
Newsletter numero 14 del 15-05-2008
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| Sommario o Fratture ossee associate all’uso di rosiglitazone in pazienti con diabete di tipo 2: un’analisi dello studio ADOPT (A Diabetes Outcome Progression Trial) o Periodi di prova all’FDA – I cambiamenti da mettere in atto per assicurare la sicurezza dei prodotti farmaceutici importati o Possiamo imparare
dagli studi clinici? o Sicurezza ed efficacia di testosterone spray transdermico predosato per il trattamento della riduzione dell’appagamento sessuale nelle donne in premenopausa: uno studio randomizzato o Uso di alendronato e rischio di episodi di fibrillazione atriale nella donna o Terapia intensiva
con anticoagulanti orali per ridurre gli eventi ischemici,
compresa la trombosi degli stent, in pazienti con sindrome coronarica
acuta trattati con intervento coronarico percutaneo e stent nel Trial
to Assess Improvement in Therapeutic Outcomes by Optimizing Platelet
Inhibition with Prasugrel–Thrombolysis in Myocardial Infarction
(TRITON-TIMI 38 trial): una sottoanalisi di un trial randomizzato o Corticosteroidi nella prevenzione e nel trattamento della Acute Respiratory Distress Syndrome (ARDS) negli adulti: una metanalisi o Uso degli inibitori nucleosidici della transcriptasi inversa e rischio di infarto del miocardio in pazienti affetti da HIV arruolati nello studio multi-coorte Data Collection on Adverse Events of Anti-HIV Drugs (D:A:D) o Associazione
tra varianti genetiche del CORTICOTROPIN-RELEASING HORMONE
RECEPTOR-2 (CHRH2) e risposta broncodilatatoria acuta nell’asma. È stato dimostrato che i pazienti
affetti da diabete mellito (DM) di tipo 2 presentano un’aumentata
densità ossea, il che potrebbe tradursi in un diminuito rischio
di fratture. Lo studio in oggetto è di tipo
caso-controllo nested basato sulla popolazione ed ha utilizzato il
database del General Practice Research (GPRD) inglese. Gli utilizzatori di antidiabetici orali
sono stati classificati in base alla classe farmacologica (glitazoni,
sulfoniluree, metformina, inibitori dell’alfa-glucosidasi, regolatori
del glucosio post-prandiale), al tempo di esposizione (“uso
corrente” se l’ultima prescrizione era registrata <60
giorni e “uso passato” se >60 giorni prima dell’index
date) e alla durata d’uso, secondo il numero di prescrizioni
prima dell’index date. Quando il gruppo di utilizzatori correnti con >8 prescrizioni di glitazoni è stato stratificato per sesso e per età, l’OR aggiustato era pari a 2,5 (CI 95% 0,84-7,41) per gli uomini, 2,56 (CI 95% 1,43-4,58) per le donne, 2,96 (CI 95% 1,40-6,25) per i soggetti <70 anni e 2,57 (CI 95% 1,22-5,40) per >70 anni. In seguito a stratificazione per i singoli glitazoni, l’OR aggiustato era pari a 2,59 (CI 95% 0,96-7,01) per il pioglitazone e 2,38 (CI 95% 1,39-4,09) per il rosiglitazone. In base alla dose utilizzata, l’OR risultava pari a 2,13 (CI 95% 1,15-3,92) a basse dosi (4 mg di rosiglitazone o 15 mg di pioglitazone) e 2,98 (CI 95% 1,42-6,26) ad alte dosi (8 mg di rosiglitazone o 30 mg di pioglitazone). Già i risultati dello studio ADOPT
avevano evidenziato un inatteso aumento del rischio di fratture agli
arti in donne trattate con rosiglitazone rispetto ad altri antidiabetici.
In seguito, anche per il pioglitazone è stato evidenziato un
aumento dell’incidenza di fratture. Gli autori sottolineano, comunque, che lo studio ha diversi limiti. Non si può escludere la possibilità che alcune fratture non siano state registrate o siano state mal classificate. L’attenzione degli autori è stata focalizzata sulle fratture osteoporotiche cliniche dovute a traumi lievi. Non era inoltre disponibile lo screening radiografico per identificare deformità vertebrali e fratture asintomatiche; di conseguenza il numero di fratture vertebrali può essere stato sottostimato. Inoltre, può darsi che alcune caratteristiche demografiche e lo stile di vita (es. status socioeconomico, abitudini alimentari e attività fisica) siano associati a rischio di frattura e all’uso di antidiabetici. Inoltre, anche se l’aggiustamento
dei risultati è stato effettuato per asma/broncopatia cronica
ostruttiva (e perciò, in qualche misura, per uso di corticosteroidi)
e per storia di stroke, è possibile che il rischio possa essere
il risultato di fattori di confondimento residui.
Riferimento bibliografico Meier C et al. Use of thiazolidinediones and fracture risk. Arch Intern Med 2008; 168: 820-5.
ADOPT (Aprile 2000-Giugno 2002) ha coinvolto 488 centri in 17 paesi del Nord America e dell’Europa, tra cui anche l’Italia. Criteri di eligibilità sono stati età 30-75 anni e glicemia a digiuno 126-180 mg/dl trattata con la sola correzione dello stile di vita. I criteri di esclusione erano: epatopatia clinicamente significativa, insufficienza renale, storia di acidosi lattica, angina grave o instabile, insufficienza cardiaca congestizia (NYHA I-IV) che richiedeva terapia farmacologica, ipertensione non controllata o malattie che richiedevano un trattamento periodico o intermittente con corticosteroidi orali o endovenosi oppure l’uso continuativo di corticosteroidi per via inalatoria. 4360 pazienti sono stati randomizzati
ad assumere, in doppio-cieco, rosiglitazone (n=1456), metformina (n=1454),
gliburide (n=1441); 9 pazienti non hanno ricevuto alcun trattamento.
Le dosi giornaliere iniziali sono state: rosiglitazone 4 mg, metformina
500 mg e gliburide 2,5 mg; la dose è stata poi incrementata
fino a quella con la massima efficacia: rosiglitazone 4 mg due volte
al giorno, metformina 1 g due volte al giorno, e gliburide 7,5 mg
due volte al giorno. L’incremento posologico è stato
effettuato ad ogni visita in corrispondenza di una glicemia a digiuno
=140 mg/dl. Al basale, i gruppi assegnati ai tre bracci dello studio erano omogenei per caratteristiche demografiche ad anamestiche; il 71% delle donne era >50 anni ed il 77%, era in post-menopausa; un maggior numero di donne, rispetto agli uomini, assumeva farmaci per l’omeostasi ossea (estrogeni, supplementazioni di calcio e bifosfonati). Tra i 2511 uomini, 89 hanno avuto una frattura: 32/811 (4,0%) nel gruppo rosiglitazone, 29/864 (3,4%) nel gruppo metformina e 28/836 (3,4%) in quello gliburide. L’analisi statistica non ha dimostrato differenze significative nel rischio di fratture. Tra le 1840 donne, 111 hanno avuto una
frattura: 60/645 (9,3%) nel gruppo rosiglitazone, 30/590 (5,1%) nel
gruppo metformina e 21/605 (3,5%) in quello gliburide. L’incidenza
cumulativa di fratture nelle donne, calcolato a 5 anni, raggiungeva
il 15,1% (95% CI 11,2 – 19,1) con rosiglitazone, 7,3% (95% CI
4,4 – 10,1) con metformina e 7,7% (95% CI 3,7 – 11,7)
con gliburide. L’aumento del rischio di frattura nel gruppo
rosiglitazone si è manifestato dopo 12 mesi di esposizione
al farmaco. Tra le donne con frattura, l’11,7% nel gruppo rosiglitazone,
il 16,7% in quello metformina e il 23,8% in quello gliburide ha riferito
di aver avuto un trauma all’arto o una caduta nei 30 giorni
precedenti la frattura. Inoltre, tra le donne fratturate, il 18,3%
nel gruppo rosiglitazone, il 16,7% in quello metformina e il 14,3%
in quello gliburide hanno avuto più di una frattura. L’uso di estrogeni, supplementazioni
di calcio, bifosfonati, diuretici tiazidici o dell’ansa oppure
glucocorticoidi non ha prodotto evidenti differenze nell’incidenza
di fratture. L’analisi covariata tempo-dipendente
non ha identificato alcun fattore di rischio particolare per l’aumentata
incidenza di fratture nel gruppo rosiglitazone.
L’aumentato rischio di fratture
nelle donne è probabilmente un effetto di classe dei tiazolidindioni:
anche l’uso di pioglitazone comporta un aumento del rischio
(~70%) (Takeda Pharmaceutical Company: letter to health care providers
2007). Conflitto di interesse: lo studio è stato supportato dalla GlaxoSmithKline, ditta produttrice del rosiglitazone, dalla quale alcuni autori dichiarano di aver ricevuto sponsorizzazioni. Riferimento bibliografico
Il contaminante è il condroitin
solfato supersolfato, la cui struttura chimica, che contiene delle
ripetizioni di disaccaride tetrasolfato, è particolarmente
inusuale. Prima di tutto la presenza di un acido glucuronico 3-O-solfato
è rara, osservata solo in specifici contesti di alcuni organismi.
Inoltre, il disaccaride tetrasolfato ripetuto non è stato isolato
in alcun tessuto animale. Questo tipo di problemi dovrebbero essere in teoria prevenuti dall’FDA stessa, che ispeziona gli stabilimenti stranieri produttori di componenti chimici e farmacologici destinati al mercato statunitense. Le ispezioni sono continue, ma dati preliminari suggeriscono che l’FDA non abbia ispezionato la suddetta industria sebbene fosse in programma di farlo. Il programma ispettivo dell’FDA
è stato “travolto” dalla rapida crescita di industrie
farmaceutiche. L’FDA utilizza due database in cui sono raccolti
i dati relativi a tutte le industrie estere soggette ad ispezione.
In accordo con il resoconto del 2007 del Government Accountability
Office (GAO), un database conta circa 3200 stabilimenti, l’altro
ne conta 6800. Da questi numeri si desume che l’agenzia abbia
ispezionato solamente il 7% delle ditte estere in un anno e che per
poterle ispezionare tutte almeno una volta necessiterebbe di un periodo
di circa 13 anni. Sulla base di queste risorse limitate, l’FDA ha pianificato un metodo basato sulla “valutazione del rischio” per fissare la priorità nelle ispezioni. È stato sviluppato un modello per predire quali possono essere gli stabilimenti che corrono un maggior rischio di non soddisfare i criteri della GMP e le ispezioni si focalizzano su queste strutture. Come risolvere questo problema? Gli autori
propongono che un approccio potrebbe essere promuovere l’efficienza
dell’FDA, un obiettivo che l’agenzia ha perseguito cercando
di concentrare le ispezioni per favorire il rispetto delle regole
della GMP. Nella speranza di aumentare le sue risorse, l’Agenzia
ha chiesto un aumento del budget a disposizione. Una possibilità
potrebbe essere quella di imporre una tassa alle manifatture che possa
aiutare a finanziare le ispezioni; naturalmente qualunque aumento
del budget prevede un aumento dei costi, e questo si potrebbe tradurre
in un aumento del prezzo dei farmaci.
Riferimenti bibliografici Stuart O. Schweitzer Trying times at the FDA – the challenge of ensuring the safety of imported pharmaceuticals. N Engl J Med 2008; 358; 1773-7. Guerrini M. Oversulfated chondroitin sulfate is a contaminant in heparin associated with adverse clinical events. Nat Biotechnol 2008; doi:10.1038/nbt1407. In Europa, solo in Germania sono stati segnalati casi di sospette reazioni avverse associati all’uso di eparina con presenza di contaminante di provenienza cinese. In Italia, a scopo cautelativo sono stati ritirati alcuni lotti di medicinali a base di eparina sodica e un lotto di enoxaparina che conteneva il contaminante. Inoltre, poichè è stato accertato che alcuni produttori importano eparina in forma grezza dalla Cina, è stato richiesto a tutte le Aziende produttrici italiane di implementare delle verifiche. È stato disposto il campionamento da parte dei NAS di tutti i lotti di materia prima grezza proveniente dalla Cina e delle materie prime ottenute. Attualmente, i campioni ottenuti sono oggetto di controlli da parte dell’Istituto Superiore di Sanità. Dato che il rafforzamento dei controlli
sia sulle materie prime che sul prodotto finito porterà ad
un transitorio rallentamento nella fornitura di eparina e poichè
in diversi lotti di enoxaparina, non ancora immessi in commercio,
è stata rilevata la presenza di basse concentrazioni di contaminante
è possibile che ciò determinerà uno stato di
carenza soprattutto di enoxaparina. L’AIFA, a questo proposito,
ha formulato delle raccomandazioni sulle eparine sia non frazionate
che a basso peso molecolare rivolte agli operatori sanitari per
fare fronte ad una possibile situazione di carenza. Comunicato
AIFA.
Gli autori, Silvio Garattini e Vittorio
Bertelè dell’Istituto Mario Negri di Milano, hanno realizzato
una revisione sulle sperimentazioni cliniche condotte su farmaci per
tre ragioni: Il valore aggiunto Dato che non è richiesto un valore
aggiunto, esiste la tendenza a sviluppare e utilizzare trial basati
su disegni di equivalenza o di non inferiorità, anche se la
FDA ha recentemente espresso dei dubbi a riguardo. L'uso di disegni
di equivalenza o di non-inferiorità indica l'intenzione di
evitare un reale confronto o la dimostrazione di un valore aggiunto
per un farmaco nuovo. Che tipo di confronto? Selezione dei pazienti End point Anche a fronte di protocolli ben disegnati,
spesso non esiste una buona corrispondenza tra il protocollo e i risultati
riportati nelle pubblicazioni. Della maggior parte dei protocolli
approvati, solo circa la metà sono stati iniziati; di questi
l’85% sono stati completati ma solo il 38% alla fine viene pubblicato.
Ciò implica il fenomeno della pubblicazione selettiva che non
riflette quanto è stato effettivamente dimostrato negli studi.
Reazioni avverse Clinical trial e formazione Clinical trial e conflitti d’interesse
Dopo 50 anni di trial clinici si può affermare che diversi aspetti sono stati considerevolmente migliorati, ma le considerazioni etiche devono essere ancora implementate in modo appropriato. Gli interessi finanziari legati alla valutazione dei farmaci devono essere eliminati o ridotti mediante valutazioni più sensate sui rischi e sui benefici, se si vuole rendere disponibile alle autorità regolatorie, ai medici e ai pazienti una solida verifica dei benefici e dei rischi dei farmaci. Ciò richiede non solo un comportamento meno aggressivo da parte delle multinazionali farmaceutiche, ma anche un’attitudine critica ed onesta dei ricercatori clinici. Riferimento bibliografico
Il rapporto rischio/beneficio della terapia ormonale (HT) postmenopausale è ancora controverso, soprattutto i dati riguardanti il suo effetto nei confronti dello stroke sono relativamente limitati. Nonostante studi precedenti (Ann Intern Med 2000; 133: 933-41. Circulation 2006; 113: 2425-34. JAMA 2003; 289: 2673-84.) abbiano dimostrato che donne in trattamento con HT presentano un aumento del rischio di stroke pari al 35% circa, rimane ancora poco chiaro quale sia tale rischio, relativo e assoluto, in donne che assumono HT nel periodo vicino alla menopausa. Alla luce del fatto che l’HT è il trattamento maggiormente efficace per i sintomi menopausali, è molto importante delineare il rischio di stroke per donne più giovani che assumono HT nel periodo perimenopausale, relazionandolo anche alla dose ormonale assunta. L’obiettivo dello studio in esame è determinare il rischio di stroke associato alla HT in donne in varie fasce di età (più giovani, da poco in menopausa e più anziane), dando particolare rilievo al tempo di inizio della HT, alla dose dell’estrogeno e/o del progestinico e all’impatto della HT nei confronti dei diversi sottotipi di stroke. Il Nurses’ Health Study, trial prospettico e osservazionale, ha avuto inizio nel 1976, quando 121700 infermiere, tra i 30 e i 55 anni di età, hanno restituito per posta un questionario sull’impiego di HT in menopausa e in postmenopausa e sulla presenza di patologie cardiovascolari e fattori di rischio associati. Successivamente più del 90% delle donne sono state seguite fino a giugno 2004, mediante questionari biennali, nei quali si richiedevano informazioni riguardanti la HT postmenopausale incluse la terapia in atto (entro l’ultimo mese), la durata, il tipo di ormoni assunti e la dose di estrogeni coniugati orali; quest’ultimo dato, unitamente a quelli relativi alla dieta e all’attività fisica sono stati aggiunti nel 1980. End point primario dello studio era l’incidenza
di stroke fatali e non fatali, con la precisazione che gli stroke
dovevano essere validati da registrazioni mediche, presenti per il
74% dei casi, e che sono stati esclusi quegli stroke per cui tali
registrazioni non erano disponibili. I risultati a cui lo studio è
giunto sono i seguenti: Dall’analisi dei risultati ottenuti
gli autori giungono alle seguenti conclusioni: donne in HT postmenopausale,
con il solo estrogeno o con quest’ultimo combinato con il progestinico,
presentavano un aumento del rischio di stroke pari al 30-40%, rischio
che non sembrava modificarsi significativamente in base all’inizio
precoce o tardivo della terapia stessa o alla sua assunzione per meno
di 5 anni da parte di donne più giovani. Tale rischio era però
strettamente associato alla durata della terapia e alla dose estrogenica
assunta: per le dosi più basse dell’estrogeno (0.3 mg)
è stato infatti dimostrato un rischio di entità pari
a quello di donne che non avevano mai assunto HT. Preso atto di ciò,
gli autori suggeriscono che nelle donne più giovani il rischio
di stroke potrebbe essere ridotto al minimo ricorrendo all’impiego
di basse dosi di estrogeno e per un breve periodo di tempo.
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Riferimento bibliografico
I livelli di testosterone nella donna si riducono con il progredire dell’età e non cambiano durante la menopausa. La terapia a base di testosterone sembra migliorare il benessere sessuale delle donne nel periodo postmenopausale, mentre i dati disponibili circa gli effetti del testosterone nel periodo premenopausale sono limitati. Uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato versus placebo, dose-ranging, realizzato in 6 centri medici australiani, ha valutato gli effetti di testosterone esogeno somministrato con spray pre-dosato (*) per via transdermica in donne in premenopausa che riferivano diminuzione della funzione sessuale. I soggetti sono stati arruolati tra settembre 2003 e maggio 2004 utilizzando radio e stampa per pubblicizzare il progetto di studio e interviste telefoniche per verificare le caratteristiche delle pazienti. I criteri di inclusione comprendevano: età tra 35 e 45 anni, stato premenopausale (ciclo mestruale regolare e livelli di FSH inferiori a 40 U/L), indice di massa corporea tra 18 e 32 kg/m2, essere sessualmente attive (>=1 atto sessuale ogni 28 giorni), ridotta funzione sessuale (punteggio <42 utilizzando la Sabbatsberg Sexual Self-Rating Scale), nessuna evidenza di depressione maggiore (punteggio <28 sulla scala Beck Depression Inventory) e livelli mattutini di testosterone libero =3.8 pmol/L (=<1.1 pg/mL). Infine, mediante un questionario, si accertava che le pazienti avessero sperimentato una reale riduzione dell’appagamento sessuale. Sono state escluse tutte le donne che stavano pianificando una gravidanza o stavano allattando, avevano problemi di relazione, scarsa affinità con il partner, sensazioni dolorose durante il coito, trattamenti farmacologici antidepressivi nelle 8 settimane di screening o assumevano farmaci con nota interferenza con la funzione sessuale (beta-bloccanti, alfa-bloccanti) o avevano storia di trattamento con farmaci androgeni. A tutte le partecipanti è stato chiesto di effettuare un test di gravidanza allo screening e di utilizzare un sistema contraccettivo riconosciuto dal punto di vista medico, compresi i contraccettivi orali. Per quattro settimane hanno poi completato un diario per caratterizzare la funzione sessuale basale. Infine, è stato effettuato da tutti i soggetti arruolati un trattamento con placebo per 16 settimane, seguito da 4 settimane di sospensione della terapia prima di iniziare lo studio. Le partecipanti sono state randomizzate a ricevere 3 diversi dosaggi giornalieri di testosterone in formulazione da 50 µg/µl (2x90 µl; 90 µl; 56 µl) o placebo, in spray predosato con nebulizzazione sull’addome per 16 settimane. L’end point primario era la frequenza di eventi sessuali soddisfacenti (ESS) annotati nel diario dalle pazienti alla 16a settimana. End point secondari erano, invece, la valutazione della frequenza di ESS alle settimane 4, 8, 12, e 20, della frequenza degli eventi sessuali totali, la media (calcolata per ogni periodo di 28 giorni) composita e i punteggi delle scale Sabbatsberg Sexual Self-Rating Scale e Psychological General Well-Being Index. La tollerabilità è stata valutata come frequenza di eventi avversi nei tre gruppi di trattamento attivo contro placebo, con particolare attenzione a quelli di natura androgenica. Sono state arruolate nello studio 261 donne, di età media intorno ai 40 anni, delle quali 64 randomizzate a placebo, 66 a testosterone 56 µl, 64 a testosterone 90 µl e 67 a testosterone 90x2 µl. Il numero medio di ESS nei 28 giorni alla 16a settimana è risultato statisticamente maggiore nelle donne trattate con la dose intermedia di testosterone (90 µl/die) rispetto a placebo (media dei minimi quadrati: 2.48 vs 1.70 ESS; event rate ratio [RR]: 1.49 [CI 95%, 1.01-2.18; p=0.04]). La frequenza di ESS nei soggetti trattati con la dose maggiore (90x2 µl/die) e inferiore (56 µl/die) di testosterone non è risultata significativamente diversa da quella del gruppo placebo. Il rate ratio, basato sul rapporto delle medie dei quadrati minimi di ESS durante le settimane dalla quarta alla sedicesima per ciascun gruppo di trattamento, ha mostrato aumenti significativi o al limite della significatività statistica in tutti i gruppi trattati con testosterone rispetto a placebo (RR [2x90 µl vs placebo]: 1.38; 1.00 – 1.92; p=0.052; RR [90 µl vs placebo]: 1.48; 1.07-2.06, p=0.018; RR [56 µl vs placebo]: 1.34; 0.97-1.86, p=0.081). Alla 16a settimana il 95% delle pazienti trattate con 90 µl/die di testosterone mostrava livelli di testosterone libero inferiori al limite superiore del range di normalità stabilito per le donne. L’evento avverso più frequente è stato ipertricosi, dose-correlata e spesso limitatamente al sito di applicazione. Altri eventi comprendevano cefalea, acne, nausea e dismenorrea. Tra i limiti dello studio gli autori riportano la durata troppo breve del periodo di trattamento e il rilevante effetto placebo.
(*) In Italia non sono disponibili spray predosati per la somministrazione transdermica di testosterone nella donna affetta da ridotta funzione sessuale pre- o postmenopausale. Esistono, con una indicazione simile (disturbo del desiderio sessuale ipoattivo), dei sistemi transdermici (cerotti) che rilasciano concentrazioni di testosterone pari a 300 mcg/24 ore. Secondo Rosemary Basson, autrice di un editoriale di commento, il miglioramento minimo osservato per l’outcome primario e la mancanza di una correlazione dose-effetto solleva la questione se il testosterone abbia un effetto reale o meno sulla funzione sessuale nella donna. Il razionale d’impiego di testosterone si basa sull’osservazione di alcuni ricercatori che i livelli di ormone androgeno si riducono nella donna nel corso della vita, mentre altri studi (ma non tutti) hanno osservato una riduzione del desiderio sessuale femminile associata all’età. Tuttavia, per nessun ormone androgeno le concentrazioni plasmatiche si correlano con il desiderio, la funzione o l’appagamento sessuale nella donna. Nonostante i benefici minimi di testosterone osservati nello studio di Davis et al., è importante considerare – prosegue Basson - se livelli relativamente bassi di testosterone siano responsabili della disfunzione sessuale in queste donne. Esse hanno comunque avuto esperienze sessuali gratificanti, il che suggerisce che gli ormoni sessuali (o altri fattori biologici) non costituiscono una causa importante di disfunzione sessuale in occasioni in cui il sesso non è soddisfacente. Basson, in accordo con gli autori dell’articolo, raccomanda cautela nella diffusione dell’uso di testosterone spray predosato in donne in premenopausa. Il medico dovrebbe valutare primariamente la natura del disturbo sessuale della paziente, successivamente verificare la sua salute mentale, i problemi di relazione e eventuali disfunzioni sessuali del partner. Quindi procedere con una terapia convenzionale (consultare uno specialista sessuologo, ricorrere a psicoterapia etc.). La paziente dovrebbe infine essere consapevole della mancanza di dati di sicurezza a lungo termine nel considerare terapie sperimentali con testosterone per il trattamento del mancato appagamento sessuale che dovesse persistere dopo un periodo ragionevole di terapia convenzionale. Conflitto di interesse: alcuni autori sono dipendenti e azionisti di Acrux Ltd produttrice dello spray predosato contenente testosterone. Altri autori hanno ricevuto fondi per consulenze o percepito fondi specifici per questo lavoro dalla stessa azienda. Riferimenti bibliografici
Quest’analisi caso-controllo si
propone di verificare il rischio di fibrillazione atriale associato
all’uso di alendronato attraverso la valutazione dei dati raccolti
in un altro studio, osservazionale basato sulla popolazione, attualmente
in corso negli Stati Uniti, finalizzato all’identificazione
dei fattori di rischio per lo sviluppo di episodi di fibrillazione
atriale (Group Health Atrial Fibrillation Study).
Conflitto di interesse: uno degli autori (Cummings SR) ha dichiarato di aver ricevuto fondi per la ricerca e per consulenze specifiche da varie aziende farmaceutiche produttrici di bifosfonati. Riferimento bibliografico
L’inserimento di uno stent intracoronarico può essere una procedura destinata ad un maggior successo e meno gravata da restenosi rispetto all’angioplastica con palloncino nei pazienti con sindrome coronarica acuta ma può anche aumentare il tasso di complicanze trombotiche, tra cui la trombosi dello stesso stent. Lo studio TRITON–TIMI 38 (Wiviott
SD et al. N Engl J Med 2007; 357: 2001-15) ha dimostrato che il prasugrel
(non in commercio in Italia), una nuova tienopiridina, riduce del
19% l’end point primario composito di morte cardiovascolare,
infarto miocardico non fatale o stroke non fatale rispetto alla terapia
standard con clopidogrel, in pazienti con sindrome coronarica acuta
con intervento programmato di coronaroplastica percutanea. Questa
maggiore riduzione di eventi ischemici con il prasugrel rispetto al
clopidogrel, ha però avuto come contropartita una maggiore
percentuale di episodi emorragici maggiori non correlati all’intervento
di bypass coronarico e di episodi emorragici a elevato rischio di
mortalità o fatali, seppur rari. Nel TRITON-TIMI 38 sono stati reclutati
soggetti affetti da angina instabile con rischio da moderato a grave
od infarto miocardico con o senza innalzamento del tratto ST (STEMI
o UA/NSTEMI rispettivamente) dopo terapia medica con caratteristiche
di eleggibilità per intervento di angioplastica percutanea.
Sono stati esclusi i pazienti con precedenti di diatesi emorragica
od uso di tienopiridine entro 5 giorni dall’arruolamento. I
pazienti selezionati sono stati randomizzati a ricevere prasugrel
o clopidogrel, indipendentemente dal tipo di stent. Nella sottoanalisi volta a valutare gli
eventi ischemici, sono stati considerati i pazienti con rischio da
moderato a grave di sindrome coronarica acuta che avevano ricevuto
almeno uno stent coronarico alla data indice della randomizzazione
del TRITON-TIMI 38. Questi soggetti sono stati classificati in base
al tipo di stent ricevuto: non medicato, medicato o una combinazione
di entrambi. I soggetti con diversi tipi di stent erano in numero
esiguo (n=640, <5% della popolazione del trial) e sono stati esclusi
dall’analisi di ogni singolo tipo di stent, in quanto non perfettamente
omogenei al resto del gruppo. 12844 pazienti (il 94% dei 13608 arruolati
nel TRITON TIMI 38) hanno ricevuto almeno uno stent coronarico; 5743
solo stent medicati e 6461 solo stent standard non medicati. Una terapia antiaggregante intensiva
con prasugrel sembra quindi ridurre gli outcome ischemici, compresa
la trombosi dello stent, rispetto alla terapia standard con clopidogrel,
indipendentemente dal tipo di stent. Tuttavia, con il prasugrel è
stata registrata una maggiore frequenza di eventi emorragici maggiori
non correlati all’intervento di bypass coronarico rispetto al
clopidogrel, anche se la differenza non è stata significativa
(2,4% vs 1,9%, HR 1,27; p=0,06). Quando l’analisi è stata
ristretta alla trombosi definita dello stent, è stata osservata
una riduzione del 58% (0,88% vs 2,03%, HR 0,42, p<0,0001) con prasugrel
rispetto a clopidogrel. L’end point relativo a trombosi definita
o probabile si è ridotto del 52% (1,13% vs 2,35%, HR 0,48,
p<0,0001) e la trombosi definita, probabile o possibile si è
ridotta del 44% (1,54% vs 2,75%, HR 0,56, p<0,0001).
L’obiettivo principale di quest’analisi era mettere a confronto 2 trattamenti (prasugrel e clopidogrel) sull’incidenza di complicanze trombotiche anche a livello dello stent. Una precoce sospensione del clopidogrel in pazienti con sindrome coronarica acuta e stent è un fattore di rischio maggiore per eventi avversi come la trombosi dello stent, il cui rischio può essere ridimensionato da una terapia antiaggregante più aggressiva e più prolungata. Conflitto di interesse:
lo studio è stato finanziato da Daiichi Sankyo ed Eli Lilly.
Riferimento ibliografico Wiviot DS et al. Intensive oral antiplatelet therapy for reduction of ischaemic events including stent thrombosis in patients with acute coronary syndromes treated with percutaneous coronary intervention and stenting in the TRITON-TIMI 38 trial: a subanalysis of a randomised trial. Lancet 2008; 371: 1353–63.
La fibrillazione atriale non valvolare (NVAF) rappresenta la più comune aritmia cardiaca nel mondo. La prevalenza della fibrillazione atriale aumenta con l’età, colpendo circa il 5% dei soggetti >65 anni e quasi il 10% dei pazienti >80 anni. La fibrillazione atriale incrementa di 5 volte il rischio di stroke, mentre la terapia anticoagulante con warfarin lo riduce di 2/3. I maggiori benefici derivanti dal trattamento con warfarin sono stati osservati nei pazienti a più alto rischio di trombosi (>75 anni o nei soggetti di qualunque età con storia di ipertensione, ridotta funzionalità ventricolare sinistra, diabete mellito, stroke o attacco ischemico transitorio). Ciononostante, a causa del rischio di complicanze emorragiche, i medici appaiono spesso riluttanti a prescrivere la terapia anticoagulante, soprattutto ai pazienti anziani. Alla luce di tali premesse, l’obiettivo di questo studio, osservazionale di tipo prospettico, era identificare i fattori di rischio per sanguinamento durante il trattamento con warfarin per NVAF in pazienti anziani (=75 anni) rispetto a soggetti più giovani (<75 anni). La descrizione completa dei metodi è stata pubblicata in precedenza nello studio principale (Abdelhafiz AH et al. Clin Ther 2004; 26: 1470-8; Abdelhafiz AH et al. Am J Geriatr Pharmacother 2003;1: 53-60). Nello studio sono stati inclusi tutti
i pazienti con una nuova diagnosi di NVAF, sottoposti a trattamento
con warfarin per un periodo di 21 mesi in un grande ospedale universitario
di Sheffield nel Regno Unito. I pazienti sono stati divisi in 2 gruppi
di età (<75 anni e =75 anni) ed intervistati durante la
prima visita, nell’ambito della quale hanno anche rilasciato
un consenso informato verbale; per ogni singolo paziente sono state
altresì raccolte informazioni su età, sesso, storia
medica e terapia farmacologica. Successivamente, tramite intervista
telefonica, sono stati ricavati, ogni 4-6 settimane, i dati relativi
agli eventi emorragici (sia maggiori che minori) per un periodo compreso
tra 1 e 31 mesi (media 19 mesi DS; 8,1 mesi). Un evento emorragico
maggiore è stato definito come un’emorragia che ha causato
il ricovero ospedaliero o una procedura di emergenza (come gastroscopia,
colonscopia o broncoscopia d’emergenza) e/o una trasfusione
ematica. Tutte le altre emorragie senza conseguenze mediche sono state
considerate eventi emorragici minori.
In totale, 402 pazienti sono stati inclusi nello studio: 203 pazienti di età <75 anni (età media 64,3 anni) nel primo gruppo, 199 pazienti di età =75 anni (età media 80,4 anni) nel secondo. Rispetto al gruppo dei pazienti più giovani, il braccio dei soggetti anziani comprendeva un numero significativamente maggiore di donne, un’incidenza maggiore di patologie tromboemboliche sistemiche e di stroke cerebrovascolari sistemici. La fibrillazione atriale parossistica era invece più frequente nel gruppo dei pazienti più giovani. Durante il follow up, gli eventi emorragici
osservati nei 2 gruppi sono risultati sovrapponibili. Episodi minori
di sanguinamento sono stati osservati in 47 pazienti anziani e in
42 soggetti più giovani, per un totale di 107 episodi. Le emorragie
maggiori si sono manifestate in 6 pazienti anziani (3%) e in 5 pazienti
più giovani (3%) per un totale di 11 episodi. I valori medi
di INR e la frequenza delle misurazioni dell’INR sono risultati
sovrapponibili tra i 2 gruppi. Dei 14 potenziali fattori di rischio
esaminati, 8 (età, sesso, INR medio, frequenza delle misurazioni
dell’INR, diabete mellito, stroke ischemico, insufficenza cardiaca
congestizia e patologie vascolari periferiche) non hanno evidenziato
alcun effetto significativo nei confronti sia delle emorragie maggiori
che di quelle minori in entrambi i gruppi.
Inoltre, sebbene il numero di farmaci assunti dai pazienti sia risultato simile tra i 2 gruppi, la politerapia si è dimostrata un fattore di rischio significativo per le emorragie maggiori soltanto nei pazienti anziani, suggerendo una maggiore predisposizione degli stessi allo sviluppo di complicanze, probabilmente a causa di una ridotta clearance metabolica. In definitiva, i pazienti anziani, pur evidenziando una maggiore sensibilità al trattamento con warfarin, non necessitano di un controllo più rigido rispetto a quelli più giovani. Un importante limite dello studio è stato il bias di selezione che comunque rappresenta un errore peculiare degli studi osservazionali, nei quali la scelta di un trattamento si basa sull’opinione di medici e pazienti. Un altro importante limite è costituito dal numero limitato di eventi emorragici che ha ridotto la capacità di identificare i fattori predittivi di emorragie maggiori o minori. Infine, nello studio non si è tenuto conto di altri fattori di rischio per emorragia durante terapia con warfarin (quali storia di emorragie gastrointestinali, anemia, insufficienza renale, tumori, storia di abuso d’alcol o di sostanze stupefacenti e terapia antiaggregante) che in altri studi hanno dimostrato di essere importanti. Riferimento bibliografico
Lo scopo di questo studio è valutare l’uso di analisi ad interim negli studi clinici randomizzati e controllati (RCT) su farmaci antitumorali, focalizzando l’attenzione ai trial interrotti precocemente per i benefici. Le analisi ad interim sottolineano il dilemma etico di salvaguardare gli interessi dei pazienti arruolati e di proteggere la società da eccessivi proclami di benefici del trattamento. Attraverso MEDLINE sono state selezionate
le pubblicazioni in lingua inglese di trial clinici riguardanti farmaci
antitumorali, contenenti le parole “interim” e “analysis”,
pubblicate tra gennaio 1997 e ottobre 2007; complessivamente sono
stati trovati 231 articoli. Gli autori hanno condotto un’ulteriore
ricerca di articoli pubblicati tra ottobre 2006 e ottobre 2007 sulle
tre riviste maggiormente segnalate dalla ricerca su MEDLINE (Lancet,
New England Journal of Medicine, Journal of Clinical Oncology), con
selezione di altri 2 lavori. Complessivamente sono stati analizzati
25 articoli, di cui il 56% pubblicato negli ultimi 3 anni (2005-2007),
con un incremento degli studi interrotti precocemente in oncologia
negli ultimi anni rispetto all’intero periodo analizzato. 11
studi (79%) sono stati utilizzati per la richiesta di autorizzazione
all’immissione in commercio all’EMEA o all’FDA.
Nell’insieme emerge che i trial
in oncologia sono ben progettati, ma le interruzioni precoci sollevano
nuove preoccupazioni.
Riferimento bibliografico Trotta F. et al. Stopping a trial early in oncology: for patients o for industry? Annals of Oncology 2008 Apr 9 [Epub ahead of print].
L'ARDS è una grave forma di patologia respiratoria acuta che evolve in disfunzione multiorgano e morte (il tasso di mortalità è pari al 40-60%). Dal punto di vista fisiopatologico, l’ARDS è il risultato di un’eccessiva e persistente risposta infiammatoria con importanti fenomeni di aumentata permeabilità vascolare ed infiltrazione leucocitaria. Per tale ragione, i corticosteroidi, potenti agenti antinfiammatori e con effetti immunomodulanti, possono essere valide opzioni terapeutiche. I loro potenziali effetti benefici possono essere controbilanciati da effetti collaterali. I trial clinici sui corticosteroidi nella terapia dell’ARDS, finora condotti, hanno analizzato outcome clinici diversi ed hanno riportato conclusioni contrastanti. Alla luce di ciò, tale metanalisi ha valutato se l’uso di corticosteroidi sia associato ad una riduzione della mortalità in adulti con ARDS. Inoltre, è stato analizzato l’effetto dei corticosteroidi sul rischio di infezione e sulla durata del periodo senza ventilazione meccanica e il loro ruolo nella prevenzione dello sviluppo dell’ARDS in pazienti adulti in condizioni cliniche critiche. Attraverso convenzionali motori di ricerca e banche dati (Medline, registro centrale Cochrane dei trial controllati, banca dati Cochrane delle revisioni sistematiche, American College of Physicians Journal Club, database dell’health technology assessment e degli abstract delle revisioni), due ricercatori hanno condotto una ricerca elettronica indipendente di tutti i trial clinici controllati e randomizzati che hanno confrontato l’effetto della terapia corticosteroidea rispetto a terapie non steroidee sull’incidenza o sull’esito dell’ARDS in adulti in condizioni cliniche gravi. Sono stati considerati solo i trial (pubblicati nel periodo 1966-Aprile 2007) che riportavano i dati su mortalità, incidenza di ARDS o sulla ventilazione. In totale, 9 studi sono stati inclusi
nella metanalisi, di cui 4 hanno valutato l’effetto preventivo
dei corticosteroidi sull’ARDS in pazienti adulti in condizioni
critiche e 5 hanno analizzato il loro effetto terapeutico sull’esito
dell’ARDS in pazienti già affetti da tale sindrome. In
questi ultimi trial, la terapia con corticosteroide era iniziata in
un periodo compreso tra le 72 ore e le 4 settimane successive all’insorgenza
di ARDS. In merito all’effetto preventivo,
l’uso di corticosteroidi era associato ad un trend verso un
aumento sia del rischio di manifestare ARDS (OR 1.55; 95% CI 0.58-4.05)
che del rischio di mortalità, in quei pazienti che successivamente
avevano manifestato ARDS (1.52; 0.30-5.94).
L’editoriale di accompagnamento della metanalisi ha messo in evidenza come le tecniche Bayesiane utilizzate dagli autori siano validi strumenti per quantificare l’incertezza statistica, ma dall’altro lato non hanno permesso un’analisi qualitativa dei singoli trial, con particolare riferimento ai bias e ad altri limiti epidemiologici. Inoltre, viene sottolineato che i trial clinici inclusi erano di moderata qualità. L’interpretazione dei risultati della metanalisi potrebbe essere influenzata dai pregiudizi dei medici. Per coloro che non credevano particolarmente nella terapia corticosteroidea dell’ARDS, la metanalisi induce ad evitarne l’uso come profilassi e presenta deboli evidenze per il loro uso terapeutico. I clinici con un atteggiamento neutro o scettico potrebbero concludere che è alta la probabilità che la profilassi con corticosteroidi causi lo sviluppo di ARDS e aumenti la mortalità dovuta alla patologia. Questi medici probabilmente decideranno che gli steroidi andrebbero evitati e anche i più entusiasti potrebbero diventare meno convinti. Riferimenti bibliografici
Il gruppo D:A:D, una collaborazione internazionale di 11 coorti, segue 33347 pazienti (arruolati tra Dicembre 1999 e Gennaio 2005) affetti da HIV-1 in 212 cliniche in Europa, USA e Australia e ne registra le caratteristiche sociodemografiche e cliniche, i trattamenti, e i dati di laboratorio. Questo gruppo aveva già condotto uno studio per valutare se l'uso di inibitori nucleosidici della transcriptasi inversa (NRTI) riducesse l'associazione tra esposizione a inibitori delle proteasi e rischio di infarto del miocardio, suggerendo che anche gli NRTI possano contribuire al rischio cardiovascolare (D:A:D Study Group, N Engl J Med 2003, 349: 1993-2003; D:A:D Study Group, N Engl J Med 2007, 357: 1723-35). In questa analisi osservazionale, prospettica, è stato valutato se gli NRTI zidovudina, didanosina, stavudina, lamivudina e abacavir, i più venduti nel 2007, siano associati ad un aumento del rischio di infarto del miocardio. A tal fine i pazienti sono stati seguiti
dalla data del loro arruolamento alla data del primo infarto del miocardio
(outcome primario), o alla data del decesso, o 6 mesi dopo l'ultima
visita, o al Febbraio 2007 (fine del follow-up), a seconda di quale
evento si verificasse per primo. Per quantificare la relazione tra utilizzatori
cumulativi, recenti (uso attuale o nei 6 mesi precedenti) o pregressi
(ultima somministrazione >6 mesi) degli NRTI in studio e la comparsa
di infarto del miocardio, è stato utilizzato il modello di
regressione di Poisson e i dati ottenuti sono stati aggiustati per
diversi fattori di confondimento, quali le caratteristiche demografiche,
la coorte e l'uso di altri antiretrovirali. Al 1 Febbraio 2007, sono stati calcolati
157912 anni/persona. 517 pazienti avevano avuto infarto del miocardio
(event rate 3,3, 95% CI, 3,0-3,6, per 1000 anni/persona); di questi,
509 avevano ricevuto una terapia antiretrovirale, che era terminata
al momento dell'infarto miocardico in 59 pazienti. I pazienti con
infarto del miocardio erano generalmente più vecchi, maschi,
fumatori, avevano una storia familiare di malattie cardiovascolari,
una diagnosi di diabete mellito, di ipertensione, di lipodistrofia
e di dislipidemia, ed un rischio di coronaropatia a 10 anni alto o
moderato. In conclusione, questa analisi, caratterizzata
da una coorte ampia e un follow-up a lungo termine, dimostra che esiste
un aumento del rischio di infarto del miocardio nei pazienti trattati
negli ultimi 6 mesi con abacavir e didanosina, che tale aumento non
è spiegabile sulla base di altri fattori di rischio cardiovascolare,
e che non è presente dopo 6 mesi dalla cessazione del trattamento.
Gli autori sottolineano che lo studio, essendo osservazionale, non
è disegnato per stabilire definitivamente se le associazioni
valutate siano causali; inoltre, non sono stati inclusi i dati relativi
a emtricitabina e tenofovir a causa di un follow-up <2 anni.
Conflitto d’interesse: lo studio è stato finanziato dall’HAART Oversight Committee, un’iniziativa dell’EMEA supportata da finanziamenti di enti pubblici e case farmaceutiche. Gli autori affermano che gli sponsor non hanno avuto ruolo nel disegno e nella condotta dello studio, né sulla raccolta e analisi dei dati. L'editoriale di accompagnamento di JH
Stein e JS Currier, mette in evidenza che l'entità dell'aumento
del rischio di infarto del miocardio tra gli individui ad alto rischio
trattati con abacavir o didanosina non è trascurabile, sebbene
in linea generale i risultati degli studi osservazionali non dovrebbero
portare a cambiamenti nella pratica clinica. Infatti, nel 6% dei partecipanti
allo studio D:A:D, si aspetta un ulteriore infarto del miocardio ogni
11 utilizzatori di abacavir e ogni 20 utilizzatori di didanosina per
5 anni; pertanto, debbono essere prese in considerazione terapie alternative
e dovranno essere condotti ulteriori studi per confermare tale associazione
e spiegarne l'eventuale meccanismo. Riferimenti bibliografici
Diversi studi di farmacogenetica sul recettore ß2-adrenergico e sull’adenilato ciclasi 9 evidenziano come variazioni interindividuali nella risposta ai farmaci broncodilatatori includano una componente genetica. Gli autori formulano l’ipotesi che varianti genetiche di CRHR2 siano associate alla risposta acuta broncodilatatoria a ß2-agonisti in pazienti asmatici. Diversi fattori inducono a guardare al gene CRHR2 come un indicatore della risposta broncodilatatoria ai ß2-agonisti: - l’agonismo del recettore ß2-adrenergico e le vie di segnale di CRHR2 inducono meccanismi simili di rilassamento della muscolatura liscia; entrambi i recettori sono accoppiati a proteine G, che aumentano l’attività dell’adenilato ciclasi e la produzione di cAMP; - le interazioni tra ß2 agonisti e dei corticosteroidi, il cui rilascio è modulato da CRHR2: individui asmatici con diverse varianti genetiche di CRHR2 potrebbero avere differenti livelli di corticosterone e quindi differenti gradi di modulazione dei recettori ß2, essendo noto che in vitro i glucocorticoidi si sono dimostrati capaci di aumentare i livelli di mRNA del recettore ß2 adrenergico. La popolazione in studio è costituita
da pazienti asmatici (607) arruolati nel Childhood Asthma Management
Program (CAMP), uno studio multicentrico, randomizzato in doppio cieco
sulla sicurezza ed efficacia di steroidi per via inalatoria verso
farmaci antinfiammatori non steroidei verso placebo, condotto su bambini
di età compresa tra 5 e 12 anni (8,86±2,13 anni, maschi
60%) con asma da lieve a moderata (The Childhood Asthma Management
Program Research Group. N Engl J Med 2000, 343: 1054-63). Il fenotipo
di interesse è stata la risposta broncodilatatoria al baseline
(prima della randomizzazione), misurata come variazione percentuale
di FEV1 dopo la somministrazione di due puff di salmeterolo in confronto
a FEV1 prima della somministrazione del farmaco: in questa popolazione
la risposta broncodilatatoria media è stata 10,75%±10,13%. La mancata associazione tra la variante rs7793837 e la risposta broncodilatatoria nella popolazione Sepracor potrebbe essere dovuta a differenze fenotipiche: in particolare in questo studio sono stati arruolati pazienti con risposta broncodilatatoria maggiore di 15%, con conseguente risposta media maggiore che nelle altre due popolazioni. Lo studio presenta alcuni limiti: primo,
il fatto che non sia stato individuato un singolo SNP associato alla
risposta in tutte e tre le coorti; secondo, le associazioni significative
individuate non raggiungono livelli di significatività se corrette
con un testing multiplo.
Ulteriori studi di questa regione sono necessari per identificare le varianti causali che influenzano la risposta ai farmaci, così che test di screening siano sviluppati per predire in anticipo l’efficacia dei ß2-agonisti nella terapia dell’asma. Riferimento bibliografico |
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Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Valentina Boscaro (Università di Torino)
Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Maggio 2008 |