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Sommario
o Rofecoxib: problemi di sicurezza
e trasparenza
Un breve commento (Achille P.
Caputi)
o Rischio cardiovascolare
da celecoxib in 6 RCT versus placebo - The Cross Trial
Safety Analysis
o Integratori di
antiossidanti per la prevenzione della mortalità
in soggetti sani e pazienti con diverse patologie
o Statine e riduzione
della pressione arteriosa: i risultati dell’University
of California San Diego (UCSD) Statin Study
o Costo-efficacia
di atorvastatina vs pravastatina e vs simvastatina
o Diuretici dell’ansa
e aumento della perdita ossea a livello dell’anca in uomini
anziani: The Osteoporotic Fractures in Men Study – MrOS
o Uso dei farmaci
ß2 agonisti e rischio di infarto acuto del miocardio
in pazienti ipertesi
o Effetti dell’ormone
della crescita sulla prestazione atletica: una revisione
sistematica
o Trial randomizzato
e controllato in doppio cieco versus placebo sul risperidone
long-acting in uomini cocaino-dipendenti
o Antibiotici per
la profilassi delle infezioni da catetere per emodialisi:
una metanalisi
o Uso di farmaci
antidepressivi e rischio di suicidio: the “neverending
story”
o Somministrazione
settimanale di paclitaxel nella terapia adiuvante del
cancro al seno
o Studio randomizzato
di fase III su capecitabina, oxaliplatino e bevacizumab
con o senza cetuximab nel cancro avanzato del colon retto: studio
CAIRO 2 (CApecitabine, IRinotecan, Oxaliplatin). Analisi ad interim
sulla tossicità.
| Rofecoxib:
problemi di sicurezza e trasparenza
A cura della Dott.ssa Maria Rosa Luppino
|
A seguito all’espletamento di tre cause legali intentate contro
la Merck & Co, produttrice di rofecoxib [Humeston et al vs Merck
& Company Inc. Case#619 in Superior Court of New Jersey, Atlantic
County; Cona vs Merck and Co, Inc No. ATLL-3553-05, New Jersey Superior
Court, Atlantic City; McDarby vs Merck and Co, Inc No. ATL-L-1296-05,
New Jersey Superior Court, Atlantic City], la documentazione analizzata
durante i processi (compreso il materiale interno alla ditta produttrice)
è diventata di pubblico dominio.
Sulla scorta di questi documenti, su
JAMA del 16 aprile scorso, sono stati pubblicati due articoli:
- il primo di Psaty BM (Cardiovascular Health Research
Unit, Departments of Medicine, Epidemiology and Health Services, University
of Washington and Center for Health Studies, Group Health, Seattle)
e di Kronmal RA (Collaborative Health Studies Coordinating
Center, Department of Biostatistics, University of Washington, Seattle)
- il secondo a firma di Ross JS (Department of Geriatrics
and Adult Development, MountSinai School of Medicine, NewYork), Hill
KP (Department of Psychiatry, Harvard Medical School, Boston
and McLean Hospital, Belmont, Massachusetts), Egilman DS
(Department of Community Health, Brown University School of Medicine,
Providence, Rhode Island) e Krumholz HM (Robert Wood
Johnson Clinical Scholars Program and Section of Cardiovascular Medicine,
Department of Medicine, Section of Health Policy and Administration,
School of Public Health, Yale University School of Medicine, and Center
for Outcomes Research and Evaluation, Yale-New Haven Hospital, New
Haven, Connecticut).
L’articolo di Psaty BM
& Kronmal RA
Il Dr Kronmal ha partecipato in prima persona, in qualità di
consulente legale, alla disamina di numerosi documenti della ditta
produttrice (analisi interne mai divulgate prima e documentazione
inviata all’FDA), valutati nel corso della prima delle cause
legali su riportate (Humeston et al vs Merck & Company).
Parallelamente a questa documentazione, gli autori hanno considerato
i due studi sponsorizzati dalla ditta nei quali è stato valutato
l’effetto del rofecoxib sullo sviluppo e sulla progressione
della malattia di Alzheimer: il protocollo 078 (pubblicato su Neuropsychopharmacology
2005; 30: 1204-14) e lo 091 (pubblicato su Neurology 2004; 62: 66-71).
Nel primo studio (prot 078), in cieco, sono stati inclusi 1457 pazienti
di età >65 anni con danno cognitivo lieve, randomizzati
(nel periodo aprile 1998-marzo 2000) a rofecoxib 25 mg o a placebo,
per un follow-up di 48 mesi. L’end point primario era lo sviluppo
di malattia di Alzheimer, la cui diagnosi è risultata più
frequente nel gruppo trattato con il farmaco rispetto a quello con
placebo (HR 1,46; CI 95% 1,09-1,94; p=0,011).
Il secondo studio (prot 091) è stato condotto su 692 pazienti
>50 anni, con diagnosi di possibile o probabile malattia di Alzheimer,
randomizzati in cieco (nel periodo febbraio-settembre 1999) a rofecoxib
25 mg o a placebo, per 12 mesi. I risultati, in termini di riduzione
del declino cognitivo (end point primario misurato attraverso l’Alzheimer’s
Disease Assessment Scale), non hanno evidenziato alcuna differenza
tra il farmaco e il placebo.
Esiste anche un terzo studio (protocollo 126; 382 pazienti con rofecoxib
e 376 con placebo), mai pubblicato, e interrotto prematuramente (marzo
2001) in seguito ai risultati negativi dimostrati dal protocollo 091,
il cui disegno era molto simile.
Per quanto attiene ai dati sulla mortalità
rilevati nel corso dei protocolli 078 e 091, Psaty e Kronmal hanno
confrontato i risultati riportati nei relativi articoli pubblicati,
nelle analisi inviate dalla ditta all’FDA sotto forma di Safety
Update Report (SUR), nelle analisi statistiche effettuate dallo sponsor
e nel contesto della documentazione interna alla ditta stessa.
Gli articoli pubblicati
Negli articoli pubblicati, sia nel caso del protocollo 091 (Neurology
2004) che del protocollo 078 (Neuropsychopharmacology 2005), le informazioni
relative alla mortalità non erano accompagnate da nessuna analisi
statistica dei risultati. I decessi riportati in entrambi gli studi,
verificatisi sia durante il periodo di trattamento che nei 14 giorni
successivi all’ultima somministrazione, non sono stati definiti
come “morti correlate al farmaco”. Nello studio 091 sono
stati riportati 11 decessi di cui 9 con rofecoxib vs 2 con placebo
mentre nello 078 i decessi erano 39 di cui 24 nel braccio rofecoxib
vs 15 in quello placebo. Nello studio 078, inoltre, alla conclusione
della fase interventistica (off-drug period), sono stati rilevati
altri 22 decessi (17 tra i trattati con rofecoxib vs 5 con placebo),
dei quali 12 (11 con rofecoxib vs 1 con placebo) avvenuti più
di 48 settimane dopo la sospensione del trattamento. Le conclusioni
degli autori dell’articolo pubblicato su Neuropsychopharmacology
rilevavano che il rofecoxib “era in genere ben tollerato”;
8 degli 11 autori erano dipendenti della ditta produttrice del farmaco.
I dati inviati all’FDA
Risale al luglio 2001 l’invio all’FDA del primo rapporto
periodico di sicurezza (SUR) di entrambi i protocolli da parte dello
sponsor il quale, relativamente ai dati di mortalità, conclude
che: “dalla revisione dei decessi non viene identificato uno
specifico aumento del rischio correlabile al rofecoxib”. Il
report, tuttavia, non descrive chiaramente come siano stati calcolati
i dati sulla mortalità; apparentemente, non sono stati inclusi
i casi di decesso avvenuti successivamente alla sospensione del trattamento
e sembra che lo sponsor abbia inviato solo i dati relativi al periodo
di trattamento e non l’analisi della mortalità secondo
il criterio dell’intention-to-treat. Nel dicembre 2001 l’FDA
chiede allo sponsor se abbia sottoposto o meno i dati sull’aumento
della mortalità rilevati con rofecoxib vs placebo al board
istituzionale di monitoraggio della sicurezza (Istitutional Review
Board-IRB) e lo invita a interrompere il protocollo 078. La ditta
produttrice risponde che non esiste alcun IRB in quanto non ritiene
che si possa identificare alcun problema specifico di sicurezza.
Nell’aprile 2001, ossia qualche
mese prima dell’invio all’FDA dello SUR da parte dello
sponsor, statistici della ditta hanno effettuato un’analisi
combinata dei dati di mortalità dei due protocolli. L’analisi
ha impiegato il criterio dell’intention-to-treat ed ha incluso
tutti gli eventi verificatisi durante la fase interventistica dei
due protocolli e durante i successivi follow-up in cui non è
stato somministrato alcun trattamento. I risultati dell’analisi
combinata sui due protocolli hanno dimostrato che il rofecoxib, rispetto
a placebo, era associato ad un aumento di 3 volte della mortalità
totale (HR 2,99; CI 95% 1,55-5,77).
Questi risultati, rilevabili mediante analisi intention-to-treat,
sono stati inviati all’FDA nel 2003.
L’analisi indipendente
degli autori del lavoro di JAMA
L’analisi indipendente sulla mortalità si basa su dati
on file consegnati dallo sponsor nell’ambito della procedura
legale e comprendono i risultati dello studio 078 portato a compimento
e del protocollo 091. I dati hanno sostanzialmente confermato quanto
rilevato dall’analisi intention-to-treat interna alla ditta
dell’aprile 2001 e cioè un aumento della mortalità
totale ascrivibile a rofecoxib rispetto a placebo pari ad un HR di
2,13 (1,36-3,33, p<0,001). L’aumento della mortalità
associato a rofecoxib era ascrivibile a decessi non correlati a neoplasie
(HR 2,71; 1,57-4,68-p<0.001) e la maggior parte di questi decessi
erano dovuti a cause cardiovascolari (HR 3,84; 1,54-9,51-p<0.005).
Psaty e Kronmal definiscono impressionante
la differenza tra i risultati sulla mortalità riportati negli
articoli pubblicati nel 2004 e 2005 relativi, rispettivamente, ai
protocolli 091 e 078 e quelli elaborati mediante analisi intention-to-treat
internamente alla ditta nel 2001.
Le analisi sulla sicurezza di un trattamento, infatti, possono essere
condotte utilizzando due metodi: un approccio on-treatment o un’analisi
intention-to-treat. Se la tossicità di una terapia si manifesta
durante la fase di trattamento attivo, l’approccio on-treatment
può avere una capacità maggiore rispetto all’intention-to-treat
nel rilevare eventi avversi strettamente correlati al farmaco in oggetto.
Le reazioni avverse di un farmaco, tuttavia, possono persistere anche
in seguito alla sospensione della terapia e, in questo periodo, l’analisi
on-treatment sottostimerà, in modo sistematico, il rischio.
Il metodo da preferire nell’ambito degli studi clinici randomizzati
è l’analisi intention-to-treat da applicare all’intero
periodo di follow-up su tutti i pazienti randomizzati fino alla fine
del trial. Anche se il protocollo dello studio specificasse che l’analisi
della sicurezza sarà on-treatment, tutti i dati sulla sicurezza
dovrebbero essere raccolti e poi analizzati anche secondo il criterio
dell’intention-to-treat.
Per l’articolo di Ross
JS et al. viene di seguito riportato l’abstract.
Le recenti cause legali contro la ditta produttrice di rofecoxib hanno
offerto una opportunità unica per esaminare la presenza di
guest authorship e di ghostwrinting, pratiche da sempre sospettate
nell’ambito delle pubblicazioni biomediche ma poco documentate.
Si definisce guest authorship la designazione di un soggetto che non
incontra i criteri che contraddistinguono il ruolo di autore di un
articolo mentre si parla di ghostwrinting quando non è possibile
attribuire a quel soggetto alcun contributo sostanziale alla ricerca
o alla scrittura del manoscritto.
L’obiettivo del lavoro era quello di caratterizzare l’entità
di queste pratiche in un case study.
I dati utilizzati provenivano dalla documentazione
legale ottenuta dalle cause correlate al rofecoxib contro la Merck
& Co, relativa al periodo 1996-2004. Sono stati inoltre reperiti
gli articoli disponibili in letteratura sul rofecoxib attraverso una
ricerca su MEDLINE.
La revisione di tutta la documentazione è stata effettuata
da un unico autore, coadiuvato dai coautori, mediante un processo
interattivo di revisione, discussione e ulteriore revisione al fine
di identificare informazioni correlate alle pratiche di guest authorship
e di ghostwrinting.
La revisione ha identificato circa 250
documenti rilevanti. Nell’ambito dei clinical trial pubblicati,
i documenti hanno attestato che dipendenti della Merck lavoravano,
in maniera indipendente o in collaborazione, con compagnie specializzate
in pubblicazioni mediche per preparare i manoscritti e, in seguito,
per reclutare come autori degli sperimentatori esterni e appartenenti
al mondo accademico. Frequentemente, gli autori reclutati erano il
primo o il secondo nome nella lista degli autori.
Per la pubblicazione degli articoli di revisione, i documenti hanno
dimostrato che i dipendenti del marketing della Merck sviluppavano
piani di lavoro per i manoscritti e reclutavano come autori degli
sperimentatori esterni, la cui affiliazione era di tipo accademico.
Gli autori reclutati, di solito, erano gli unici autori del manoscritto
e ricevevano degli onorari per la loro partecipazione.
Su un totale di 96 articoli rilevanti pubblicati, nel 92% (22 su 24)
degli articoli su clinical trial veniva riportata la dichiarazione
relativa al supporto finanziario della Merck, ma solo il 50% (36 su
72) degli articoli di revisione riportava sia la dichiarazione del
supporto finanziario della Merck come sponsor sia il conflitto di
interesse degli autori che avevano ricevuto un compenso economico
dalla ditta farmaceutica.
| Questa revisione,
basata su documentazione dell’industria, dimostra che
gli autori dei manoscritti degli studi clinici sul rofecoxib
erano i dipendenti dello sponsor, ma spesso veniva pubblicato
come primo autore il nome di sperimentatori con affiliazione
di tipo accademico che non sempre hanno dichiarato il supporto
finanziario da parte della ditta.
I manoscritti di revisione venivano spesso preparati da autori
sconosciuti e in seguito attribuiti ad autori con affiliazione
accademica, che spesso non dichiaravano il contributo finanziario
dell’industria. |
I due lavori sono accompagnati da
un editoriale di DeAngelis e Fontanarosa che propongono 11 azioni
concrete, di seguito riportate, per ridurre l’incidenza dell’influenza
industriale sia sulla manipolazione dei risultati dei clinical trial
che sulle pratiche di guest authorship e di ghostwrinting.
| 1. Tutti i clinical
trial, prima dell’arruolamento dei pazienti, devono
essere elencati in registri accettati dall’International
Committee of Medical Journal Editors (ICMJE), compreso il
nome dei principali sperimentatori.
2. Le riviste scientifiche dovrebbero richiedere ai singoli
autori di riportare specificatamente il loro contributo al
lavoro; i soggetti che non hanno partecipato attivamente alla
scrittura del manoscritto vanno inclusi, insieme alla loro
affiliazione, nella sezione dei ringraziamenti.
3. Tutte le riviste devono richiedere e riportare la dichiarazione
di conflitto di interesse di ogni singolo autore e il contributo
economico allo studio da pare dello sponsor.
4. Gli editori, nel decidere di pubblicare uno studio o una
revisione, devono prendere seriamente in considerazione le
fonti di finanziamento e i conflitti di interesse.
5. Negli studi sponsorizzati, la raccolta, il monitoraggio,
l’analisi dei dati e la redazione del manoscritto non
devono essere appannaggio esclusivo della ditta ma di sperimentatori
accademici non dipendenti dello sponsor.
6. Tutte le riviste devono richiedere un’analisi statistica
dei dati dei clinical trial da parte di uno statistico che
non sia un dipendente dello sponsor.
7. Ogni autore che manca di dichiarare il conflitto di interesse
va segnalato alle autorità accademiche di riferimento
e dovrebbe scusarsi con i lettori sulle pagine della rivista
oppure, in funzione della gravità dell’effrazione,
gli va impedito di pubblicare ancora su quella rivista.
8. Le stesse sanzioni descritte al punto 7 vanno applicate
ai peer reviewer che rivelano a terzi (inclusa l’industria)
informazioni confidenziali.
9. Ogni editore che permette alle industrie di manipolare
la rivista va segnalato al comitato editoriale.
10. Le società scientifiche ed i provider di corsi
di educazione continua in medicina non dovrebbero tollerare
alcuna influenza dell’industria sui contenuti e sul
materiale educazionale.
11. I medici dovrebbero essere liberi dai finanziamenti delle
ditte farmaceutiche e produttrici di dispostivi medici, compresi
i loro interventi come opinion leader o l’accettazione
di regali.
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Riferimenti bibliografici
Psaty BM, Kronmal RA. Reporting mortality findings in trias of rofecoxib
for Alzheimer disease or cognitive impairment. A case study based
on documents from rofecoxib litigation. JAMA 2008; 299: 1813-17.
Ross JS et al. guest autohorship and ghostwriting in publications
related to rofecoxib. A case study of industry documents from rofecoxib
litigation. JAMA 2008; 299: 1800-12.
DeAngelis CD, Fontanarosa PB. Impugning the integrity of medical science.
The adverse effects of industry influence. JAMA 2008; 299: 1833-35.
Un breve commento (Achille
P. Caputi)
Quanto sopra riportato non è nulla di nuovo. Infatti, il
1 dicembre 2004, JAMA aveva pubblicato un articolo (1) che, partendo
dai documenti resi accessibili durante un processo, metteva in evidenza
quanto la ditta farmaceutica produttrice della cerivastatina avrebbe
omesso di comunicare, per tempo, circa la tossicità, alla FDA
e ai prescrittori. Tuttavia, nello stesso numero di JAMA venivano
pubblicati anche due lavori (2,3) poiché era stato chiesto
alla ditta farmaceutica di ribattere, con proprie argomentazioni.
Infine, sempre sullo stesso numero veniva data agli autori l’opportunità
di rispondere (4).
Questa volta JAMA non ha operato nello stesso modo. Nel numero del
15 aprile 2008 vengono riportati solo lavori di accusa. A mio avviso,
proprio in questo caso, sarebbe stato estremamente corretto apportare
altre posizioni. Ciò perché l’articolo di Ross
et al (5) pubblica una tabella di ben tre pagine di trial clinici
e reviews (con nome autori, titolo e giornale) che sarebbero stati
discussi/approvati o addirittura scritti internamente dalla ditta
produttrice prima della pubblicazione e prima di scegliere il nome
del primo autore. Così facendo tutti gli autori appaiono come
“guest authorship” e tutti opera di “ghostwriting”,
nonostante che nella “sezione metodi” venga riportato
“Identification of these manuscripts does not imply that each
was guest authored or ghostwritten....”
Ciò detto, mi auguro che si realizzino con la massima rapidità
possibile le “11 azioni concrete” proposte da De Angelis
e Fontanarosa (6) ed attendo speranzoso che si realizzi quanto proposto
proprio da Fontanarosa e coll (7) nel 2004 e cioè: “
Is it reasonable to expect that the same agency that is responsible
for approval of drug licensing is also to be committed to actively
seek evidence to prove itself wrong? One option….is to establish
an independent drug safety board or independent agency for drug safety…”.
Anche se tutto quanto sopra si realizzasse presto, ciò non
garantirebbe l’assoluta sicurezza dei farmaci una volta introdotti
nel mercato. E pertanto continuo a suggerire ai prescrittori di voler
sempre considerare il rischio di un farmaco prima di somministrarlo
al proprio paziente. Sopratutto, bisogna tener presente che la valutazione
del rischio richiede molto più tempo e numero di esposti di
quanto non ne richieda una valutazione di efficacia. Il che dovrebbe
portare ad un imperativo operativo di questo tipo “usa il farmaco
nuovo solo nei pochi casi in cui quello che stai già usando
da tempo non funziona!!!”
Bibliografia
1. Psaty BM, Furberg CD, Ray WA, Weiss NS. Potential for conflict
of interest in the evaluation of suspected adverse drug reactions:
use of cerivastatin and risk of rhabdomyolysis. JAMA. 2004; 292: 2622-31.
2. Piorkowski JD. Bayer’s response to “Potential for conflict
of interest in the evaluation of suspected adverse drug reactions:
use of cerivastatin and risk of rhabdomyolysis”. JAMA 2004;
292: 2655-7.
3. Strom BL. Potential for conflict of Interest in the evaluation
of suspected adverse drug reactions a counterpoint. JAMA 2004; 292:
2643-6.
4. Psaty BM, Furberg CD, Ray WA, Weiss NS: Authors’ reply to
Bayer’s response to “Potential for conflict of interest
in the evaluation of suspected adverse drug reactions: use of cerivastatin
and risk of rhabdomyolysis”. JAMA 2004; 292: 2658-9.
5. Ross JS, Hill KP, Egilman DS, Krumholz HM. Guest autohorship and
ghostwriting in publications related to rofecoxib. A case study of
industry documents from rofecoxib litigation. JAMA 2008; 299: 1800-12.
6. DeAngelis CD, Fontanarosa PB. Impugning the integrity of medical
science. The adverse effects of industry influence. JAMA 2008; 299:
1833-35.
7. Fontanarosa PB et al. Postmarketing surveillance-lack of vigilance,
lack of trust. JAMA 2004; 292: 2647-50.
| Rischio
cardiovascolare da celecoxib in 6 RCT versus placebo - The
Cross Trial Safety Analysis
A cura della Dott.ssa Paola Cutroneo
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Alcuni studi osservazionali e RCT hanno messo in evidenza un aumento
del rischio cardiovascolare in associazione agli inibitori della COX-2
(coxib) (*). Nonostante la maggior parte delle analisi riguardasse
l’uso dei coxib a breve termine nell’artrite, le evidenze
iniziali di rischio cardiovascolare sono emerse in modo particolare
da trial controllati versus placebo che esaminavano il ruolo terapeutico
di questa classe farmacologica nel lungo termine in altre patologie.
In particolare, lo studio APPROVe (Adenomatous Polyp Prevention On
Vioxx), disegnato per studiare gli effetti di rofecoxib nella prevenzione
delle recidive della poliposi adenomatosa del colon, nel braccio di
trattamento con rofecoxib ha evidenziato un aumento di quasi il doppio
del rischio di eventi cardiovascolari maggiori rispetto a placebo
(3,5% vs 1,9%). Questi risultati hanno indotto la ditta produttrice,
il 30 settembre 2004, a sospendere volontariamente dal mercato mondiale
il rofecoxib.
Due studi che riguardavano il ruolo preventivo
del celecoxib nelle recidive dei polipi adenomatosi colorettali, entrambi
pubblicati sul N Engl J Med nel 2006, hanno suscitato delle perplessità
in merito al rischio cardiovascolare di questo farmaco. In un primo
studio, denominato APC (Adenoma Prevention with Celecoxib - N Engl
J Med 2006; 355: 873-84), è stato dimostrato un aumento statisticamente
significativo del rischio cardiovascolare versus placebo a diversi
dosaggi del farmaco (RR 2,6; CI 95% 1,1-6,1 per celecoxib a basse
dosi ed RR 3,4; 1,5-7,9 per le alte dosi). Nel secondo studio, denominato
PreSAP (Prevention of Colorectal Sporadic Adenomatous Polyps - N Engl
J Med 2006; 355: 855-95) sono stati rilevati eventi cardiovascolari
gravi nel 2,5% del gruppo celecoxib vs l'1,9% del gruppo placebo,
ma la differenza non è risultata statisticamente significativa
(RR 1,30; 0,65-2,62).
Sebbene fosse stata rilevata un possibile correlazione con la dose
o la frequenza delle somministrazioni dei coxib, nessuno studio forniva
dati sufficienti per chiarire come il rischio cardiovascolare variasse
in funzione del regime terapeutico o del rischio basale del paziente.
Per meglio comprendere il profilo di rischio cardiovascolare di celecoxib,
il National Institutes of Health ha effettuato un’analisi combinata
(The Cross Trial Safety Analysis) di studi clinici randomizzati in
doppio cieco e controllati versus placebo, che valutavano l’impiego
a lungo termine del farmaco in patologie diverse dall’artrite
con un follow-up pianificato di almeno 3 anni per ogni paziente. L’obiettivo
dello studio era determinare il rischio cardiovascolare associato
al celecoxib in 3 regimi posologici diversi e valutare la correlazione
con il rischio cardiovascolare basale dei singoli pazienti.
Nell’analisi sono stati inclusi 4 RCT, i cui dati non pubblicati
sono stati richiesti agli sperimentatori, e gli studi APC e PreSAP,
i cui risultati sono stati pubblicati nel 2006. È stata effettuata
una metanalisi sui dati provenienti dai 6 studi, che ha preso in considerazione
prevalentemente le caratteristiche dei pazienti (patient-level meta-analysis).
L’end point primario, di tipo composito, comprendeva mortalità
cardiovascolare, infarto del miocardio, stroke, insufficienza cardiaca,
eventi tromboembolici. Per ciascuno dei 6 trial, sono state calcolate
separatamente le incidenze di ogni misura di esito in termini di Hazard
Ratio (HR) insieme agli intervalli di confidenza al 95% (CI 95%) e
la frequenza per 1000 anni-persona in base al gruppo di trattamento.
Dai dati aggregati, è stato calcolato il rischio in termini
di hazard ratio (HR) per tutte le dosi del coxib, aggiustato in funzione
del rischio cardiovascolare di base dei pazienti.
I risultati dello studio sono stati valutati mediante analisi intention-to
treat, con un follow up per eventi cardiovascolari corrispondente
alla durata totale di ciascuno studio, indipendentemente dalla eventuale
sospensione della terapia con celecoxib o placebo.
I 7950 partecipanti ai 6 trial sono stati raggruppati in base allo
schema di dosaggio del celecoxib, come segue: 1) 400 mg/die ; 2) 200
mg/2 volte/die; 3) 400 mg/2 volte/die. Il rischio cardiovascolare
basale è stato suddiviso, in accordo al modello di rischio
del Framingham Hearth Study, nelle seguenti 3 categorie: basso –
nessun fattore di rischio noto; moderato, se in presenza di uno dei
seguenti fattori – età >75 anni, ipertensione o terapia
antiipertensiva, iperlipidemia o terapia ipolipemizzante, fumo, uso
di aspirina a basso dosaggio; alto, se in presenza di uno dei seguenti
fattori – diabete, storia pregressa di patologie cardiovascolari,
o presenza di due o più fattori di rischio che rientrano nella
definizione di rischio moderato.
I singoli studi inclusi nella metanalisi presentavano un’alta
variabilità in termini di caratteristiche basali dei pazienti
e durata del follow up.
Su 16070 anni-persona di follow-up, l’HR per l’end point
primario relativo alla combinazione di tutte le dosi è risultato
di 1,6 (IC 95% 1,1-2,3). Il rischio, che mostrava un trend lineare
in funzione della dose del farmaco (p=0,0005), è apparso minore
alla dose di 400 mg/die (HR 1,1; IC 95% 0,6-2), intermedio al dosaggio
di 200 mg/2 volte/die (HR 1,8; IC 95% 1,1-3,1) e maggiore alla dose
di 400 mg/2 volte/die (HR 3,1; IC 95% 1,5-6,1).
Nei pazienti con un rischio cardiovascolare maggiore, già al
basale, è stata osservata un’incidenza più elevata
di eventi avversi da celecoxib (p=0,034). Anche dopo aggiustamento
dei valori in base al rischio cardiovascolare basale, il celecoxib
risultava comunque associato ad aumento del rischio cardiovascolare
(HR 1,7; IC 95% 1,2-2,4).
| La metanalisi
del National Institutes of Health ha dimostrato che il rischio
cardiovascolare da celecoxib dipende dalla dose somministrata
e dal rischio di base dei pazienti, evidenziando una maggiore
incidenza di eventi avversi cardiovascolari in pazienti ad
alto rischio e per dosi maggiori di celecoxib suddivise in
somministrazioni giornaliere multiple. |
Gli autori illustrano alcune limitazioni
della metanalisi, che dovrebbero essere prese in considerazione al
fine di interpretare correttamente i risultati:
Le evidenze di rischio cardiovascolare osservate sono attribuibili
soltanto ad alti dosaggi di celecoxib, che sono solitamente impiegati
in condizioni diverse dall’osteoartrite, come artrite reumatoide
(fino a 200 mg/2 volte/die), dolore acuto e dismenorrea (=400 mg/die,
200 mg 2 volte/die) e poliposi adenomatosa familiare (400 mg/2 volte/die).
- I risultati presentati in questo studio non sono pertanto estrapolabili
ad altri regimi di dosaggio di celecoxib. Non è possibile valutare
se il celecoxib a dosi minori sia associato ad un rischio cardiovascolare
inferiore e quanto questo rischio differisca da quello attribuibile
agli antinfiammatori non selettivi.
- I trial inclusi nella metanalisi non sono stati disegnati con l’intento
di valutare la sicurezza cardiovascolare e quindi i risultati sono
stati estrapolati da dati raccolti per altri fini.
- Il metodo di valutazione del rischio cardiovascolare basale dei
pazienti è stato piuttosto impreciso, poichè le caratteristiche
dei partecipanti a ciascuno studio differivano notevolmente; talvolta,
non sono state individuate misure dirette delle patologie vascolari
necessarie alla definizione delle categorie di rischio.
- Sebbene i dati suggeriscano un’interazione tra i fattori di
rischio basali dei pazienti e la dose di celecoxib, esiste un numero
molto basso di eventi nella popolazione a basso rischio, che comporta
una ridotta precisione delle stime in questo sottogruppo di pazienti.
Conflitto di interesse:
alcuni autori del lavoro dichiarano conflitti di interesse con Pfizer,
ditta produttrice di celecoxib.
Riferimento bibliografico
Solomon SD et al, Cross Trial Safety Assessment Group. Cardiovascular
risk of celecoxib in 6 randomized placebo-controlled trials. Circulation
2008; DOI: 10.1161/CIRCULATIONAHA.108.764530.
(*) In Italia gli inibitori della
COX-2 disponibili in commercio sono i seguenti:
- Celecoxib alla dose di 200 mg per via orale (Celebrex®
e Solexa®), indicato per il trattamento sintomatico dell'osteoartrosi
e dell'artrite reumatoide (classe A con nota AIFA 66).
- Etoricoxib, alle dosi di 60, 90 e 120 mg per via
orale (Algix®, Arcoxia® e Tauxib®), indicato per il trattamento
sintomatico dell’osteoartrosi, dell’artrite reumatoide
e del dolore e dei segni di infiammazione associati all’artrite
gottosa acuta (classe A con nota AIFA 66).
- Parecoxib alla dose di 20 mg e 40 mg per via im
(Dynastat®), indicato per il trattamento a breve termine del dolore
postoperatorio (classe C).
L’ultima revisione dell’EMEA
(1) sul rapporto beneficio/rischio dei coxib (celecoxib, etoricoxib,
e parecoxib) è del 27 giugno 2005, con la quale sono state
introdotte nuove controindicazioni e avvertenze:
- i coxib sono controindicati nei pazienti con malattia cardiaca ischemica
e/o cerebrovascolare (stroke) ed anche nei soggetti con arteriopatia
periferica;
- nei pazienti con fattori di rischio cardiovascolare (ipertensione,
iperlilidemia, diabete, abitudine al fumo) i coxib vanno somministrati
con cautela;
- data la correlazione tra impiego dei coxib e rischio cardiovascolare,
la terapia con coxib deve essere implementata alla minima dose efficace
per il più breve periodo di tempo;
- i coxib possono determinare delle rare ma gravi reazioni di ipersensibilità
a livello cutaneo, talora fatali, nella maggior parte dei casi entro
il primo mese di trattamento; il rischio è maggiore nei pazienti
con una storia di reazioni allergiche.
(1) European Medicines Agency concludes
action on COX-2 inhibitors. Press release 21 June 2005. www.emea.eu.int.
| Integratori
di antiossidanti per la prevenzione della mortalità
in soggetti sani e pazienti con diverse patologie
A cura della Dott.ssa Arianna Carolina Rosa
|
Questa revisione sistematica, condotta da ricercatori danesi e che
ha suscitato notevole interesse da parte dell'opinione pubblica italiana,
si inserisce nel dibattito scientifico sull'effettivo beneficio degli
integratori di antiossidanti ed ha lo scopo di valutare l'effetto
di questi integratori sulla mortalità complessiva in studi
clinici randomizzati di prevenzione primaria e secondaria. Infatti,
se da un lato diversi studi osservazionali hanno mostrato un’associazione
positiva tra un alto consumo di frutta e verdura e la riduzione del
rischio di malattie croniche, tale associazione rimane incerta nel
caso degli integratori a base di antiossidanti.
A questo scopo, sono stati consultati:
The Cochrane Library (n.3, 2005), MEDLINE (dal 1966 ad Ottobre 2005),
EMBASE (dal 1985 ad Ottobre 2005) ed il Science Citation Index Expanded
(dal 1945 ad Ottobre 2005). Inoltre, sono state contattate le principali
ditte produttrici per ottenere trial randomizzati non pubblicati,
ma nessuna ha risposto.
Sono stati inclusi 67 RCT, per un totale
di 232550 soggetti (età media 62 anni, range 18-103), che comprendevano
studi di prevenzione primaria (n=21, 164439 soggetti sani) e secondaria
(n=46, 68111 partecipanti affetti da qualsiasi malattia, ad es., patologie
gastrointestinali, cardiovascolari, neurologiche, oculari, dermatologiche,
reumatiche, renali, endocrinologiche) in cui gli integratori (beta-carotene,
n=24; vitamina A, n=16; vitamina C, n=33; vitamina E, n=54; e selenio
n=21), a qualsiasi dosaggio, durata e via di somministrazione, venivano
confrontati con placebo (n=63) o nessun intervento (n=4).
Gli antiossidanti sono stati somministrati per os, sia da soli che
in associazione: tra loro, con minerali (zinco, rame, cromo) o con
altro (ubichinone, L-metionina, acidi grassi omega3, bioflavonoidi,
taurina, N-acetil-cisteina, L-glutatione, preparati a base di aglio,
deprenil-selegilina, donepezil, riluzolo, amoxicillina, metronidazolo,
salicilato di bismuto, omeprazolo, aspirina, simvastatina, celecoxib,
ramipril). Gli integratori sono stati somministrati una volta al giorno
o a giorni alterni per un tempo variabile tra 28 giorni e 12 anni
(in media 2,8 anni) ai seguenti dosaggi: beta-carotene 1,2-50 mg (18
mg in media), vitamina A 1333-200000 UI (202190 UI in media), vitamina
C 60-2000 mg (497 mg in media), vitamina E 10-5000 UI (570 UI in media)
e selenio 20-200 µg (99 µg in media).
La durata media del follow-up è
stata di 3,4 anni (range 28 giorni-14,1 anni).
47 trial, per un totale di 180938 soggetti, sono stati definiti, dagli
autori, a basso rischio di bias. Sono stati esclusi trial di prevenzione
terziaria (cioè studi randomizzati nei quali la supplementazione
con antiossidanti è stata usata per trattare specifiche malattie
o difetti nutrizionali), trial condotti su bambini e su donne in gravidanza.
L'unico outcome valutato è stato la mortalità per qualsiasi
causa.
L'analisi dei dati è stata condotta utilizzando i modelli "random
effects " e "fixed effects".
La mortalità è stata del
13,1% tra i soggetti randomizzati ad integratori di antiossidanti
e del 10,5% tra quelli randomizzati a placebo o a nessun intervento.
Nel complesso, l'analisi dei dati con il modello "random effects
" ha evidenziato che gli integratori a base di antiossidanti
non modificano significativamente la mortalità (relative risk,
RR, 1,02; 95% CI, 0,99-1,06); al contrario, l'analisi "fixed
effects" ha dimostrato che tali integratori determinano un aumento
della mortalità (RR, 1,04; 95% CI, 1,02-1,06). L'analisi di
meta-regressione, condotta per identificare la fonte di eterogenità
tra gli studi, ha dimostrato che questa dipende esclusivamente dal
rischio di bias e dal tipo di integratore antiossidante. Nei trial
con basso rischio di bias, gli integratori antiossidanti aumentano
significativamente la mortalità (RR, 1,05; 95% CI, 1,02-1,08).
Valutando separatamente i singoli antiossidanti, è risultato,
sulla base dei trial a basso rischio di bias, che la mortalità
aumenta con vitamina A (RR, 1,16; 95% CI, 1,10-1,24), beta-carotene
(RR, 1,07; 95% CI, 1,02-1,11), e vitamina E (RR, 1,04; 95% CI, 1,01-1,07),
ma non con vitamina C (RR, 1,06; 95% CI, 0,94-1,20) e con selenio,
che sembra ridurre la mortalità (RR, 0,91; 95% CI, 0,76-1,09).
Gli autori mettono in evidenza che lo
studio non ha valutato l'effetto degli integratori di antiossidanti
nella prevenzione terziaria e in pazienti con una specifica necessità
di antiossidanti, né è stato valutato l'effetto degli
antiossidanti contenuti in frutta e verdura: tutti aspetti che dovranno
essere studiati in ulteriori ricerche e revisioni sistematiche.
In conclusione, gli autori non hanno trovato
evidenze che supportino l'uso di integratori e di antiossidanti
nella prevenzione primaria e secondaria. Dai risultati ottenuti
emerge che la vitamina A, il beta-carotene e la vitamina
E potrebbero aumentare la mortalità, mentre sono
necessari ulteriori studi per valutare i potenziali effetti
della vitamina C e del selenio nella prevenzione primaria
e secondaria.
Gli integratori di antiossidanti devono essere considerati
prodotti medicinali; pertanto, dovrebbero essere sottoposti
ad una attenta valutazione prima di essere immessi in commercio.
|
Riferimento bibliografico
Bjelakovic G et al. Antioxidant supplementaions for prevention of
mortality in healthy partecipants and patients with various diseases.
Cochrane Database of Systematic Reviews 2008; 2 Art. No: CD007176.
DOI: 10.1002/14651858.CD007176.
| Statine
e riduzione della pressione arteriosa: i risultati dell’University
of California San Diego (UCSD) Statin Study
A cura della Dott.ssa Maria Antonietta Catania
|
Alcuni studi hanno suggerito che il trattamento con statine è
in grado di ridurre la pressione arteriosa, soprattutto in soggetti
ipertesi, ma le evidenze provenienti da trial randomizzati sono limitate.
La valutazione dell’effetto delle statine sulla pressione arteriosa
sistolica e diastolica (PAS e PAD) è stata effettuata nell’ambito
dello UCSD Statin Study, sponsorizzato dal National Heart, Lung, and
Blood Institute, National Institutes of Health e UCSD General Clinical
Research Center.
L’UCDS Statin Study è un
trial randomizzato in doppio cieco, placebo-controllato, della durata
di 6 mesi (più 2 di follow up), che ha già portato alla
stesura di 2 articoli nel 2004 (Golomb BA et al. Arch Intern Med 2004;164:
153-62. Golomb BA et al. Control Clin Trials 2004; 25: 178-202).
Sono stati arruolati, tra l’aprile 2000 ed il marzo 2004, 973
soggetti (sia uomini che donne >50 anni) provenienti dalla California
del Sud. I criteri di eleggibilità erano: colesterolo LDL pari
a 115-190 mg/dl al momento dello screening; anamnesi negativa per
malattie cardiovascolari o diabete; assenza di qualsiasi fattore che
potesse precludere la partecipazione a 8 mesi di studio. La PA non
era un criterio di inclusione e non ha influenzato l’arruolamento
dei pazienti. I pazienti sono stati randomizzati a ricevere simvastatina
20 mg (n=322), pravastatina 40 mg (n=323) o placebo (n=328). Simvastatina
e pravastatina sono state scelte in quanto le più idrofile
e lipofile tra le statine e somministrate a dosi equivalenti in termini
di riduzione attesa di colesterolo LDL
Le visite mediche sono state effettuate in fase di screening, al basale,
al 1° e 6° mese di trattamento ed all’8° mese (2
mesi dopo la sospensione della terapia). In occasione di ciascuna
visita è stata misurata la PA brachiale pur non essendo un
end point primario o secondario del disegno originario del trial.
Tutti i pazienti (n=210) che al momento dello screening avevano una
PAS >140 mmHg o una PAD >90 mmHg hanno ricevuto una lettera
da consegnare al loro medico curante per certificare la loro ipertensione.
Partendo dall’ipotesi che le statine potessero avere un effetto
benefico sulla pressione ed essendo piuttosto semplice analizzare
questo dato, gli autori dello studio hanno ottenuto il permesso dal
Data Safety Monitoring Board di modificare il disegno dello studio
e procedere all’analisi in aperto della PA.
Dall’analisi dei dati ottenuti,
secondo un’analisi di tipo intention-to-treat, è risultata
una riduzione, seppur modesta, della pressione arteriosa (sia sistolica
che diastolica) nei soggetti trattati con statine verso placebo. Questi
risultati erano più consistenti se si escludevano i soggetti
con ipertensione al basale. La riduzione della pressione è
stata osservata nei soggetti non ipertesi (senza riscontro di pressione
alta al basale e senza assunzione di farmaci antipertensivi). Sia
la simvastatina che la pravastatina, a basse dosi, hanno determinato
una modica riduzione di PAS e PAD nei soggetti non ipertesi.
Le statine hanno ridotto modestamente, ma significativamente, la pressione
arteriosa rispetto al placebo, di 2,2 mmHg per la sistolica (p=0.2)
e di 2,4 mmHg per la diastolica (p<0.001). Nello studio, la riduzione
oscillava tra 2,4 e 2,8 mmHg sia per la PAS che per la PAD con simvastatina
e pravastatina nei soggetti che avevano completato il follow up e
che non ricevevano o (avrebbero dovuto ricevere) farmaci antipertensivi.
La riduzione della PA con le statine non era significativa durante
il 1° mese di trattamento, divenendo manifesta e significativa
al 6°. Dopo 2 mesi dalla sospensione del trattamento, la differenza
nei valori pressori tra i soggetti randomizzati a statine e quelli
a placebo risultava appianata.
Questi risultati sembrano gettare ulteriore
luce sugli effetti che le statine esercitano sulla PA, modificando
quanto ipotizzato in passato e cioè che le statine fossero
in grado di ridurre la pressione elevata ma non quella normale.
I meccanismi ipotizzati per spiegare la riduzione pressoria sono diversi:
up-regulation e/o attivazione dell’ossido nitrico sintetasi
endoteliale, con miglioramento della funzionalità endoteliale
e della vasodilatazione flusso-mediata; down-regulation dei recettori
di tipo 1 dell’angiotensina II, effetto antiossidante sull’endotelio
(effetto assente od attenuato in soggetti con bassi livelli di colesterolo
HDL o diabetici).
La riduzione della PA, anche se moderata, potrebbe rientrare nell’ambito
dei benefici cardiovascolari “rapidi” delle statine (per
differenziarli dall’azione sull’accumulo delle placche
ateromasiche, che è invece un effetto più tardivo) e
contribuire a ridurre l’incidenza di accidenti cerebrovascolari
(TIA e stroke), fortemente correlati più ai valori pressori
che ai livelli di LDL.
A fronte dei dati dell’UCSD Statin
Study, è necessario considerare anche altri lavori.
Nel Cholesterol and Recurrent Events (CARE) study (Sacks FM et al.
N Engl J Med 1996; 335: 1001-9. Tonelli M et al. J Hum Hypertens 2006;
20: 560-5) i soggetti, che non avevano avuto una riduzione della pressione
con le statine, avevano per il 15% diabete mellito e concentrazioni
medie di HDL pari a 39 mg/dl. Nell’UCSD Statin Study, invece,
sono stati esclusi i soggetti diabetici e con concentrazioni più
alte di colesterolo HDL (52 mg/dl). L’analisi per sottogruppi
indica una riduzione preferenziale della PAS (ma non della PAD) nei
pazienti con elevati livelli di colesterolo HDL.
Gli studi finora condotti sulle statine hanno raramente commentato
gli effetti di queste molecole sulla PA, senza considerare il possibile
impiego di antiipertensivi, la selezione dei soggetti, il tipo di
statina utlizzata ed il suo dosaggio.
Una recente metanalisi relativa a 20 trial condotti su statine per
un totale di 828 pazienti ha riportato una significativa riduzione
solo della PAS (Strazzullo P et al. Hypertension. 2007; 49: 792-8).
I trial inclusi in questa ed in altre metanalisi sono però
caratterizzati da piccoli campioni (il trial più ampio della
metanalisi di Strazzullo et al, comprendeva 100 pazienti) e vari difetti
metodologici. Esiste un altro studio, l’Anglo-Scandinavian Cardiac
Outcomes Trial–Lipid Lowering Arm (ASCOT-LLA), più ampio
che ha riportato benefici sulla pressione, pubblicato però
solo come abstract (Poulter N, Sever PS. Circulation 2004;110 [suppl
III]: III-402). In questo studio però sono stati arruolati
pazienti non diabetici e senza grosse variazioni dei livelli di HDL,
mentre i soggetti ipertesi non sono stati adeguatamente rappresentati.
Inoltre, l’ASCOT-LLA non considera l’impatto di diversi
dosaggi di statine, l’uso di diversi tipi di statine e l’effetto
di un trattamento più duraturo.
Conflitto di interesse:
nessuno dichiarato.
Riferimenti bibliografici
Golomb BA et al. Reduction in Blood Pressure With Statins Results
From the UCSD Statin Study, a Randomized Trial. Arch Intern Med 2008;
168: 721–7.
| Costo-efficacia
di atorvastatina vs pravastatina e vs simvastatina
A cura della Dott.ssa Patrizia Berto
|
Il Gruppo del CIRFF (Centro Interdipartimentale di Ricerca in Farmacoeconomia
e Farmacoutilizzazione, Università degli Studi di Napoli Federico
II) ha prodotto 2 analisi economiche su atorvastatina ad alte dosi
(80 mg) in confronto a, rispettivamente, pravastatina (40 mg) in pazienti
con storia pregressa di infarto miocardico e simvastatina (20 mg)
in prevenzione secondaria dopo infarto miocardico. Queste analisi
economiche sono state realizzate sulla base di due studi clinici pubblicati,
denominati rispettivamente PROVE-IT (Pravastatin or Atorvastatin Evaluation
and Infection Therapy–Thrombolysis in Myocardial Infarction
22- Cannon et al. N Engl J Med 2004; 350: 1495-504) ed IDEAL (Incremental
Decrease in End Points Through Aggressive Lipid Lowering- Pedersen
et al. JAMA 2005; 294: 2437-45).
L’approccio all’analisi economica
è comune nei due studi: poiché entrambi i trial hanno
evidenziato una riduzione degli eventi cardiovascolari nei pazienti
trattati con atorvastatina a dosi elevate rispetto ai comparator,
in ciascuno studio economico gli autori hanno ipotizzato il trattamento
di una coorte di 1000 soggetti e quindi per ciascun braccio di trattamento,
hanno quantificato il costo della terapia farmacologica ed il costo
degli eventi cardiovascolari che potrebbero verificarsi nella popolazione
trattata con ciascuna opzione farmacologica. Sempre in accordo con
quanto valutato nei trial, l’analisi dello studio PROVE-IT si
è svolta su un orizzonte di 24 mesi, mentre l’analisi
dello studio IDEAL ha riguardato un periodo di 4,8 anni.
L’analisi dello studio PROVE-IT
ha mostrato che atorvastatina ad alte dosi è dominante rispetto
a pravastatina in quanto a fronte di un -29% di eventi di angina instabile
e un -14% di rivascolarizzazioni, produce una, seppur modesta, diminuzione
dei costi (con un risparmio di 11,1 euro per paziente trattato su
2 anni di osservazione).
L’analisi dello studio IDEAL ha mostrato che atorvastatina ad
alte dosi genera costi maggiori di simvastatina, ma che questi costi,
a fronte di una tendenziale riduzione del numero di eventi evitati,
possono essere giustificati economicamente, con un costo incrementale
per paziente libero da eventi pari a 31.176 euro.
| Secondo le conclusioni
degli autori, atorvastatina ad alte dosi risulta economicamente
vantaggiosa rispetto a pravastatina a dosi standard nel trattamento
di pazienti con storia pregressa di infarto miocardico, mostrando
sia una riduzione del numero degli eventi che un potenziale
risparmio monetario. Per quanto riguarda il confronto con
simvastatina a dosi standard, atorvastatina mostra di poter
ridurre i costi di ospedalizzazione per gli eventi cardiovascolari
quantificati nel trial (seppure ai limiti della significatività
statistica), ma a fronte di un aggravio dei costi di trattamento,
per cui il costo per ogni paziente libero da eventi cardiovascolari
si situerebbe intorno al valore di 31.176 euro.
|
Conflitto di interesse: gli studi sono stati realizzati
grazie al contributo della ditta produttrice del farmaco atorvastatina,
Pfizer.
Riferimenti bibliografici
De Portu S et al. Valutazione economica dello studio IDEAL. Farmeconomia
e percorsi terapeutici 2008; 9: 49-52.
De Portu S et al. Valutazione economica dello studio PROVE-IT. Farmeconomia
e percorsi terapeutici 2008; 9: 53-6.
| Diuretici
dell’ansa e aumento della perdita ossea a livello dell’anca
in uomini anziani: The Osteoporotic Fractures in Men Study
– MrOS
A cura della Dott.ssa Alessandra Russo
|
Sebbene l’osteoporosi, per consuetudine, sia considerata una
patologia che riguarda le donne, il 20% dei soggetti con osteoporosi
è di sesso maschile. Negli Stati Uniti, 1-2 milioni di uomini
soffrono di osteoporosi e altri 8-13 milioni presentano osteopenia
o riduzione della massa ossea. Secondo quanto riportato in studi pubblicati
nel 1995 (Bone 1995; 17: 505S-511S) e nel 2001 (Best Pract Res Clin
Rheumatol 2001; 15: 415-27). negli uomini l’osteoporosi determina
all’anno circa 90.000 fratture dell’anca e 140.000 vertebrali.
I diuretici dell’ansa sono tra
i farmaci maggiormente prescritti negli anziani. Nel 2005 negli Stati
Uniti sono state effettuate oltre 34 milioni di prescrizioni di furosemide,
ponendola al sesto posto tra i farmaci equivalenti più prescritti.
Di solito, questa classe di farmaci ha come indicazione l’induzione
della diuresi (es. nell’insufficienza cardiaca congestizia)
e il trattamento dell’ipertensione, soprattutto se associata
ad insufficenza renale.
Poiché aumentano l’escrezione urinaria di calcio, se
usati a lungo termine, possono determinare perdita della massa ossea.
Al contrario, i diuretici tiazidici che hanno un effetto ipocalciurico,
sembrano aumentare la densità minerale ossea (BMD).
L’uso di diuretici dell’ansa è stato associato
ad aumento del rischio di fratture dell’anca e di altre sedi;
tuttavia, non è chiaro, se questo effetto sia attribuibile
ad effetti negativi sulla BMD, a meccanismi che possono sottendere
le cadute (es. vertigini, ortostasi) o a patologie concomitanti.
Lo studio di coorte MrOS (Age Ageing
2005; 34: 504-7) ha esaminato l’associazione fra diversi diuretici,
compresi quelli dell’ansa, e la BMD. È stato evidenziato
che, rispetto ai non utilizzatori, gli utilizzatori di diuretici dell’ansa
avevano una BMD, aggiustata per età, più alta a livello
dell’anca (3,1%; CI 95% 1,3-5%) e del collo del femore (4,6%;
CI 95% 2,6-6,7%). Tuttavia, dopo aggiustamento per diverse variabili,
le differenze nella BMD diminuivano e non erano più statisticamente
significative nell’anca (–0,3%; CI 95% da –2,1 a
1,6%] e nel collo del femore (0,9%; CI 95% da –1,2 a 3%).
Questa sottoanalisi dello studio MrOS ha valutato l’associazione
tra diuretici dell’ansa e BMD dell’anca al basale (Marzo
2000-Aprile 2002) e ad una seconda visita (in media dopo 4,6 anni,
cioè tra Marzo 2005 e Aprile 2006) in uomini di età
>65 anni, purché non avessero una storia di sostituzione
bilaterale dell’anca e fossero in grado di camminare senza l’assistenza
di un’altra persona.
Su 5995 pazienti arruolati, 657 o sono deceduti (n=571) o hanno interrotto
lo studio prima della seconda visita (n=86). Dei rimanenti 5338 partecipanti
contattati per la seconda visita, 109 hanno rifiutato di presentarsi.
Su 5229 che hanno partecipato alla seconda visita, 699 hanno fornito
solo il questionario senza sottoporsi alla misurazione della BMD.
Altri pazienti sono stati esclusi dallo studio perchè la misurazione
della BMD non era adeguata oppure perchè nelle due visite la
scansione non era stata effettuata nello stesso lato dell’anca.
Altri ancora sono stati esclusi perchè mancavano dati sulla
terapia farmacologica o perchè non stavano utilizzando diuretici
dell’ansa.
Nell’analisi sono stati quindi inclusi i rimanenti 3269 uomini
con misurazione di BMD e verifica di “utilizzo” o “non
utilizzo” di diuretici dell’ansa ad entrambe le visite.
Sono stati considerati utilizzatori dei
diuretici dell’ansa i pazienti che stavano assumendo furosemide,
bumetanide (*) o torasemide.
In seguito, i pazienti sono stati suddivisi in 3 gruppi: gli “utilizzatori
continui” (n=84), che utilizzavano diuretici dell’ansa
sia al momento dell’arruolamento sia alla seconda visita; gli
“utilizzatori intermittenti” (n=181), in terapia con questa
classe di farmaci al momento dell’arruolamento oppure alla seconda
visita; i “non utilizzatori” (n=3004), che non utilizzavano
diuretici dell’ansa.
I partecipanti sono stati sottoposti a misurazione di BMD a livello
dell’anca (totale e a livello di 2 regioni, il collo del femore
e il trocantere) al momento dell’arruolamento e alla seconda
visita. La misurazione era effettuata dal lato destro, a meno che
fosse presente una protesi o un oggetto metallico; in questi casi
era eseguita a sinistra.
Nel 92% dei partecipanti alla coorte, sono stati misurati il livello
di potassio (n=3010) e la creatinina (n=3013) nel sangue. Inoltre
la funzionalità renale è stata valutata tramite la velocità
di filtrazione glomerulare (glomerular filtration rate: GFR).
L’età media dei partecipanti
allo studio era 72,7 anni e 2983 (91%) erano di etnia bianca.
Fra i 265 utilizzatori (continui e intermittenti), 231 (87%) assumevano
furosemide alla seconda visita, erano più anziani e avevano
un indice di massa corporea superiore rispetto ai non utilizzatori.
Dopo aggiustamento per diversi fattori
concomitanti (es. età, variazioni ponderali, attività
fisica, percezione dello stato di salute, fumo di sigaretta, diabete
mellito, broncopatia cronica ostruttiva, insufficienza cardiaca congestizia,
ipertensione e utilizzo di statine), il tasso medio annuale di riduzione
della BMD a livello di tutta l’anca aumentava in modo costante
da -0,33% (CI 95% da –0,36% a –0,31%) tra i non utilizzatori,
a -0,58% (CI 95% da –0,69% a –0,47%) per gli utilizzatori
intermittenti e a -0,78% (CI 95% da –0,96% a –0,60%) per
gli utilizzatori continui. Risultati simili sono stati osservati relativamente
alle modifiche del BMD a livello del collo del femore (-0,56 per gli
utilizzatori intermittenti e –0,74 per gli utilizzatori continui)
e del trocantere (-0,60 per gli utilizzatori intermittenti e –0,79
per gli utilizzatori continui).
Rispetto ai non utilizzatori, gli utilizzatori di diuretici dell’ansa
avevano un livello basale di potassio serico lievemente superiore.
Sono state osservate differenze statisticamente significative nella
funzionalità renale fra tutti e 3 gruppi e il livello minore
di GFR è stato riscontrato fra gli utilizzatori continui di
diuretici dell’ansa (p<0,001).
Analizzando i dati disponibili su livelli di potassio serico e funzionalità
renale in 3010 uomini, è stato valutato se l’associazione
fra uso di diuretici dell’ansa e aumento del tasso di perdita
ossea potesse essere spiegata da una ridotta funzionalità renale
o da differenze nei livelli serici di potassio. Tuttavia questa valutazione
non modificava le differenze fra i gruppi a livello dell’anca
totale, del collo del femore e del trocantere.
Tale studio ha diversi punti di forza.
Si tratta infatti di uno dei primi studi longitudinali ad aver esaminato
l’associazione fra uso di diuretici dell’ansa e BMD in
un’ampia coorte di uomini anziani.
La misurazione della BMD è stata ottenuta con elevata precisione
a livello delle sedi dell’anca, ampiamente utilizzate nella
pratica clinica; inoltre l’aggiustamento è stato effettuato
per diversi fattori di confondimento, tra cui anche la funzionalità
renale.
Riguardo ai limiti, la percentuale di utilizzatori di diuretici dell’ansa
(8%) era lievemente inferiore ad un altro studio (12%) sempre degli
stessi autori.
Inoltre non è stato possibile ottenere informazioni complete
sulla dose di diuretico e ciò ha impedito la valutazione di
una correlazione dose-risposta.
Infine, l’analisi è stata aggiustata per diversi fattori
per minimizzare il confounding by indication, ma la possibilità
di questo bias non può essere eliminata del tutto a meno che
si utilizzi come metodo di studio un trial controllato e randomizzato.
L’uso di diuretici dell’ansa
negli uomini anziani è associato ad un aumento della
perdita ossea a livello dell’anca, aspetto da tenere
presente nella pratica clinica corrente.
|
(*) Non in commercio in Italia
Riferimento bibliografico
Lim LS et al. Loop diuretic use and increased rates of hip bone loss
in older men. The Osteoporotic Fractures in Men Study. Arch Intern
Med 2008; 168: 735-40.
| Uso
dei farmaci ß2 agonisti e rischio di infarto acuto del
miocardio in pazienti ipertesi
A cura della Dott.ssa Carmen Ferrajolo
|
I farmaci ß2-agonisti trovano il loro maggiore impiego nel trattamento
delle patologie delle vie aeree, in particolare l’asma e la
broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Sebbene siano somministrati
per via inalatoria con un basso assorbimento sistemico, possono, tuttavia,
stimolare anche i recettori ß2 miocardici, provocando talora
anomalie della conduzione elettrica cardiaca (tachicardia, fibrillazione
atriale) con alterazioni dell’elettrocardiogramma.
Alla luce di risultati contraddittori da precedenti studi sull’associazione
tra ß2-agonisti e infarto acuto del miocardio (IMA), in particolare
in pazienti che hanno ricevuto per la prima volta tali farmaci, e
considerando che i disturbi cardiovascolari sono maggiori in pazienti
con BPCO, questo studio osservazionale ha valutato l’associazione
tra ß2 agonisti e prima insorgenza di IMA non fatale in pazienti
affetti da ipertensione.
Lo studio caso-controllo nested è stato condotto su una coorte
di pazienti in terapia con almeno un farmaco antipertensivo (diuretici
tiazidici, ß-bloccanti, calcio-antagonisti, ACE inibitori, sartani
o altri farmaci ad azione centrale) registrati nel database olandese
PHARMO Record Linkage System (RLS). Il PHARMO RLS archivia, per più
di 2 milioni di olandesi, le caratteristiche demografiche e una dettagliata
anamnesi farmacologica; questi dati sono, poi, collegati al registro
nazionale dei ricoveri ospedalieri, così come ad altri registri
sulla salute (registro delle patologie, registro dati analisi di laboratorio
e dati del medico di medicina generale).
Per questo studio sono stati utilizzati
i dati inseriti nel periodo gennaio 1991 - dicembre 2003. Sono stati
arruolati nella coorte i pazienti in trattamento antipertensivo da
almeno 1 anno per i quali è stata valutata la prima insorgenza
di IMA non fatale entro 100 giorni dalla data dell’ultima dispensazione
del farmaco antipertensivo.
Sono stati esclusi dallo studio i pazienti colpiti da infarto del
miocardio fatale, perchè avrebbero potuto essere deceduti prima
del ricovero ospedaliero e, quindi, non registrati nel database. La
data del primo ricovero per IMA non fatale è stata considerata
come data indice. Ogni caso di IMA è stato confrontato con
un massimo di 12 pazienti del gruppo di controllo in base ad anno
di nascita (+/- 2 anni), sesso e regione di residenza.
Secondo il disegno dello studio, i pazienti in trattamento con ß2
agonisti sono stati classificati come:
• utilizzatori in corso, nel caso di pazienti che hanno ricevuto
almeno una dispensazione di ß2-agonisti entro i 100 giorni precedenti
la data indice;
• utilizzatori recenti, che hanno ricevuto l’ultima dispensazione
da 100 giorni fino ad 1 anno prima della data indice;
• pregressi utilizzatori, in terapia farmacologica con ß2
agonisti da almeno un anno precedente la data indice.
È stata valutata l’esposizione ai ß2-agonisti anche
in pazienti con storia pregressa di cardiopatia ischemica, ovvero
i pazienti esposti ad almeno una prescrizione di nitrati o ricoverati
per cardiopatia ischemica, o sottoposti ad angioplastica coronarica
o a innesto di bypass aortocoronarico.
I dati ottenuti sono stati corretti per:
• fattori di rischio cardiovascolare (definiti come assunzione
di farmaci antipertansivi nei 100 giorni precedenti, di FANS o aspirina
nei 2 mesi precedenti, di diuretici dell’ansa, digossina, antiaritmici,
spironolattone, nitrati, statine, fibrati, anticoagulanti e antidiabetici
nei 6 mesi precedenti);
• ricovero ospedaliero per altre cause (ipertensione, diabete,
iperlipidemia, cardiopatia ischemica, malattia cardiaca reumatica,
di compromissione della circolazione polmonare e altre forme patologiche
incluso scompenso cardiaco, aritmie e danno cerebrovascolare fino
a qualche tempo prima della data indice);
• indice di gravità delle patologie respiratorie sottostanti,
prendendo in considerazione il ricovero ospedaliero per patologie
ostruttive delle vie aeree nell’anno precedente e l’esposizione
a corticosteroidi e anti-colinergici per via inalatoria, derivati
xantinici, acetilcisteina, soluzioni nebulizzate e corticosteroidi
orali nei 6 mesi precedenti alla data indice;
• utilizzo di antibiotici (tetracicline, penicilline, antibiotici
ß-lattamici, macrolidi e sulfonammidi) entro 3 giorni dall’assunzione
orale di corticosteroidi.
Su un totale di 2476 casi (il 59% della
popolazione era di sesso maschile, con età media alla data
indice di 67 anni) di IMA manifestatisi durante il follow-up, il rischio
di IMA è aumentato negli utilizzatori in corso [odds ratio
grezzo (OR) 1,36, 95% CI, 1,15-1,61]. Tuttavia, tale rischio è
diminuito quando corretto per l’indice di gravità dell’asma
e della BPCO ed è stato statisticamente paragonabile al gruppo
di controllo - non utilizzatori- (OR corretto 1,18, 95% CI, 0,93-1,49),
senza differenza tra esposizioni “correnti” a ß2
agonisti short-acting e long-acting.
Un maggior rischio, invece, è stato evidenziato per gli utilizzatori
recenti con un’anamnesi di cardiopatia ischemica ed esposti
a basse dosi cumulative di ß2 agonisti (OR corretto 2,47, 95%
CI, 1,60-3,82).
Una possibile spiegazione di questo risultato risiede nel fatto che
i sintomi dispnoici potrebbero derivare da alterazioni cardiovascolari
latenti piuttosto che da una patologia respiratoria. Infatti, la cardiopatia
ischemica acuta o la cardiomiopatia possono incrementare il volume
ventricolare sinistro al termine della diastole con un incremento
della pressione polmonare e conseguente dispnea.
Una spiegazione alternativa potrebbe essere la stimolazione diretta
sui recettori ß2 cardiaci con conseguente tachicardia, tracciato
ECG anormale e fibrillazione atriale. Poiché è noto
che tale effetto è una reazione avversa dose-dipendente, dosaggi
maggiori di ß2 agonisti sono associati a un maggior rischio
di eventi cardiaci indesiderati. Tuttavia, i dati pervenuti da questo
studio non confermano questa evidenza, anzi, dosi cumulative sono
inversamente correlate al rischio di IMA.
Il maggior limite di questo studio è
rappresentato dall’incapacità di correggere completamente
i rischi per patologie sottostanti, a causa della disponibilità
limitata di registrazioni ospedaliere e di dati sulle dispensazioni
di farmaci; inoltre, non sono stati disponibili i dati sul fumo, che
potrebbe essere un importante fattore di confondimento. Un altro limite
è rappresentato dal fatto che le analisi ricavate sono applicabili
ai pazienti in trattamento con antipertensivi, ma non possono essere
estrapolate per tutti gli utilizzatori di ß2 agonisti.
Infine, un limite intrinseco alla natura stessa dello studio nested
è correlato alla difficoltà di localizzare modifiche
del rischio di IMA al di fuori del tempo previsto per lo studio, come
da calendario.
Tuttavia, i dati ottenuti da questo studio risultano particolarmente
attendibili, rispetto ad un precedente studio canadese (Suissa S et
al. Thorax 2003; 58: 43–6) che aveva fornito medesimi risultati,
grazie ad un differente approccio statistico dei dati: la scelta di
quantificare le dosi cumulative dispensate in modo dettagliato utilizzando
un diverso approccio, smoothing spline, e la scelta di stratificare
l’analisi dei dati per cardiopatia ischemica e per numero di
prescrizione di nitrati nei pazienti esposti ad alto. Inoltre, questi
risultati contraddicono quelli di un precedente studio americano (Au
DH et al. Am J Respir Crit Care Med 2000; 161: 827–30) perché
in quest’ultimo i dati ottenuti sono stati aggiustati per fattori
di rischio cardiovascolare e non per gravità delle patologie
respiratorie e per uso di farmaci dell’apparato respiratorio
e ß2 agonisti.
| Pertanto, gli
autori concludono che solo i pazienti con cardiopatia ischemica
ed esposti a basse dosi cumulative di ß2 agonisti presentano
un incremento del rischio di IMA e che tale rischio deve essere
considerato nei pazienti con una cardiopatia ischemica latente
che assumono farmaci ß2 agonisti e antipertensivi.
|
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di
avere ricevuto supporti finanziari per la ricerca su asma e BPCO dalla
GlaxoSmith-Kline.
Riferimento bibliografico
De Vries F. et al. Use of ß2 agonists and risk of acute myocardial
infarction in patients with hypertension. British Journal of Clinical
Pharmacology 2008; 65: 580–6.
| Effetti
dell’ormone della crescita sulla prestazione atletica:
una rassegna sistematica
A cura del Dott. Gianluca Miglio
|
L’ormone della crescita umano (human growth hormone; hGH) è
stato definito “the most anabolic substance known” (Rennie
MJ, Br J Sports Med 2003;37:100-105) e il suo uso, come doping da
parte di atleti professionisti ha suscitato molta attenzione anche
nell’opinione pubblica. L’efficacia di hGH nel migliorare
la prestazione atletica non è stata però ben stabilita
e gli atleti che fanno uso di dosi elevate di ormone possono manifestare
effetti avversi gravi come diabete, epatite ed insufficienza renale
acuta (Young e Anwar. Br J Sports Med 2007;41:335-336).
La rassegna esamina le evidenze riguardanti
gli effetti di hGH sulla prestazione atletica in individui giovani
e fisicamente in forma. Lo scopo principale è stato valutare
gli effetti dell’ormone sulla composizione corporea, sulla forza
muscolare, sul metabolismo basale e sulla capacità di svolgere
esercizio fisico. Sono stati inoltre esaminati gli effetti avversi
e la qualità della letteratura pubblicata.
Sono state esaminate pubblicazioni in
inglese, prodotte nel periodo gennaio 1966-ottobre 2007 e riportate
nelle banche dati MEDLINE, EMBASE, SPORTDiscus e Cochrane Collaboration.
Ai fini della rassegna, sono stati considerati trial randomizzati
e controllati che hanno confrontato il trattamento con hGH vs il non
trattamento. Gli studi inclusi hanno valutato almeno uno dei parametri
d’interesse, in almeno 5 partecipanti, con età media
tra 13-45 anni. Sono stati esclusi gli studi su secretagoghi di hGH,
quelli che includevano pazienti con in qualsiasi comorbidità
medica o quelli che hanno valutato hGH come trattamento di specifiche
malattie (ad es., deficienza di hGH nell’adulto o fibromialgia).
Da un’iniziale esame di 7599 titoli,
sono stati considerati 44 articoli che descrivevano 27 studi coerenti
con i criteri di selezione. I partecipanti (440 in totale) erano in
prevalenza maschi (85%), giovani (età media 27±3 anni),
magri (BMI medio, 24±2 kg/m2) e fisicamente in forma (VO2max
medio, 51±8 ml/kg/min); di questi 330 hanno ricevuto hGH. In
7 studi sono stati valutati gli effetti di una singola somministrazione
di hGH o per via sottocutanea (3 studi) o per via endovenosa (4 studi).
In 20 studi sono stati valutati gli effetti dell’ormone somministrato
per via sottocutanea per più di un giorno (durata media del
trattamento, 20±18 giorni). La dose media giornaliera di hGH
tra tutti gli studi è stata 36 µg/kg.
Nei gruppi hGH, rispetto a quelli non
trattati, la massa magra è aumentata (+2.1 kg; CI 95%, 1,3
– 2,9 kg), la massa grassa è diminuita (-0.9 kg; CI,
-1,8 – 0,0 kg) e il peso corporeo è aumentato ma in misura
non significativa (+0.3 kg; CI, -0,5 – 1,1 kg). Poiché
i metodi per misurare la massa magra non permettono di distinguere
tra massa magra e massa dei fluidi, e poiché gli studi considerati
hanno esaminato solo cambiamenti prodotti da trattamenti a breve termine,
è possibile che l’effetto di hGH sulla massa magra sia
da imputare in gran parte a ritenzione di fluidi piuttosto che ad
ipertrofia muscolare.
In due studi, uno di 42 giorni e l’altro
di 84 giorni, sono stati valutati gli effetti di hGH sulla forza muscolare:
il trattamento con l’ormone non ha aumentato la forza dei bicipiti
(-0,2 kg; CI, -1,5 – 1,1 kg) o dei quadricipiti (-0,1 kg; CI,
-1,8 – 1,5 kg).
Il metabolismo basale giornaliero è
stato superiore nei partecipanti trattati con hGH rispetto a quelli
non trattati (+141 kcal/24 h; CI, 69 – 213 kcal/24 h); il rapporto
di scambio respiratorio, o il quoziente respiratorio, sono risultati
inferiori in quelli trattati con l’ormone (-0,02; CI, -0,03
– -0,01), riflettendo l’uso preferenziale dei lipidi,
piuttosto che dei carboidrati, come fonte di energia a riposo. I partecipanti
trattati con hGH hanno avuto una frequenza cardiaca a riposo maggiore
rispetto a quelli non trattati (+3,8 battiti/min; CI, 0,2 –
7,4 battiti/min).
In 6 studi sono stati valutati parametri
correlati alla capacità di svolgere esercizio fisico. Durante
l’esercizio nei partecipanti trattati con hGH, rispetto a quelli
non trattati, sono stati rilevati livelli ematici più elevati
di lattato, acidi grassi liberi e glicerolo. Altri parametri come
il rapporto respiratorio, la spesa energetica o il VO2max non sono
stati differenti tra i soggetti trattati e quelli non trattati. La
frequenza cardiaca durante l’esercizio è risultata maggiore
nel gruppo hGH, ma solo in 2 su 4 studi; mentre la pressione inspiratoria
massima a riposo, valutata solo in 1 studio, è aumentata nei
partecipanti trattati con hGH rispetto a quelli non trattati.
Una percentuale maggiore tra i partecipanti
trattati con hGH, rispetto a quelli non trattati, ha riportato eventi
avversi tra cui edema dei tessuti molli (44% vs 1%) e fatica (35%
vs 0%). Inoltre, i partecipanti trattati con l’ormone hanno
avuto più spesso, sebbene con frequenza variabile tra gli studi,
artralgia e sindrome del tunnel carpale.
L’affermazione che hGH migliora la
prestazione fisica non è supportata dalla letteratura
scientifica. Sebbene le evidenze disponibili siano limitate,
esse suggeriscono che hGH aumenta la massa magra ma potrebbe
non aumentare la forza muscolare; inoltre l’uso dell’ormone
potrebbe peggiorare la capacità di svolgere esercizio
fisico ed aumentare gli eventi avversi.
|
Nella discussione gli autori sottolineano alcuni aspetti
che emergono dall’analisi della letteratura: 1) l’assenza
di evidenze pubblicate sugli effetti psicologici di hGH in atleti
giovani adulti; 2) solo in 8 studi sono stati valutati gli effetti
di hGH su forza muscolare o la capacità di svolgere esercizio
fisico; 3) nessuno studio ha valutato gli effetti di hGH per periodi
di trattamento >3 mesi; 4) gli studi hanno incluso una percentuale
ridotta di donne. Inoltre, i dati sui regimi di trattamento con hGH
nell’ambito del doping sono scarsi e potrebbero differire da
quelli considerati negli studi controllati (Saugy et al. Br J Sports
Med 2006;40 Suppl 1:i35-i39). Non è chiaro se esiste un effetto
dose-dipendente.
Report aneddotici indicano che tipicamente hGH non è utilizzato
come singola sostanza, ma è spesso associato ad altri farmaci
come steroidi androgeni, insulina ed antiestrogeni (Spellwin G. Chemical
wizardry. www.elitefitness.com/reports/chemwiz) che potrebbero modificare
i rischi e i benefici messi in luce da questa rassegna.
(*) L’uso di hGH per migliorare
la prestazione atletica non è autorizzato dalla FDA, dall’EMEA
e dall’AIFA. Ricade nelle pratica del doping, ed è vietato
dai maggiori organismi sportivi internazionali e nazionali come CIO
ed il CONI in Italia (World Anti-Doping Agency, The
2006 Prohibited List). È oggetto di indagine da
parte di organismi anti-doping come la WADA (World Anti-Doping Agency,
Q&A: Human
Growth Hormone Testing.
Riferimento bibliografico
Liu H et al. Systematic review: the effects of growth hormone on athletic
performance. Ann Intern Med 2008; 148, issue 10.
| Trial
randomizzato e controllato in doppio cieco versus placebo
sul risperidone long-acting in uomini cocaino-dipendenti
A cura della Dott.ssa Francesca Parini
|
Il consumo di cocaina è un fattore di rischio per eventi cardiovascolari
e cerebrovascolari, ma attualmente per la cocaino-dipendenza non esiste
ancora un trattamento farmacologico approvato dall’FDA, la cui
identificazione, alla luce dell’elevata prevalenza e dell’impatto
sociale di questa dipendenza, è di estrema priorità.
La cocaina esercita effetti euforizzanti bloccando il trasportatore
della dopamina e incrementando di conseguenza la concentrazione di
questo neurotrasmettitore nello striato. In funzione di questo meccanismo
d’azione, sono stati effettuati diversi studi sul possibile
impiego del risperidone (antipsicotico atipico, antagonista dei recettori
dopaminergici D2 e serotoninergici 5-HT2) nella dipendenza da cocaina,
che sono giunti a dimostrare l’efficacia del farmaco nella riduzione
del consumo di cocaina negli animali, ma non negli uomini, per i quali
i risultati non sono del tutto chiari.
L’obiettivo di questo studio è
valutare l’efficacia del risperidone long-acting sul consumo
e sul craving della cocaina e i suoi effetti avversi in pazienti cocaino-dipendenti.
Lo studio, RCT in doppio cieco versus
placebo, ha reclutato i partecipanti in un periodo di 12 mesi, tra
ottobre 2005 e settembre 2006, mediante un’inserzione su un
giornale locale del Massachusetts, e successiva selezione telefonica.
Si trattava di uomini, di età compresa tra i 18 e i 60 anni,
rispondenti ai criteri per la cocaino-dipendenza del Diagnostic and
Statistical Manual of Mental Disorders, quarta edizione (DSM IV) e
facenti uso di cocaina almeno una volta a settimana.
Erano criteri di esclusione la diagnosi di schizofrenia, disturbo
bipolare o depressivo maggiore, infezione da HIV, trauma cranico con
perdita di coscienza, intervallo QT>450 ms, condizioni mediche
instabili. I partecipanti che hanno superato la fase di screening
e che hanno fornito due campioni di urine risultati positivi al test
qualitativo per la cocaina, sono stati randomizzati al trattamento
con risperidone o a placebo per 12 settimane. Il risperidone era somministrato
per via orale alla dose di 1 mg/die per la prima settimana e di 2
mg/die per le successive 3 settimane. Dopo 1 settimana di terapia
orale coloro che hanno mostrato una buona tolleranza al farmaco senza
effetti collaterali gravi, hanno iniziato la contemporanea somministrazione
intramuscolo di 25 mg di risperidone long-acting 1 volta/settimana,
assumendo il farmaco sia per via orale che per via intramuscolo per
3 settimane, al termine delle quali è stata sospesa l’assunzione
orale.
I soggetti sono stati seguiti per un follow-up che comprendeva visite
a 1, 2, 3, 5, 7, 9 e 11 settimane dalla randomizzazione (l’ECG
è stato eseguito alle visite 1 e 2). Ad ogni visita sono state
effettuate le valutazioni del consumo di cocaina, del craving, dei
sintomi da astinenza, dei parametri vitali e degli effetti avversi.
Il consumo di cocaina che rappresentava
l’end point primario, è stato stimato con la misura quantitativa
della benzolecgonina urinaria (UBE). Diverse scale sono state impiegate
per la stima degli end point secondari: la scala University of Minnesota
Cocaine Craving per il craving; la Cocaine Selective Severity Assessment
per i segni e sintomi da astinenza; la Systematic Assessment for Treatment
Emergent Events General Inquiry per gli eventi avversi; altre valutazioni
includevano l’Addiction Severity Index (ASI), la scala Hamilton
Rating per la depressione (HAM-D) e la scala Snaith-Hamilton Pleasure.
I dati raccolti sono stati esaminati in un’analisi statistica
complessa ed elaborata.
Per il trial sono stati selezionati 81
soggetti di sesso maschile, dei quali 31 presentavano i criteri di
inclusione allo studio, randomizzati nei gruppi di trattamento a risperidone
(n=16) o a placebo (n=15). I due gruppi presentavano al basale le
stesse caratteristiche cliniche, in termini di età, istruzione,
etnia, prevalenza dei disturbi dell’umore o di ansia o di alcool-dipendenza,
peso, età di inizio della dipendenza da cocaina, giorni di
utilizzo della cocaina, soldi spesi per l’acquisto della sostanza
stupefacente nei 30 giorni precedenti; l’unica differenza tra
i due gruppi era un più alto punteggio dell’ASI per i
soggetti in trattamento con risperidone.
I risultati a cui il trial è giunto
sono i seguenti:
- Consumo di cocaina: non sono state evidenziate differenze significative
tra i due gruppi in termini di concentrazione dell’UBE.
- Craving: non sono state evidenziate differenze tra i due gruppi
in termini di intensità e di frequenza degli episodi; i soggetti
in trattamento con risperidone hanno mostrato una riduzione della
durata degli episodi inferiore rispetto a quelli con placebo (56.6%
con risperidone vs 65.7% con placebo).
- Cocaine Selective Severity Assessment: non è stato evidenziato
alcun effetto del risperidone.
- Punteggio ASI: la riduzione del punteggio ASI è stato il
medesimo per i due gruppi; non è stato quindi mostrato alcun
effetto del risperidone.
- Sintomi depressivi: è stato evidenziato un aumento dei sintomi
depressivi rispetto al basale per i soggetti in trattamento con risperidone
(7.4 ± 8.8) ed una riduzione dei medesimi sintomi per coloro
nel gruppo con placebo (-2.3 ± 5.8).
- Scala Snaith-Hamilton Pleasure: non si è evidenziato alcun
effetto del risperidone.
- Peso: si è evidenziato un significativo effetto del risperidone
in termini di aumento del peso corporeo (6.3 ± 9.4 Ib).
- Eventi avversi: nessun evento avverso grave; 2 partecipanti, entrambi
assegnati al gruppo con risperidone, hanno interrotto il trial, uno
a 6 settimane per crampi muscolari e l’altro a 8 settimane per
segni di discinesia tardiva. Altri effetti collaterali riportati includevano:
sonnolenza (più frequente nel gruppo con risperidone), vertigini,
riduzione della libido, aumento dell’appetito e rigidità
muscolare.
Dall’analisi dei risultati
ottenuti gli autori giungono alle seguenti conclusioni: il risperidone,
nonostante in studi precedenti sugli animali avesse mostrato effetti
promettenti e positivi, negli uomini adulti con cocaino-dipendenza
non è associato ad una riduzione né del consumo di questa
sostanza stupefacente, né del craving, che per lo più
si manifesta con episodi di durata maggiore rispetto ai soggetti in
trattamento con placebo.
Questo è il terzo studio che dimostra la mancata efficacia
del risperidone nella riduzione del consumo di cocaina negli uomini.
In aggiunta l’impiego dell’antipsicotico si associa ad
un aumento dei sintomi depressivi, giustificato dalla riduzione del
legame della dopamina ai recettori D2 dello striato con diminuzione
del suo rilascio ed ad un incremento del peso corporeo.
| Lo studio, confrontando
risperidone versus placebo nella cocaino-dipendenza in uomini
adulti, ha dimostrato la mancanza di efficacia del risperidone
long-acting somministrato per via intramuscolo alla dose di
25 mg/settimana, nella riduzione del consumo di cocaina e
degli episodi di craving. Inoltre, l’impiego dell’antipsicotico
sembra associarsi ad un peggioramento dei sintomi depressivi
e ad un aumento ponderale. |
Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano
di aver ricevuto finanziamenti da ditte farmaceutiche tra cui la GlaxoSmithKline.
Riferimento bibliografico
Loebl T et al. A randomized, double-blind, placebo-controlled trial
of long-acting risperidone in cocaine-dependent men. J Clin Psychiatry.
2008; 69: 480-6.
| Antibiotici
per la profilassi delle infezioni da catetere per emodialisi:
una metanalisi
A cura della Dott.ssa Arianna Carolina Rosa
|
Le tecniche per ridurre il rischio di infezioni da catetere includono
una stretta osservanza delle procedure di sterilità e l'uso
di soluzioni di clorexidina o iodio-povidone per la disinfezione del
catetere; strategie più recenti, prevedono l’applicazione
di unguenti con antibiotici intorno all'uscita del catetere o la collocazione
di antibiotici all’interno del catetere stesso tra le sessioni
di dialisi. Questi interventi implicano dei rischi e dei costi; inoltre,
molti studi che li illustrano sono di piccole dimensioni, con di breve
follow-up e talvolta pubblicati solo in forma di abstract. Nell’insieme,
il ruolo degli antibiotici nella profilassi delle infezioni da catetere
rimane incerto.
Questa metanalisi è stata condotta
da ricercatori dell’Alberta Kidney Disease Network (Canada)
per valutare l'efficacia degli antibiotici topici e intraluminali
vs nessuna terapia antibiotica nella profilassi primaria delle infezioni
da catetere in pazienti adulti emodializzati.
A questo scopo, due revisori hanno indipendentemente
consultato MEDLINE (dal 1966 ad Ottobre 2007), EMBASE (dal 1980 ad
Ottobre 2007), Cochrane Central register of Controlled Trials (dal
1996 ad Ottobre 2007), gli abstract dell'American Society of Nephrology
Annual Meeting (dal 1999 al 2006) e i registri dei trial clinici (www.clinicaltrials.gov,
www.isrctn.org, www.vacsp.gov e www.controlled-trials.com/mrct). Criteri
di inclusione sono stati: il disegno dello studio (RCT), la popolazione
in studio (adulti emodializzati da lungo tempo con catetere venoso
centrale; i bambini costituivano criterio di esclusione), il tipo
di intervento (l'uso di antibiotici per via topica al sito di uscita
del catetere o instillati intraluminalmente nel catetere), il confronto
con un altro o nessun antbiotico e l’outcome (l'incidenza di
infezioni da catetere, outcome primario della metanalisi, o outcome
secondari di interesse ai fini dello studio quali: la frequenza di
Stafilococcus aureus, infezioni al sito di uscita del catetere, rimozione
del catetere per complicazioni, ospedalizzazione per infezioni, morte,
eventi avversi, o isolamento di un organismo antibiotico-resistente).
Sono stati esclusi gli studi in cui un antibiotico era usato per un'infezione
in atto o per la profilassi dopo una precedente infezione da catetere.
16 articoli, di cui 3 pubblicati solo
come abstract, hanno soddisfatto i criteri di inclusione per un totale
di 1395 soggetti, età media 55 anni, 58% uomini. La prevalenza
di diabete variava tra il 18% e il 100%.
5 trial (630 pazienti, 45929 giorni/catetere) riguardavano antibiotici
topici (mupirocina vs nessuna profilassi antibiotica, n=3; polysporin
(*) vs nessuna profilassi, n=1; muciporina vs Medihoney (**), un miele
antibatterico irradiato, n=1).
11 trial (765 pazienti, 100167 giorni/catetere) erano di confronto
tra una terapia antibiotica intraluminale (gentamicina, n=6; minociclina,
n=2; taurolidina (**), n=1; cefazolina e gentamicina, n=1; cefotaxima,
n=3; vancomicina e gentamicina, n=1) e nessuna profilassi antibiotica.
L'analisi dei dati è stata condotta
con il modello "fixed effects" sia in base al differente
sito di applicazione, sia stratificando gli studi sulla base dei singoli
antibiotici.
I risultati ottenuti hanno evidenziato che l'uso di antibiotici topici
riduce l'incidenza di batteriemia (rate ratio, RR, 0,22 [95% CI, 0,12-0,40];
0,10 vs 0,45 casi per 100 giorni/catetere), di infezioni al sito di
uscita (RR, 0,17 [CI, 0,08-0,38]; 0,06 vs 0,41 casi per 100 giorni/catetere),
di necessità di rimozione del catetere, di ospedalizzazione
per infezioni. L'analisi stratificata per singoli antibiotici ha evidenziato
una riduzione statisticamente significativa della batteriemia sia
con muciporina che con polysporin.
La profilassi con antibiotici intraluminali ha ridotto l'incidenza
della batteriemia (RR, 0,32 [CI, 0,22-0,47]; 0,12 vs 0,32 casi per
100 giorni/catetere) e la necessità di rimozione del catetere,
ma non ha ridotto significativamente l'incidenza di infezioni al sito
di uscita; non sono disponibili dati di ospedalizzazione. La stratificazione
per singoli antibiotici ha evidenziato che la riduzione della batteriemia
è significativa per gentamicina, minociclina, cefotaxima e
vancomicina e gentamicina, ma non per taurolidina e cefazolina e gentamicina.
Gli autori riportano diversi limiti dello
studio, insiti sia nei singoli trial che nel metodo della metanalisi
stessa, tra cui l'inclusione di soli 16 RCT, molti dei quali di breve
durata, con un follow-up inferiore a 6 mesi e di cui solo 1/3 in cieco.
| In conclusione,
lo studio indica che l'applicazione topica o intraluminale
di antibiotici previene le infezioni da catetere e riduce
la necessità di rimuovere il catetere per complicazioni.
Viene così supportato l'uso a breve termine degli antibiotici
in adulti con catetere sottoposti ad emodialisi. Tuttavia,
gli autori sottolineano la necessità di ulteriori studi
che dimostrino un risultato nella riduzione dell'ospedalizzazione
o nel miglioramento della sopravvivenza, e che valutino l'efficacia
di una esposizione a lungo termine e lo sviluppo di resistenza. |
Riferimento bibliografico
James MT et al. Meta-analysis: antibiotics for profphylaxis against
hemodialysis catheter-related infections. Ann Intern Med 2008; 148:
596-605.
(*) Polysporin® è un preparazione
topica a base di bacitracina zinco e polimixina B sulfato approvata
dall’FDA che in Italia è disponibile come medicinale
a denominazione generica su base del Formulario Nazionale.
(**) Non in commercio in Italia.
Uso di
farmaci antidepressivi e rischio di suicidio: the “neverending
story”
A cura delle Dott.sse Laura Franceschini e Sandra Sigala |
Nel numero del 15 febbraio 2008 di “SIF-Farmaci in evidenza”,
sono stati riportati i risultati di due studi sulla prescrizione di
farmaci antidepressivi e rischio di suicidio, in seguito agli “alert”
dell’FDA sull’aumento del rischio di comportamenti e pensieri
suicidari nei pazienti pediatrici trattati con antidepressivi, soprattutto
nei primi mesi di terapia. Nell’ultimo numero del Journal of
Clinical Psychiatry, sono stati pubblicati altri due lavori sempre
sullo stesso tema: il rischio di suicidio in pazienti pediatrici e
adulti (Olfson M et al.) ed in pazienti anziani (Rhame E et al.) in
trattamento con farmaci antidepressivi.
Il primo studio (Olfson et al), caso-controllo di tipo nested, ha
coinvolto un numero ristretto di pazienti pediatrici ed adulti, prendendo
in considerazione la prescrizione di farmaci antidepressivi in genere.
Il secondo studio (Rahme et al), di coorte retrospettivo, ha valutato
l’incidenza di suicidio in oltre 120.000 pazienti anziani in
trattamento con diversi principi attivi appartenenti alla famiglia
degli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) ed in particolare
paroxetina, citalopram, fluoxetina, sertralina e fluvoxamina.
Il lavoro di Olfson et al. ha coinvolto
pazienti inseriti nel Medicaid Analytic eXtract Files del Centers
for Medicare and Medicaid Services di Baltimora (USA) nel corso di
due anni (1999-2000). Le caratteristiche dei pazienti selezionati
sono descritte nella tabella:
|
pazienti pediatrici
(6-18 anni, N=51)
|
pazienti adulti
(19-64 anni, N=185) |
Età: media anni (SD) |
15.1 (1.4) |
31.6 (10.1) |
Sesso femminile (%) |
80.4 |
68.3 |
Etnia bianca, non ispanica |
76.5 |
78.9 |
Depressione
maggiore (% sottotipo)
|
Episodio singolo |
51.0 |
31.4 |
ricorrente |
43.1 |
63.2 |
Disordine bipolare, fase
depressiva |
5.9 |
5.4 |
| Gravità
della depressione
(secondo ICD-9-CM/DMS-IV)
|
Lieve |
7.8 |
4.3 |
Moderata |
35.3 |
30.3 |
Severa senza psicosi |
39.2 |
49.2 |
Severa con psicosi |
17.7 |
16.2 |
Trattamento recente per uso
di sostanze d’abuso |
5.9 |
23.8 |
Trattamento recente per disturbi
legati alla depressione |
27.4 |
18.9 |
Psicoterapia recente |
21.6 |
14.6 |
In questa coorte sono stati considerati i pazienti con un’anamnesi
positiva per tentato suicidio entro i primi 120 giorni dalla diagnosi.
Per ogni paziente selezionato come “caso” sono stati selezionati
fino a 5 controlli in base a età, sesso, etnia. In totale,
236 casi sono stati confrontati con 1132 pazienti di controllo.
Sono stati considerati come “tentativo di suicidio” tutti
gli atti di auto-lesionismo (classificati secondo l’ ICD9 con
i codici da 950 a 959). I due gruppi di pazienti sono stati ulteriormente
suddivisi in base all’uso di farmaci antidepressivi. Inoltre
sono stati considerati separatamente i pazienti in trattamento con
SSRI rispetto a quelli in terapia con altri antidepressivi.
La durata del trattamento è stata arbitrariamente divisa in
< 30 o > 30 giorni di uso nei 35 giorni precedenti l’evento
(cioè il tentato suicidio). L’analisi statistica dei
dati raccolti ha permesso agli autori di affermare che i pazienti
pediatrici in trattamento con farmaci antidepressivi presentavano
un rischio significativamente maggiore di tentativo di suicidio rispetto
al controllo, senza differenze significative in base al tipo di antidepressivo
utilizzato, alla dose o alla durata del trattamento. Inoltre, la stratificazione
dei risultati in base al sottotipo di depressione indicava che il
trattamento antidepressivo era significativamente associato a tentativi
di suicidio in pazienti pediatrici in fase depressiva del disturbo
bipolare e con episodi di depressione maggiore di grado lieve.
Gli stessi autori concludono, tuttavia, che queste associazioni dovranno
essere rivalutate in quanto la numerosità dei campioni è
scarsa. I risultati riportati in questo studio rinforzano comunque
le indicazioni contenute negli “alert” della FDA e cioè
che i pazienti pediatrici devono essere seguiti con particolare cura
soprattutto nei primi mesi della terapia con farmaci antidepressivi,
in particolare con SSRI.
Infine, è da sottolineare che l’analisi stratificata
in base al sesso dimostra che i pazienti maschi adulti in trattamento
presentano un ridotto rischio di tentato suicidio rispetto al corripondente
controllo.
Gli autori presentano anche alcuni limiti del loro lavoro, in particolare
il fatto che tutti i dati raccolti provengono da un database di tipo
amministrativo nel quale, per esempio, non è possibile valutare
correttamente il grado di severità della malattia e l’adeguatezza
della psicoterapia e la bassa numerosità della popolazione
inclusa.
Nel lavoro condotto sui pazienti anziani
(Rahme et al), è stato utilizzato il database amministrativo
del “Quebec Health Care Found”. Gli autori hanno ricavato
i dati demografici, le prescrizioni terapeutiche di tutti i pazienti
di età >65 anni con almeno una prescrizione di SSRI tra
gennaio 1998 e dicembre 2004. Il follow-up è stato poi esteso
per un anno dalla sospensione della terapia o fino al decesso del
soggetto o al termine del periodo dello studio. I dati sulla mortalità
sono stati ottenuti dal database Vital Statistics che contiene informazioni
sulla data e la causa del decesso codificati secondo l’ICD-9/ICD-10
ed i suicidi sono stati registrati come causa di morte secondo i rapporti
medico-legali.
L’end point primario era il decesso per suicidio. Gli autori
hanno considerato gli episodi di intossicazione con farmaci o con
ogni altro agente chimico riportati nel database come indicatori di
possibile tentativo di suicidio.
Per ogni paziente il periodo di follow-up
è stato diviso in: esposizione a SSRI, esposizione ad altri
antidepressivi, esposizione a SSRI e altri antidepressivi contemporaneamente
e nessuna esposizione ad antidepressivi.
Nella categoria “altri antidepressivi” sono stati inclusi
i triciclici (amitriptilina, amoxapina, clomipramina, desipramina,
doxepina, imipramina, nortriptilina, protriptilina, trimipramina);
i farmaci inibitori non selettivi della ricaptazione della serotonina
(bupropione, nefazodone, trazodone, mirtazapina, venlafaxina).
I pazienti sono stati caratterizzati in base a variabili demografiche
(sesso, età, luogo di residenza, reddito); ad assunzione di
farmaci psicotropi (barbiturici, benzodiazepine, carbonato di litio),
abuso di alcool e droghe, uso di naltrexone, condizioni che potevano
essere associate a depressione, alla specializzazione del medico prescrittore
e alla possibilità di essere stati sottoposti ad una visita
psichiatrica nel corso dell’anno precedente. I dati ottenuti
sono stati poi analizzati per mezzo di un’elaborata analisi
statistica.
Lo studio ha incluso 128229 pazienti (70% donne) con una età
media di 75.4 anni. Il 36% ha ricevuto paroxetina (58% <20 mg/die,
considerato basso dosaggio); il 24% citalopram (44% <20 mg/die,
basso dosaggio); il 26% sertralina (58% <50 mg/die, basso dosaggio);
il 9% fluvoxamina (25 % <50 mg/die) e il 5% fluoxetina (44% <20
mg/die). È importante sottolineare che a distanza di 6 mesi
dall’inizio della terapia, solo il 39% dei pazienti non aveva
interrotto la terapia.
Durante l’anno di osservazione,
sono state registrati 37 decessi per suicidio in pazienti in trattamento
con SSRI (15 in terapia con paroxetina, 14 con citalopram, 6 con sertralina;
1 con fluvoxamina ed 1 con fluoxetina); 16 suicidi durante il trattamento
con altri antidepressivi; 5 suicidi con un l’associazione SSRI
+ un altro antidepressivo e 29 in pazienti non in trattamento farmacologico.
Il rischio relativo di suicidio era molto più basso nelle donne
rispetto agli uomini (RR: 0,14 [0,09-0,22]).
È stato inoltre osservato che il precedente utilizzo di benzodiazepine
e di antipsicotici era associato ad un incremento del rischio di suicidio,
rilevato anche nei pazienti che nel periodo di osservazione avevano
avuto uno “switch” terapeutico e nei trattati con un’associazione
fra SSRI ed un altro antidepressivo.
Per quanto riguarda gli episodi di intossicazione,
nel corso dell’anno di follow-up sono stati riportati 1481 casi
di intossicazione durante la terapia con SSRI; 359 (11.9/1000 pazienti-anno)
con altri antidepressivi; 117 (13.1/1000 pazienti-anno) con SSRI +
un altro antidepressivo; 1534 (6.0/1000 pazienti-anno) tra i non trattati.
Di tutti i casi di intossicazione, 36.4% erano da farmaci non specificati;
31.5% da farmaci d’abuso in pazienti non tossicodipendenti;
9.4% da sostanze non medicinali; 4.1% da farmaci cardiovascolari;
3.9% da gas; 2.7% da sostanze alcoliche e 1.3% da agenti psicotropi.
La percentuale rimanente comprendeva analgesici, anticonvulsivanti,
antiallergici e antimicrobici.
L’analisi effettuata dimostra che il rischio di intossicazione
era più alto nei pazienti in terapia con SSRI, con un altro
antidepressivo o con i farmaci in associazione rispetto ai pazienti
non in trattamento. Il rischio di intossicazione era inoltre diverso
a seconda del SSRI usato, con un RR di 0.93 (0.74-1.16) per la fluoxetina
e 1.45 (1.23-1.71) per la fluvoxamina.
Uno dei limiti di questo lavoro consiste
nel fatto che il trattamento antidepressivo non è stato adeguato,
in quanto molti pazienti hanno interrotto precocemente la terapia
dopo la risoluzione dei sintomi. Un’altra osservazione riportata
è la presenza di un maggior rischio di suicidio nei pazienti
che hanno avuto “switch” terapeutico, tuttavia non sono
noti i motivi per i quali era stato effettuato lo switch, né
il protocollo seguito per effettuarlo. Non è quindi possibile
stabilire se l’aumentato rischio di suicidio è ascrivibile
alla mancanza di efficacia degli SSRI somministrati o all’interruzione
della terapia.
Infine, è stato osservato che il rischio di suicidio sembra
maggiore fra i pazienti che ricevevano un dosaggio più elevato
di SSRI, ma questo potrebbe essere legato alla maggiore gravità
del depressione.
I risultati di questo studio
sono in accordo con quelli di altri studi (Am J Psychiatry 156: 190-194,
1999; Am J Psychiatry 163: 813-821, 2006; Arch Gen Psychiatry 63:
1358-1367, 2006; Acta Psychiatr Scand 85: 444-448, 1992; Acta Psychiatr
Scand 96: 94-100, 1997; J Am Geriatr Soc 44: 1205-1209, 1996) dai
quali emergeva che l’utilizzo di farmaci antidepressivi era
correlato ad una diminuzione del rischio di suicidio in pazienti depressi
e che al momento del suicidio la maggior parte dei pazienti non era
in terapia con farmaci antidepressivi.
| Le conclusioni
alle quali giungono gli autori dei due lavori sono in accordo
con le osservazioni e le raccomandazioni disposte dalla FDA
dal 2004 in poi: è stato osservato un aumento del rischio
di tentativo di suicidio nei pazienti in età pediatrica,
soprattutto nei primi mesi di trattamento con farmaci antidepressivi,
in particolare con gli SSRI. Il rischio è inversamente
proporzionale all’età, con l’assenza o
la riduzione del rischio nella popolazione adulta ed anziana.
I meccanismi psicofarmacologici che inducono questa suscettibilità,
età-correlata, al trattamento con farmaci antidepressivi
non sono ancora noti. |
Conflitto di interesse:
alcuni autori di entrambi gli studi dichiarano di aver ricevuto finanziamenti
da diverse industrie farmaceutiche.
Riferimenti bibliografici
Rahme E et al. Risks of suicide and poisoning among elderly patients
prescribed selective serotonine reuptake inibitors: a retrospective
cohort study. J Clin Psychiatry 2008; 69: 349-57.
Olfson M, Marcus SC. A case-control study of antidepressants and attempted
sucidie during early phase treatment of major depressive episodes.
J Clin Psychiatry 2008; 69: 425-32.
| Somministrazione
settimanale di paclitaxel nella terapia adiuvante del cancro
al seno
A cura della Dott.ssa Daniela Carli
|
La chemioterapia adiuvante riduce il rischio di ricaduta e la mortalità
nelle donne con neoplasia maligna della mammella operabile.
In questo studio sono stati confrontati due differenti taxani, docetaxel
e paclitaxel, somministrati ciascuno settimanalmente oppure ogni tre
settimane.
Il protocollo è stato stilato dal Eastern Cooperative Oncology
Group (ECOG); hanno inoltre partecipato altri gruppi di lavoro tra
cui il Southwest Oncology Group (SWOG), il Cancer and Leukemia Group
B (CALGB) ed il North Central Cancer Treatment Group (NCCTG).
Criteri di inclusione erano la presenza, confermata all’esame
istologico, di adenocarcinoma operabile della mammella con linfonodi
positivi (T1, T2 o T3 e N1 o N2) oppure con linfonodi ascellari negativi
anche se ad alto rischio (T2 o T3, N0) ma senza metastasi a distanza.
Tutte le pazienti sono state sottoposte
a terapia standard con doxorubicina (60 mg/m2 somministrata lentamente
e.v. in 5-15 minuti) e ciclofosfamide (600 mg/m2 somministrata e.v.
in 30-60 minuti) ogni tre settimane per quattro cicli.
Questa terapia è stata seguita dai taxani. Le donne sono state
assegnate ad uno dei seguenti quattro gruppi di trattamento:
- Paclitaxel 175 mg/m2 e.v. in 3 ore ogni 3 settimane per 4 dosi;
- Paclitaxel 80 mg/m2 e.v. 1 ora ogni settimana per 12 dosi;
- Docetaxel 100 mg/m2 e.v. 1 ora ogni 3 settimane per 4 dosi;
- Docetaxel 35 mg/m2 e.v. 1 ora ogni settimana per 12 dosi.
Le pazienti, dopo quadrantectomia o mastectomia radicale, sono state
sottoposte, se necessario, a cicli di radioterapia. Le pazienti con
positività per i recettori degli estrogeni, del progesterone
o di entrambi hanno ricevuto 20 mg/die di tamoxifene per 5 anni. Nel
giugno 2005 il protocollo è stato modificato per permettere
alle donne in post-menopausa di poter assumere un inibitore delle
aromatasi.
Tra Ottobre 1999 e Gennaio 2002 sono
state arruolate 5052 pazienti, di cui 4950 (98%) eleggibili per lo
studio. L’età media era di 51 anni. Circa il 12% non
aveva linfonodi positivi, il 56% ne aveva da 1 a 3 ed il 32% ne aveva
4 o più. La neoplasia era positiva per i recettori degli estrogeni,
del progesterone o di entrambi nel 70% dei casi e positiva per HER2
nel 19% dei casi. Il 60% delle pazienti è stata sottoposta
a mastectomia, il 40% a quadrantectomia.
Questo trial è stato disegnato
per confrontare l’efficacia di paclitaxel rispetto a docetaxel
e per confrontare la cinetica standard di somministrazione dei taxani
ogni 3 settimane con una modalità settimanale. End point primario
era valutare la sopravvivenza libera da malattia, intesa come il tempo
trascorso dalla randomizzazione alla ricaduta della malattia, la morte
senza recidiva di malattia o la comparsa di neoplasia alla mammella
controlaterale.
Dopo un follow-up medio di 63.8 mesi,
1048 pazienti hanno avuto una recidiva o la comparsa di una neoplasia
all’altra mammella e 686 sono decedute. Non ci sono state differenze
statisticamente significative per quanto riguarda la sopravvivenza
libera da malattia tra i gruppi trattati con paclitaxel e docetaxel
(CI 0.91-1.17; p=0.61) o tra i gruppi che hanno ricevuto il trattamento
ogni 1 o ogni 3 settimane (odds ratio, 1.06; 95% CI 0.94-1.20; p=0.33).
Il periodo libero da malattia è stato più lungo per
le pazienti che hanno ricevuto paclitaxel 1 volta alla settimana (odds
ratio, 1.27; p=0.006) o docetaxel ogni 3 settimane (odds ratio, 1.23;
p=0.02) rispetto alle pazienti trattate con docetaxel una volta alla
settimana (odds ratio, 1.09;p=0.29).
La sopravvivenza totale è risultata notevolmente migliore nel
gruppo con paclitaxel 1 volta alla settimana rispetto al gruppo trattato
ogni 3 settimane (odds ratio, 1.32; p=0.001), ma non nel gruppo con
docetaxel 1 volta alla settimana (odds ratio, 1.02; p=0.80) o ogni
3 settimane (odds ratio, 1.13; p=0.25). Le pazienti con neoplasia
HER2 negativa, trattate con somministrazione settimanale di paclitaxel,
hanno avuto un prolungamento del periodo libero da malattia indipendentemente
dalla presenza o meno di recettori ormonali; effetti simili non sono
stati osservati nel gruppo trattato con docetaxel.
Il 28% delle pazienti che ha ricevuto
la monosomministrazione settimanale di paclitaxel ha avuto effetti
tossici di grado 3 e 4, rispetto al 30% delle trattate con paclitaxel
ogni 3 settimane (p=0.32), il 71 % di quelle trattate con docetaxel
ogni 3 settimane (p<0.001) ed il 45% di quelle trattate con docetaxel
1 volta alla settimana (p<0.001). La più elevata percentuale
di effetti avversi di grado 3 e 4 comparsi con la terapia con docetaxel
era rappresentata da neutropenia (46%) che risultava in una più
frequente comparsa di neutropenia febbrile (16%) ed infezioni (13%
vs 1-4% degli altri gruppi).
L’incidenza di neuropatia di grado 3 e 4 nei 4 gruppi andava
dal 4% all’8% con un’incidenza maggiore nel gruppo trattato
con paclitaxel 1 volta alla settimana (27%).
| Alla luce dell’analisi
statistica dei dati raccolti gli autori hanno concluso che
esiste un significativo aumento del periodo libero da malattia
dopo trattamento con paclitaxel somministrato 1 volta alla
settimana o docetaxel ogni 3 settimane, mentre si ha un aumento
della sopravvivenza in chi ha assunto paclitaxel 1 volta alla
settimana.
Rispetto al gruppo trattato con terapia standard, in quello
che ha assunto paclitaxel 1 volta alla settimana, si ha una
maggiore insorgenza di neuropatia moderata-severa, mentre
il gruppo trattato con docetaxel ogni 3 settimane presenta
un maggior rischio di insorgenza di neutropenia e delle complicanze
ad essa correlate.
|
Riferimento bibliografico
Joseph A. Sparano. Weekly paclitaxel in the adjuvant treatment of
breast cancer. N Engl J Med. 2008; 358: 1663-71.
| Studio
randomizzato di fase III su capecitabina, oxaliplatino e bevacizumab
con o senza cetuximab nel cancro avanzato del colon retto:
studio CAIRO 2 (CApecitabine, IRinotecan, Oxaliplatin). Analisi
ad interim sulla tossicità
A cura della Dott.ssa Valentina Boscaro
|
Farmaci mirati verso VEGF (Vascular Endothelial Growth Factor ) o
verso EGFR (Epidermal Growth Factor Receptor) si sono dimostrati efficaci
nel carcinoma avanzato del colon retto (ACC), ma non sono disponibili
dati sulla loro combinazione con la chemioterapia di prima linea.
Lo studio CAIRO2, del Dutch Colorectal
Cancer Group (DCCG) ha valutato gli effetti dell’aggiunta di
cetuximab, un’immunoglobulina chimerica IgG1 contro EGFR, a
capecitabina, oxaliplatino e bevacizumab nel trattamento di prima
linea di ACC.
Si tratta di uno studio di fase III, randomizzato, in cui sono stati
arruolati 755 pazienti in 79 ospedali olandesi tra giugno 2005 e dicembre
2006, assegnati a 2 bracci di trattamento (braccio A: capecitabina
1000mg/m2 per os 2 volte/die nei giorni 1-14, oxaliplatino 130mg/m2
ev il giorno 1 e bevacizumab 7,5mg/kg ev il giorno 1; braccio B: stesso
trattamento + cetuximab 400mg/m2 ev nella settimana 1 del primo ciclo
di terapia e 250mg/m2 alla settimana nei cicli successivi; ogni ciclo
è somministrato ogni 3 settimane).
In questo lavoro vengono presentati i risultati sulla tossicità
relativi ai primi 400 pazienti, arruolati tra giugno 2005 e aprile
2006.
I principali criteri di inclusione sono
stati: diagnosi istologica di carcinoma colon-rettale, in stadio avanzato
non operabile, parametri misurabili di malattia e nessuna precedente
chemioterapia sistemica per tumore avanzato. I principali criteri
di esclusione sono stati: gravi patologie concomitanti che possono
impedire la somministrazione sicura dei farmaci in studio, precedente
terapia verso EGFR, neuropatia sensoriale di grado superiore a 1,
metastasi sintomatiche a carico del SNC, diatesi emorragiche, disturbi
coagulativi o uso di anticoagulanti, interventi di chirurgia maggiore
meno di 28 giorni prima dell’inizio della terapia, ferite o
ulcere gravi non sanguinanti, patologie cardiovascolari significative,
condizioni che interferiscono con l’assorbimento dei farmaci,
infezioni gravi in atto o altri tumori maligni negli ultimi 5 anni
ad eccezione di carcinoma basocellulare o squamoso della cute, adeguatamente
trattato, o carcinoma in situ della cervice. Precedenti radioterapie
erano accettate se completate almeno 4 settimane prima della randomizzazione.
L’end point primario è stato
il progression-free survival (PFS). End point secondari sono stati
l’overall survival, la risposta tumorale e la sua durata, la
qualità della vita, la sicurezza e la ricerca di fattori predittivi
della risposta al trattamento.
Ogni 3 settimane sono stati eseguiti l’esame clinico, la valutazione
della tossicità, la valutazione funzionale del midollo osseo,
del fegato e del rene; la verifica della risposta tumorale è
stata condotta ogni 3 cicli di terapia (9 settimane).
Dei 400 pazienti inclusi nell’analisi, 10 sono stati considerati
ineleggibili e 1 non ha mai cominciato il trattamento; dei 389 pazienti
(età media 62 anni, maschi 58%), 197 sono stati assegnati al
braccio A (età media 62 anni, maschi 52%), 192 al braccio B
(età media 61,5 anni, maschi 58%).
L’incidenza di reazioni tossiche
di grado 3-4 è stata significativamente più alta nel
braccio B rispetto al braccio A (81% vs 72%, p=0,03); la differenza
è stata totalmente attribuita alla tossicità cutanea
del cetuximab: se si esclude infatti la tossicità cutanea,
l’incidenza di tossicità di grado 3-4 è stata
simile nei due bracci (braccio A 72%, braccio B 71%, p=0,87). L’incidenza
di eventi tromboembolici e gastrointestinali non differiva significativamente
tra i due gruppi. La tossicità ha rappresentato la ragione
principale di interruzione della terapia per il 33% nel braccio A
e per il 32% nel braccio B. La mortalità probabilmente correlata
al trattamento non differiva nei due gruppi (4 vs 1, p=0,38).
| L’aggiunta
di cetuximab a capecitabina, oxaliplatino e bevacizumab nel
trattamento di prima linea del tumore colon retto avanzato
si è dimostrata sicura e fattibile. Nel gruppo a cui
è stato somministrato il cetuximab infatti non si è
osservata tossicità eccessiva o inattesa. |
Riferimento bibliografico
Tol J et al. A randomized phase III study on capecitabine, oxaliplatin
and bevacizumab with or without cetuximab in first-line advanced colorectal
cancer, the CAIRO2 study of the Dutch Colorectal Cancer Group (DCCG).
An interim analysis of toxicity. Annals of Oncology 2008; 19: 734-38. |