
Newsletter numero 15 dell'01-06-2008
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Da
questo numero di “SIF-Farmaci in evidenza” in poi, con
cadenza mensile, la redazione avrà cura di inserire dei contributi
relativi ai dispositivi medici, recentemente pubblicati su riviste
specialistiche o generaliste. o Effetti di diversi trattamenti antipertensivi su eventi cardiovascolari maggiori in giovani adulti ed anziani: una metanalisi di trial randomizzati - Blood Pressure Lowering Treatment Trialists’ Collaboration o Aderenza ai trattamenti antipertensivi prescritti: studio longitudinale su storie di dosaggi registrate elettronicamente o L’integrazione con acidi grassi omega 3 riduce il rischio a un anno di fibrillazione atriale nei pazienti ospedalizzati per infarto del miocardio o Isotretinoina e rischio di depressione in pazienti con acne vulgaris: uno studio “case-crossover” o Inibitori selettivi del reuptake della serotonina per il trattamento della depressione unipolare: una revisione sistematica di RCT a lungo termine o Ginkgo biloba per la prevenzione del declino cognitivo: un trial randomizzato contro placebo o Corticosteroidi e mortalità in bambini affetti da meningite batterica o Effetto di clopidogrel sul fallimento precoce delle fistole arterovenose per l’emodialisi. Uno studio clinico controllato o Aspetti relativi alla sicurezza dei mezzi di contrasto iodati in relazione alle loro proprietà chimico-fisiche: studio farmacoepidemiologico in due ospedali toscani o Antagonisti non peptidici dell’arginina-vasopressina: i vaptani o Effetti dell’acido folico e delle vitamine B sul rischio di eventi cardiovascolari e di mortalità totale in donne con alto rischio cardiovascolare: un trial randomizzato Dispositivi medici in evidenza o I nuovi ventilatori per anestesia erogano in modo accurato piccoli volumi correnti durante la ventilazione volume-controllata? o Adesivi cutanei a base di cianoacrilati o Confronto tra
stent medicati con everolimus vs paclitaxel in pazienti
con coronaropatia. Lo studio SPIRIT III
Il diabete gestazionale, definito come intolleranza al glucosio insorta per la prima volta durante la gravidanza, costituisce un fattore di rischio per eventi avversi di vario tipo (ad es. eccessiva crescita fetale, aumentata incidenza di traumi alla nascita, parto cesareo, anomalie metaboliche neonatali, quali policitemia, iperbilirubinemia, ipoglicemia) e per l’insorgenza di diabete nella madre e nel figlio. Le strategie di trattamento prevedono variazioni delle abitudini di vita e, qualora l’iperglicemia materna persista, l’uso di insulina. L’insulina, ha come effetti avversi ipoglicemia e aumento ponderale, pertanto la metformina può costituire una valida alternativa, sebbene il suo uso in gravidanza sia controverso. Il trial MiG, randomizzato, in aperto, multicentrico (10 centri in Nuova Zelanda ed Australia) è uno studio di non inferiorità della metformina vs insulina, basato sulle ipotesi che gli esiti perinatali siano simili per entrambi i trattamenti, che la metformina rispetto all’insulina sia considerato dalle donne un trattamento più accettabile, e che la metformina migliori i marker della sensibilità all’insulina sia nella madre che nel bambino. Tra Ottobre 2002 e Novembre 2006 sono state arruolate donne di età compresa tra 18 e 45 anni (età media 38,4) con diagnosi di diabete gestazionale secondo i criteri della Australasian Diabetes in Pregnancy Society (ADIPS). Le donne dovevano avere un solo feto, essere tra la 20a e la 33a settimana di gestazione, presentare i parametri consueti per iniziare il trattamento con insulina e avere, dopo una variazione dello stile di vita, una glicemia a digiuno >5,4 mmol/L (97,2 mg/dL), o postprandiale a 2 h >6,7 mmol/L (120,6 mg/dL). I criteri di esclusione sono stati: diagnosi di diabete precedente alla gravidanza; controindicazioni alla metformina; anomalia fetale; ipertensione gestazionale; preeclampsia; ridotta crescita fetale e rottura delle membrane. Le pazienti, stratificate per sede e
per età gestazionale (20-27 settimane e 28-33 settimane), sono
state randomizzate a metformina (n=363), dose iniziale di 500 mg 1
o 2 volte/die, poi aumentata, in un periodo di 1-2 settimane, ad un
massimo di 2500 mg/die o a insulina (n=370) ad un dosaggio massimo
di 50 UI/die. L’outcome primario, composito,
ha incluso: ipoglicemia neonatale (due o più valori di glicemia
<2,6 mmol/L [46,8 mg/dL]); distress respiratorio (necessità
di ventilazione assistita per almeno 4 h, necessità di ventilazione
a pressione-positiva continua o intermittente nelle 24 h successive
al parto); necessità di fototerapia; trauma alla nascita; un
punteggio della scala Apgar a 5 minuti <7; nascita prematura. Gli autori sottolineano, come punto di
forza, che lo studio è calato nella pratica clinica di routine,
anche se è stato condotto in aperto, il che rappresenta uno
dei limiti del trial.
Riferimento bibliografico Rowan JA et al. Metformin versus insulin for the treatment of gestational diabetes. N Engl J Med 2008; 358: 2003-15. Il problema dell’iperglicemia come fattore di rischio in gravidanza è oggetto anche dello studio Hyperglycemia and Adverse Pregnancy Outcome (HAPO), pubblicato sullo stesso numero del NEJM e condotto in 15 centri di 9 Paesi. Lo scopo di HAPO è stato verificare i rischi associati con vari gradi di intolleranza materna al glucosio di entità minore di quelli riscontrati nel diabete mellito conclamato. Sono state incluse 25505 donne (età
media 29,2 anni; durata dell’istruzione scolastica 12,9 anni
in media; il 48,3% erano bianche, l’11,9% nere, l’8,5%
ispaniche, il 29% asiatiche o orientali, e di altra origine il rimanente
2,6%) sottoposte al test per la tolleranza al glucosio tra la 24a
e la 32a settimana. Sono state escluse: donne di età <18
anni; quelle con data dell’ultima mestruazione incerta; quelle
senza esame ecografico tra le settimane 6 e 24 di gestazione; le multipare;
quelle che avevano concepito per induzione dell’ovulazione con
gonadotropine o per fecondazione in vitro; quelle che avevano fatto
il test per la tolleranza al glucosio prima dell’arruolamento;
quelle con una diagnosi di diabete; quelle che partecipavano ad altri
studi che potevano interferire con l’HAPO o che avevano precedentemente
partecipato all’HAPO; quelle affette da HIV o epatite B o C. Gli outcome primari sono stati: peso alla nascita >90° percentile per l’età gestazionale, parto cesareo, ipoglicemia neonatale clinicamente diagnosticata e livelli di peptide C nel sangue del cordone ombelicale >90° percentile (iperinsulinemia fetale). Quelli secondari sono stati: parto prima della 37a settimana di gestazione, parto distocico di spalla o danno alla nascita, necessità di cure neonatali intensive, iperbilirubinemia e preeclampsia. Sono stati calcolati Odds Ratio aggiustato
per gli esiti avversi sulla gravidanza associati ad un incremento
pari a 1 SD della glicemia a digiuno (0,4 mmol/L [6,9 mg/dL]), della
glicemia postprandiale a 1h (1,7 mmol/L [23,5 mg/L]) e a 2 h (1,3
mmol/L [23,5 mg/dL]).
Riferimento bibliografico The HAPO Study Group, Hyperglycemia and adverse pregnancy outcome. N Engl J Med 2008; 358: 1991-2002. L'editoriale di accompagnamento di JL Ecker e MF Greene, mette in luce come gli studi HAPO e MiG evidenzino l’importanza dell’iperglicemia materna e del diabete gestazionale come fattori predittivi del futuro sviluppo di diabete nella donna. Identificare donne a rischio di diabete, permette di intervenire al fine di ridurre tale rischio; infatti, frequentemente queste donne non vengono seguite adeguatamente nel tempo, probabilmente a causa di una mancanza di comunicazione tra chi diagnostica e chi fornisce le cure. Riferimento bibliografico
La metanalisi in oggetto ha esaminato studi clinici randomizzati eseguiti su pazienti in terapia con un farmaco antipertensivo in confronto a gruppi controllo (placebo o antipertensivo di minore efficacia), i cui dati fossero stati resi disponibili in data successiva al settembre 2006. Gli RCT dovevano inoltre contenere un valore minimo di 1000 anni-persona di follow-up programmato. Sono state effettuate analisi di meta-regressione per comparare gli effetti terapeutici sull’outcome primario tra 2 gruppi di età (<65 anni; = 65 anni). L’outcome primario di tipo composito
ha incluso i seguenti eventi: stroke (non fatale oppure decesso da
patologia cerebrovascolare); coronaropatia (infarto miocardico non
fatale oppure morte da patologia coronarica cardiaca); insufficienza
cardiaca (fatale o causa di ospedalizzazione). Sono stati analizzati i seguenti gruppi di trattamento: a) ACE inibitori versus placebo; b) calcio antagonisti versus placebo; c) terapia antipertensiva più efficace versus altra terapia meno efficace; d) sartani versus controllo; e) ACE inibitori versus diuretici/beta bloccanti; f) calcio antagonisti versus diuretici/beta bloccanti; g) ACE inibitori versus calcio antagonisti. Analisi addizionali sono state effettuate per valutare degli effetti separati di beta bloccanti e diuretici confrontati a calcio antagonisti ed ACE inibitori in gruppi di età differente. In primo luogo, è stata effettuata una metanalisi sui sottogruppi suddivisi in base all’età. I rischi relativi e le varianze corrispondenti sono stati calcolati separatamente per ciascun trial e ciascun gruppo di età secondo il principio dell’intention to treat e successivamente sono stati valutati in maniera complessiva. L’evidenza di una possibile interazione tra età ed effetti terapeutici è stata calcolata utilizzando l’età come una variabile continua attraverso il modello di regressione di COX e stimando l’effetto complessivo dei trial inclusi nell’analisi. Infine, sono state eseguite analisi di meta-regressione per valutare l’associazione esistente tra la riduzione della pressione arteriosa al follow-up ed i logaritmi dei rischi relativi di eventi cardiovascolari per ciascun gruppo di età. La metanalisi ha esaminato complessivamente
31 RCT che includevano 190.606 pazienti in totale. Gli autori riconoscono la necessità
di particolare cautela nell’interpretazione dei risultati di
quest’analisi, alla luce dei numerosi confronti effettuati,
dell’insufficienza di dati su pazienti con età <50
anni e >80 anni che non permette di ottenere valutazioni conclusive
in questi sottogruppi di pazienti, e, nel caso delle analisi di meta-regressione,
della mancata randomizzazione delle valutazioni.
Nell’editoriale di accompagnamento allo studio eseguito dal BPLTTC vengono illustrati alcuni aspetti che dovrebbero essere presi in considerazione al fine di interpretare correttamente i risultati ottenuti. Un limite potenziale dell’analisi consiste nel fatto che la differenza di età tra i due sottogruppi di pazienti è soltanto di 15 anni e che l’uso del limite di 65 anni per caratterizzare un soggetto anziano è arbitrario. L’utilizzo di analisi sussidiarie, che valutano l’età come una variabile continua mediante modelli di regressione, dovrebbe comunque conferire un maggiore potere statistico allo studio, garantendo una certa attendibilità dei risultati per ciò che concerne effetti di entità medio-grande correlati all’età. Lo studio supporta l’utilizzo
di antipertensivi nei pazienti di età avanzata, ma una strategia
terapeutica orientata sull’età, che si basi sul trasferimento
di alcuni principi fisiologici e farmacologici nella pratica clinica,
sarebbe preferibile, in particolare modo per ciò che concerne
la scelta dei trattamenti di prima linea.
Riferimenti bibliografici
Sulla base di tali premesse, l’obiettivo di questo studio longitudinale è stato valutare l’aderenza dei pazienti alla terapia antipertensiva da assumere in monosomministrazione giornaliera, mediante la registrazione elettronica dei dosaggi utilizzati nel tempo in studi clinici di fase IV, realizzati tra il 1989 ed il 2006. I dati sulle dosi sono stati ottenuti
tramite l’impiego del database svizzero PKC (Pharmionic Knowledge
Centre), nel quale vengono inseriti in forma anonima i dati sui dosaggi
delle terapie farmacologiche. Attualmente, il database contiene informazioni
relative alle dosi assunte da oltre 20.000 pazienti sottoposti a studi
clinici di varia durata su farmacoterapie ambulatoriali (cardiovascolari,
neurologiche, antinfettive, gastrointestinali, endocrine ecc.). Tale
database fornisce i mezzi per identificare i più comuni errori
nei dosaggi relativi alla terapia farmacologica di varie patologie.
L’aderenza (o compliance) è
stata definita come un termine globale e adimensionale tramite il
quale è stata valutata la capacità dei pazienti di rispettare
il regime di dosaggio della terapia antipertensiva prescritta. Il database conteneva le storie dei dosaggi relative a 4783 pazienti ipertesi. I dati sono stati ricavati da 21 studi clinici in fase IV, di durata compresa tra 30 e 330 giorni relativi a 43 differenti antipertensivi, inclusi sartani (n=2088), calcio-antagonisti (n=937), ACE inibitori (n=665), beta-bloccanti (n=195) e diuretici (n=155). Nel dataset finale erano presenti i dati relativi a 478.630 giorni di terapia. Circa la metà dei pazienti con
prescrizioni di farmaci antipertensivi ha interrotto il trattamento
entro 1 anno. Durante ogni giorno di trattamento, circa il 10% delle
dosi programmate sono state omesse; il 42% di tali omissioni ha riguardato
una singola dose giornaliera; nel 15% dei casi, le dosi sono state
omesse per uno o due giorni consecutivi mentre nel 43% dei casi si
è trattato di omissioni prolungate (=3 giorni - cioè,
i cosiddetti “drug holidays”). Da un punto di vista clinico, i risultati
di tale studio possono essere considerati importanti per diverse ragioni.
In primo luogo, vengono evidenziati i vari pattern di dosaggi che
possono essere utilizzati nelle terapie a lungo termine. In secondo
luogo, viene sottolineata l’importanza di identificare la causa
alla base della non aderenza al trattamento: a seconda infatti che
si tratti di scarsa esecuzione della terapia o di non persistenza
al trattamento, gli interventi necessari cambiano in maniera sostanziale.
Riferimento bibliografico Vrijens B et al. Adherence to prescribed antihypertensive drug treatments: longitudinal study of electronically compiled dosing histories. BMJ 2008; 336: 1114-7.
L'obiettivo del presente studio, condotto dal Dipartimento di Farmacologia ed Epidemiologia del Consorzio Mario Negri Sud, era quello di analizzare, nella reale pratica clinica, l'uso degli n-3 PUFA come terapia farmacologica e verificare il potenziale rapporto tra questo trattamento e il verificarsi di AF, mediante l’impiego di database amministrativi. Sono state effettuate analisi mediante
il record-linkage di tre banche dati (i registri di dimissione ospedaliera,
le banche dati di prescrizione, il registro civile) su un totale di
2.239.205 soggetti in sei unità sanitarie locali nel Nord e
del Sud Italia, nel periodo gennaio 2002-dicembre 2004. Gli end point primari erano la mortalità da qualsiasi causa e il primo evento di AF che ha richiesto l’ospedalizzazione. Nello studio sono stati identificati
e inclusi 3242 pazienti in totale. Di questi, 215 (6,6%) hanno ricevuto
almeno una prescrizione di n-3 PUFA nel corso del follow-up e si sono
resi disponibili per l’analisi di mortalità da tutte
le cause. Nei pazienti esposti a n-3 PUFA è
stato osservato un miglioramento degli outcome sia per la mortalità
da tutte le cause sia per la sopravvivenza libera da AF. Quattro dei
208 pazienti (1,9%) esposti a n-3 PUFA sono stati ricoverati in ospedale
con AF rispetto ai 467 dei 3034 (15,4%) non esposti al trattamento
[PS- quintile aggiustato (HR 0.19 (95% CI 0.07–0.51, p= 0.001).
I meccanismi biochimici e cellulari dell’azione antiaritmica rimangono ancora controversi, come sottolineato da una metanalisi (Jordan H et al. Evid Rep Technol Assess 2004; 92: 1–8) che ha rivisitato e confrontato i dati ottenuti in modelli animali, organi e cellule isolate. Inoltre, la loro efficacia nel prevenire alterazioni elettrofisiologiche è stata documentata anche in miociti atriali isolati di ratto (Jahangiri A et al. Mol Cell Biochem 2000; 206: 33–41).
(*) In Italia gli esteri etilici degli acidi omega-3, alla dose di 1 g per via orale (Seacor®, Esapent®, Eskim® ), ATC C10AX06, sono in classe A con nota AIFA 13. Le condizioni di rimborsabilità a carico del SSN prevedono il trattamento delle dislipidemie familiari e la prevenzione secondaria in soggetti con pregresso infarto del miocardio. Oltre ai prodotti precedentemente citati occorre ricordare che esistono in commercio diversi integratori alimentari, quindi come tali non classificati come specialità medicinali e a totale carico del cittadino, che contengono varie percentuali di n-3 PUFA. Riferimento bibliografico
L’isotretinoina è un farmaco efficace nel trattamento dell’acne severa nodulare resistente. L’efficacia del trattamento e i buoni risultati ottenuti dopo la terapia dovrebbero portare un miglioramento anche in termini di qualità di vita e diminuzione dell’ansia e della depressione. In alcuni studi, tuttavia, è stata osservata un’associazione tra uso di isotretinoina e diagnosi di depressione, anche se con risultati contrastanti. Nel periodo 1982-2000, la FDA ha ricevuto 37 report di suicidio e 394 casi di depressione in pazienti esposti all’isotretinoina. Inoltre, nell’Adverse Event Reporting System statunitense, l’isotretinoina è il quinto medicinale più frequentemente correlato alla depressione e il decimo per quanto riguarda i report di suicidio. Questo ha portato alcune Autorità regolatorie (incluso il Canada, dove si è svolto il presente studio) a far includere la depressione tra gli effetti collaterali riportati nel foglietto illustrativo. Alla luce di dati, ancora incerti e contradditori, lo scopo di questo studio è determinare se ci sia una correlazione statisticamente significativa tra assunzione di isotretinoina e diagnosi di depressione in pazienti affetti da acne vulgaris. Gli autori hanno ottenuto i dati da un database amministrativo (Règie de l’Assurance Maladie du Quèbec, RAMQ) e dal database delle dimissioni dell’ospedale di Quebec (Med-Echo), utilizzando uno studio di tipo case-crossover. In questo tipo di studio, i pazienti diventano il controllo di se stessi in seguito all’esposizione all’evento in intervalli di tempo diversi. Gli intervalli di tempo nei quali si determinava l’esposizione erano i periodi di controllo ed i periodi di rischio. Il periodo di rischio era l’intervallo di tempo immediatamente prima dell’evento. I periodi di controllo erano gli intervalli di tempo che precedevano il periodo di rischio e che erano di uguale durata; questi periodi rappresentavano la frequenza basale di esposizione all’evento senza che questo provocasse alterazioni in ciascun soggetto nello studio. L’evento indice era la diagnosi di depressione o il ricovero ospedaliero per depressione, il periodo di rischio era l’intervallo di tempo (5 mesi) immediatamente precedente all’evento; il periodo di controllo era un intervallo di tempo precedente e di uguale durata del periodo di rischio. I pazienti eleggibili dovevano aver ricevuto
almeno una prescrizione di isotretinoina nel periodo 1984-2003 ed
una prima diagnosi di depressione o un ricovero ospedaliero per depressione,
definita in base ai codici dell’ICD-9. I casi con diagnosi di
depressione o ricoveri per depressione dovevano avere avuto una prescrizione
di un antidepressivo nel mese successivo e una diagnosi di acne vulgaris
nell’anno precedente alla data indice. Una precedente diagnosi
di depressione era un criterio di esclusione. Il periodo di rischio
è stato stabilito in 5 mesi, in base alla letteratura. Il periodo
di controllo era separato dal periodo di rischio da due mesi di wash
out, cioè il periodo minimo che doveva intercorrere tra due
cicli di trattamento con isotretionina. Dei 30496 soggetti valutati, 126 (0,4%) rispondevano a tutti i criteri di inclusione. Sono quindi stati considerati 126 casi e 126 controlli. L’età media era di 28,1 anni, circa il 40% della popolazione era di sesso maschile e la maggioranza era residente in zone urbane. I risultati hanno dimostrato che i casi esposti all’isotretinoina nei 5 mesi del periodo di rischio e di quello di controllo erano rispettivamente 41 e 28; di questi, 26 casi erano esposti nel periodo di rischio ma non in quello di controllo e 13 erano esposti nel periodo di controllo, ma non di rischio (rischio relativo grezzo: 26/13 = 2,0). Il rischio relativo corretto per l’associazione isotretinoina e depressione è risultato 2,68 (95% CI 1,10-6,48). Per valutare se i risultati ottenuti potessero in qualche modo essere influenzati da una maggiore attenzione da parte dei medici alla ricerca di sintomi depressivi, gli autori hanno confrontato i risultati dei due periodi separatamente (prima e dopo l’introduzione nel foglietto illustrativo, nel Maggio 2000, della depressione come effetto collaterale) senza trovare differenze statisticamente significative. Gli autori affermano che i loro risultati
dimostrano un’associazione tra isotretinoina e depressione in
pazienti con acne vulgaris. Il rischio di depressione in soggetti
che non avevano alcun precedente aumenta di quasi tre volte dopo l’esposizione
a isotretinoina. Molti studi in letteratura hanno indagato
le basi biologiche della depressione provocata dall’isotretinoina,
farmaco strutturalmente simile alla vitamina A. È importante
sottolineare che irritabilità e sintomi depressivi sono stati
riportati in casi di ipervitaminosi A; uno studio ha dimostrato che
l’esposizione all’acido retinoico provoca una perdita
di cellule dell’ippocampo nei topi (Sakai Y et al. Ann NY Acad
Sci 2004; 1021: 436). Un altro studio condotto su animali da esperimento
trattati cronicamente con isotretinoina a dosaggi simili a quelli
utilizzati nell’uomo ha dimostrato dei comportamenti assimilabili
a disturbi depressivi (Neuropsychopharmacology 2006; 31: 1919). Infine,
uno studio effettuato su pazienti con acne trattati con isotretinoina
o con antibiotici ha osservato una diminuzione del metabolismo delle
cellule della corteccia orbitofrontale, regione coinvolta nella depressione,
nei pazienti trattati con isotretinoina e non in quelli trattati con
antibiotici (Bremner JD et al. Am J Psychiatry 2005; 162: 983).
Riferimento bibliografico Azoulay L et al. Isotretinoin and the risk of depression in patients with acne vulgaris: a case-crossover study. J Clin Psychiatry 2008; 69: 526-32.
I trial a lungo termine randomizzati
e controllati utilizzano generalmente uno di due possibili disegni
di studio: il trial di “interruzione”, oppure il disegno
“classico”. Nel primo caso, in un primo tempo tutti i
pazienti vengono trattati in aperto con una terapia farmacologica;
i pazienti che hanno risposto al trattamento entrano in una seconda
fase in cui sono randomizzati a proseguire la terapia farmacologica
o a placebo. In questa revisione sono state esaminate l’efficacia e l’accettabilità di una terapia a lungo termine con SSRI rispetto al placebo nel trattamento della depressione da moderata a severa includendo anche i pazienti con comorbidità maggiori. Inoltre, sono stati esaminati degli indicatori di qualità delle evidenze e del loro impatto clinico. Gli studi considerati, pubblicati tra
il 2003 e il 2004 e reperiti mediante Medline o Embase, erano relativi
a fluoxetina, citalopram, escitalopram, fluvoxamina, paroxetina e
sertralina. Sono stati definiti tre outcome primari
dello studio: Sono stati identificati 2693 studi, di
cui sono stati presi in considerazione solo 6 poichè i rimanenti
non rispettavano i criteri di inclusione, condotti su un totale di
1299 pazienti con diagnosi di depressione moderata-severa che erano
stati randomizzati al farmaco (sertralina 50-200 mg/die, citalopram
20-60 mg/die o paroxetina 20 mg/die) o a placebo. I pazienti sono
stati seguiti per un periodo di 6-8 mesi. Nessuno dei 6 studi esaminati
aveva una durata superiore a 12 mesi. I principali limiti di questa revisione
sono legati alla debolezza degli studi inclusi. Gli studi, infatti,
presentano un moderato rischio di bias legato all’insufficiente
descrizione della metodologia utilizzata; nessuno studio aveva una
durata superiore ai 12 mesi; l’outcome principalmente riportato
era la “risposta al trattamento” piuttosto che la “piena
remissione”. 4 dei 6 studi considerati riportavano i risultati
dopo un’osservazione a posteriori, metodo che può sottostimare
i reali effetti della terapia in trial a breve termine ma può
sovrastimare gli interventi attivi negli studi a lungo termine. Inoltre,
cinque di questi studi erano sponsorizzati da industrie farmaceutiche.
Infine, la popolazione presa in esame era poco rappresentativa di
quella generale dal momento che in cinque trial sono stati esclusi
pazienti che abusavano di sostanze e/o con ideazioni suicidarie, situazioni
molto frequenti tra i soggetti affetti da depressione.
L’editoriale di accompagnamento alla revisione evidenzia come i risultati in termini di efficacia della terapia antidepressiva deducibili da trial a breve termine siano di minima rilevanza dal momento che si tratta di pazienti con episodi depressivi cronici o ricorrenti. Viene poi ribadito che spesso la sicurezza e l’efficacia terapeutica sono verificati su campioni di pazienti con caratteristiche difformi rispetto alla popolazione generale. Bisognerebbe, inoltre, avere a disposizione maggiori evidenze cliniche per riuscire a stabilire come e quando impostare una corretta terapia antidepressiva. Riferimenti bibliografici
GBE è stato scelto in quanto: 1) è già usato anche in soggetti molto anziani (Kishiyama SS et al. Altern Ther Health Med. 2005; 11: 48-53); 2) studi preclinici hanno mostrato che agisce come antiossidante e su altri importanti meccanismi dell’invecchiamento cerebrale (Christen Y. Am J Clin Nutr 2000; 71: 621S-629S); 3) studi clinici suggeriscono la sua efficacia nel ritardare il manifestarsi della malattia di Alzheimer [AD] (Oken BS. Arch Neurol 1998; 55: 1409-15; Oken BS. Blackwell Science 2002: 518-23); 4) presenta un favorevole profilo di sicurezza; 5) l’uso di GBE, se efficace e sicuro, potrebbe essere ampiamente adottato come trattamento relativamente economico e già disponibile. Si tratta di uno studio pilota randomizzato, in doppio cieco, contro placebo con un follow-up di 42 mesi, condotto dall’Oregon Center for Complementary and Alternative Medicine in Neurological Disorders e dal National Istitute of Aging-Layton Aging and Alzheimer’s Disease Center. Il GBE standardizzato (contenente almeno il 6% di terpene lattoni e il 24% di flavono glicosidi) è stato somministrato alla dose di 240 mg/die (80 mg x 3 volte/die). Tutti i partecipanti hanno ricevevuto un preparato multivitaminico standard contenente 40 UI di vitamina E, così da compensare eventuali e saltuarie interruzioni nell’assunzione del farmaco sperimentale. Criteri di inclusione sono stati: età =85 anni, nessun disturbo di memoria, funzione mnesica normale definita dal punteggio della Logical Memory del Wechsler Memory Scale-Revised (WMS-R), aggiustato in base al grado di istruzione, punteggio Mini-Mental State Examination (MMSE) >23, Clinical Dementia Rating (CDR)=0; 7) assenza di sintomi depressivi, punteggio alla Center for Epidemiology Studies Depression Scale (CES-D-10) <4. I soggetti sono stati interpellati per posta ed invitati a partecipare allo studio: tra agosto 2000 e settembre 2001 sono state inviate 10700 lettere di invito a residenti nell’area di Portland (Oregon, USA) eligibili per età. I 636 che hanno aderito sono stati esaminati in due fasi: la prima, tramite un’intervista telefonica condotta per valutare la presenza di condizioni mediche di esclusione e lo status cognitivo, e, la seconda, attraverso una visita a domicilio durante la quale è stata effettuata una valutazione cognitiva e sono stati ottenuti il consenso informato, un campione ematico e l’anamnesi. Nel corso dello studio i partecipanti sono stati seguiti tramite interviste annuali e visite ogni 6 mesi per valutare i cambiamenti dello stato di salute, il punteggio MMSE, i sintomi di depressione, la vita quotidiana (punteggio secondo la scala activities of daily living), le terapie in atto e la relativa posologia e la storia clinica (nuovi ricoveri o diagnosi ed eventi avversi). Gli outcome esaminati sono stati: 1)
il declino cognitivo moderato, definito come progressione del CDR
da 0 a 0,5; 2) il declino nel tempo della funzione mnesica, misurata
attraverso il Consortium to Establish a Registry for AD 10-word Word
List Delayed Recall test; 3) gli eventi avversi. Durante il follow-up in 21 casi (17,8%) si è avuto una progressione a CDR=0,5: 7 nel gruppo GBE e 14 in quello placebo. In 18 casi sono stati registrati almeno 2 CDR=0,5 consecutivi. Progressioni successive a CDR =1,0 sono state osservate in 4 casi: 1 nel gruppo GBE e 3 in quello placebo. Le curve di sopravvivenza di Kaplan-Meier, utilizzate per analizzare l’andamento della progressione a CDR=0,5, hanno mostrato che il gruppo GBE aveva una minore progressione del CDR da 0 a 0,5; ciononostante l’analisi statistica primaria ha indicato che l’uso di GBE non ha comportato una riduzione del rischio di progressione a CDR = 0,5 (log-rank test, p=0.06). Il 68,6% dei partecipanti (65,0% nel gruppo GBE ed il 72,4% in quello placebo) ha soddisfatto i criteri di aderenza alla terapia (assunzione di un numero di unità posologiche compreso tra l’80% e il 110% di quelle prescritte, valutata nei primi 6 mesi dello studio). Cinque soggetti hanno assunto un numero di unità maggiore rispetto a quello prescritto: 2 (102% e 140%) nel gruppo GBE e 3 (104%, 117% e 118%) nel gruppo placebo. L’analisi statistica secondaria, che ha considerato l’aderenza alla terapia, ha indicato un effetto protettivo di GBE sulla progressione da CDR = 0 a 0,5 [hazard ratio (HR) = 0,33, 95% CI 0,12 – 0,89]. Questo risultato non è variato dopo il controllo per altre covariabili al baseline (HR 0,32, 95% CI 0,11–0,93) tra le quali solo i sintomi di depressione sono risultati predittivi di progressione. GBE ha inoltre mostrato un effetto protettivo nei confronti del declino della memoria. Non c’è stata differenza
tra i gruppi nel numero di eventi avversi. Nel gruppo GBE, rispetto
al gruppo placebo, è stata tuttavia registrata una maggiore
incidenza di stroke e di attacco ischemico transitorio (7 vs 0; p
= 0,01). Tutti gli stroke, eccetto uno, sono stati non emorragici;
nessuno è risultato fatale durante lo studio e, sia l’unico
caso di stroke emorragico, sia i 4 soggetti non emorragici, hanno
proseguito lo studio. Non sono state osservate differenze tra i gruppi
nell’incidenza di eventi emorragici quali epistassi come ulcere
gastrointestinali, epistassi ed ecchimosi ed emorragie da ulcere gastrointestinali.
Nella discussione gli autori sottolineano che l’assenza di efficacia di GBE nel proteggere dalla progressione a CDR = 0,5 indicata dall’analisi statistica primaria è potenzialmente da imputare alla limitata potenza del campione ed alla ridotta durata del follow-up. Inoltre, poiché dallo studio è emerso che l’aderenza alla terapia ha influenzato l’efficacia del trattamento con GBE, in futuri trial di prevenzione primaria, condotti su anziani a rischio di demenza, sarà importante valutare questo punto. Riferimento bibliografico
In pazienti adulti la terapia adiuvante con corticosteroidi (CCS) riduce significativamente la mortalità associata a meningite batterica. I CCS determinano effetti positivi come l’attenuazione della risposta infiammatoria, ma possono ridurre la penetrazione degli antibiotici nel liquido cefalorachidiano, provocare eventi avversi come sanguinamento gastrointestinale e mascherare l’insuccesso della terapia antimicrobica in quanto, contrastando l’insorgenza delle febbre, viene a mancare una spia di persistenza dell’infezione. A differenza degli adulti, gli studi
effettuati in pazienti pediatrici hanno dato esito a risultati contrastanti.
Solo un piccolo trial (Daoud AS et al. Eur J Pediatr 1999; 158: 230-3)
ha specificatamente valutato l’impiego dei CCS nei neonati e
non ha evidenziato differenze nella mortalità tra trattati
e controlli. L’outcome principale è stato misurato in termini di latenza del decesso del paziente o della sua dimissione; la principale esposizione considerata è stata l’assunzione di terapia adiuvante con CCS nelle prime 24 h di ricovero. L’età media dei bambini
inclusi nello studio era 3,4 anni (mediana 9 mesi; range interquartile
[IQR]: 0-6 anni). L’agente etiologico più frequente è
stato lo Streptococcus pneumoniae. Durante il primo giorno di ricovero,
1084 bambini (39%) hanno ricevuto vancomicina, 444 (16%) terapia anticonvulsivante
e 274 (9,9%) infusioni vasoattive. L’intubazione endotracheale
è stata necessaria per 176 bambini (6,3%). Il tasso di mortalità è
stato del 4,2% (95% CI 3,5-5,0%); il tasso cumulativo di mortalità
è stato di 2,2% e 3,1% rispettivamente nella 7a e 28a giornata
di ricovero. Il 23% dei decessi si è verificato nella 1a giornata
e circa la metà nella 1a settimana. Lo studio presenta diverse limitazioni:
la codifica della diagnosi di dimissione può non corrispondere
a patologie o patogeni specifici; potrebbero esserci dei fattori di
confondimento relativi all’indicazione della terapia con CCS;
il numero di pazienti considerati nei vari sottogruppi è relativamente
piccolo, impedendo quindi di rilevare piccole ma significative differenze
in questi sottogruppi; non sono stati accertati tempi e dosi della
somministrazione di CCS; lo studio non è in grado valutare
i possibili benefici terapia con CCS su perdita dell’udito e
morbilità neurologica. Inoltre, una terapia adiuvante con CCS
potrebbe migliorare la qualità di vita a lungo termine in alcuni
pazienti con meningite batterica.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Riferimento bibliografico
La fistola arterovenosa rappresenta il sistema preferito di accesso vascolare per l’emodialisi, in considerazione della frequenza ridotta di trombosi e di infezioni associate a tale procedura e dei costi inferiori rispetto al graft sintetico e al catetere venoso centrale. Tuttavia una percentuale non trascurabile di nuove fistole non raggiunge mai una maturazione sufficiente a consentirne l’impiego per l’emodialisi, il che rappresenta il maggiore ostacolo alla diffusione dell’uso della fistola come accesso vascolare. Studi su campioni ridotti di pazienti, che non possono considerarsi conclusivi, hanno suggerito che il trattamento con antiaggreganti nel periodo post-operatorio può ridurre lo sviluppo di trombosi nelle nuove fistole. L’obiettivo di questo studio era verificare se il trattamento con clopidogrel fosse in grado di ridurre l’incidenza del fallimento precoce di nuove fistole per il loro impiego in emodialisi. Lo studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, ha arruolato pazienti provenienti da 9 centri nefrologici negli USA tra il 2003 e il 2007. I soggetti, sottoposti a creazione di una nuova fistola localizzata agli arti superiori, sono stati considerati arruolabili se erano già in trattamento di mantenimento con emodialisi o se era previsto l’inizio di emodialisi di mantenimento entro 6 mesi. I criteri di esclusione maggiori prevedevano: sanguinamento attivo o sanguinamenti che avessero richiesto trasfusione di eritrociti nelle 12 settimane precedenti l’arruolamento, conta piastrinica inferiore a 75.000/µL, presenza di coagulopatia, presenza di ulcera acuta, pressione sistolica >200 mmHg o pressione diastolica >115 mmHg, malattia epatica in stadio avanzato, impossibilità a sospendere nel periodo dello studio terapie antiaggreganti o anticoagulanti in atto, gravidanza e uso di sostanze d’abuso. I soggetti sono stati randomizzati a ricevere clopidogrel (dose di carico 300 mg al giorno 1; dose di mantenimento 75 mg/die nei 41 giorni successivi) o placebo nelle 24 ore successive alla creazione della nuova fistola, con stratificazione in base alla localizzazione della fistola (braccio o avambraccio) e al centro di arruolamento. La raccolta dei dati è stata effettuata al basale e dopo 6 settimane dalla creazione della fistola e poi mensilmente fino a quando la fistola non fosse giudicata utilizzabile. L’outcome primario era rappresentato da insorgenza di trombosi valutata alla sesta settimana dalla creazione della fistola. La fistola è stata classificata aperta nel caso fosse auscultabile un rumore con lo stetoscopio durante sistole e diastole ad almeno 8 cm dall’anastomosi arterovenosa. L’outcome secondario era il fallimento della fistola nel raggiungere l’adeguatezza per la dialisi. Una fistola veniva definita adeguata quando era possibile utilizzarla per una dialisi con due aghi e con una velocità ottimale di flusso sanguigno della macchina (=300 mL/min) durante 8 delle 12 sessioni di dialisi comprese in un periodo di accertamento della adeguatezza della fistola di 30 giorni. Un board di monitoraggio dei dati e della sicurezza (DSMB) ha approvato il protocollo, realizzato una revisione dei dati di sicurezza ogni 6 mesi e valutato ad interim i dati di efficacia. L’arruolamento dei pazienti è stato interrotto dal DSMB nell’ottobre 2007, dopo la quarta analisi ad interim dei dati di efficacia. La raccomandazione per la sospensione dello studio era basata su regole prestabilite di interruzione per l’efficacia dell’intervento sull’end point primario. Riconoscendo l’importanza della determinazione dell’effetto di clopidogrel sull’outcome secondario (adeguatezza della fistola), il DSMB ha considerato calcoli di potenza condizionata (condizionata ai risultati dello studio) per l’adeguatezza della fistola prima di decidere l’interruzione dell’arruolamento. Questi calcoli indicavano che la prosecuzione dello studio non avrebbe potuto mostrare un beneficio statisticamente significativo di clopidogrel sull’outcome di adeguatezza ed era improbabile (probabilità condizionata <0.05) che potesse prodursi un rischio relativo in una direzione qualitativamente diversa rispetto a quella osservata nella quarta analisi ad interim. I calcoli effettuati sui dati ad interim suggerivano infatti che continuare l’arruolamento non avrebbe prodotto un beneficio sostanziale di clopidogrel sull’outcome secondario (fallimento nell’utilizzabilità della fistola) ed era il raggiungimento di un rischio relativo in una direzione qualitativamente diversa rispetto a quella osservata nella quarta analisi ad interim. La valutazione finale è stata realizzata su 877 pazienti: 441 soggetti [età media 52.7; maschi: 273 (61.9%)] sono stati randomizzati a ricevere clopidogrel e 436 [età media: 54.5; maschi 275 (63.%)] a ricevere placebo. Al termine dello studio, la trombosi della fistola valutata alla sesta settimana si è manifestata in 53 partecipanti (12,2%) nel gruppo clopidogrel contro 84 (19,5%) nel gruppo placebo (rischio relativo 0.63; 95% CI 0.46-0.97; p=0.018). Non sono state riscontrate sostanziali differenze nella percentuale di fistole che divenivano utilizzabili tra il gruppo in trattamento con clopidogrel e quello placebo (61.8% vs 59.5% rispettivamente; rischio relativo 1.05; 95% CI 0.94-1.17; p=0.40). Gli eventi avversi sono stati registrati fino a 30 giorni dalla sospensione del trattamento. Dallo studio è emerso che l’incidenza degli eventi avversi è stata simile nei due gruppi in trattamento. In particolare, non sono state osservate differenze significative nella frequenza e nella gravità degli eventi emorragici tra i due gruppi.
I risultati di questo studio sono stati commentati in un editoriale di Marcello Tonelli sullo stesso numero di JAMA. Secondo Tonelli, lo studio di Dember et al. ha importanti ricadute sia per i clinici che per i ricercatori. Da un punto di vista clinico i risultati dello studio suggeriscono che clopidogrel non può essere raccomandato per migliorare la maturazione o l’apertura delle fistole arterovenose. Dal punto di vista dei ricercatori possono essere tratti tre insegnamenti. In primo luogo, il trial enfatizza l’importanza dello studio di esiti clinicamente rilevanti. Fare riferimento alla valutazione del primo outcome (surrogato) avrebbe portato alla conclusione erronea che clopidogrel doveva essere usato routinariamente in pazienti sottoposti alla creazione di fistola. Al contrario, gli autori hanno dimostrato che evitare la trombosi è una condizione necessaria, ma non sufficiente per portare a buon fine la maturazione della fistola. In secondo luogo, la decisione prudente di terminare lo studio si è basata su principi metodologici convincenti. Le precauzioni seguite hanno assicurato un risultato informativo nonostante la scelta di un outcome primario surrogato. Per ricerche future finalizzate allo studio dell’emodialisi, la pianificazione di valutazioni ad interim descritta nello studio di Dember et al. dovrebbe essere presa ad esempio. In terzo luogo, studi randomizzati sono difficili da realizzare in pazienti emodializzati e le linee guida per il trattamento di questi pazienti sono spesso basate su risultati non solidi ottenuti in studi osservazionali, con conseguente applicazione di interventi terapeutici a volte inefficaci o dannosi. Nonostante sia indubbia la rilevanza clinica di stabilire e mantenere un accesso vascolare in pazienti emodializzati, l’evidenza disponibile in quest’area si basa su evidenze deboli o incomplete. Lo studio di Dember et al, caratterizzato da un disegno e da una esecuzione rigorosa, rappresenta una tappa fondamentale per colmare questo gap di conoscenza. Il vero ostacolo al miglioramento delle cure per i pazienti dializzati non è rappresentato dal fallimento di questo e di altri trial precedenti nel produrre risultati significativi, ma piuttosto l’esiguità degli studi randomizzati sull’argomento. Dember et al. hanno dimostrato che è possibile condurre studi randomizzati di buona qualità in popolazioni emodializzate. Questo dovrebbe incoraggiare il disegno, il finanziamento e il potenziamento di studi altrettanto rigorosi, rilevanti per l’accesso vascolare e per altri settori della cura con emodialisi. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato con fondi del National Institute of Health (NIH). Alcuni autori hanno dichiarato di aver ricevuto onorari per consulenze da aziende che potrebbero trarre potenziale profitto dai risultati dello studio. Riferimenti bibliografici
Le reazioni avverse immediate (IR, entro 1 ora dalla somministrazione) e quelle ritardate (DR, da 1 ora a 1 settimana dopo la somministrazione) da mezzi di contrasto (MdC) sembrano condividere fattori di rischio comuni: storia precedente di reazioni avverse a MdC, storia positiva ad allergie, giovane età, sesso femminile, condizione di paziente ambulatoriale, così come presenza di malattie concomitanti, quali patologie renali, cardiache, epatiche e diabete. L’obiettivo di questo studio prospettico di monitoraggio intensivo, condotto da un gruppo di ricercatori italiani, è descrivere la natura e quantificare l’incidenza delle reazioni avverse (ADR) non renali immediate e ritardate ai MdC iodati, di confrontare il profilo di sicurezza di tali farmaci in funzione delle loro differenti proprietà chimico-fisiche ed infine di valutare altri fattori di rischio che potrebbero essere correlati all’insorgenza di ADR da MdC. Lo studio, della durata di 15 mesi (14
Aprile 2004- 14 Luglio 2005), è stato condotto in 8 reparti
di radiologia, di cui 5 a Firenze (Ospedale Careggi) e 3 dislocati
tra Pistoia e Pescia (Ospedale ASL3). Gli outcome dello studio erano rappresentati
dall’incidenza di tutte le ADR e delle IR e DR. Sia per le IR
che per le DR tutti i sintomi addizionali che si manifestavano nello
stesso paziente venivano trattati come un singolo effetto avverso. La valutazione dell’ADR veniva
effettuata mediante la somministrazione di due questionari diversi
in base al tipo di ADR. Il questionario per la valutazione di IR era
suddiviso in tre sezioni: la prima riportava i dati demografici e
la storia medica del paziente, la seconda i dati relativi alla tipologia
della procedura radiodiagnostica utilizzata, al MdC somministrato,
al dosaggio utilizzato e alla possibile reanestesia e la terza relativa
all’evento avverso e all’intervento medico effettuato.
Nell’analisi venivano inclusi gli eventi definiti certi, probabili o possibili ed esclusi quelli dubbi o non valutabili. Gli eventi avversi venivano definiti ADR solo dopo valutazione della relazione causa-effetto. Allo scopo di quantificare l’associazione tra il tipo di MdC e l’ADR immediata o ritardata sono stati utilizzati due modelli di regressione logistica aggiustati per condizioni potenzialmente in grado di prolungare il tempo di esposizione ai MdC (malattie renali, epatiche, cardiovascolari, uso di FANS, ACE-inibitori, antineoplastici, diuretici) o capaci di aumentare le probabilità di manifestare un’ADR (storia precedente di allergia, uso di steroidi e/o antistaminici e antibiotici, preanestesia), e aggiustati anche per le caratteristiche dei partecipanti che sono risultate statisticamente differenti tra i due gruppi di MdC. I questionari strutturati sono stati
completati da 1514 pazienti esposti a MdC iodati. L’età
media era 65.4 anni il 57.9% dei pazienti era di sesso maschile. Iodixanolo,
(dimerico iso – osmolare) è stato somministrato a 404
pazienti (26.7%), mentre iopromide, (monometrico a basso carico osmolare),
a 682 pazienti (45%), iomeprolo, (monometrico a basso carico osmolare)
a 305 pazienti (20.1%) e iobitridolo (monometrico a basso carico osmolare)
a 123 pazienti (8.1%). Dai dati ottenuti è emerso che i MdC monomerici a basso carico osmolare (iopromide, iomeprolo, iobitridolo) e quelli dimerici iso – osmolari (iodixanolo) erano quelli maggiormente coinvolti nelle ADR simil-allergiche ritardate di gravità lieve. L’analisi multivariata ha confermato che con i mezzi di contrasto monometrici esiste un rischio maggiore di reazioni immediate (OR 4.3; 95% CI 1.2 – 15.7), mentre il rischio di reazioni ritardate è significativamente maggiore per i mezzi di contrasto dimerici (OR 1.8; 1.1 – 2.5). Gli autori hanno riconosciuto che lo
studio presenta alcuni limiti: nel caso di ADR ritardate, la raccolta
dei dati veniva effettuata mediante intervista telefonica o direttamente,
ma senza alcuna valutazione clinica. Ciò può far sorgere
qualche dubbio sull’attendibilità della determinazione
della relazione di causalità. L’esclusione di soggetti
che necessitavano di cure urgenti può aver causato una sottostima
delle conclusioni dello studio.
Riferimento bibliografico Lapi F et al. Safety aspects of iodinated contrast media related to their physicochemical properties: a pharmacoepidemiology study in two Tuscany hospitals. Eur J Clin Pharmacology 2008; DOI 10.1007/s00228-008-0477-7.
I vaptani, attivi sia per via orale che endovenosa, sono antagonisti non peptidici dei recettori dell’arginina-vasopressina, un ormone secreto dai nuclei sovraottico e paraventricolare che regola l’osmolalità controllando il volume e la composizione delle urine in risposta stimoli quali aumento della tonicità plasmatica o riduzione della volemia. Poche molecole appartenenti a questa classe sono state sottoposte a sufficienti studi clinici da poter essere immesse in commercio (es. conivaptan in USA e mozavaptan in Giappone). L’arginina-vasopressina agisce
su 3 sottotipi recettoriali, tutti accoppiati a proteine G: V1a, V1b
e V2. Il recettore V1a è ampiamente distribuito, soprattutto
sul muscolo liscio dei vasi e la sua stimolazione si associa a vasocostrizione
ed ipertrofia cardiaca. Il recettore V1b ha una distribuzione meno
selettiva e la sua stimolazione rientra in una risposta adattativa
allo stress, portando al rilascio di ACTH ed endorfine. Il recettore
V2 è espresso soprattutto dalle cellule del sistema del dotto
collettore renale e la sua stimolazione comporta un aumentato riassorbimento
di acqua libera. Comunque, al momento, l’unica indicazione accettata per gli antagonisti non peptidici è il trattamento dell’iponatriemia euvolemica ed ipervolemica. Molti pazienti con iponatriemia e concentrazioni sieriche di sodio >120 mmol/l sono di solito considerati asintomatici se il disordine si sviluppa lentamente nell’arco di diversi giorni. È noto che l’iponatriemia si associa generalmente ad un aumento di morbilità e mortalità, ma questo incremento dipende dalla gravità della patologia sottostante. Alcuni studi hanno suggerito che l’iponatriemia di per sé possa contribuire all’eccesso di mortalità. Non sono disponibili dati di confronto su efficacia e sicurezza tra gli antagonisti dei recettori della vasopressina ed altri approcci terapeutici all’iponatriemia (es. restrizione idrica, furosemide, supplementazione salina, urea, demeclociclina). L’iponatriemia è particolarmente difficile da trattare nei pazienti in cui essa è secondaria a scompenso cardiaco o cirrosi, e i vaptani potrebbero essere particolarmente utili in caso di iponatriemia ipervolemica. La restrizione idrica è difficile da mantenere in caso di iponatriemia euvolemica (sindrome da inappropriata secrezione di ormone antidiuretico) e l’uso di antagonisti del recettore V2 potrebbe portare alla correzione delle concentrazioni sodiche, sebbene il ricorso a queste molecole in caso di iponatremia lieve è oggetto di discussione, soprattutto perché l’eccessiva correzione della natriemia potrebbe causare demielinizzazione osmotica e sequele neurologiche. I trial clinici non hanno ancora fornito dati sufficienti per poter sapere se una correzione sufficientemente rapida possa essere raggiunta in pazienti con iponatremia acuta e grave senza il ricorso a soluzioni saline ipertoniche. Inoltre, gli studi attuali indicano che con gli antagonisti del V2, la diuresi non aumenta prima di 1-2 ore. L’impiego degli antagonisti del V2 per altre indicazioni (es. ritardo della progressione dell’insufficienza renale nella malattia policistica, trattamento di salvataggio nel diabete insipido nefrogenico congenito, trattamento di nefropatia diabetica, insufficienza cardiaca senza iponatriemia, depressione e prevenzione dell’insorgenza di ascite in caso di cirrosi) è ancora in esame. Studi preliminari mostrano la possibile utilità degli antagonisti dei recettori della vasopressina nel trattamento di glaucoma, sindrome di Menière, vasospasmo associato ad emorragia subaracnoidea, edema cerebrale, sindrome di Cushing e carcinoma a piccole cellule ed è possibile che, col tempo, emergano ulteriori potenzialità terapeutiche di queste molecole. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Riferimento bibliografico
Alcuni studi osservazionali (Homocysteine Studies Collaboration. JAMA 2002; 288: 2015-22) hanno dimostrato una correlazione diretta tra livelli di omocisteina e rischio cardiovascolare. Studi interventistici hanno evidenziato che un’integrazione giornaliera di acido folico e/o vitamine del gruppo B (vit.B6 e B12) favorisce la riduzione dei livelli di omocisteina. Alla luce di questi risultati, sono stati condotti numerosi studi randomizzati in prevenzione secondaria per testare l’ipotesi che supplementi di acido folico e/o vitamina B prevengano patologie cardiovascolari (CVD). Tuttavia, i trial pubblicati non sono riusciti a dimostrare i benefici di acido folico e vitamine B sul rischio cardiovascolare. I soggetti inclusi negli studi osservazionali sono stati monitorati per periodi più lunghi rispetto a quelli coinvolti nei trial randomizzati; pertanto, si può ipotizzare che si sarebbe potuta manifestare una riduzione maggiore dei livelli di omocisteina, qualora i soggetti inclusi nei trial fossero stati trattati e osservati per periodi di tempo maggiori Data l’esiguità di dati
sulla popolazione femminile e considerata la nota influenza degli
estrogeni sui livelli di omocisteina, è stato condotto lo studio
WAFACS (Women’s Antioxidant and Folic Acid Cardiovascular Study)
con l’obiettivo di valutare se la combinazione di acido folico,
vitamina B6 e vitamina B12 riduca gli eventi cardiovascolari totali
in donne ad alto rischio cardiovascolare dopo 7,3 anni di follow-up. Dall’aprile 1998 (data d’inizio
dello studio WAFACS), 5442 donne sono state randomizzate, in aggiunta
alla precedente terapia, all’associazione di acido folico 2,5
mg, vitamina B6 50 mg e vitamina B12 1 mg o a placebo. L’outcome primario dello studio era rappresentato da end point combinati di morbidità e mortalità, che includevano infarto miocardico acuto, ictus, interventi di rivascolarizzazione e mortalità cardiovascolare. Gli stessi eventi, considerati singolarmente, sono stati valutati come end point secondari. Durante i 7,3 anni di follow up, 406
donne in trattamento con vitamine e 390 del gruppo placebo, hanno
riportato un evento cardiovascolare incluso tra gli outcome primari.
Alcuni pazienti hanno manifestato >1 evento nel corso del follow-up.
Lo studio ha evidenziato, peraltro, una
riduzione della media geometrica dei livelli plasmatici di omocisteina
nel gruppo trattato del 18,5% (12,5%-24,1%; p<0,001), rispetto
al placebo, che corrisponde ad una differenza media di 2,27 µmol/L
(1,54-2,96 µmol/L). Tuttavia, tale decremento, sembrava essere
irrilevante ai fini della riduzione del rischio cardiovascolare, considerando
che altri studi (Homocysteine Studies Collaboration. JAMA. 2002; 288:
2015-22) hanno riportato che una diminuzione del 25% dei livelli plasmatici
di omocisteina (approssimativamente 3 µmol/L) è associata
ad una riduzione dell’11% del rischio di coronaropatia e del
19% del rischio di ictus.
Questo studio, tuttavia, ha dei limiti.
In primo luogo, é stato condotto su operatrici sanitarie che
erano esposte ad un rischio relativamente basso di carenza di acido
folico. Pertanto, non si può escludere la possibilità
che lo stesso regime terapeutico possa determinare una maggiore riduzione
dei livelli di omocisteina in una popolazione carente di acido folico,
che potrebbe tradursi in benefici sugli eventi cardiovascolari. In
alternativa, il dosaggio ottimale di queste vitamine potrebbe essere
in realtà minore di quello testato in questo ed in altri trial;
altri studi hanno evidenziato il rischio di eventi avversi a dosi
maggiori.
Nell’editoriale di accompagnamento allo studio, viene enfatizzato che non esiste alcun ruolo per uno screening di routine dei livelli di omocisteina e che l’assunzione di integratori di vitamine B non "può essere in atto correntemente raccomandata per la prevenzione cardiovascolare”. Riferimenti bibliografici - Dispositivi medici in evidenza -
Scopo dello studio è stato valutare l’accuratezza dell'erogazione del volume corrente durante una ventilazione volume-controllata (VCV), usando ventilatori di tipo tradizionale (senza compenso per la compliance del circuito respiratorio) e di tipo nuovo (con compenso per la compliance del circuito respiratorio). Questo per verificare se i ventilatori di tipo nuovo siano sufficientemente accurati così da poter applicare la VCV all'anestesia pediatrica. Infatti, in neonati e infanti, la ventilazione meccanica è difficoltosa poiché piccole variazioni nel volume corrente possono risultare in iper- o ipoventilazione. L'esposizione dei polmoni ad una eccessivo volume o pressione può causare un barotrauma e/o un volutrauma polmonare. Con l’uso di ventilatori capaci solo di VCV, era spesso necessario un aggiustamento empirico basato sull’osservazione del movimento toracico del paziente per erogare un volume corrente adeguato a pazienti pediatrici. Inoltre, poiché il volume erogato da questi ventilatori è prefissato, ogni perdita di gas riduce il volume corrente. Questi problemi hanno portato molti anestesisti pediatrici a considerare la ventilazione pressione-controllata (PCV) un metodo da preferire. In questo caso, il volume erogato al paziente dipende principalmente dalla sua compliance polmonare ed è indipendente dalla compliance del circuito e dal flusso di gas. Il ventilatore è in grado di erogare il suo volume massimo, quindi una perdita nel circuito, o attorno al tubo endotracheale, non riduce in modo sostanziale il volume corrente a meno che la perdita non sia molto ampia. Inoltre, la pressione massima a cui viene esposto il polmone del paziente è selezionata dall’utilizzatore, riducendo così il rischio di barotrauma. La limitazione più importante è la variabilità del volume corrente in funzione di variazioni della compliance polmonare. I nuovi ventilatori, sia a mantice che a pistone, sono stati disegnati per erogare in modo accurato il volume corrente selezionato. Infatti, compensano per la compliance del circuito respiratorio e per le variazioni nel flusso di gas fresco, così che il volume corrente selezionato sia effettivamente veicolato alle vie aeree del paziente. Questi nuovi ventilatori possono facilitare l’uso della VCV nei pazienti pediatrici. Lo studio è stato condotto in
laboratorio utilizzando un polmone test meccanico di tipo adulto e
pediatrico, che poteva simulare un ampio spettro di compliance polmonari
e di resistenze delle vie aeree. Per le finalità dello studio,
la resistenza polmonare è stata fissata a 20 cm H2O/L x s per
tutte le condizioni di misura, il volume corrente a 100 e 200 mL nel
test pediatrico e 500 mL in quello adulto. Sono stati messi a punto 3 protocolli
sperimentali nei quali la respirazione è stata stabilita a
20 atti/minuto con un rapporto temporale inspirazione/espirazione
di 1:2 e un flusso di gas tarato a 2 L/min di aria + 0,2 L/min di
ossigeno: Durante la PCV, per ogni configurazione del circuito, il valore di volume corrente si è ridotto in proporzione alla compliance polmonare. I ventilatori che compensano per la compliance (Aisys e Apollo), hanno erogato in modo accurato sia grandi che piccoli volumi correnti in condizioni di compliance pomonare normale o bassa (raggiungendo dal 95,5 % al 106,2% del volume corrente prefissato), con un errore < 9% in tutte le condizioni testate. Al contrario, i ventilatori senza compenso per la compliance sono stati meno accurati nell'erogare, durante la VCV, il volume corrente settato in particolar modo a piccoli volumi e bassa compliance polmonare (45,6%-100,3% del volume corrente settato). È stata quindi registrata una differenza del 55% tra volume corrente prefissato ed erogato, in particolare nelle condizioni di compliance polmonare e di volume corrente simili a quelle attese in neonati (0,001-0,003 L/cm H2O) e in infanti (0,0012-0,014 L/cm H2O). Non è stata riportata una differenza significativa tra i risultati ottenuti con Aisys e con Apollo. Lo studio presenta come limiti, la mancanza
di dati di PCV per le macchine più nuove e per un volume corrente
<100 mL.
Conflitti di interesse: Jeffrey M. Feldman, uno degli autori dello studio, dichiara di aver ricevuti onorari da Draeger Medical, Inc. e GE Healthcare. Riferimento bibliografico
Ogni anno nei Dipartimenti di Emergenza degli USA oltre 7 milioni di ferite traumatiche richiedono un intervento per favorirne la chiusura (Singer AJ et al. Am J Emerg Med 2006; 24: 183-8). Tradizionalmente la maggior parte di queste ferite sono chiuse con suture, applicazione di punti, cerotti chirurgici e, più recentemente, con adesivi cutanei. Questi ultimi sono a base di cianoacrilati e offrono diversi vantaggi rispetto ai dispositivi tradizionali. I cianoacrilati sono formati per condensazione
di cianoacetato e di formaldeide a caldo in sottovuoto. Il monomero
purificato può essere formulato con stabilizzanti, plasticizzanti
e altri additivi, come ad esempio viscosizzanti, per migliorarne la
biocompatibilità, la stabilità e le performance cliniche.
Per favorire la polimerizzazione degli
adesivi a base di ottilcianoacrilato è necessaria l’applicazione
in due strati continui lasciando trascorrere 30 secondi tra l’applicazione
dell’uno e dell’altro. Una particolare attenzione va posta
nell’evitare un’applicazione massiva, per scongiurare
un eccessivo rilascio di calore che può ridurre la compliance
del paziente e causare un danno termico. Nella tabella I sono
indicate le principali caratteristiche dei sistemi usati per chiudere
le ferite. I cerotti chirurgici hanno caratteristiche
simili agli adesivi a base di cianoacrilati, i quali però formano
una barriera verso i microrganismi, riducendo così il rischio
di infezioni. Tabella I –
Confronto tra dispositivi per la chiusura delle ferite
Riferimento bibliografico Singer AJ et al. The cyanoacrylate topical skin adhesives The American Journal of Emergency Medicine 2008, 26: 490-96.
L’impianto di stent migliora il flusso coronarico nella sede della lesione aterosclerotica ma determina un’eccessiva iperplasia neointimale in circa il 20-30% dei pazienti trattati con stent metallici che può esitare in ischemia ricorrente e quindi richiedere una nuova ospedalizzazione per interventi percutanei coronarici o di bypass. Gli stent medicati rilasciano un farmaco
in situ con proprietà antiproliferative che inibisce la risposta
vascolare al danno arterioso, riducendo così la restenosi.
È già stato dimostrato che il rilascio di paclitaxel
e sirolimus inibisce la crescita tissutale dopo impianto di stent
e migliora la sopravvivenza a lungo termine senza eventi in confronto
agli stent metallici. Tuttavia, la restenosi si può verificare
e, rispetto ai non medicati, l’incidenza di trombosi da stent
medicati aumenta, soprattutto dopo il primo anno di impianto, probabilmente
per una ritardata e incompleta endotelizzazione. Per valutare la sicurezza e l’efficacia
di uno stent medicato con everolimus vs paclitaxel in pazienti con
coronaropatia, nell’RCT SPIRIT III sono stati arruolati 1002
pazienti (randomizzati secondo un rapporto di 2:1), di età
>18 anni, con angina stabile o instabile o ischemia, sottoposti
ad intervento coronarico percutaneo. Prima della cateterizzazione sono stati
effettuati un elettrocardiogramma e la misurazione della creatina-fosfochinasi
e dei suoi isoenzimi; inoltre sono stati somministrati >300 mg
di aspirina. L’end point primario era rappresentato
dalla riduzione tardiva in-segmento a 240 giorni (definita come la
differenza nel diametro minimo del lume, valutato immediatamente dopo
la procedura e al follow-up angiografico, misurato entro i margini,
5 mm prossimali e 5 mm distali allo stent). A 8 mesi il follow-up angiografico è
stato completato nel 77% dei pazienti eleggibili. Rispetto al paclitaxel,
nel gruppo con stent con everolimus sono risultate statisticamente
inferiori sia la perdita tardiva in-segmento (media 0,14 mm vs 0,28
mm; differenza –0,14 [CI 95% da –0,23 a –0,05];
p<0,004) sia la perdita tardiva in-stent (0,16 mm vs 0,31 mm; differenza
da –0,15 [CI 95% da –0,25 a –0,04]; p<0,006). I risultati di questo studio confermano
ed estendono quelli del trial SPIRIT II in cui l’incidenza di
eventi avversi cardiaci maggiori ad 1 anno si riduceva da 9,2% con
gli stent medicati con paclitaxel a 2,7% con everolimus (p=0,04).
Fra i due tipi di stent non risultavano differenze statisticamente
significative nell’incidenza di trombosi, anche se è
necessario un follow-up più prolungato in quanto il rischio
di trombosi dello stent può essere evidenziato anche dopo 1
anno.
Un editoriale ha commentato i risultati di questo studio, soffermandosi su alcuni punti importanti. È indiscusso che l’angioplastica sia utile nei pazienti con angina da stenosi coronarica. In passato, spesso si verificava l’improvvisa chiusura del vaso ed era necessario ripetere l’intervento. Allo scopo di ridurre la frequenza di tale complicanza, all’inizio degli anni ’90 sono stati introdotti gli stent metallici. Nel 2003 sono stati introdotti gli stent medicati sulla base di alcuni studi che dimostravano la riduzione della perdita di lume e della necessità di ripetere le procedure in pazienti con restenosi coronarica. Segnalazioni di trombosi hanno portato la FDA a chiedere che fossero condotti studi sugli stent medicati in popolazioni più ampie e con follow-up più lunghi. Nello studio SPIRIT III, gli sperimentatori, utilizzando come end point la perdita del lume e la non inferiorità relativa alla perdita di funzionalità del vaso target, hanno risposto alle richieste dell’FDA di dimostrare l’efficacia e la sicurezza di questi dispositivi prima della loro autorizzazione alla commercializzazione. Nel caso degli stent medicati con everolimus, essi riducono notevolmente la perdita di lume, aumentando dell’1,8% la perdita di funzionalità del vaso target a 9 mesi, il che rientra nei limiti della non inferiorità. Sono incoraggianti i dati clinici iniziali relativi all’infarto miocardico, definito come livelli di creatinfosfochinasi (CPK) > 2 volte il limite superiore del valore normale con livelli positivi di CPK-MB. Non ci sono stati decessi nei due gruppi in studio. I dati di questo studio sono analoghi a quelli derivanti dal confronto iniziale tra stent medicati e stent non medicati. La restenosi si è ridotta con lo stent a rilascio di everolimus, determinando così una diminuzione della rivascolarizzazione della lesione e di infarto miocardico. Tuttavia, non è noto l’effetto clinico in una popolazione ampia di pazienti che possono essere esposti dopo che il dispositivo è stato approvato alla commercializzazione. Inoltre, dal momento che la sicurezza a lungo termine non è ancora nota e al fine di rilevare eventi rari, saranno necessari ulteriori studi su un numero superiore di pazienti e con periodi di follow-up più lunghi. Conflitto di interesse: il lavoro è stato sponsorizzato dalla Abbott che ha fornito gli stent a rilascio di everolimus. Riferimenti bibliografici |
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Valentina Boscaro (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
Contatti: sif@unito.it
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Ultimo aggiornamento: 01 Giugno 2008 |