina glargine. Riferimenti bibliografici
Sono stati reclutati 839 pazienti con
un’età media >50 anni, prevalentemente di sesso maschile.
Sul totale dei 676 pazienti randomizzati che hanno completato lo studio
con l’ecografia finale, i soggetti trattati con rimonabant 20
mg/die hanno sviluppato un aumento del PAV pari a 0.25% (95% CI da
-0.04 a 0.54%) rispetto allo 0.51% del placebo (95% CI 0.22%-0.80%),
con una differenza non significativa tra i gruppi (p=0.22). La riduzione
del TAV nel gruppo rimonabant è stata pari a 2.2 mm3 (95% CI
da -4.09 a -0.24) rispetto ad un aumento di 0.88 mm3 (95%CI da -1.03
a 2.79, p=0.03).
L’editoriale di accompagnamento ha commentato i risultati ottenuti in questo e in altri studi su rimonabant. Lo studio STRADIVARIUS ha confermato che i pazienti randomizzati a ricevere rimonabant hanno manifestato una notevole perdita di peso, un miglioramento del profilo lipidico, dei livelli di emoglobina glicosilata e di hsCRP rispetto a placebo. Tuttavia non sono state osservate differenze significative nella variazione di volume percentuale dell’ateroma (end point primario di efficacia). Nonostante questo risultato negativo altri aspetti di questo studio meritano attenzione. Per prima cosa, risultati contrastanti sull’efficacia arrivano dalla valutazione di end point secondari (variazione del volume totale normalizzato dell’ateroma), nei quali è stata osservata una superiorità significativamente modesta di rimonabant rispetto a placebo. Questo induce gli autori a concludere che il trattamento con rimonabant continua ad essere promettente nel trattamento dell’aterosclerosi coronarica. Secondo gli autori dell’editoriale, invece, se una speranza rimane, è comunque debole. Inoltre, è necessaria cautela nella valutazione dei risultati dell’ecografia intravascolare come marker surrogato di esito. I risultati dell’ecografia intravascolare sono già stati correlati in maniera definitiva con un’incidenza minore della mortalità o del rischio di infarto del miocardio. Le stesse caratteristiche cliniche osservate con l’ecografia intravascolare nello studio STRADIVARIUS (nessuna differenza significativa nella variazione del volume percentuale dell’ateroma, ma un modesto miglioramento nel volume totale normalizzato dell’ateroma), rispecchiano molto da vicino quelle osservate negli studi su torcetrapib, inibitore della proteina di trasferimento dell’estere colesterilico, associato ad un peggioramento degli esiti del paziente (Nissen Se et al. N Engl J Med 2007; 356: 1304-16) il cui sviluppo clinico è stato interrotto. Tra i risultati più rilevanti
dello studio è importante sottolineare l’allarmante elevata
incidenza di eventi avversi psichiatrici, quali depressione e ansia,
(>1 paziente/7) registrati nel gruppo rimonabant rispetto a placebo
(43,4% vs 28,4%). Questa incidenza è superiore a quella attesa
per il farmaco sulla base di studi precedenti e può essere
attribuita al fatto che lo studio ha incluso anche pazienti con storia
di disturbi psichiatrici. Questa mancata restrizione permette di prevedere
quello che succederà nella pratica clinica e rappresenta un
punto di forza dello studio. I ricercatori dello studio STRADIVARIUS
dovrebbero farsi carico di un’analisi più approfondita
degli eventi psichiatrici osservati per una loro migliore caratterizzazione.
In conclusione, in attesa dei risultati di un altro grande studio sul farmaco (il trial CRESCENDO), i potenziali benefici del trattamento con rimonabant sono attualmente superati dai rischi legati allo sviluppo di ansia e depressione. L’ultima speranza per il farmaco risiede nella dimostrazione di una sua efficacia nella riduzione della mortalità e degli eventi cardiovascolari. Anche in questo caso sarà comunque necessario monitorare la qualità di vita dei pazienti, un esito non meno importante della sopravvivenza. Conflitto di interesse: lo studio è stato sponsorizzato da Sanofi-Aventis, produttore di rimonabant. Molti degli autori dichiarano potenziali conflitti di interesse. * In Italia, rimonabant (Acomplia®, ATC A08AX01) ha ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio con determinazione AIFA in vigore dall’11 Aprile 2008. Il farmaco, non ancora disponibile in commercio, è stato classificato in fascia C ed il regime di fornitura prevede la presentazione della ricetta medica non ripetibile (RNR). Riferimenti bibliografici
Lo studio HYVET, si colloca proprio in questa prospettiva con l’obiettivo di dimostrare i benefici e i rischi del trattamento farmacologico antipertensivo in pazienti =80 anni. L’HYVET, RCT in doppio cieco versus
placebo, effettuato in 195 centri in Europa Occidentale e Orientale,
Cina, Australia e Nord d’Africa, ha coinvolto soggetti di età
=80 anni con ipertensione arteriosa persistente (pressione sistolica
160 mmHg). I pazienti reclutati sono stati sottoposti
ad un periodo di wash out di 2 mesi, durante il quale hanno interrotto
la terapia antipertensiva in atto, sostituendola con l’assunzione
di placebo, e sono stati sottoposti a due visite, a distanza di un
mese, per la rilevazione dei valori di pressione arteriosa dopo essere
rimasti seduti per 5 minuti; dalla terza visita in poi le 2 misurazioni
della pressione arteriosa sono state effettuate dopo 2 minuti in posizione
eretta. L’end point primario era lo stroke fatale o non fatale, mentre quelli secondari includevano la mortalità da tutte le cause, da cause cardiovascolari, cardiache e per stroke. Dei 4761 soggetti reclutati per la fase
iniziale di wash out, 3845 sono stati effettivamente randomizzati
al trattamento attivo (n=1933) o a placebo (n=1912). Le caratteristiche
cliniche al basale erano simili nei due gruppi: età tra 81.2
e 85.3 anni, per la maggior parte di sesso femminile (60%), con storia
di patologie cardiovascolari e di diabete, rispettivamente dell’11.8%
e del 6.9%, e a conoscenza della propria condizione di ipertensione
arteriosa in più del 90% dei casi, in un terzo dei quali la
patologia non era stata precedentemente trattata. A 2 anni sono stati ottenuti i seguenti
risultati: Alla luce dei risultati sopra esposti,
gli autori concludono che la terapia antipertensiva con indapamide
associata o meno a perindopril, in soggetti ottantenni o più
anziani, è in grado di ridurre il rischio di morte da stroke,
così come evidenziato in altri due studi (tra cui l’HYVET
pilot study), ma a ciò si aggiunge sorprendentemente anche
una riduzione della mortalità da tutte le cause, esito nuovo
ed inaspettato.
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche; uno degli sponsor è “The Institut de Recherches Internationales Servier”. Riferimenti bibliografici
Studi condotti in diversi Paesi hanno evidenziato che i pazienti ipertesi la cui pressione è efficacemente controllata dal trattamento antipertensivo rappresentano solo una limitata percentuale. Ciò è dovuto soprattutto all’interruzione della terapia dovuta a scarsa compliance o all’utilizzo di monoterapie che spesso non riducono in modo efficace i valori pressori. Per valutare l’incidenza di interruzione o di modifiche del trattamento antipertensivo e per individuare quali siano le cause, è stato condotto uno studio su un’ampia coorte di pazienti della Lombardia, una regione che comprende il 16% di tutta la popolazione italiana, in cui sono state raccolte in database le informazioni relative a 9 milioni di residenti nell’arco di circa 10 anni. La coorte comprendeva 445.356 pazienti
(età 40-80 anni) che hanno ricevuto la prima prescrizione di
un singolo antipertensivo durante il periodo 1999-2002. Nel 53,2%
dei casi si trattava di donne. L’interruzione è stata definita
come “l’assenza di prescrizioni di antipertensivi per
un periodo di 90 giorni dall’ultima prescrizione”. Se
durante lo stesso periodo veniva aggiunto o sostituito un farmaco
di una classe differente alla prescrizione iniziale, la modifica del
trattamento era considerata rispettivamente come combinazione o switch. La percentuale di pazienti che ha interrotto
la terapia antipertensiva era pari al 33% dopo 6 mesi, al 41% dopo
1 anno e al 50% dopo 5 anni dal trattamento iniziale. Tali risultati
confermano quelli di studi precedenti che indicano che il trattamento
antipertensivo iniziale con un solo farmaco viene spesso abbandonato
pochi mesi dopo la sua dispensazione e che l’interruzione della
terapia continua per anni. Come evidenziato in studi precedenti,
anche in questo caso è stato osservato che l’interruzione
del trattamento differisce tra le varie classi di antipertensivi.
Infatti, rispetto ai pazienti che iniziavano un trattamento con ACE-inibitori,
l’incidenza di interruzione era inferiore tra i soggetti che
ricevevano sartani con un hazard ratio di 0,92 (CI 95% 0,90-0,94),
mentre risultava maggiore nei pazienti che iniziavano una terapia
con altri farmaci, soprattutto beta-bloccanti (HR 1,64; CI 95% 1,62-1,67)
e diuretici (HR 1,83; CI 95% 1,81-1,85). Lo studio, comunque, come rilevato dagli
autori stessi, presenta parecchi limiti. È possibile che i
pazienti siano stati classificati in modo sbagliato per errore di
codifica terapeutica. Inoltre non erano disponibili informazioni sulla
diagnosi, per cui i soggetti potevano essere affetti da patologie
diverse dall’ipertensione ma che richiedono comunque un trattamento
antipertensivo. Inoltre, mancano alcuni dati clinici importanti, come
la severità dell’ipertensione, le complicanze e le patologie
concomitanti, che potevano spiegare meglio alcuni risultati.
Riferimento bibliografico Corrao G et al. Discontinuation of and changes in drug therapy for hypertension among newly-treated patients: a population-based study in Italy. J Hypertens 2008; 26: 819-24.
Sia in Europa che in USA, più 55 milioni di soggetti soffrono di una malattia rara. Esistono circa 5000-7000 malattie rare, e ogni anno sono descritte circa 250 nuove patologie. Ciò è in parte dovuto al continuo miglioramento delle conoscenze sulla biologia e sulla genetica di queste patologie, tuttavia, per molte di esse non sono disponibili trattamenti terapeutici. I costi elevati ed i rischi per lo sviluppo di farmaci insieme alle difficoltà di condurre studi clinici su piccole popolazioni e le ridotte dimensioni del mercato, scoraggiano l'industria farmaceutica a produrre farmaci per le malattie rare. Incentivare la disponibilità di questi farmaci ai pazienti che soffrono di una malattia rara è quindi un importante problema di sanità pubblica. Seguendo il successo dell’Orphan
Drug Act negli USA, l'Unione Europea (UE) ha introdotto il regolamento
sui medicinali orfani nell’aprile 2000. I due sistemi hanno
molti aspetti in comune, anche se esistono alcune differenze. Negli
Stati Uniti, i farmaci indicati per un massimo di 200.000 pazienti
(pari a 7 pazienti/10.000 abitanti) sono eleggibili come farmaci orfani.
Nell’UE, la designazione di farmaco orfano è attribuita
dalla Commissione Europea e viene stabilita se il prodotto è
destinato alla diagnosi, prevenzione o trattamento di una condizione
a rischio per la vita o cronicamente disabilitante che colpisce <5
su 10.000 pazienti. Inoltre, lo sponsor deve dimostrare che non esiste
alcuna opzione diagnostica, terapeutica o profilattica soddisfacente
o, nel caso in cui esista, che il nuovo prodotto avrà effetti
benefici significativi per i soggetti colpiti dalla malattia rara. Quindi, cosa determina il successo dello sviluppo di un farmaco orfano e della sua autorizzazione all'immissione in commercio? In altre parole, che cosa permette ad un farmaco di essere autorizzato come orfano? L'obiettivo di questo studio è
stato quello di individuare i fattori predittivi di successo nell’autorizzazione
all'immissione in commercio dei farmaci orfani nell'Unione Europea.
La metodologia seguita è stata la seguente: Nel periodo di riferimento, 31 medicinali
orfani hanno ottenuto l'autorizzazione all'immissione in commercio.
Su 36 indicazioni approvate per farmaci orfani, un prodotto (imatinib)
è stato autorizzato per quattro indicazioni e altri due (sunitinib
e dasatinib) sono stati autorizzati per due indicazioni. Il totale
dei 60 prodotti designati a diventare orfani, ma non ancora autorizzati,
sono stati selezionati in maniera random come controlli. La maggior parte dei prodotti (44,4%)
apparteneva alla categorie degli oncologici e immunomodulanti (ATC
L) o dei farmaci gastrointestinali e per il metabolismo (ATC A; 25%).
Inoltre, nella maggior parte dei casi (66,7%) sono stati autorizzati
farmaci destinati a malattie con una prevalenza <1/10.000.
L'EMEA investe diversi incentivi per sostenere le imprese a sviluppare farmaci orfani, anche se l'industria dovrebbe “crescere” e acquisire esperienza sulle specifiche peculiarità nel processo di sviluppo dei farmaci orfani. Le differenze tra il numero di autorizzazioni di farmaci orfani europei rispetto a quelli degli Stati Uniti d'America possono quindi essere meglio spiegate con la maturità dell'industria farmaceutica e biotecnologica degli USA rispetto a quella europea. In aggiunta a questo fattore, altre caratteristiche relative alla qualità, la sicurezza e l'efficacia di un potenziale farmaco orfano giocano un ruolo importante, soprattutto per ciò che riguarda la possibilità dello sponsor di dimostrare le evidenze cliniche del farmaco orfano in fase di sviluppo. Ulteriori ricerche dovrebbero essere indirizzate verso lo studio della qualità del programma di sviluppo clinico di questi medicinali orfani che non raggiungono lo stato di approvazione. Riferimento bibliografico
L’obiettivo del trattamento della sindrome ipereosinofila (termine che raggruppa patologie eterogenee caratterizzate da eosinofilia ematica persistente, >1500 cellule/µL per =6 mesi, e danno d’organo ad essa correlato, senza infezione da parassiti o altra causa identificabile) è la riduzione a lungo termine degli eosinofili nel sangue e nei tessuti, così da prevenire il danno d’organo ed eventi tromboembolici. Ad eccezione della variante mieloproliferativa (associata al gene di fusione FIP1L1-PDGFRA) per la quale l’imatinib mesilato costituisce la prima linea di trattamento, l’approccio terapeutico è non-specifico e basato sull’uso di corticosteroidi, idrossiurea e interferone-a, sebbene di scarsa efficacia e con considerevoli eventi avversi. L’interleuchina-5 (IL-5), per il suo ruolo nella patogenesi di alcuni fenotipi della sindrome ipereosinofila e per i suoi effetti sulla maturazione, differenziazione, mobilizzazione, attivazione e sopravvivenza degli eosinofili, costituisce un target farmacologico. Il Mepolizumab HES Study Group ha condotto, tra marzo 2004 e marzo 2006, uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, a gruppi paralleli, multicentrico (26 centri in USA, Canada, Belgio, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Australia), per valutare, in pazienti FIP1L1-PDGFRA negativi che richiedono l’uso di corticosteroidi, la capacità del mepolizumab (*) di ridurre il consumo di corticosteroidi (“sparing effect”) e di mantenere un quadro clinico stabile. 107 pazienti,18-85 anni, durata media
della malattia >5 anni, caratteristiche demografiche ed anamnestiche
omogenee, sono stati sottoposti ad un periodo di run-in fino a 6 settimane,
durante il quale è stato somministrato solo prednisone, 20-60
mg/die (o una dose equivalente di metilprednisolone, prednisolone,
triamcinolone) per almeno 1 settimana, così da raggiungere
un quadro clinico stabile (nessun segno clinico nuovo o di peggioramento
e conta degli eosinofili <1000 cellule/µL). Gli 85 pazienti
che lo hanno raggiunto sono stati randomizzati, a ricevere mepolizumab
(750 mg/ev; n=43) o placebo (n=42) ogni 4 settimane per un periodo
di 36 settimane (ultima infusione: settimana 32) e sono stati stratificati
in base alla dose giornaliera di prednisone (=30 mg o >30 mg) all’inizio
dello studio. La dose di prednisone è stata successivamente
diminuita a partire dalla settimana 1, secondo un algoritmo basato
su dati clinici e conta degli eosinofili; l’ultima dose di corticosteroide
è stata somministrata la settimana 32 e mantenuta fino alla
36. Lo studio è stato completato dall’84% dei pazienti con mepolizumab e dal 36% di quelli con placebo. L’84% dei pazienti con mepolizumab rispetto al 43% di quelli con placebo, ha raggiunto l’end point primario (HR 2,90; 95% CI 1,59-5,26; p<0,001) senza peggioramento clinico. Una conta degli eosinofili <600/µL per 8 settimane consecutive è stata raggiunta dal 95% dei trattati con il farmaco, rispetto al 45% del braccio placebo (HR 3,53; 95% CI 1,94-6,45; p<0,001). Il fallimento terapeutico si è verificato nel 21% dei trattati con il farmaco e nel 69% dei trattati con placebo; il tempo medio di fallimento terapeutico è stato inferiore nel gruppo placebo rispetto a quello mepolizumab (p<0,001). L’analisi degli effetti del farmaco sui sintomi fisici e psicologici e lo stato di salute, valutati utilizzando Medical Outcomes Study 12-items Short Form General Health Survey (SF-12; versione 2) physical and menthal component summery scores e la Rotterdam Symptom Checklist, non ha evidenziato differenze statisticamente significative tra i due trattamenti. Eventi avversi seri si sono manifestati in 7 pazienti trattati con mepolizumab (14 eventi, incluso 1 decesso; durata media di esposizione 6,7±1,9 mesi) e in 5 pazienti che hanno ricevuto placebo (7 eventi, durata media di esposizione 4,3±2,6 mesi), ma nessuno di questi è stato giudicato essere correlato al farmaco. Eventi avversi ritenuti dagli sperimentatori correlati al farmaco si sono manifestati nel 37% dei trattati con mepolizumab vs 29% con placebo.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato in parte da GlaxoSmithKline. Riferimento bibliografico (*) Il Mepolizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato anti-IL-5, non commercializzato in Italia. L’EMEA, il 29 luglio 2004, ha dato parere favorevole per la designazione di farmaco orfano per il trattamento della sindrome ipereosinofila. L’editoriale di accompagnamento
di Wechsler ME sottolinea che, nonostante il trattamento con il mepolizumab
sembri rappresentare un avanzamento per i pazienti con sindrome ipereosinofila,
rimangono numerosi interrogativi:
Conflitto di interesse: Wechsler ME dichiara di avere ricevuto finanziamenti da varie aziende farmaceutiche tra cui GlaxoSmithKline. Riferimento bibliografico
Molte donne in perimenopausa hanno alterazioni del ciclo mestruale e sintomi vasomotori. Inoltre, sebbene l’ovulazione spontanea continui fino alla menopausa, la fecondità declina man mano che si avvicina l’ultima mestruazione. Il concepimento può avere conseguenze non positive nelle donne in età riproduttiva avanzata, rispetto a donne più giovani: negli Stati Uniti la mortalità associata alla gravidanza (morti/100.000 nati vivi) tra le donne =40 anni di età è 5 volte maggiore di quella delle donne tra 25 e 29 anni. Anche la comparsa di complicanze quali il diabete e l’ipertensione durante la gravidanza aumenta con l’età della madre. Questi dati sottolineano l’importanza di una efficace contraccezione per le donne in età riproduttiva avanzata. Questa rassegna esamina principalmente l’uso di associazioni contraccettive estro-progestiniche, in donne in età riproduttiva avanzata. Efficacia contraccettiva Sicurezza Infarto del miocardio e stroke Cancro della mammella Benefici non-contraccettivi Condizione dello scheletro Cancro Aree d’incertezza L’articolo, infine, riproduce una tabella che riporta le linee guida dell’American College of Obstetricians and Ginecologists (ACOG) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Entrambe le organizzazioni hanno definito linee guida, simili tra loro, sull’uso della contraccezione estro-progestinica in donne in età =35 anni in base ai fattori di rischio. Tabella - Linee guida sull’uso
di associazioni estro-progestiniche in donne con età =35 anni,
in accordo ai fattori di rischio*
† Questa categoria comprende i contraccettivi orali con solo progestinico, medrossiprogesterone depot, impianti contraccettivi, e a base di rame, e i dispositivi intrauterini che rilasciano progestinici. ‡ L’obesita’ in donne =35 anni di età non è specificatamente considerata. Riferimento bibliografico
Gli antipsicotici di seconda generazione sono stati introdotti più di dieci anni fa per il trattamento della schizofrenia, ma la loro presunta superiorità rispetto a quelli di prima generazione è ancora in discussione. Questo studio in aperto, randomizzato e controllato è stato disegnato per confrontare l’efficacia degli antipsicotici di seconda generazione rispetto a basse dosi di aloperidolo nel trattamento del primo episodio di schizofrenia. Lo studio, multicentrico ad cura di EUFEST (European First-Episode Schizophrenia Trial - Study Group), ha valutato per la possibile inclusione 1047 pazienti con un’età compresa tra i 18 e i 40 anni tra il 23 dicembre 2002 e il 14 gennaio 2006 da 50 centri selezionati sulla base dell’esperienza nel trattamento del disturbo schizofrenico. Sul totale dei soggetti eleggibili, ne sono stati randomizzati 498. I pazienti dovevano soddisfare i criteri
diagnostici del DSM-IV per schizofrenia, disordine schizofreniforme
o disordine schizoaffettivo. Sono stati esclusi dallo studio pazienti
che avevano manifestato sintomi positivi da più di due anni,
che avevano assunto farmaci antipsicotici per un periodo >due settimane
nell’ultimo anno o per >6 settimane in qualunque periodo,
soggetti con intolleranza ad uno dei farmaci in studio e con qualunque
controindicazione all’utilizzo dei farmaci in studio. I pazienti sono stati randomizzati ad
uno dei seguenti regimi terapeutici: aloperidolo 1-4 mg/die, amilsupride
200-800 mg/die, olanzapina 5-20 mg/die, quetiapina 200-750 mg/die,
ziprasidone 40-160 mg/die. La dose massima di aloperidolo è
stata fissata a 4 mg perché in studi precedenti è stato
osservato che i pazienti al primo episodio di schizofrenia rispondono
a basse dosi di farmaco e che dosaggi più elevati favorirebbero
solo l’insorgenza di effetti collaterali senza l’aumento
dell’effetto antipsicotico. Tutti i farmaci sono stati somministrati
per via orale, al dosaggio stabilito dal medico. Il protocollo ammetteva
l’impiego concomitante di stabilizzatori dell’umore, benzodiazepine,
antidepressivi ed anticolinergici. La percentuale di soggetti che hanno interrotto il trattamento per qualunque causa è stata differente nei diversi gruppi (p<0.0001) ed è stata sostanzialmente più bassa nei pazienti trattati con antipsicotici atipici piuttosto che con aloperidolo. Anche l’interruzione per scarsa efficacia si è differenziata tra i gruppi (p<0.0001), con un rischio di interruzione inferiore con gli atipici rispetto all’aloperidolo, sebbene non fosse significativa la differenza tra aloperidolo e quetiapina. Per quanto riguarda la tollerabilità,
è risultata maggiore nei pazienti trattati con olanzapina e
quetiapina rispetto ai trattati con aloperidolo. Non ci sono state
differenze significative tra i vari gruppi per l’interruzione
per non aderenza alla terapia.
Il commento di accompagnamento all’articolo ribadisce che la riduzione degli effetti collaterali neurologici, soprattutto la discinesia tardiva correlata ai farmaci di seconda generazione, segnalata anche in questo studio, non basta per giustificare l’elevata spesa per questi farmaci. Vi è inoltre da considerare che questo beneficio viene controbilanciato dall’aumento ponderale e dal rischio metabolico correlati alla somministrazione di antipsicotici atipici. Riferimenti bibliografici
Le terapie attualmente disponibili in Italia nella cura dell’Artrite Reumatoide (AR) hanno come obiettivo colpire l’infiammazione generata dall’attivazione del sistema immunitario utilizzando agenti modificatori di effetto (DMARD) come il metotressato (MTX) o gli agenti biologici, che inibiscono la citochina proinfiammatoria quale il fattore di necrosi tumorale (TNF-a). Nonostante l’efficacia degli anti-TNF-a, una percentuale elevata di pazienti non hanno risposta, mentre in alcuni casi i miglioramenti raggiunti con il passare del tempo vanno riducendosi; inoltre una quota di pazienti sviluppa tossicità, mentre altri sviluppano anticorpi verso gli stessi farmaci anti-TNF. Il farmaco studiato in questo lavoro farmacoeconomico è abatacept (*) che, in combinazione con MTX è, indicato per il trattamento dell’artrite reumatoide in fase attiva, da moderata a grave in pazienti adulti con risposta insufficiente o intolleranza ad altri DMARD (incluso almeno un TNF-inibitore). La terapia con abatacept è stata confrontata con un mix di altri anti-TNF (etanercept, infliximab, adalimumab), rappresentativa della realtà italiana (stimato tramite i dati di mercato IMS). Per produrre l’analisi costo-utilità, ovvero un costo per QALY (anno di vita pesato per la qualità) sono stati considerati, all’interno di un modello matematico-economico, i costi diretti (costo di farmaci, diagnostica, fisioterapia, ricoveri, day hospital, riabilitazione, trasporti, assistenza domestica, ausili) e l’efficacia intesa come progressione del punteggio HAQ (Health Assessment Questionnaire), che rappresentava l’end point primario dello studio ATTAIN (Genovese M et al. N Engl J Med 2005; 353: 1114-23, dal quale sono stati appunto derivati i dati di efficacia per abatacept). Il modello si focalizza sulla progressione del punteggio HAQ nel tempo e associa a tali punteggi una misura di utilità. L’analisi suggerisce che, con un
orizzonte temporale di 20 anni, la terapia con abatacept permette
in termini di efficacia di guadagnare 0,3185 anni di vita, che si
traduce in 1,19 QALY guadagnati per paziente con un costo incrementale
pari a € 21.996 (abatacept € 96.518 vs altri biologici €
74.522).Il rapporto di costo-efficacia incrementale (ICER) è
pari a € 18.567 per QALY guadagnato.
(*) In Italia abatacept (ATC L04AA24) è in classe H OSP 2. Conflitto di interesse: il lavoro è stato realizzato grazie al contributo della ditta produttrice di abatacept, Bristol Myers Squibb. Riferimento bibliografico
Le statine sono i farmaci maggiormente
prescritti per la riduzione del colesterolo, tra i principali fattori
di rischio per lo sviluppo di patologie cardiovascolari; la frequente
coesistenza tra dislipidemie e diabete può contribuire ad aumentare
ulteriormente il rischio. Si tratta di uno studio osservazionale
longitudinale, in cui sono stati arruolati 1383 pazienti in terapia
con statine tra il 1 gennaio 1990 e il 31 dicembre 2006, identificati
dal database Genetics of Diabetes Audit and Research in Tayside, Scotland
(Go-DARTS), sottostudio di DARTS, condotto presso l’Health Informatics
Centre, University of Dundee. I dati raccolti includono informazioni
su assistenza in un centro diabetologico ospedaliero, prescrizioni
di farmaci per il diabete, dimissione ospedaliera, screening oculistico,
emoglobina glicosilata (HbA1c), glicemia. I dati relativi alle prescrizioni
farmaceutiche provengono da un database che contiene informazioni
relative alle prescrizioni dispensate dopo il 1 gennaio 1990. Tutti
i pazienti erano di etnia caucasica. Complessivamente, dei 2451 pazienti diabetici
genotipizzati per APOE sui codoni 112 (rs429358) e 158 (rs7412), 1594
(65%) hanno avuto almeno una prescrizione di statine; 60 di questi
sono però stati scartati perché hanno ritirato il farmaco
una sola volta. Gli autori sottolineano come la maggiore
limitazione degli studi di farmacoepidemiologia sia la natura osservazionale;
in questo studio farmacogenetico di popolazione sono però stati
presi in considerazione solo pazienti effettivamente trattati con
il farmaco. Un possibile bias potrebbe essere individuato nelle dosi
di farmaco prescritte per genotipo, più alte per gli omozigoti
E2 e E4; il 36% degli omozigoti E4 e il 43% degli E2 hanno ricevuto
dosi di farmaco superiori rispetto agli altri genotipi. Questi dati
trovano conferma in osservazioni precedenti (Maitland-van der Zee
AH et al. Pharmacogenetics 2003; 13: 219-23; Dallongeville J et al.
J Lipid Res 1992; 33: 447-54), che evidenziavano come gli omozigoti
E2 avessero più alti livelli di trigliceridi e gli E4 un più
alto rischio di interrompere la terapia con statine, probabilmente
per una riduzione dell’effetto terapeutico. Gli autori sottolineano
come il loro studio non possa confermare l’ultima osservazione.
Riferimento bibliografico
L’asma e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) sono due patologie infiammatorie croniche delle vie aeree inferiori che differiscono tra loro sia per le specifiche caratteristiche della risposta infiammatoria sia per la localizzazione del focolaio d’infiammazione. Nell’asma, infatti, sono coinvolti principalmente gli eosinofili, le cellule Th2 e i macrofagi, mentre nella BPCO i neutrofili, le cellule T CD8+ e i macrofagi. I ß2-agonisti a lunga durata d’azione
(Long Acting ß2-Agonists, LABA) per via inalatoria, con azione
broncodilatatrice, e i glucocorticoidi (GC) per via inalatoria, con
azione antinfiammatoria, rappresentano il trattamento raccomandato
nell’asma e la loro associazione determina un controllo efficace
della patologia nel 95% dei soggetti asmatici, sebbene i sintomi ricompaiano
subito dopo la sospensione della terapia. I GC e i LABA agiscono attraverso due differenti meccanismi, ma il desametasone può aumentare l’espressione dei recettori ß2-adrenergici (ß2-AR) a livello polmonare attraverso un’interazione, tempo e dose-dipendente, con una specifica sequenza genica del DNA (Glucocorticoid Response Element, GRE). I GC, inoltre, migliorano l’efficienza del legame tra i ß2 –AR e la proteina GS che media la stimolazione dell’adenilato ciclasi, enzima che aumenta la concentrazione di AMP-ciclico cellulare, con conseguente broncodilatazione. Inoltre, tali farmaci revertono la marcata down-regulation dei ß2-AR causata dalla somministrazione cronica dei ß2-agonisti, effetto che può avere implicazioni cliniche nella prevenzione dello sviluppo della tolleranza ai ß2-agonisti in pazienti cronicamente trattati. Accanto a questi due meccanismi, noti da tempo, nuove evidenze suggeriscono che anche i LABA concorrono all’attività antinfiammatoria dei GC, in due modi: predisponendo il recettore per i glucorticoidi (GR) al successivo legame con il farmaco (priming) e aumentando la traslocazione del GR dal citosol al nucleo. Si pensa che il priming del GR da parte dei LABA sia dovuto all’attivazione di una MAP chinasi (MAPK). Infatti, a seguito della stimolazione del ß2 -AR da parte del salmeterolo e al distacco della subunità a della proteina Gs, la restante subunità (ßg) attiva una cascata di segnali intracellulari – non limitata alla sola produzione di cAMP- che termina con la stimolazione della MAPK, enzima che induce una fosforilazione del dominio N-terminale (probabilmente il residuo di Serina 211) del GR con conseguente cambio conformazionale, rendendo il GR più sensibile all’attacco del GC. L’attuale terapia farmacologica
per il trattamento della BPCO dà risultati poco soddisfacenti,
sebbene i broncodilatatori, inclusi i LABA per via inalatoria, migliorino
i sintomi e la funzione polmonare in pazienti con BPCO stabile, e
i GC per via inalatoria prevengano le riacutizzazioni della patologia.
Per i GC non è stata dimostrata alcuna efficacia nelle prevenzione
dell’inevitabile declino della funzione polmonare, molto probabilmente
perché le cellule coinvolte in tale patologia sono poco sensibili
all’attacco dei GC, che, pertanto, non modificano la risposta
infiammatoria. Al contrario, la combinazione di GC e LABA in un unico
inalatore (budesonide e formeterolo o salmeterolo e fluticasone) risulta
essere più promettente nel controllo dei sintomi respiratori
in pazienti con BPCO stabile, con riduzione del numero delle gravi
esacerbazioni, con miglioramento della FEV1 e della qualità
della vita, oltre che con una riduzione del 17% della mortalità
(TORCH Study Group 2004 Eur. Respir J. 2004; 24, 206–10).
Conflitto di interesse: il gruppo di autori dichiara essere stato sostenuto da diverse ditte farmaceutiche unitamente a istituzioni universitarie nazionali e internazionali. Riferimento bibliografico |
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott. Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.
Alessandro Battaggia (SIMG, Area Farmaco)
Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Aprile 2008 |