
Newsletter numero 16 del 15-06-2008
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Sommario o Efficacia comparativa dei farmaci per l’osteoporosi nel prevenire le fratture non-vertebrali o Effetto di diversi ACE-inibitori sulla mortalità negli anziani con insufficienza cardiaca congestizia o Bivalirudina durante il Percutaneus Coronary Intervention (PCI) primario nell’infarto acuto del miocardio: The Harmonizing Outcomes with Revascularization and Stents in Acute Myocardial Infarction (HORIZONS-AMI) study o Sicurezza della terapia antipiastrinica prima della trombolisi endovenosa nello stroke ischemico acuto o Effetto di una terapia intensiva con insulina sulla funzionalità delle cellule ß e sul controllo glicemico in pazienti con diabete di tipo 2 di recente diagnosi: un trial multicentrico randomizzato a gruppi paralleli o Valutazione economica dell’impiego di solifenacina nella sindrome della vescica iperattiva o Confronto tra simvastatina acquistata negli Stati Uniti e simvastatina proveniente dal mercato internazionale reperita tramite internet o Metilnaltrexone per il trattamento della costipazione da oppioidi in patologie in stadio avanzato o Efficacia e sicurezza del fattore VII attivato ricombinante nell’emorragia cerebrale acuta: studio FAST (Factor Seven for Acute Hemorrhagic Stroke Trial) o EPIC (ERBITUX Plus Irinotecan for Metastatic Colorectal Cancer): studio di fase III su cetuximab più irinotecan dopo fallimento di fluoropirimidine e oxaliplatino in pazienti con cancro metastatico del colonretto o Regime terapeutico “Class sparing” per il trattamento iniziale dell’infezione da HIV-1: AIDS Clinical Trials Group Study A5142 Team o Variazioni genetiche
comuni della triptofano-idrossilasi-2 cerebrovascolare
e risposta al trattamento antidepressivo
Nonostante dati recenti ne abbiano evidenziato un profilo rischio/beneficio sfavorevole nei trattamenti a lungo termine, la terapia ormonale sostitutiva (TOS), a livello internazionale, è ancora ampiamente utilizzata nelle donne in post-menopausa. A fronte degli effetti positivi su sintomi ipoestrogenici e sulla prevenzione delle fratture osteoporotiche, la TOS è stata associata ad eventi avversi gravi, quali carcinoma mammario e tromboembolismo venoso (TEV). Alcuni RCT hanno inoltre mostrato un aumento del rischio di coronaropatie e stroke con l’impiego della TOS (vedi SIF-Farmaci in evidenza n. 11 del 01.04.2008). Sebbene fosse nota da tempo l’influenza degli estrogeni sull’attivazione del processo di coagulazione nelle donne in post-menopausa, fino al 1996 il rischio di TEV associato alla TOS veniva considerato irrilevante. I dati provenienti da studi osservazionali (Lowe G. Women’s Health 2007; 3: 87-97), confermati successivamente da alcuni RCT, hanno invece evidenziato l’esistenza di una associazione consistente tra TEV e TOS nelle donne in post-menopausa. I risultati della maggior parte di questi studi, che hanno preso in considerazione poche specifiche terapie ormonali, non possono però essere estesi ad altri regimi terapeutici, soprattutto quelli impiegati in alcuni Paesi europei. Esistono evidenze (Scarabin PY et al. Lancet 2003; 362: 428-32) che hanno messo in luce l’importanza della via di somministrazione degli estrogeni nel determinare il rischio di TEV. Alla luce di queste premesse, l’obiettivo della presente revisione sistematica è stato quello di determinare il rischio di TEV nelle donne in terapia ormonale sostitutiva, prendendo in esame il disegno degli studi, le caratteristiche delle terapie ormonali utilizzate e gli aspetti clinici del TEV. È stata condotta una ricerca elettronica
degli articoli pubblicati su Medline dal 1974 al 2007 che includessero
termini correlati alla TOS in combinazione a quelli relativi al TEV.
Sono stati identificati anche articoli originali antecedenti tramite
le revisioni pubblicate dopo il 1970. Sono state escluse le pubblicazioni
che non erano in lingua inglese, non correlate all’argomento,
relative ai contraccettivi e gli studi biologici. Sono state inoltre
scartate le revisioni sistematiche e gli articoli che non riportavano
stime di rischio del TEV. La revisione sistematica ha incluso complessivamente
8 studi osservazionali e 9 RCT. La metanalisi degli RCT ha confermato l’aumento del rischio di TEV nelle donne in terapia con estrogeni orali (OR 2,1; IC 95% 1,4-3,1). L’OR risultante dalla combinazione di RCT e studi osservazionali relativo all’associazione di TEV ed uso di estrogeni orali è risultato pari a 2.4 (1.4-3.1). L’impiego di estrogeni orali in donne con alcuni fattori predisponenti al TEV (mutazioni trombogeniche o obesità) ha mostrato di determinare un ulteriore incremento del rischio, contrariamente agli estrogeni somministrati per via transdermica che sembravano invece non influenzare il rischio trombotico in queste pazienti. I risultati della presente metanalisi
dovrebbero essere interpretati con particolare cautela, alla luce
della carenza di dati accertati circa gli effetti degli estrogeni
transdermici e degli ormoni progestinici sul rischio trombotico. Gli
studi inclusi nella revisione presentano, inoltre, un alto livello
di eterogeneità in relazione alla durata del trattamento nel
caso degli RCT ed alla tipologia degli eventi trombotici per gli studi
osservazionali. Differenze sono state individuate nei risultati ottenuti
anche relativamente al disegno dello studio, con una possibile sottostima
dei rischi della TOS provenienti dagli RCT.
Conflitti d’interesse: nessuno dichiarato. Nell’editoriale di accompagnamento
alla revisione vengono illustrati alcuni aspetti che dovrebbero essere
presi in considerazione al fine di interpretare correttamente i risultati
ottenuti. Riferimenti bibliografici
Gli autori hanno analizzato una coorte
di pazienti arruolati in 2 ampi programmi di assistenza farmaceutica:
il New Jersey Pharmaceutical Assistence to the Aged and Disabled program
ed il Pennsylvania Pharmaceutical Assistence Contract for the Elderly.
L’outcome primario dello studio consisteva nella valutazione del rischio di fratture non vertebrali (fratture dell’anca, dell’omero, del radio o dell’ulna) ad un anno dall’inizio del trattamento mentre quelli secondari includevano le fratture non vertebrali a 6-24 mesi e le fratture dell’anca a 6-12 e 24 mesi di trattamento. Le covariate considerate potenzialmente
correlate all’insorgenza di fratture erano le caratteristiche
demografiche (età, sesso, razza), fattori correlati all’osteoporosi
(come diagnosi di osteoporosi o storia di fratture), comorbidità
(diabete mellito, storia di cadute, sincope, difetti nella postura,
cancro, artrite reumatoide), uso di farmaci (come antiepilettici,
beta-bloccanti, benzodiazepine, glucocorticoidi, terapie ormonali,
inibitori selettivi del reuptake della serotonina, diuretici tiazidici
e altri farmaci) e precedenti ospedalizzazioni. Gli autori dello studio
hanno, inoltre, considerato il calendario (mese ed anno) della prescrizione
indice. Al termine dello studio sono stati identificati
48865 soggetti che, nel periodo compreso tra il 1 aprile 2000 ed il
30 giugno 2005, avevano ricevuto una nuova prescrizione per bifosfonati
orali (alendronato o risedronato), calcitonina nasale o raloxifene.
Dopo aver escluso 5730 soggetti che non rispondevano ai criteri di
eleggibilità, la coorte finale su cui si è basato lo
studio era di 43135 pazienti. Un totale di 1051 fratture non vertebrali
sono state osservate entro 12 mesi di trattamento (2.62 fratture per
100 anni-persona). Non sono state riscontrate differenze significative
nel rischio di fratture non-vertebrali a 12 mesi tra risedronato (adjusted
hazard ratio [HR], 1.01 [95% CI, 0.85 - 1.21]) , raloxifene (HR, 1.18
[0.96 - 1.46]) ed alendronato. Tuttavia, tra i pazienti con storie
precedenti di fratture, i trattati con raloxifene hanno manifestato
un numero maggiore di fratture non vertebrali entro 12 mesi (HR 1.78
[1.20 - 2.63]) rispetto ai soggetti in trattamento con alendronato.
Lo studio di Cadrette e coll. fornisce
evidenze alternative circa l’efficacia relativa dei farmaci
autorizzati per il trattamento dell’osteoporosi. I risultati
ottenuti, infatti, contrastano con quanto evidenziato da altri sudi
osservazionali (Watts NB et al. J Manag Care Pharm 2004; 10:142-51.
Silverman SL et al. Osteoporos Int 2007; 18: 25-34) secondo cui il
risedronato è più efficace dell’alendronato nel
prevenire il rischio di fratture non vertebrali. Le differenze tra
i dati ottenuti da Cadrette e quelli forniti dai precedenti studi
osservazionali possono dipendere, in parte, da differenze metodologiche
nel disegno dello studio. Inoltre, i risultati qui discussi sono sorprendenti
poiché trial clinici randomizzati mostrano che l’alendronato
ha una maggiore efficacia rispetto al risedronato nell’aumentare
la densità minerale ossea e nel ridurre i marker del turnover
osseo.
L’editoriale di accompagnamento al lavoro evidenzia ulteriori limiti dello studio. In primo luogo, i pazienti non sono stati randomizzati al trattamento farmacologico. I medici, e quindi le circostanze cliniche, hanno condizionato la scelta di trattare un paziente piuttosto che un altro con un certo trattamento farmacologico. Inoltre, non sono noti agli autori i fattori che hanno motivato la scelta prescrittiva dei medici. Terzo, il gruppo trattato con calcitonina era costituito da pazienti con un maggior numero di comorbidità, di co-prescrizioni e di ospedalizzazioni recenti. Quarto, un ridotto numero dei pazienti in trattamento con calcitonina o raloxifene avevano ricevuto una diagnosi di osteoporosi. Secondo l’opinione dell’editorialista, tutti questi fattori potrebbero incidere sul rischio di fratture indipendentemente dall’efficacia del farmaco assunto e, pertanto, anche le analisi multivariate più sofisticate non riuscirebbero a superare tali limiti. Solo trial clinici prospettici randomizzati potranno confermare i dati di Cadrette e coll. e renderli, pertanto, utili ad attuare strategie terapeutiche più efficaci. Riferimenti bibliografici
Questo studio ha utilizzato le informazioni relative alle ospedalizzazioni e alle prescrizioni presenti nei database di Quebec, Ontario e British Columbia con l’obiettivo di valutare se tutti i principi attivi appartenenti alla classe degli ACE-inibitori determinano una riduzione della mortalità simile in pazienti ospedalizzati per insufficienza cardiaca congestizia. Sono stati analizzati i dati sul trattamento
e sugli esiti clinici di tutti i pazienti >65 anni ricoverati in
ospedale per insufficienza cardiaca congestizia tra l’1 gennaio
1998 e il 31 marzo 2002 e che non erano stati ricoverati per la stessa
ragione nei 3 anni precedenti il periodo di studio. I pazienti sono
stati seguiti fino al 31 dicembre 2002 per garantire almeno 9 mesi
di follow-up. Un totale di 43.316 pazienti ospedalizzati per insufficienza cardiaca congestizia ha ricevuto la prima prescrizione di ACE-inibitori entro 30 giorni dalla dimissione dall’ospedale. L’ACE-inibitore più prescritto era il ramipril (34%), seguito da enalapril (29%), lisinopril (16%), fosinopril (9%), captopril (5%), quinapril (5%), perindopril (2%) e cilazapril (1%). Circa il 10% dei pazienti è passato ad un altro ACE-inibitore entro 1 anno dalla dimissione. La percentuale aumentava al 17% alla fine del periodo di follow-up (2,1 anni in media dal momento del ricovero). Le caratteristiche dei pazienti erano simili (età media 78 anni; entrambi i sessi erano rappresentati per il 50% circa; le patologie concomitanti erano distribuite in modo pressoché uniforme), tranne che nel gruppo trattato con fosinopril (un ACE-inibitore con bassa clearance renale) nel quale era più probabile che i pazienti fossero affetti da patologie renali. Inoltre, i pazienti trattati con ramipril assumevano anche beta-bloccanti e spironolattone. Durante il periodo di follow-up, sono deceduti 16.618 pazienti. La mortalità associata a 5 ACE-inibitori era simile a quella del ramipril: l’hazard ratio aggiustato era pari a 0,95 (CI 95% 0,89–1,02) per lisinopril, 0,92 (0,85–1) per fosinopril, 0,99 (0,88–1,11) per quinapril, 0,90 (0,77–1,06) per perindopril e 1 (0,80–1,24) per cilazapril. Tuttavia, l’uso di enalapril e captopril è stato associato ad una mortalità superiore rispetto al ramipril: l’hazard ratio aggiustato era pari a 1,10 (1,04–1,16) per enalapril e 1,13 (1,01–1,26) per captopril. I motivi sottesi ai diversi effetti tra
i vari ACE-inibitori possono essere differenti. Ad esempio, la mortalità
maggiore associata ad enalapril e captopril poteva essere dovuta alla
posologia; infatti questi farmaci devono essere assunti più
volte al giorno, a causa della minore durata d’azione, con periodi
in cui il farmaco non è attivo e con una riduzione della compliance.
Pertanto i farmaci assunti una volta al giorno possono risultare più
efficaci.
L’editorale di accompagnamento allo studio sottolinea che i risultati del trial Heart Outcomes Prevention Evaluation (HOPE) (N Engl J Med 2000; 342: 145-53) hanno indotto molti medici a ritenere l’effetto di classe così importante da conferire a tutti gli ACE-inibitori effetti benefici simili in tutte le indicazioni valutate per ogni singolo farmaco. Il fallimento dello studio Prevention of Events with Angiotensin Converting Enzyme Inhibition (PEACE) (Braunwald E et al. N Engl J Med 2004; 351: 2058-68) ha messo in dubbio il concetto di effetto di classe; tuttavia, qualcuno ha ritenuto che le differenze nella popolazione di pazienti o in altri trattamenti potessero spiegare la mancanza di benefici. Già nel 2004 (Ann Int Med 2004; 141: 102-12) era stato evidenziato dagli stessi autori dello studio condotto sui database che il ramipril fosse associato ad una mortalità inferiore rispetto ad altri ACE-inibitori. Tuttavia, altri autori hanno pubblicato un’analisi osservazionale (Hansen MI et al. Br J Clin Pharmacol 2008; 65: 217-23) su pazienti con infarto del miocardio, in cui non sono state riscontrate differenze nella mortalità tra ramipril ed altri ACE-inibitori. Anche se è plausibile che il
ramipril possa essere superiore agli altri farmaci della stessa
classe, ci sono dei potenziali errori nello studio condotto sui
database. Intanto, i pattern di prescrizione possono variare in
modo notevole tra l’ACE-inibitore valutato nel trial HOPE
e quelli tradizionalmente utilizzati nel trattamento dell’insufficienza
cardiaca. In altre parole, il ramipril può essere prescritto
a pazienti a basso rischio, mentre gli altri ACE-inibitori nei pazienti
ad alto rischio. In secondo luogo, le abitudini prescrittive dei
medici possono essere correlate non necessariamente al ramipril,
ma ad altre attività terapeutiche (es. procedure cardiovascolari,
farmaci concomitanti) che influenzano l’outcome. In terzo
luogo, le caratteristiche dei pazienti possono differire nelle varie
popolazioni in studio. Riferimenti bibliografici
Questo studio, prospettico, randomizzato, in aperto e multicentrico (123 centri di 11 Paesi, tra cui l'Italia) ha confrontato bivalirudina vs eparina + un inibitore della glicoproteina IIb/IIIa (abciximab o eptifibatide) in pazienti con infarto del miocardio con elevazione del segmento ST sottoposti a PCI primario. Tra il 25 Marzo 2005 ed il 7 Maggio 2007
sono stati inclusi 3602 pazienti di età >18 anni (età
media 60,2 anni; 76,6% maschi) che si sono presentati entro 12 h dall'insorgenza
dei sintomi, con elevazione del segmento ST di almeno 1 mm in 2 o
più derivazioni contigue, nuovo blocco di branca sinistra o
un vero infarto del miocardio posteriore, e che dovevano essere sottoposti
a PCI. I pazienti sono stati randomizzati a:
bivalirudina in bolo e.v. 0,75 mg/kg, seguito dall'infusione di 1,75
mg/kg/h (n=1800); eparina non frazionata (bolo e.v. 60 UI/kg, con
boli successivi mirati a raggiungere un tempo di coagulazione di 200-250
sec) + abciximab (un bolo di 0,25 mg/kg, quindi un’infusione
di 0,125 ?g/kg/min; dose massima 10 ?g/min) per 12 h o doppio bolo
di eptifibatide (un bolo di 180 ?g/kg seguito da 2,0 ?g/kg/min in
infusione, con un secondo bolo 10 min dopo il primo) per 12-18 h (n=1802).
Dopo la randomizzazione i pazienti sono stati sottoposti ad angiografia d'urgenza e, quindi, a PCI (n=92,9%), coronary-artery bypass grafting (CABG; n=1,7%), o trattamento medico (n=5,3%). Nel 40,7% dei pazienti sottoposti a PCI primario, il vaso coinvolto era l'arteria sinistra anteriore discendente. Il 95,5% di questi pazienti è stato nuovamente randomizzato (lo studio prevedeva l'arruolamento fino ad includere in questa fase 3000 pazienti), in cieco, in rapporto 3:1, a stent medicato con paclitaxel o stent metallico non rivestito. Il follow-up è stato eseguito
a 30 giorni, 6 mesi, 1 anno, e quindi annualmente per un totale di
5 anni. Il trattamento con bivalirudina, rispetto
a eparina + inibitore della glicoproteina IIb/IIIa, ha portato ad
una riduzione a 30 giorni della percentuale di eventi clinici avversi
(9,2% vs 12,1%; RR 0,76; CI 95% 0,63-0,92; p=0,005) e ad una minore
percentuale di sanguinamenti maggiori (4,9% vs 8,3%; RR 0,60; 0,46-0,77;
p<0,001). Gli autori concludono che la riduzione
della mortalità nel gruppo bivalirudina poteva essere dovuta
alla prevenzione di complicanze emorragiche iatrogene, oltre che alla
riduzione di trombocitopenia severa.
Conflitto d'interesse: gli autori dichiarano che le compagnie farmaceutiche non sono state coinvolte nello studio, comprese selezione e gestione dei centri, raccolta e analisi dei dati, se non per fornire supporto finanziario, farmaci e dispositivi medici utilizzati. L'editoriale di accompagnamento, a cura di DA Morrow, sottolinea che si tratta di uno studio in aperto e che, come tale, presenta limitazioni e osservazioni che necessitano di ulteriori approfondimenti. I risultati ottenuti indicano che la bivalirudina può essere considerata un alternativa per la terapia antitrombotica ancillare in pazienti sottoposti a PCI primario. Riferimenti bibliografici
La terapia antipiastrinica (antiplatelet, AP) può aumentare il rischio di sanguinamento (SICH: symptomatic intracerebral hemorrhage) ed influenzare l’esito funzionale in pazienti con stroke ischemico dopo trombolisi endovenosa con attivatore tissutale del plasminogeno (tPA). Le Linee Guida dell’American Heart Association non individuano in una precedente terapia AP una controindicazione al trattamento con tPA, ma sconsigliano di iniziarla nelle 24 h successive alla somministrazione di tPA. Questo studio ha valutato se il precedente uso di farmaci AP in pazienti con stroke ischemico trattati con tPA sia correlato all’esito clinico. Sono stati considerati tutti i pazienti con stroke ischemico trattati con tPA, presso lo University Medical Center Groningen stroke care unit (Olanda) che, dal 1 aprile 2002 al 30 novembre 2006, sono stati inclusi in un registro prospettico redatto presso questo centro. Per il trattamento con tPA entro le 3 h dall’esordio dello stroke sono stati adottati i criteri di inclusione ed esclusione del National Institute of Neurological Disorders and Stroke trial protocol. In base ai risultati dello studio di Hacke et al. (Lancet 2004; 363: 768-74), il trattamento con tPA è stato somministrato fino a 4,5 h dall’esordio dello stroke, specificando che si trattava di un uso off-label e dopo aver ottenuto il consenso informato. Per i pazienti trattati nel periodo 3-4,5 h è stato utilizzato lo European Cooperative Acute Stroke Study II protocol. Il deficit neurologico è stato misurato secondo la National Institute of Health Stroke Scale (NIHSS); le modalità di uso e le dosi dei farmaci AP sono state registrate all’ammissione. La SICH è stata definita dal deterioramento neurologico (punteggio NIHSS =4) nelle prime 36 h e dalla presenza di ematoma (rilevato dalle immagini TAC) in regioni del cervello compatibili con i sintomi clinici (in accordo con la definizione del Safe Implementation of Thrombolysis in Stroke-Monitoring Study). Gli esiti funzionali sono stati valutati a 3 mesi secondo la modified Rankin Scale. L’esito è stato definito favorevole se il punteggio era =2: indipendenza nello svolgimento delle abituali attività giornaliere. Trecentouno pazienti con stroke ischemico
hanno ricevuto il trattamento con tPA; 188 (62,5%) entro le 3 h dall’esordio.
Ottantanove pazienti (29,6%) avevano assunto farmaci AP. I pazienti
pretrattatti con farmaci AP, rispetto ai non pretrattati, erano più
anziani (73±11 anni vs 66±15 anni; p<0,001), in misura
minore fumatori (23,5% vs 36,8%; p=0,03), più frequentemente
avevano una storia di ipertensione arteriosa (58,4% vs 38,6%; p=0,002),
di diabete mellito (19,1% vs 9,0%; p=0,01), di iperlipidemia (48,3%
vs 23,3%; p<0,001) e di stroke o di attacco ischemico transitorio
(46,1% vs 5,2%; p<0,001). La SICH si è verificata in 18
pazienti (6,0%; 95% CI 3,8%-9,3%); di questi, 12 (13,5%; 7,8%-22,3%)
avevano ricevuto terapia AP rispetto a 6 non trattati (2,8%; 1,2%-6,2%),
p=0,003. La precedente terapia AP, una glicemia ed un punteggio NIHSS maggiori, sono stati identificati come fattori predittivi indipendenti di SICH nell’intera coorte (OR 5,96; 2,01-17,11). Nel sottogruppo trattato entro le 3,0 h, la precedente terapia AP ed un più alto livello glicemico sono stati identificati come fattori predittivi indipendenti di SICH (OR 10,89; 2,40-49,34). Quarantacinque degli 89 pazienti (50,6%)
con precedente terapia AP e 95 dei 212 pazienti (44,8%) senza terapia
AP, hanno avuto un esito favorevole (punteggio modified Rankin Scale
di 0-2) (p=0,38). Dall’analisi di regressione logistica finale,
aggiustata per età, punteggio NIHSS, pressione sistolica, diabete,
storia di ipertensione, comparsa di SICH, la terapia AP è risultata
correlata ad un esito favorevole (OR 2,01; 1,03-4,26).
Nella discussione, gli autori identificano due limiti dello studio: 1) non sono state ottenute immagini TAC del cervello in modo sistematico dopo il trattamento con tPA e, di conseguenza, non sono disponibili informazioni sull’effetto della precedente terapia AP sulla transizione emorragica asintomatica; 2) l’incidenza di SICH era bassa nella coorte considerata. Nell’editoriale di accompagnamento, viene sottolineato che i risultati descritti contrastano con quelli di precedenti studi che non avevano mostrato un legame tra la precedente terapia con aspirina e l’insorgenza di SICH (The NINDS t-PA Stroke Study Group. Stroke 1997; 28: 2109-18; Tannee D et al. Circulation 2002; 105: 1679-85). Gli editorialisti sostengono che è dubbio che la sola terapia AP sia responsabile di una percentuale di SICH superiore al 13%. La percentuale di SICH nella coorte può indicare che l’inibizione piastrinica, prima della terapia con tPA, migliora il tasso di ricanalizzazione. L’aumento di 2 volte nel tasso di esito favorevole, indipendentemente dall’età più avanzata e dalle comorbidità nel gruppo AP, è in accordo con questa ipotesi. Infine, gli editorialisti ritengono che, al momento, la terapia AP non dovrebbe scoraggiare i medici dal somministrare tPA ai pazienti che sono andati incontro ad uno stroke ischemico. Riferimenti bibliografici
Una precoce terapia insulinica intensiva in pazienti con recente diagnosi di diabete mellito di tipo 2 potrebbe migliorare la funzionalità delle cellule ß e determinare una estesa remissione della glicemia. Per confrontare gli effetti di una terapia insulinica intensiva e transitoria (infusione continua di insulina per via sottocutanea [CSII] o iniezioni giornaliere multiple di insulina [MDI]) con quelli degli ipoglicemizzanti orali sulla funzionalità delle cellule ß e sulla percentuale di remissione del diabete, è stato condotto un trial multicentrico, randomizzato su coinvolto 382 pazienti (25-70 anni), distribuiti in 9 centri cinesi tra il settembre 2004 e l’ottobre 2006. L’end point primario dello studio
era il tempo di remissione della glicemia e il tasso di remissione
ad un anno dopo una terapia intensiva di breve durata. L’end
point secondario consisteva nella valutazione dell’effetto di
interventi differenti (CSII, MDI od ipoglicemizzanti orali) sulla
funzionalità delle cellule ß. Nel gruppo trattato con ipoglicemizzanti
orali, i pazienti con BMI compreso tra 20 kg/m² e 25 kg/m²
sono stati inizialmente trattati con gliclazide 80 mg/2 volte/die,
incrementabile fino ad un massimo di 160 mg/2 volte/die per ottenere
il controllo glicemico (glicemia a digiuno <6,1 mmol/l e glicemia
dopo 2 ore dal pasto <8,0 mmol/l). Le caratteristiche cliniche, la glicemia
ed il profilo lipidico al basale erano simili tra i 3 gruppi. Il 92,1%
(352 su 382) dei pazienti ha conseguito l’obiettivo glicemico
in 7,9 giorni del periodo di trattamento. Dopo 2-5 settimane di trattamento intensivo,
la risposta insulinica acuta era parzialmente ripristinata e l’HOMA
B era significativamente aumentato in tutti i pazienti (p<0•0001).
Il rapporto PI/IRI (proinsulina plasmatica/insulina immunoreattiva,
indicativo della qualità secretoria delle cellule ß)
era decisamente ridotto (p<0,0001) così come l’HOMA
IR (p<0,0001). Non sono stati osservati gravi episodi
di ipoglicemia durante il trattamento intensivo, mentre episodi meno
gravi sono stati osservati più frequentemente (se non in misura
statisticamente significativa) nei soggetti trattati con insulina
rispetto all’altro gruppo (31%, 28% e 19%, rispettivamente).
La trasferibilità dei risultati di questo studio è però limitata da diversi fattori: il range della glicemia a digiuno (7,0-16,7 mmol/L), l’età (25-70 anni) ed il BMI (25,0 kg/m² [SD 3•0]) dei pazienti reclutati sono molto ampi, con una grande eterogeneità del campione. Inoltre, come viene fatto notare da Retnakaran e Drucker (Lancet 2008; 371: 1725-6), la descrizione della funzionalità delle cellule ß e del controllo glicemico nel corso dell’anno di follow-up è scarna e manca una caratterizzazione clinica dei gruppi (in remissione e non) ad un anno, oltre al fatto che lo studio ha valutato una singola etnia. Sia pure con queste limitazioni, i risultati dello studio appaiono interessanti sia per l’ipotesi di un effetto benefico del “riposo delle cellule ß” -in opposizione alla iperstimolazione con sulfaniluree - sia per le possibili implicazioni sulle azioni biologiche (ad es. antinfiammatorie) dell’insulina. Finanziamenti: lo studio è stato finanziato dal Governo Cinese, Natural Science Foundation of Guangdong Province Government, Novo Nordisk e Roche Diagnostics. Riferimento bibliografico
Le possibilità terapeutiche della
OAB comprendono training comportamentali, interventi chirurgici e
terapie farmacologiche. Solifenacina è un nuovo antimuscarinico,
maggiormente selettivo a livello vescicale e per questo dotato di
maggiore efficacia e tollerabilità in pazienti con OAB. A tale scopo, è stato implementato
un modello di Markov su 52 settimane, che ha stimato costi ed esiti
di solifenacina (5 mg/die), tolterodina (4 mg/die) a rilascio ritardato
(ER), placebo o non trattamento, in una coorte di pazienti rappresentativa
della realtà italiana (circa 1.400.000 soggetti), di cui circa
500.000 incontinenti. L’analisi nello scenario della
popolazione generale dei pazienti con OAB suggerisce che entrambe
le strategie terapeutiche migliorano significativamente i sintomi
e la qualità di vita con un incremento dei costi nel range
€ 540-680 per anno e € 680-780 per anno, rispettivamente,
per solifenacina e tolterodina ER. Infine, l’ipotesi di ammissione
a rimborso di solifenacina per i soli pazienti rispondenti al trattamento,
ad un prezzo dimezzato rispetto al prezzo di vendita al pubblico,
costerebbe al SSN circa 23.000 milioni di euro per anno, rispetto
al non trattamento, a fronte di oltre 150.000 soggetti liberi da incontinenza,
con un rapporto di costo-utilità tra 600-2.400 €/QALY.
Riferimento bibliografico Iannazzo S, Pradelli L. Solifenacina nella terapia della sindrome da vescica iperattiva: valutazione farmacoeconomica. Farmeconomia e percorsi terapeutici 2008; 9: 5-14.
L’acquisizione conveniente di farmaci soggetti ad obbligo di prescrizione prodotti al di fuori degli Stati Uniti è stata facilitata dalla diffusione di internet. La preoccupazione maggiore destata negli operatori sanitari da questo fenomeno è rappresentata dalla qualità dei prodotti reperibili online e dalle possibili implicazioni per la sicurezza del paziente. Benché disponibile negli Stati Uniti come farmaco equivalente, simvastatina (farmaco soggetto a prescrizione medica) mantiene per molti pazienti costi proibitivi, che spingono i consumatori ad acquistarlo tramite internet, a prezzi molto più accessibili. Questo studio si pone l’obiettivo di verificare se le compresse/capsule di simvastatina (farmaco generico) ottenute tramite internet dal mercato internazionale presentino caratteristiche qualitative equivalenti al farmaco branded (Zocor, Merck & Co). Le farmacie online sono state individuate mediante il sistema di ricerca avanzato di Google, utilizzando le parole chiave “simvastatin”, “online pharmacies” e “internet pharmacies”. Tutte le formulazioni di simvastatina in compresse da 20 mg sono state identificate sui siti web specifici con la prospettiva del potenziale acquirente. Nel periodo Marzo 2006 – Gennaio 2007 sono stati acquistati 20 lotti campione di simvastatina, 19 dal mercato internazionale online e 1 dal mercato americano come farmaco branded. La specialità medicinale di riferimento è stata ottenuta con regolare prescrizione dal Texas Tech University Health Science Center Pharmaceutical Care Center. I campioni sono stati analizzati per verificarne i requisiti previsti dalla farmacopea americana (US Pharmacopoeia, XXVI Ed, 2003 - USP), con test HPLC, di disintegrazione, di dissoluzione, di variazione di peso, test della durezza e valutazione delle caratteristiche fisiche. I test analitici condotti sul farmaco hanno prodotto i seguenti risultati: Test di disintegrazione: le compresse, con rivestimento gastroprotettivo o meno, hanno subito la completa disintegrazione in un intervallo di tempo inferiore a 30 minuti, come previsto dalle linee guida della USP. Test di dissoluzione: 15 dei 20 campioni analizzati si sono dissolti nei tempi previsti dalla USP (entro 30 minuti). Test HPLC: 18 dei 20 campioni esaminati rispettavano il range previsto dalla USP di 90-110% per un dose unitaria di 20 mg di simvastatina. In un campione è stata osservata una variabilità estrema di dose fra le singole unità e i valori di uniformità di contenuto cadevano al di fuori dei range previsti dalla USP. Per questo campione è stato ripetuto il test con una confezione dello stesso lotto, ottenendo gli stessi risultati. Test della durezza: sono state osservate variazioni significative tra il prodotto branded acquistato dal mercato americano e i campioni internazionali, con resistenze allo schiacciamento variabili da 4.65 ± 0.37 a 19.78 ± 0.57. Test della variazione di peso: Il peso medio del campione di riferimento è risultato pari a 204.26 ± 1.86 mg. La variazione di peso dei vari campioni (e la percentuale di principio attivo per unità di dose) è risultata significativamente diversa (peso medio del campione più leggero: 78.79 ± 3.19 mg; peso medio del campione più pesante: 413.45 ± 3.35 mg). Test delle caratteristiche fisiche: sono state osservate variazioni significative di dimensione, forma e colore dell’unità di dosaggio rispetto al prodotto di riferimento. I risultati di questi test indicano che i prodotti acquistati attraverso internet non possono essere considerati intercambiabili con il prodotto di riferimento acquistato negli Stati Uniti. I pazienti dovrebbero essere scoraggiati dal credere che tutti i prodotti medicinali siano equivalenti. L’impiego di farmaci generici rimane l’unico modo per rendere i farmaci essenziali economicamente accessibili per tutti i consumatori. Circa 210 Paesi nel mondo hanno aziende che producono farmaci: un terzo ha una legislazione che prevede controlli di qualità di buon livello nel suo territorio, un terzo ha una legislazione opportuna ma non ha forze adeguate per metterla in pratica e un terzo non ha una legislazione specifica per i controlli di qualità.
Riferimento bibliografico Veronin MA, Nguyen NT. Comparison of Simvastatin Tablets from the US and International markets via the Internet. Ann Pharmacother 2008; 42: 613-20.
Questo studio, di fase III, randomizzato,
multicentrico (27 centri in America e Canada), contro placebo, ha
valutato la sicurezza e l’efficacia del metilnaltrexone per
via sottocutanea nel trattamento della costipazione da oppioidi in
pazienti con patologie terminali (cancro incurabile o altre patologie
allo stadio terminale) con un’aspettativa di vita =1 mese. Lo studio ha previsto due fasi: la prima,
in doppio cieco, in cui i pazienti sono stati randomizzati a metilnaltrexone
sc 0,15 mg/kg (n=62) o placebo (n=71) a giorni alterni per 2 settimane.
Durante lo studio i pazienti hanno potuto continuare ad assumere lassativi
purché a distanza di almeno 4 h dal farmaco. A partire dal
giorno 8, nei pazienti che avevano avuto meno di 3 evacuazioni (n=41,
20 nel gruppo metilnaltrexone e 21 in quello placebo) il dosaggio
del farmaco poteva essere raddoppiato a 0,30 mg/kg. I due gruppi di
trattamento presentavano caratteristiche demografiche ed anamnestiche
simili, ma la dose media equivalente di morfina orale era 150 mg/die
per il gruppo metilnaltrexone e 100 mg/die per quello placebo; il
numero medio di classi di lassativi usate era 2 per entrambi i gruppi. Nel gruppo dei pazienti trattati con
metilnaltrexone il 48% vs il 15% nel gruppo placebo, ha avuto evacuazioni
entro 4 h dopo la prima dose. Il 52% e l’8% dei trattati rispettivamente
con metilnaltrexone e placebo ha evacuato senza l’uso di lassativi
entro 4 h dopo almeno 2 delle prime 4 dosi (p<0.001). Gli eventi avversi hanno interessato
il 5% circa dei pazienti di ogni gruppo: dolore addominale, flatulenza,
nausea, aumento della temperatura corporea e vertigini sono risultati
più frequenti nel gruppo metilnaltrexone; in quello placebo,
sono stati riscontrati maggiormante cadute e ipotensione. Sulla base
dei National Cancer Institute’s Common Toxicity Criteria (CTC;
versione 2.0), gli eventi avversi gravi, il più comune dei
quali è stato la progressione di neoplasie maligne, si sono
manifestati più frequentemente nel gruppo placebo che in quello
metilnaltrexone (28% vs 17%). Questi eventi non sono stati correlati,
dagli investigatori, al farmaco in studio.
(*) Il metilnaltrexone non è in commercio in Italia; è stato approvato dall’FDA il 27 maggio 2008, mentre l’EMEA ha espresso parere positivo per la sua autorizzazione in commercio il 24 aprile 2008. Conflitto d'interesse: lo studio è stato sponsorizzato dalla Progenics Pharmaceuticals che ha partecipato alla stesura del protocollo, alla raccolta ed analisi dei dati ed ha delegato un consulente per la stesura del manoscritto. Gli autori dichiarano, però, di aver avuto un accesso indipendente ai dati e garantiscono per la loro integrità e completezza; inoltre, hanno avuto piena autonomia nella decisione di pubblicare i risultati dello studio. L'editoriale di accompagnamento di C
Berde e S Nurko, mette in evidenza che, sebbene il metilnaltrexone
sia risultato significativamente più attivo del placebo, solo
la metà dei pazienti ha avuto evacuazione senza il ricorso
a lassativi in entrambe le fasi dello studio. Infatti, sebbene tutti
i pazienti hanno ricevuto oppioidi, la principale causa di costipazione
nei pazienti che non hanno risposto al farmaco potrebbe essere l’uso
di altri farmaci o processi della malattia non dipendenti dai recettori
degli oppioidi; inoltre, gli effetti costipanti degli oppioidi possono
essere dovuti, non solo ad una azione periferica, ma anche centrale.
Riferimenti bibliografici Thomas J et al. Methylnaltrexone for opioid-induced constipation in advanced illness. N Engl J Med 2008; 358: 2332-43. Berde C, Nurko S. Opioid side effects – mechanism-based therapy. N Engl J Med 2008; 358: 2400-02.
L’emorragia cerebrale è un evento grave, che comporta la perdita del 40% dei pazienti entro 30 giorni mentre la maggioranza di coloro che superano la fase acuta vanno incontro a gravi disabilità. La crescita volumetrica dell’ematoma cerebrale si verifica fino al 70% dei casi valutati con TAC eseguita entro 3 ore dall’inizio della sintomatologia. L’espansione dell’ematoma è un fattore indipendente di morte e disabilità; altri fattori prognostici negativi sono l’età, le dimensioni iniziali dell’ematoma, il punteggio della Glasgow Coma Scale (GCS), la localizzazione dell’emorragia infratentoriale o intraventricolare. Ad oggi, non si dispone di trattamenti efficaci per l’emorragia cerebrale ed è stato ipotizzato che, in considerazione del loro significato prognostico, le dimensioni dell’ematoma possono rappresentare un buon target terapeutico. Sulla base di questa ipotesi, gli autori del presente lavoro avevano pubblicato i risultati di uno studio nel quale paragonavano il trattamento con fattore VII ricombinante (rFVII) a tre diversi dosaggi (40, 80,160 µg/kg) vs placebo nell’emorragia cerebrale. I risultati hanno dimostrato che il rFVII riduceva la crescita dell’ematoma se somministrato entro 4 ore dall’inizio dei sintomi e aumentava la sopravvivenza con un impatto positivo sull’outcome dei pazienti e sulla morbilità a 90 giorni (Mayer SA et al. N Engl J Med 2005; 352: 777-85). L’attuale lavoro illustra, invece,
i risultati di uno studio multicentrico randomizzato in doppio cieco
vs placebo, condotto tra Maggio 2005 e Febbraio 2007 in 122 presidi
di 22 Paesi (compresa l’Italia), in cui è stato valutato
l’effetto della somministrazione di rFVII alle dosi di 20 e
80 µg/kg sulla sopravvivenza e sulle disabilità in seguito
ad emorragia cerebrale. I pazienti reclutati sono stati randomizzati
in tre gruppi ed è stato somministrato rFVIIa 20 µg/kg,
rFVIIa 80 µg /kg o placebo, entro un’ora dall’esecuzione
della TAC e non più tardi di 4 ore dall’insorgenza dei
sintomi. La scelta dei due dosaggi testati in questo studio è
stata fatta sulla base dei risultati del precedente studio in cui
si valutava il dosaggio ottimale, considerando sia la riduzione dell’ematoma
che i rischi di complicanze tromboemboliche. Al momento dell’arruolamento
è stata eseguita una valutazione clinica iniziale, ripetuta
dopo un’ora e dopo 24 ore dalla somministrazione di farmaco
o placebo; i pazienti sono poi stati riesaminati in seconda, terza
e quindicesima giornata (o prima in caso di dimissione) e dopo 90
giorni dallo stroke. L’end point primario era il decesso
del paziente o la disabilità grave al novantesimo giorno, definita
con un punteggio di 5 o 6 della scala di Rankin modificata, che varia
tra 0, nessun sintomo a 6, decesso. Sono stati presi in esame un totale di
8886 pazienti con emorragia cerebrale, di cui 841 randomizzati e 821
sottoposti a trattamento. L’età media era 65 anni (62%
erano maschi, 69% bianchi, 19% asiatici e 9% neri). La mediana del
punteggio GCS era 14 e la media dei punteggi della scala NIHSS era
13. La materia grigia profonda era coinvolta nel 78% dei casi e le
regioni lobari nel 22%. Dei pazienti arruolati sono state analizzate
794 scansioni TAC e sono emersi i seguenti dati: l’aumento medio
dell’emorragia era del 26% nel gruppo placebo contro l’11%
dei pazienti trattati con rFVII 80 µg/kg; l’aumento volumetrico
dell’ematoma era -3,8 ml in questo gruppo rispetto al placebo
(95% CI 6.7-0.9; p=0.009) e l’aumento di volume dell’emorragia
cerebrale era -2,6 ml rispetto al placebo per i pazienti con rFVII
20 µg/kg (5.5-0.3: p=0,08). Per quanto riguarda l’edema
perilesionale non sono state riscontrate differenze significative
nei tre gruppi. La frequenza di eventi avversi gravi a carattere tromboembolico era simile nei tre gruppi; le complicanze trombotiche arteriose erano più frequenti del 5% nei pazienti trattati con rFVIIa 80 µg/kg rispetto al placebo. Gli autori hanno ipotizzato che i fattori di rischio per l’aumentata frequenza di eventi tromboembolici potessero essere l’età, il precedente impiego di antiaggreganti ma non il trattamento con rFVIIa. I risultati ottenuti con questo studio
contrastano nettamente con quelli ottenuti precedentemente dagli stessi
autori, nei quali si osservava una riduzione della mortalità
del 38% nei pazienti trattati con rFVII. Viene ipotizzato che la discrepanza
dei risultati possa essere attribuita a bias dovuti ad una randomizzazione
non bilanciata, agli effetti trombotici in seguito alla somministrazione
di rFVIIa, all’inclusione di pazienti molto anziani. Esiste,
invece, una netta concordanza nei dati sulla frequenza di eventi trombotici
in seguito alla somministrazione di rFVIIa. Dato che il profilo di
sicurezza del farmaco studiato si è rivelato simile a quello
del precedente studio di fase 2b, gli autori ritengono che la mancanza
di benefici del trattamento in esame non possa essere attribuita alle
complicanze legate al rFVIIa; piuttosto, potrebbero avere una piccola
parte in causa gli sbilanciamenti della randomizzazione che hanno
portato ad avere gruppi con importanti caratteristiche di base non
omogenee.
(*) La scala di Rankin (1956) fornisce una valutazione standardizzata degli esiti dell'ictus cerebrale. Modificata successivamente, è una scala di disabilità che consta di 6 diversi gradi, con un punteggio che va da 0 a 5. A volte viene aggiunta un'ulteriore categoria, punteggio 6, per i pazienti che sono deceduti. La scala di Rankin è stata ampiamente utilizzata sia nella prevenzione secondaria, sia nei trials clinici per l'ictus acuto, inclusi la maggior parte dei trial sulla trombolisi. L’editoriale di accompagnamento sottolinea l’importanza delle dimensioni dell’ematoma come fattore prognostico indicando quindi, in accordo con gli autori dello studio, il volume della raccolta ematica come un possibile target terapeutico valido. Commenta poi i risultati dello studio attribuendo una certa rilevanza agli squilibri nelle caratteristiche di base dei tre gruppi in esame dovuti alla randomizzazione. In considerazione della complessità di trattamento di questa patologia viene inoltre suggerita l’adozione di una strategia integrata su più fronti, che comprenda tutti i fattori coinvolti nell’eziologia dell’emorragia cerebrale. Riferimento bibliografico
Il trattamento del cancro metastatico del colon-retto (mCRC) si è evoluto nell’ultimo decennio; i pazienti che ricevono irinotecan, oxaliplatino e 5-fluorouracile (FU) hanno i migliori outcome (sopravvivenza media circa 21 mesi). Le terapie biologiche forniscono ulteriori miglioramenti, in particolare i farmaci rivolti verso il recettore per il fattore di crescita epidermico (EGFR) sono efficaci in pazienti refrattari a FU, irinotecan e oxaliplatino. Lo studio EPIC è stato disegnato per determinare se l’aggiunta del cetuximab (Erbitux), immunoglobulina monoclonale chimerica verso EGFR, ad irinotecan come terapia di seconda linea (fallimento di una precedente terapia con fluoropirimidine e oxaliplatino) potesse prolungare la sopravvivenza in pazienti irinotecan-naive con mCRC esprimente EGFR. Si tratta di uno studio di fase III, in aperto, condotto tra maggio 2003 e febbraio 2006, in cui i pazienti (n=1298), arruolati in 221 centri (tra cui alcuni italiani), sono stati randomizzati in rapporto 1:1 a cetuximab + irinotecan (n=648) o irinotecan da solo (n=650); la monoterapia con irinotecan (ogni 3 settimane) è stata scelta come comparatore, perché unico regime terapeutico con irinotecan approvato da FDA ed EMEA quando lo studio è stato progettato. I criteri di inclusione sono stati: mCRC documentato istologicamente, misurabile bidimensionalmente ( =1 tumore con un diametro =20mm e l’altro =10mm), con evidenza immunoistochimica di espressione di EGFR; fallimento (progressione della malattia/interruzione per tossicità) entro 6 mesi dall’ultima dose della terapia di prima linea con fluoropirimidina e oxaliplatino. Sono stati esclusi pazienti trattati precedentemente con irinotecan o farmaci anti-EGFR e inclusi quelli trattati con bevacizumab. I pazienti assegnati al braccio irinotecan
+ cetuximab ricevevano una dose iniziale di cetuximab di 400 mg/m2
(2h ev) e poi di 250 mg/m2 (1h ev) settimanalmente, con premedicazione
antistaminica. In entrambi i gruppi, l’irinotecan veniva somministrato
ogni 3 settimane alla dose di 350 mg/m2 (90 min ev), ridotta a 300
mg/m2 in pazienti di età =70 anni, con ECOG PS di 2 o con precedente
radioterapia pelvica-addominale; nel braccio con cetuximab, l’irinotecan
veniva somministrato 1h dopo la fine dell’infusione del primo
farmaco. La terapia è stata interrotta in caso di progressione
della malattia o di tossicità inaccettabile (per il cetuximab
ipersensibilità di grado 3/4, per entrambi tossicità
non ematologica di grado 4); in caso di reazioni di ipersensibilità
di grado 1/2 veniva dimezzata la velocità di infusione del
cetuximab, mentre per neutropenia di grado 3/4, trombocitopenia, febbre
neutropenica, diarrea e vomito/nausea di grado 3 si riduceva la dose
di irinotecan e/o cetuximab. L’end point primario è stato
l’overall survival (OS); gli end point secondari sono stati
il progression-free survival (PFS), il tasso di risposta (RR) e la
qualità della vita (QOL); la progressione della malattia era
definita come incremento del 25% della lesione più piccola
registrata, progressione di lesioni non misurabili o comparsa di nuove
lesioni. La valutazione del follow up è stata condotta 6 settimane
dopo il completamento della terapia. Alla fine dello studio, 203 pazienti
del gruppo cetuximab + irinotecan (31,3%) e 221 del gruppo irinotecan
(34,0%) erano vivi. L’OS era comparabile tra i due gruppi: 10,7
mesi per cetuximab + irinotecan e 10,0 mesi per irinotecan; i dati
sulla sopravvivenza potrebbero essere mal interpretati a causa della
terapia post-studio, non limitata dal protocollo: il 46,9% dei pazienti
trattati con irinotecan hanno ricevuto il cetuximab. Il cetuximab non ha esacerbato la tossicità
dell’irinotecan, eccetto per rash acneiformi e diarrea. A 30
giorni dalla fine dell’ultimo trattamento, 97 pazienti sono
morti, 57 (8,9%) nel gruppo cetuximab + irinotecan e 40 (6,4%) nel
gruppo irinotecan; 7 morti (rispettivamente 5 e 2) sono state attribuite
alla tossicità dei farmaci in studio.
L’overall survival era simile
nei due gruppi, probabilmente per il grande numero di pazienti del
braccio irinotecan trattati poi con cetuximab: in un recente studio
di fase III (NCIC-017 – Jonker DJ et al. New Engl J Med 2007,
357: 2040-48) si è infatti osservato che il cetuximab aumenta
significativamente la sopravvivenza in pazienti trattati precedentemente
con fluoropirimidine, irinotecan e oxaliplatino. Conflitti di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Riferimento bibliografico
Nella terapia iniziale dell’infezione da HIV-1, le attuali linee guida raccomandano l’utilizzo di efavirenz (inibitore non nucleosidico della transcriptasi inversa-NNRTI) o ritonavir (inibitore delle proteasi) in associazione a due inibitori nucleotidici della transcriptasi inversa (NRTI). Queste raccomandazioni sono dettate dall’opinione di esperti e dai risultati di trial clinici, ma non sono stati effettuati confronti “testa a testa” tra questi due regimi. Sebbene gli NRTI siano inclusi in tutti gli schemi terapeutici raccomandati, gli effetti avversi legati al loro utilizzo, soprattutto la lipodistrofia associata all’assunzione di analoghi timidinici, ha suscitato interesse per gli schemi terapeutici che non contemplino l’utilizzo di NRTI. L’obiettivo dello studio era confrontare l’efficacia virologica, la risposta immunologica, gli effetti collaterali e le complicanze metaboliche della terapia con efavirenz + 2 NRTI rispetto a lopinavir-ritonavir + 2 NRTI o a lopinavir-ritonavir + efavirenz. In questo studio, multicentrico, di fase
III, randomizzato, in aperto, sono stati arruolati, tra gennaio 2003
e maggio 2004, 753 pazienti con età =13 anni (80% di sesso
maschile e 64% non bianchi), naive alla terapia antiretrovirale e
randomizzati ad uno dei seguenti tre regimi terapeutici: Il follow-up mediano è stato di
112 settimane; hanno completato lo studio 589 dei 753 pazienti inizialmente
arruolati. Gli outcome primari dello studio erano la riduzione della
carica virale (definita come riduzione dell’HIV RNA di 1 log10
o livelli di linfociti T-CD4+ non inferiori a 200 cell/mm3 entro la
settimana 32) ed il fallimento terapeutico (definito come la quota
di abbandono della terapia dovuta o all’insuccesso terapeutico
o alla comparsa di effetti avversi). Hanno interrotto la terapia 95 dei 250
pazienti del gruppo efavirenz (38%), 127 dei 253 del gruppo lopinavir-ritonavir
(50%) e 108 dei 250 pazienti del gruppo NRTI-sparing (43%). Non è
stata evidenziata alcuna differenza significativa tra i tre gruppi
relativamente al tempo di sospensione a causa degli effetti avversi.
Si sono verificati 19 decessi di cui solo 1 è sembrato essere
correlabile alla terapia (il paziente era assegnato al gruppo NRTI-sparing
ed è deceduto per danno epatotossico alla settimana 14). L’aumento
del grasso a livello degli arti è stato maggiore nel gruppo
NRTI-sparing rispetto agli altri due gruppi. Non ci sono state differenze
statisticamente significative per quanto riguarda l’evoluzione
ad AIDS nei tre gruppi (4-6% dei pazienti trattati). Nei pazienti
trattati con regime NRTI-sparing c’è stata una maggior
incidenza di segni e sintomi di grado 3 e 4 (p=0.01) soprattutto ipertrigliceridemia.
L’editoriale di accompagnamento al lavoro, pur sottolineando i limiti dello studio, come per esempio la differenza tra la popolazione valutata e quella generale HIV+ o l’utilizzo di formulazioni in compresse (che possono produrre concentrazioni plasmatiche più consistenti e a causare meno effetti collaterali) piuttosto che le capsule disponibili in commercio, ribadisce l’interesse per il lavoro pubblicato. Conflitti di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Riferimenti bibliografici
La variabilità genetica del sistema serotoninergico può predire la risposta ai farmaci antidepressivi. Diversi polimorfismi del gene che codifica la triptofano idrossilasi cerebrale (TPH2), enzima che catalizza la prima reazione, velocità limitante, della sintesi della serotonina, sono stati associati alla suscettibilità a patologie psichiatriche. Gli autori hanno ipotizzato che i polimorfismi di TPH2, che possono causare differenze nella biosintesi e nella concentrazione di serotonina, possano modulare gli effetti del trattamento antidepressivo. Hanno quindi analizzato la correlazione tra 10 polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) del gene TPH2 e la risposta alla terapia in 182 pazienti con depressione maggiore: 4 SNP presenti nei 5 maggiori aplotipi TPH2 (rs7969998, rs10879346, rs1487278, rs17722134) e 6 clinicamente rilevanti secondo studi precedenti: 2 nella regione codificante, risultanti in sostituzione aminoacidiche, P206S (rs17110563) e R441H, tre, rs4570625, rs11178997, rs11178998, nel promotore e nella regione 5’-UTR, uno nell’introne 5, rs1386494 (Zill P et al. Mol Psychiatry 2004, 9: 1030-36; Zill P et al. Biol Psychiatry 2004, 56: 581-86; Zhou Z et al. Arch Gen Psychiatry 2005, 62: 1109-18; Zhang X et al. Neuron 2005, 45: 11-16). I pazienti sono stati arruolati tra 262
soggetti ricoverati per depressione maggiore in tre cliniche psichiatriche
di Berlino. La diagnosi di depressione maggiore doveva essere confermata
attraverso la Mini International Neuropsychiatric Interview e da un
punteggio minimo di 8 nella Hamilton Depression Rating Scale (HAM-D).
Criteri di esclusione sono stati: etnia non caucasica, depressione
associata a disturbi della personalità, abuso di sostanze o
alcol, patologie mentali organiche. La riduzione media del punteggio HAM-D
dopo 3 settimane di terapia è stata del 45,22%; 84 pazienti
(46%) sono stati considerati responder.
Riferimento bibliografico Tzvetkov MV. et al. Common genetic variations in human brain-specific tryptophan hydroxylase-2 and response to antidepressant treatment. Pharmacogenetics and Genomics 2008, 18: 495-506. |
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Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino)
Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2008 |