
Newsletter numero 17 dell'01-07-2008
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Sommario Dispositivi medici in evidenza o L’ossigeno
per via transdermica non migliora l’ossigenazione
della ferita sternale in pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca
Le numerose segnalazioni di reazioni avverse da eparina in USA e in Germania hanno sollevato il problema, già affrontato su SIF-Farmaci in evidenza (vedi n. 14 del 15.05.2008 pagg. 5-7), della contaminazione dell’eparina con condroitin solfato ipersolfatato (OSCS). L’entità del problema è stata tale da indurre la Baxter Healthcare a ritirare dal mercato, tra il Gennaio ed il Febbraio 2008, tutti i lotti di eparina sodica nelle differenti confezioni farmaceutiche. Si è allora reso necessario verificare, in tempi rapidi, se l’OSCS sia o meno l’agente causale delle reazioni anafilattoidi che si sono manifestate con sintomi quali ipotensione, gonfiore facciale, tachicardia, orticaria e nausea. Stabilire una definita correlazione tra contaminante e reazioni avverse implica lo sviluppo di tecniche analitiche sufficientemente sensibili e specifiche per identificare e quantificare accuratamente le impurezze e/o i contaminanti, e lo sviluppo di test biologici indicativi della relazione funzionale tra OSCS ed eventi avversi di tipo allergico. È stato condotto uno screening
in cieco di 29 lotti di eparina forniti dalla FDA, di cui 13 associati
ad eventi clinici avversi. Come controllo è stato utilizzato
un lotto di laboratorio. Per tutti i saggi analitici e biologici,
i campioni sono stati dosati sulla base del peso; l’attività
specifica dell’eparina è stata approssimata a 180 UI/mg.
La risposta biologica è stata misurata come risposta “tutto
o nulla”. L’identità di OSCS, purificato dai lotti
di eparina notoriamente contaminati, è stata confermata con
tecniche ortogonali multiple, quali NMR, digestione enzimatica seguita
da HPLC, LC-MS. Lo standard sintetico di OSCS è stato prodotto
per solfatazione del condroitin solfato A ed è stato utilizzato
per stabilire i limiti di rilevamento (fissati allo 0,3%, sulla base
del peso, sia per l’OSCS che per il dermatan solfato) e l’accuratezza
della quantificazione. Test in vitro: l’OSCS, presente
come contaminante a livelli misurabili in 13 lotti di eparina non-frazionata
e lo standard sintetico attivano in modo diretto il sistema chinina-callicreina
nel plasma umano, con una curva dose-risposta a campana ed una “robusta”
attivazione tra 0,25 e 2,5 µg/mL. Questo risultato, tipico di
una risposta mediata dal glucosaminoglicano, è comparabile
a quello ottenuto con un campione di eparina contaminata al 19,3%
p/p da OSCS, in cui l’attivazione è stata “robusta”,
tra 2,5 e 25 µg/mL. Test in vivo: l’infusione endovenosa
di OSCS ha riprodotto nei maiali tutte le caratteristiche cardiovascolari
della reazione all’eparina contaminata. In particolare, il calo
della pressione sanguigna entro 30 minuti dall’infusione è
stato del 30% in 2 degli animali trattati con eparina contaminata;
i trattati con lo standard sintetico hanno manifestato una marcata
riduzione della pressione (45-59%) ed un concomitante aumento della
frequenza cardiaca entro pochi minuti dall’infusione; nessuno
dei trattati con l’eparina di controllo o condroitin solfato
A ha mostrato variazioni significative dei due parametri entro 30
minuti dall’infusione. Le variazioni dei parametri fisiologici
erano accompagnate da una rapida induzione dell’attività
amidolitica della callicreina che si è verificata in tutti
gli animali trattati con eparina contaminata, anche in assenza di
variazioni sostanziali della pressione sanguigna. Da questi risultati
si evince che il maiale può rappresentare una specie appropriata
nella quale valutare le potenziali conseguenze della contaminazione
da OSCS in modelli cardiovascolari e dialitici, così come in
dispositivi medici heparin-coated.
Riferimento bibliografico Kishimoto TK et al. Contaminated heparin associated with adverse clinical events and activation of the contact system. N Engl J Med 2008; 358: 2457-67. L'editoriale di accompagnamento, a cura
di LB Schwartz, sottolinea come il problema delle reazioni di ipersensibilità
all’eparina non-frazionata sia da affrontare in maniera multidisciplinare.
Secondo l’autore, la comunicazione tra FDA, medici e rappresentanti
dell’industria, che consenta il controllo dei medicinali approvati,
è cruciale per permettere il riconoscimento di questo tipo
di reazioni limitandone le conseguenze per l’uomo. A tal scopo,
è anche importante la cooperazione tra le aziende coinvolte
nella produzione e nella distribuzione. Quanto è accaduto con
il caso dell’eparina ha, in poco tempo, portato ad identificare
il contaminante, il meccanismo che sottende la reazione ipotensiva
ed un test semplice per lo screening dei lotti di eparina. Riferimento bibliografico
L’ACCORD è un ampio studio
clinico condotto su adulti affetti da diabete di tipo 2 a rischio
elevato di patologie cardiovascolari. Sono stati reclutati 10.251
pazienti (età media 62,2 anni; 38% donne; 35% con precedenti
eventi cardiovascolari o fattori di rischio come dislipidemia, ipertensione,
fumo, obesità e con almeno 10 anni di patologia diabetica)
con valori medi di emoglobina glicata di 8,1%. Questi pazienti sono
stati randomizzati a ricevere un trattamento ipoglicemizzante intensivo
(con l’obiettivo di ottenere un’emoglobina glicata <6%)
o un trattamento standard (emoglobina glicata pari a 7-7,9%). L’outcome
primario era di tipo composito: infarto miocardico non fatale, stroke
non fatale o decesso per cause cardiovascolari. Lo studio ADVANCE ha randomizzato 11.140
pazienti con diabete di tipo 2 a ricevere un trattamento ipoglicemizzante
standard o intensivo (caratterizzato dalla somministrazione di gliclazide
a rilascio modificato in associazione ad altri farmaci necessari al
raggiungimento di valori di emoglobina glicata =6,5%).
Sebbene l’ACCORD e l’ADVANCE mettano entrambi a confronto un trattamento ipoglicemizzante intensivo ed uno standard in soggetti diabetici, i 2 trial differiscono in maniera sostanziale. La maggior parte dei pazienti in entrambi gli studi ha ricevuto farmaci di diverse classi, in associazione o meno all’insulina. Tuttavia, nell’ACCORD non erano previste restrizioni sui trattamenti ipoglicemizzanti per raggiungere il target glicemico, mentre nell’ADVANCE tutti i pazienti del braccio a controllo intensivo hanno ricevuto, all’inizio dello studio, gliclazide a rilascio modificato. Nell’ADVANCE, i glitazoni sono stati somministrati in meno del 20% dei partecipanti, mentre nell’ACCORD il rosiglitazone è stato usato nel 90% del braccio sottoposto a terapia intensiva e nel 58% del braccio sottoposto a trattamento standard. Nell’ACCORD, i partecipanti sono stati randomizzati a ricevere un trattamento ipotensivo standard o intensivo o a ricevere fenofibrato o placebo; nell’ADVANCE, i pazienti sono stati randomizzati a ricevere perindopril e indapamide o placebo (Patel A et al. Lancet 2007; 370: 829-40). Nessuno dei 2 studi ha enfatizzato le modifiche dello stile di vita o della dieta. Nell’ADVANCE, solo metà dei partecipanti era in trattamento con aspirina e solo metà stava ricevendo statine alla fine del follow-up in entrambi i bracci, mentre nell’ACCORD le percentuali erano più alte (circa 75% e 88%, rispettivamente). I punti di forza di entrambi gli studi
sono l’ampio numero di partecipanti ed un lungo periodo di follow-up
(in media da 3,5 a 5 anni). Inoltre, le caratteristiche al basale
dei partecipanti dei 2 trial erano quelle tipiche di adulti con diabete
di tipo 2: età media 62-66 anni, durata della malattia 8-10
anni, livello medio di emoglobina glicata 7,2-8,1%. Circa 1/3 dei
pazienti in entrambi i trial aveva precedenti di patologia macrovascolare,
quindi è stato possibile stabilire l’effetto di un controllo
glicemico intensivo in pazienti con o senza preesistenti complicanze
macrovascolari. Il messaggio più convincente inviato da entrambi gli studi è che un controllo glicemico prossimo al normale per una media di 3,5-5 anni non riduce gli eventi cardiovascolari. Tuttavia, l’ADVANCE ha confermato la prevista riduzione di microalbuminuria di nuova insorgenza e nefropatia (Stratton IM et al. BMJ 2000; 321: 405-12). In questo studio, il trattamento intensivo ha prodotto una riduzione relativa del 10% dell’outcome primario composito di eventi macro- e microvascolari, soprattutto per la riduzione della nefropatia (complicanza microvascolare). Tuttavia, rispetto all’effetto del controllo glicemico sulle complicanze macrovascolari, l’ADVANCE dà risposte negative. Specificamente, quando gli eventi macrovascolari sono considerati separatamente, non si assiste ad una riduzione significativa. Questo risultato non ridimensiona l’importanza del trial, perché i risultati negativi sono importanti per valutare l’associazione tra target glicemico e malattia cardiovascolare. Preoccupante il risultato dell’ACCORD
e cioè che un controllo glicemico prossimo al normale si associ
ad un significativo aumento del rischio di mortalità per tutte
le cause cardiovascolari, cioè gli outcome che il trial si
prefiggeva di prevenire. Quali sono le implicazioni di questi
2 studi nelle linee guida terapeutiche per il diabete di tipo 2? Entrambi
i trial hanno mostrato che il conseguimento di livelli di emoglobina
glicata inferiori a quelli al momento raccomandati non hanno un effetto
benefico sulla malattia cardiovascolare. Sebbene il miglioramento della glicemia
possa proteggere nei confronti di complicanze microvascolari, l’assenza
di una riduzione degli eventi macrovascolari implica un effetto additivo
del rischio non glicemico che spesso si associa al diabete, come ipertensione,
iperlipidemia ed ipercoagulabilità, tutti elementi che dovrebbero
essere considerati nell’interpretare i risultati dell’ACCORD
e dell’ADVANCE.
L’ACCORD, l’ADVANCE ed altri
studi recenti ci ricordano che la pratica clinica è complessa,
e che in ultima analisi, bisogna comprendere gli effetti di un approccio
terapeutico sulla popolazione, non su end point surrogati. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo di questa metanalisi di RCT è stato valutare l’efficacia e la tollerabilità negli adulti dei corticosteroidi per via parenterale nel trattamento dell’emicrania acuta di grado severo e nella profilassi delle recidive. Sono stati inclusi tutti gli RCT in cui la terapia con corticosteroidi (da soli o in associazione alla terapia standard) è stata confrontata col placebo o con altri trattamenti standard. Per la selezione degli RCT, due ricercatori
hanno valutato indipendentemente i titoli e gli abstract degli studi
potenzialmente rilevanti attraverso database elettronici (Cochrane,
Central Register of Controlled Trials. Medline, Embase, LILACS, CINHAL).
In totale, sono stati selezionati 666
abstract potenzialmente rilevanti. Di questi, 7 studi, con la medesima
metodologia e nei quali è stato utilizzato il desametasone,
sono stati inclusi nella revisione. In tutti gli RCT (n=738) è
stata utilizzata la terapia standard ed è stata confrontata
la somministrazione di una singola dose di desametasone (range 10-24
mg) per via parenterale rispetto a placebo, esaminando il sollievo
dal dolore e la ricomparsa dell’emicrania entro 72 ore dalla
terapia. La comparsa di specifici eventi avversi è stata riportata in 6 studi (n=626). Nessuna differenza significativa è stata osservata tra desametasone e placebo per quanto concerne irrequietezza, sonnolenza, formicolio, torpore o gonfiore. I pazienti trattati con desametasone hanno evidenziato una maggiore tendenza a manifestare vertigini (RR 2,15; 0,98 – 4,74), ma non nausea (RR 0,70; 0,48 – 1,02) o altri eventi avversi (RR 0,50; 0,30 – 0,82). Quarantasette pazienti inclusi in uno
studio sono stati sottoposti a trattamento per via intramuscolare.
Ciò ha consentito di effettuare un confronto per sottogruppi
con la somministrazione per via endovenosa (n=592). Nessuna differenza
significativa è stata osservata in termini di riduzione della
ricomparsa dell’emicrania tra la somministrazione intramuscolare
(RR 0,59; 0,19 – 1,81) e quella endovenosa (RR 0,75; 0,61 –
0,91). I dati riportati indicano che l’uso di desametasone in associazione ad una terapia standard riduce la ricomparsa dell’emicrania entro 72 ore. Tuttavia, la revisione non supporta l’uso di corticosteroidi per l’immediata risoluzione degli attacchi acuti di emicrania. Le evidenze ricavate da 4 studi suggeriscono che il desametasone non riduce in maniera significativa i punteggi del dolore prima delle dimissioni dal pronto soccorso. I potenziali benefici del farmaco sono invece principalmente correlati alla profilassi nei confronti delle recidive. I trial inclusi nella metanalisi evidenziano,
dunque, un apparente beneficio dei corticosteroidi nel trattamento
dell’emicrania acuta grave. Tuttavia, alcuni problemi rimangono
irrisolti. Anzitutto, a causa del numero relativamente piccolo di
soggetti disponibili per un’analisi per sottogruppi non è
stato possibile identificare le caratteristiche della maggior parte
dei pazienti che potrebbero trarre beneficio dal trattamento con corticosteroidi,
nonostante 2 studi abbiano suggerito una maggiore efficacia del desametasone
in pazienti con emicranie di grado severo prolungate. Inoltre, non
è stato possibile chiarire la relazione tra differenti antiemicranici
somministrati in regime di pronto soccorso, i tassi di recidiva dell’emicrania
e le potenziali interazioni tra tali farmaci ed il desametasone. Infine,
sebbene non sia stato possibile valutare l’efficacia clinica
dei corticosteroidi per via orale, si può ipotizzare un’efficacia
paragonabile a quelli somministrati per via parenterale.
Conflitto di interesse: La Canadian Association of Emergency Physicians Research Consortium ha fornito un supporto parziale allo svolgimento del lavoro. L’editoriale di accompagnamento allo studio sottolinea come i pazienti affetti da emicrania rappresentino il 2% di quelli che ricorrono a visite di pronto soccorso. In questo contesto, le linee guida raccomandano, come prima linea, l’uso di diidroergotamina, sumatriptan per via sottocutanea, antagonisti della dopamina (metoclopramide, proclorperazina e clorpromazina) e ketorolac, con una responsività che raggiunge il 70%. Altri farmaci ampiamente utilizzati sono gli analgesici narcotici (come terapia di salvataggio) anche se la loro somministrazione comporta una più lunga permanenza in pronto soccorso rispetto ai trattamenti non narcotici. L’editoriale sottolinea inoltre che, sebbene negli studi inclusi nella metanalisi gli effetti avversi del desametasone siano risultati paragonabili a quelli osservati con placebo, la somministrazione ripetuta del farmaco in pazienti che si presentano al pronto soccorso può aumentare il rischio a lungo termine di osteoporosi o, raramente, di osteonecrosi asettica a livello della testa del femore o del ginocchio. La somministrazione del desametasone, inoltre, dovrebbe essere effettuata con cautela nei pazienti diabetici che potrebbero manifestare un aumento della glicemia durante le 36-72 ore di emivita del farmaco. Viene infine evidenziata la necessità
di effettuare ulteriori studi al fine di chiarire le interazioni
farmacologiche dei corticosteroidi con altri farmaci utilizzati
per il trattamento dell’emicrania, la dose ottimale, la loro
eventuale efficacia per via orale e nell’emicrania di grado
severo prolungata.
Riferimenti bibliografici Colman I et al. Parenteral dexamethasone for acute severe migraine headache: meta-analysis of randomised controlled trials for preventing recurrence. BMJ 2008; 336: 1359-61. Evans RW. Treating migraine in the emergency department. BMJ 2008; 336: 1320.
L’ulteriore analisi, qui presentata, ha esplorato, nella coorte di SPARCL, la relazione tra il rischio di stroke emorragico e le caratteristiche dei pazienti al momento dell’arruolamento, il trattamento con atorvastatina, la pressione arteriosa (PA), i livelli di colesterolo-LDL. I pazienti erano stati arruolati da settembre 1998 a marzo 2001; sono stati inclusi soggetti di entrambi i sessi, età >18 anni, che avevano avuto uno stroke ischemico, uno stroke emorragico (questi ultimi solo se considerati a rischio di stroke ischemico o coronaropatia da parte dei ricercatori), oppure un TIA, da 1-6 mesi precedenti la randomizzazione e con diagnosi entro 30 giorni dall’evento. I pazienti che assumevano farmaci ipolipidemizzanti hanno interrotto la terapia 30 giorni prima dell’inizio della fase di selezione (farmaci non consentiti durante lo studio). Sono stati esclusi i pazienti con fibrillazione atriale, con valvole cardiache protesiche o con emorragia subaracnoidea. Dei 4731 pazienti considerati, il 67% ha avuto stroke ischemici, il 31% TIA e il 2% stroke emorragici; il follow up medio è stato 4,9 anni. Brevemente si riportano di seguito i risultati dello studio citato in precedenza. Nella coorte considerata, il trattamento con atorvastatina ha determinato una riduzione del 21% del rischio di stroke ischemici fatali e non fatali (HR aggiustata 0,79, 95% CI 0,66 – 0,95), ma un aumento di quello di emorragia (HR 1,68, 95% CI 1,09 – 2,59). Ne deriva che, complessivamente, il trattamento con atorvastatina ha determinato una riduzione del rischio di stroke del 16% (HR 0,84, 95% CI 0,71 – 0,99, p=0,03; p aggiustata = 0,05). Una prima analisi, che ha incluso variabili clinicamente significative all’arruolamento, ha mostrato che il rischio di stroke emorragico era più alto in quei pazienti che avevano avuto uno stroke emorragico come evento all’ingresso (HR 5,65, 95% CI 2,82 – 11,30, p<0,001), negli uomini (HR 1,79, 95% CI 1,13 – 2,84, p=0,01), nei pazienti in trattamento con atorvastatina (HR 1,68, 95% CI 1,09 – 2,59, p=0,02); questo rischio aumentava con l’età (per aumenti di 10 anni, HR 1,42, 95% CI 1,16 – 1,74, p=0,001). Non c’è stata interazione statistica tra il trattamento e le altre variabili. In una seconda analisi di regressione è stato valutato l’effetto della variazione della PA dopo la randomizzazione. Delle 59547 misure effettuate (12,6 misure/soggetto), il 19% erano nel range di PA normale, il 37% in quello di pre-ipertensione, il 36% di ipertensione di stadio 1 e il 18% di ipertensione di stadio 2 (*). L’aumento della PA è risultato correlato in modo indipendente ad un incremento del rischio di stroke emorragico (p=0,01); i pazienti con ipertensione di stadio 2 presentavano un rischio più elevato. In una terza analisi di regressione è stato valutato l’effetto della variazione nel tempo del livello del colesterolo-LDL nei pazienti del gruppo atorvastatina (n=2365). Il livello mediano di colesterolo-LDL è stato 66 mg/dL, con pochi valori >100 mg/dL. Non è stata rilevata una correlazione tra i livelli di colesterolo-LDL ed il rischio di stroke emorragico. Livelli molto bassi (<40 mg/dL) non sono risultati correlati ad un aumento del rischio e non è stato identificata una soglia al di sotto della quale il rischio è aumentato. Nella discussione gli autori sottolineano la natura esplorativa dell’analisi, utile per suggerire delle ipotesi ma inadatta a trarre dati conclusivi. Conflitto d’interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto onorari da parte della ditta produttrice del farmaco. (*) Secondo i criteri del Joint National Commitee-7 che stabilisce la seguente classificazione dello stato pressorio: normale (PA sistolica <120 mmHg, PA diastolica <80 mmHg), pre-ipertensione (PA sistolica 120-139 mmHg, PA diastolica 80-89 mmHg), ipertensione di stadio 1 (PA sistolica 140-159 mmHg, PA diastolica 90-99 mmHg), ipertensione di stadio 2 (PA sistolica =160 mmHg, PA diastolica =100 mmHg). Riferimento bibliografico Nell’editoriale di accompagnamento,
viene sottolineata la discrepanza tra i risultati riportati in questo
studio e i dati di precedenti indagini epidemiologiche. Queste ultime
suggerivano che bassi livelli sierici di colesterolo potessero scatenare
uno stroke emorragico (Ariesen MJ et al. Stroke 2003; 34: 2060-65).
Al contrario i dati di Golstein et al. escludono un nesso causale
tra queste due variabili.
Riferimento bibliografico Jacobs BS, Greenberg SM. Stantins, low cholesterol, and hemorrhagic stroke: an uncertain triangle. Neurology 2008; 70: 2355-56.
Lo scopo di un trial clinico è quello di determinare i benefici e i rischi di un intervento, misurando gli effetti dei differenti trattamenti sugli outcome. La selezione di outcome appropriati, quindi, è di fondamentale importanza per valutare se un intervento è migliore di un altro. Esiste una eterogeneità tra gli studi clinici su specifiche malattie riguardo gli outcome da selezionare; questa eterogeneità giustifica la difficoltà di selezionare outcome appropriati (Clarke M. Trials 2007; 8: 39; Duncan PW et al. Stroke 2000; 31: 1429–38). In questa revisione sono stati inclusi
clinical trial nei quali viene spiegato in che modo sono stati selezionati
gli esiti degli studi condotti su bambini di età <16 anni.
Lo studio è stato condotto attraverso
un’analisi nel database Cochrane (nessuna restrizione sulle
date) e MEDLINE (dal 1950 al 2006), CINAHL (dal 1982 al 2006), Scopus
(dal 1966 al 2006), effettuata indipendentemente da due revisori.
Scopus è una piattaforma che consente la ricerca di diversi
database simultaneamente, tra cui anche EMBASE. Gli end point, estratti da un revisore e controllati indipendentemente da un secondo, consistevano in: 1) le condizioni per le quali gli “outcome domain” o gli outcome sono stati utilizzati; 2) la descrizione del metodo; 3) i soggetti coinvolti nella selezione degli “outcome domain”; 4) gli “outcome domain” o gli outcome selezionati; 5) il setting geografico, accertato attraverso la lettura del testo o, dove elencati, i nomi e le istituzioni delle persone coinvolte nelle collaborazioni; 6) i limiti del metodo definiti dagli autori. Attraverso l’analisi della letteratura
sono stati individuati 8889 abstract potenzialmente rilevanti; di
questi, 70 sono stati recuperati e 25 sono stati inclusi nella revisione. Delle 13 collaborazioni Tutti i gruppi hanno descritto il background
dei partecipanti; solamente 2 di questi gruppi hanno descritto in
dettaglio il processo attraverso il quale è stato deciso quali
soggetti coinvolgere. Questa è la prima revisione che
affronta la selezione di outcome da utilizzare nei clinical trial
pediatrici. Tra i limiti della revisione è
stata evidenziata la probabile mancata selezione di alcuni studi a
fronte dello screening per due volte di 8889 abstract. È anche
possibile che alcuni studi siano stati esclusi perché non ricercati
nell’ambito della cosiddetta “letteratura grigia”,
come ad esempio esiti di conferenze non pubblicati.
Riferimento bibliografico Sinha I. A systematic review of studies that aim to determine which outcomes to measure in clinical trials in children. PLoS Medicine 2008; 5; 569-78.
Sulla base di questi impegni annuali,
gli Stati Membri hanno compiuto numerosi progressi, tra cui la creazione
di reti eHealth nei 27 Paesi membri, un intenso coinvolgimento nel
progetto pilota su larga scala e una notevole diffusione in molti
e diversi Paesi dell’uso di cartelle cliniche elettroniche,
molto di tutto questo basato su una diretta implementazione del Piano
d’Attività per la creazione di un’Area eHealth
Europea. • Costruzione di reti eHealth su
scala nazionale • Organizzazione di una cooperazione
a livello europeo • Combinare standardizzazione e
sicurezza in eHealth • Coinvolgimento di tutte le parti
interessate, in particolare dei pazienti, e supporto dell’eHealth
soprattutto da parte delle piccole e medie imprese • Creare un innovativo mercato
eHealth • I principali passi successivi
–tre tentativi fondamentali e paralleli 1. Pianificare la diffusione della telemedicina e degli innovativi strumenti ICT per la gestione delle malattie croniche. La Commissione mira a pubblicare una comunicazione su quest’argomento entro l’ultimo quarto del 2008. L’obiettivo sarà quello di consentire agli Stati membri di individuare e affrontare i possibili ostacoli per una più ampia diffusione della telemedicina e di coordinare i loro sforzi. 2. Aumentare il livello di attenzione sulle nuove opportunità di ricerca. L’Europa deve impegnarsi di più nell’esplorare le prossime e future tappe dello sviluppo nella ricerca e nella tecnologia. I Governi dovrebbero adottare una prospettiva lungimirante in modo da incidere sulle decisioni di politica sanitaria nei prossimi 10 anni. Il coinvolgimento di cittadini, di pazienti e degli operatori sanitari sarà la chiave di questo processo ma anche del successo dell’attuazione dei progetti attuali. 3. È necessario un quadro legislativo
chiaro concordato tra gli Stati Membri. Ciò aiuterebbe a definire
le responsabilità, i diritti e i doveri di tutti i soggetti
coinvolti nel processo di eHealth, come ad esempio le Autorità
sanitarie a livello nazionale, regionale e locale, gli operatori sanitari,
i pazienti, le compagnie assicurative e altri soggetti coinvolti.
Si dovrebbero esaminare le legislazioni comunitarie già esistenti
che influenzano significativamente l’eHealth, in particolare
le Direttive sulla Protezione dei Dati, sulla e-Privacy e sull’e-Commerce.
Ciò comporta un dialogo attivo e il coinvolgimento di tutte
le autorità rilevanti a livello nazionale in materia di salute,
protezione dei dati personali, armonizzazione tecnica, standardizzazione
ed e-Commerce.
(*) per eHealth si intende il complesso delle risorse, soluzioni e tecnologie informatiche di rete applicate alla salute ed alla sanità. Riferimento bibliografico
Obiettivo primario di questo studio è
stato valutare la teratogenicità della paroxetina, mediante
la raccolta dai teratology information service del maggior numero
di dati su neonati che sono stati esposti in utero a paroxetina durante
il primo trimestre di gravidanza e calcolare il tasso di difetti cardiovascolari
di questa coorte, confrontandolo poi con quello di una coorte di non
esposti. L’obiettivo secondario era contattare gli autori degli
studi sugli antidepressivi pubblicati, basati su database, per determinare
quante, tra le donne in terapia con SSRI, erano state esposte a paroxetina
e quantificare il tasso di difetti cardiovascolari nei neonati. Le donne sono state reclutate nel momento in cui hanno contattato telefonicamente i teratology service per chiedere informazioni sulla sicurezza in gravidanza del farmaco che stavano assumendo. In seguito all’arruolamento delle donne considerate eleggibili, sono state registrate informazioni su dati demografici, storia clinica precedente, esposizione pregressa e attuale a farmaci o altri agenti con particolare attenzione alla durata, all’epoca gestazionale in cui era avvenuta l’esposizione, al dosaggio e alle indicazioni per l’assunzione. Alle interviste successive venivano richieste informazioni sulla gravidanza, sul feto e sull’andamento della gravidanza. Inoltre, previa autorizzazione della madre, veniva registrato anche il rapporto del medico che aveva in cura il neonato. Il gruppo di controllo era costituito da donne che avevano contattato i teratology service richiedendo informazioni in merito all’assunzione di farmaci già considerati sicuri in gravidanza. Il gruppo di controllo aveva le stesse caratteristiche demografiche del gruppo trattato con paroxetina. Un altro approccio è stato la ricerca di pubblicazioni di studi clinici sugli antidepressivi suddivisi per categorie; per quelli relativi agli SSRI sono state ottenute informazioni specifiche per la paroxetina. Sono stati, quindi, calcolati i tassi di incidenza dei difetti a carico dell’apparato cardiovascolare nei due gruppi e confrontati mediante il test del chi quadrato; sono poi stati espressi come odds ratio (OR) e in percentuale. Sono stati valutati 1174 casi di assunzione
di paroxetina nel primo trimestre di gravidanza provenienti da 8 teratology
information service e 2061 casi da 5 studi precedentemente pubblicati.
Tutte le donne arruolate erano in terapia con paroxetina nel periodo
precedente alla gravidanza e hanno proseguito l’assunzione del
farmaco nel primo trimestre, periodo durante il quale si verifica
l’embriogenesi del cuore. I limiti di questo studio, evidenziati
dagli autori stessi, consistono: nel numero relativamente piccolo
di pazienti per uno studio epidemiologico, anche se comunque sufficiente
per identificare differenze significative; nella diversa provenienza
delle donne in esame anche se non ci sono evidenze di una differente
distribuzione geografica di malformazioni cardiovascolari negli studi
precedentemente condotti; nell’età media maggiore e nell’estrazione
socioculturale di livello più elevato nelle donne che si rivolgono
ai teratology information service rispetto alla popolazione generale.
Conflitto d’interessi: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse case farmaceutiche. Riferimento bibliografico
Esistono evidenze degne di considerazione secondo le quali i pazienti schizofrenici presentano un aumento del rischio di sviluppare diabete mellito e malattie cardiovascolari. I dati provenienti da un ampio studio di coorte statunitense (Enger C et al. J Nerv Ment Dis 2004; 192: 19-27) hanno evidenziato che, rispetto alla popolazione generale, i pazienti schizofrenici trattati con antipsicotici presentano un rischio maggiore di 5 volte di sviluppare infarto del miocardio e del 75% in più di diabete di nuova diagnosi. Tuttavia, non è ancora stato quantificato l’effetto del trattamento sul rischio di insorgenza di queste patologie. Il rischio a 10 anni di sviluppare coronaropatia (CHD) aumenta in maniera significativa sia nell’uomo (9.4% vs 7.0%) che nella donna (6.3% vs 4.2%) affetti da schizofrenia se paragonati ad un gruppo di controllo sovrapponibile per etnia, età e genere (p=0.0001). Inoltre, lo stile di vita, inclusa una dieta ricca di grassi e povera di fibre, l’obesità, la mancanza di esercizio fisico e il fumo di sigaretta, in questi pazienti incide molto sulla predisposizione allo sviluppo di diabete e di CHD. Gli antipsicotici atipici vengono ampiamente
prescritti per il trattamento della schizofrenia ed hanno effetti
benefici sui sintomi negativi, cognitivi ed affettivi; ma se è
vero che questi farmaci hanno migliorato il profilo degli effetti
collaterali neurologici rispetto ai principi attivi di prima generazione,
è altresì vero che sono ormai note le potenziali alterazioni
metaboliche correlate al loro utilizzo, tra cui l’aumento ponderale,
la dislipidemia e le alterazioni glicemiche. In quest’analisi a posteriori dello
STAR i risultati sono stati utilizzati per validare dei modelli predittivi
al lungo termine del rischio di CHD e di diabete mellito. Le variabili
utilizzate sono state età, colesterolo HDL ed LDL, pressione
arteriosa, presenza di diabete e fumo di sigaretta. Dall’analisi statistica dei dati
raccolti è stato evidenziato che i pazienti trattati con aripiprazolo
presentavano delle variazioni più favorevoli nei livelli di
lipidi ematici e del peso corporeo rispetto ai soggetti in terapia
con SoC. I risultati di quest’analisi post-hoc
dimostrano che, in un ipotetico gruppo di 1000 pazienti, il trattamento
con aripiprazolo si traduce in 24.3 casi in meno di diabete di nuova
insorgenza rispetto alla terapia con olanzapina, quetiapina o risperidone.
Il NNT pari a 43 indica che la terapia con aripiprazolo è in
grado di evitare l’insorgenza di diabete mellito in 1 paziente
ogni 43 trattati. È stato, inoltre, dimostrato che su un’ipotetica
coorte di 1000 pazienti l’aver impostato una terapia con aripiprazolo
risultava in 3.9 casi di CHD in meno rispetto alla terapia standard,
con la prevenzione di 1 caso ogni 256 pazienti trattati.
(*) In Italia l’aripiprazolo, indicato per il trattamento della schizofrenia, è in classe A con PT/PHT. Conflitti di interesse: diversi autori dichiarano di aver ricevuto sovvenzioni da diverse case farmaceutiche, tra cui la Bristol-Meyer produttrice di Abilify® (aripiprazolo). Riferimenti bibliografici
Numerosi studi hanno dimostrato che il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è significativamente correlato all’abuso di sostanze nell’adolescenza e in età adulta. Preso atto del fatto che i farmaci stimolanti sono il trattamento di prima scelta per questa patologia, parecchi studi sugli animali hanno concluso che esiste un’associazione positiva tra l’età dell’inizio dell’assunzione degli stimolanti e la successiva sensibilizzazione agli effetti di sostanze, ma negli uomini tale correlazione non è stata dimostrata. Lo studio preso in esame si colloca proprio in questa prospettiva ed ha l’obiettivo di esaminare la possibile relazione tra la terapia con stimolanti in bambini affetti da ADHD e il successivo abuso di sostanze ponendo, tuttavia, particolare attenzione ad un aspetto che finora non era mai stato valutato nel contesto clinico, e cioè l’età dell’inizio della terapia farmacologica con metilfenidato. I partecipanti allo studio erano bambini
di età compresa tra i 6 e i 12 anni, di sesso maschile, di
etnia caucasica e di medio status socioeconomico, arruolati a New
York tra il 1970 e il 1977 in base ai seguenti criteri di inclusione:
sospensioni da scuola per problemi comportamentali; iperattività
quantificata dagli insegnanti e dai genitori con elevati punteggi
delle scale standard; problemi comportamentali anche al di fuori della
scuola; reazione ipercinetica diagnosticata in base ai criteri della
seconda edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders
(DSM-II) da parte di un neuropsichiatra infantile previa intervista
con i partecipanti e le loro madri; nesssun precedente trattamento
con farmaci stimolanti (definito come l’assunzione di una dose
>10 mg/die di metilfenidato per >1 mese); quoziente intellettivo
(QI) =85; nessuna evidenza di psicosi o di disturbi neurologici; genitori
in grado di parlare inglese; possesso di un telefono a casa. Dei 207 bambini arruolati, 182 hanno
iniziato la terapia con metilfenidato 2 volte/giorno, dei quali 176
sono stati seguiti nel follow up, avvenuto in tarda adolescenza (età
media 18.4 anni) e in età adulta (età media 25.3 anni).
Nelle due visite di follow up i partecipanti sono stati intervistati
riguardo il loro deficit di attenzione, la condotta, l’abuso
di sostanze, la presenza di disturbi di personalità antisociali,
disturbi d’ansia, di umore o psicotici rispetto ai soggetti
del gruppo-controllo (n=178), reclutati al primo follow up e rappresentati
da maschi non affetti da ADHD, paragonabili per etnia, età,
classe sociale e residenza. Nell’ambito dell’analisi
statistica si è cercato di stabilire quali potessero essere
le variabili predittive dell’abuso di sostanze, giungendo così
a dimostrare un ruolo significativo dell’età dell’inizio
del trattamento con metilfenidato solo per il consumo di sostanze
non alcol-correlate, unitamente all’evidenza che i soggetti
che maggiormente avevano sviluppato tale predisposizione erano quelli
che avevano iniziato la terapia farmacologica stimolante ad un’età
più tardiva: 44% versus il 27% dei soggetti che avevano iniziato
il trattamento in un’età più precoce; 44% versus
29% dei coetanei non affetti da ADHD. Dall’analisi dei risultati ottenuti
gli autori concludono che in bambini affetti da ADHD e trattati con
farmaci stimolanti, il rischio di sviluppare un successivo abuso di
sostanze e disturbi di personalità antisociali è correlato
all’età dell’inizio del trattamento: i soggetti
che iniziano l’assunzione della terapia più tardivamente
(8-12 anni) presentano una maggiore predisposizione rispetto a coloro
che la iniziano più precocemente (6-7 anni).
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Riferimenti bibliografici -
Dispositivi medici in evidenza -
Le infezioni della ferita sternale sono un’importante complicanza della sternotomia mediana nella cardiochirurgia per gli elevati costi sanitari e l’alto tasso di mortalità e morbidità. Un’adeguata ossigenazione tessutale è necessaria per ridurre il rischio di infezione e accelerare la guarigione di ferite ipoperfuse. Una potenziale alternativa alla terapia inalatoria con ossigeno è la somministrazione del gas per via transdermica mediante bendaggio occlusivo direttamente sulla ferita. Scopo dello studio è stato determinare l’effetto dell’insufflazione locale di ossigeno sull’ossigenazione tissutale nel territorio della ferita superficiale da sternotomia in pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca. Obiettivo secondario è stato verificare se la terapia inalatoria con ossigeno migliora l’ossigenazione tessutale anche nelle ferite sternali. Questo studio controllato randomizzato in triplo cieco è stato effettuato tra febbraio 2006 e marzo 2007 in una clinica di Cleveland, USA. Sono stati arruolati 30 pazienti sottoposti ad angioplastica e/o chirurgia riparativa delle valvole cardiache con bypass cardiopolmonare (CPB). I criteri di esclusione comprendevano operazioni di emergenza, chirurgia cardiaca senza CPB, età >75 anni o indice di massa corporea (BMI) >=35 kg/m2. Al termine dell’intervento chirurgico su ogni paziente sono stati posizionati due sensori sottocutanei, uno di tensione di ossigeno tessutale (PsqO2) e uno di temperatura (Licox, Gesellschat für Medizinische Sondensysteme Germania) ad una profondità di circa 0.5 cm nella ferita sternale. I pazienti sono stati randomizzati per ricevere l’innesto di due generatori di ossigeno Epiflo (Ogenix Inc. USA) in stato attivo (flusso totale 6 mL/h) o inattivo (flusso=0), esattamente identici, collocati in modo da insufflare ossigeno direttamente sulla ferita sternale, ricoperti con bendaggio occlusivo e mantenuti fino al secondo giorno postoperatorio (POD). Dopo il trasferimento in Unità Intensiva Cardiologica, i pazienti sono stati ventilati meccanicamente (frazione di ossigeno inspirata, FIO2=60%) e dopo 2 h estubati. Successivamente, sono stati trattati in cross-over con terapia inalatoria di ossigeno con FIO2=30% e 50% (Pulmanex Hi-Ox® Adult Oxygen Mask, Viasys MedSystems,USA) in ordine randomizzato nei POD 1 e 2. La PsqO2 e l’ossigeno arterioso (PaO2) sono stati misurati 1 h dopo il ricovero in Unità Intensiva e la mattina di POD1 e 2. Alla fine dello studio sono stati esclusi 4 pazienti per cause tecnico-sperimentali. Le caratteristiche dei pazienti, il tipo di intervento chirurgico e il trattamento perioperatorio erano simili in ogni gruppo. La terapia inalatoria con ossigeno con variazione di FIO2 da 30% a 50% ha migliorato sia PaO2 che PsqO2 nella ferita sternale che sono aumentate, rispettivamente, da 99 [95% CI 85-116] a 149 [95% CI 128-173] mm Hg (p<0.001) e da 23 [95% CI 16-34] a 27 [95% CI 19-39] mm Hg (p<0.001). Al contrario, l’insufflazione locale di ossigeno non ha modificato l’ossigeno tessutale nei due gruppi (25 [95% CI 15-42] versus 26 [95% CI 16-42] mm Hg (p=0.88)). L’inefficacia dell’insufflazione
transdermica di ossigeno sui livelli di ossigeno tessutale nella ferita
sternale è dovuta alla ridotta permeabilità della cute
al gas; di conseguenza, l’aumento della tensione potrebbe verificarsi
nei primi millimetri dell’epitelio, ma non in profondità
(0.5 cm), a livello del sensore di misurazione. L’ossigeno somministrato
per via transdermica, quindi, potrebbe essere efficace su altri tipi
di ferite o impiegando flussi maggiori di gas. Al contrario la terapia
inalatoria con ossigeno, come già dimostrato su ferite chirurgiche
in sedi diverse, migliora la PaO2 e la PsqO2 anche nella ferita sternale.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da Ogenix Inc., National Institute of Health e Joseph Drown Foundation. La ditta Viasys MedSystems ha fornito gratuitamente le maschere Hi-Ox per la terapia inalatoria con ossigeno. Gli autori affermano che gli sponsor non hanno avuto alcun ruolo nel disegno e nella conduzione dello studio, né sulla raccolta e analisi dei dati. Gli autori dichiarano infine di non aver nessun personale interesse finanziario in questa ricerca. Riferimento bibliografico
In patologie respiratorie, quali asma e BPCO, lo squilibrio funzionale è strettamente correlato al rimodellamento delle vie aeree che crea un microambiente patologico nel quale si stabilisce un circolo vizioso di danno infiammatorio e riparazione aberrante a cui partecipano cellule endoteliali del microcircolo e cellule epiteliali. Queste ultime regolano un’ampia gamma di funzioni (ad es. il controllo dell’interfaccia liquido-gas, il reclutamento e l’attivazione di cellule proinfiammatorie, il metabolismo e la clearance degli xenobiotici inalati, la regolazione funzionale della muscolatura liscia) attraverso la produzione di fattori di crescita, peptidi costrittori, chemochine, citochine, molecole gassose e mediatori lipidici. Lo studio utilizza un modello di danno delle vie aeree in vivo e modelli cellulari in vitro per verificare se il danno e la riparazione delle vie aeree sono mediati dall’epitelio e/o dalle cellule endoteliali dei vasi. Sono state usate colture o co-culture
di cellule epiteliali (EP) e cellule endoteliali (EC) usando come
substrato polistirene (TCPS) o una matrice di collagene denaturato
(Gelfoam- Amersham Pharmacia/Upjohn) o polistirene rivestito di collagene
denaturato (DCCT). La loro funzione secretoria è stata valutata
con tecnica ELISA in presenza o meno di TNF-a. Sono stati utilizzati
anche fibroblasti e cellule endoteliali da cordone ombelicale umano
(HUVEC), queste ultime per valutare l’effetto di cellule matrix-embedded
sull’angiogenesi. Risultati in vitro: i due tipi cellulari presentavano una morfologia differente in tutte e tre le matrici utilizzate. Quando co-coltivate, le cellule si presentavano in singole colonie isolate se cresciute su TCPS o se disseminate su matrice. La densità massima è stata raggiunta a 12-14 giorni. La vitalità cellulare (Test Blu Tripano) si è mantenuta, per 28 giorni, pari al 91,9 ± 0,47% per EP, 92,6 ± 0,33% per EC, e 91,2 ± 0,19% per EP/EC. EP ed EC, coltivate separatamente o insieme, hanno secreto differenti mediatori della riparazione delle vie aeree e fattori specifici del danno, l’attività secretoria è stata ulteriormente modulata dalla presenza della matrice. Tutte le molecole studiate sono state down-regolate in ME-EC/EP, con o senza TNF-a. In confronto a TCPS e DCCT, ME-EP ha secreto maggiori quantità di PGE2, di GM-CSF e di TGF-a1, mentre ME-EC ne ha secreto minori concentrazioni di PGE2, TGF-a1 e TGF-a2. ME-EC ha determinato un modesto aumento della formazione di tubuli e ramificazioni, in concerto con un elevato FGF-2; inoltre, ha stimolato un modesto livello di neovascolarizzazione. L’effetto è stato maggiormente bilanciato in presenza dei due tipi cellulari, che hanno riportato la formazione di tubuli e di ramificazioni a livelli di controllo. Rispetto a TCPS e DCCT, ME-EC e ME-EC/EP hanno ridotto significativamente l’espressione di IL-8 e delle molecole solubili di adesione ICAM-1 e VCAM-1, mentre ME-EP ha prodotto livelli più alti di IL-8, ICAM-1 e VCAM-1. Risultati in vivo: l’impianto di
ME-EP e di ME-EC/EP ha controllato l’ostruzione luminale ed
il rimodellamento delle vie aeree, l’effetto di ME-EC è
stato minore. Il lume è stato preservato da ME-EC con una riduzione
del 62,5%±6,5% dell’ostruzione, è stato dilatato
del 3,0±2,3% con ME-EP e del 8,9±4,0% con ME-EC/EP.
L’area epiteliale è stata preservata meglio da ME-EC
(110,5±6,1%) o di ME-EC/EP (120,1±9,3%), che da ME-EP
(105,6±10,5%). In nessuna delle condizioni studiate si è
verificata una differenza nell’area cartilaginea. ME-EC non
ha esercitato alcun effetto sul mesenchima, mentre ME-EP ha ridotto
lo spessore dell’epitelio del 40,0±1,8%; l’iperplasia
è stata virtualmente eliminata da ME-EC/EP. L’ipervascolarizzazione
si è ridotta del 64,9±4,4% con ME-EP ed è tornata
relativamente normale con ME-EC/EP. ME non ha migliorato nessuno di
questi parametri. L’incidenza di stridore, a 9 giorni dal danno,
è stata del 17% negli animali senza impianto, del 71% in presenza
di ME e del 29% con ME-EC, mentre non è stato registrato nessun
segno di stridore nei conigli randomizzati a ME-EP o ME-EC/EP.
Secondo gli autori, nel danno vascolare l’impianto di EC consente la riparazione vascolare attraverso il ripristino di due unità regolatorie: l’endotelio vascolare come epitelio e le EC nelle arterie dei vasa vasorum. Le vie aeree, così come gli altri organi tubulari, richiedono la funzione intatta sia delle loro EP che delle EC per ottenere lo stesso grado di riparazione. Comunque, in nessun caso il ripristino finale di una ordinata architettura è necessario in assoluto per la guarigione. Riferimento bibliografico
La cateterizzazione venosa femorale, giugulare o nella succlavia, è abitualmente praticata nelle terapie intensive, ma determina un aumento della morbilità, mortalità e dei costi per le complicazioni meccaniche, infettive e trombotiche. La succlavia, spesso sito di prima scelta, è meno adatto per i cateteri più larghi, come i cateteri temporanei non cuffiati per la dialisi. La scelta tra l’accesso giugulare e femorale in pazienti allettati, in condizioni critiche, è oggetto di dibattito ed è dettata più da preferenze che da decisioni basate sulle evidenze. La maggior parte degli studi sui cateteri per la dialisi acuta sono condotti su pazienti ambulatoriali, con patologie renali allo stadio terminale, che iniziano la dialisi cronica. In questo contesto, la National foundation of kidney disease outcome and quality initiative guideline suggerisce di usare cateteri per dialisi non cuffiati, non tunnellizzati, per non più di 3 settimane per l’accesso giugulare e non più di 5 giorni per l'accesso femorale. Poiché i pazienti cronici differiscono dai pazienti critici, è da stabilire se queste raccomandazioni possano essere estrapolate in soggetti gravemente ammalati. L’obiettivo dello studio è confrontare la frequenza di colonizzazione dei cateteri alla rimozione tra l’accesso femorale e giugulare in pazienti ricoverati in terapia intensiva che necessitino di terapia sostitutiva renale (RRT). Si tratta di uno studio prospettico randomizzato,
multicentrico, in cieco per il valutatore, a gruppi paralleli, condotto
in Francia tra maggio 2004 e maggio 2007. I pazienti sono stati randomizzati nei
gruppi catetere femorale (n=370) e catetere giugulare (n=366), stratificati
per centro e tipo di RRT. Le caratteristiche dei pazienti e dei
cateteri, inclusa la durata della cateterizzazione, erano simili nei
due gruppi (femorale: 64,5 anni, maschi 247 (66,8%), durata cateterizzazione
6,2 giorni; giugulare: 65,3 anni, maschi 247(67,5%), durata cateterizzazione
6,9 giorni). La colonizzazione è avvenuta in
84 su 324 pazienti (25,9%; incidenza 40,8 per 1000 cateteri/die) con
catetere femorale e in 78 su 313 (24,9%; incidenza 35,7 per 1000 cateteri/die)
con catetere giugulare. Sono stati identificati prevalentemente batteri
Gram-positivi nel sito giugulare (p = 0,04) e Gram-negativi nel sito
femorale (p=0,03).
Riferimento bibliografico Parienti JJ et al. Femoral vs jugular venous catheterization and risk of nosocomial events in adults requiring acute renal replacement therapy JAMA 2008, 299: 2413-22.
I filler per i tessuti molli, impiegati per procedure cosmetiche e di ricostruzione, sono classificati in agenti biodegradabili e non, in base alla capacità degli enzimi di metabolizzare questi prodotti. Le reazioni avverse cutanee ad essi associate possono essere immediate (entro giorni) o ritardate (settimane-anni). Queste ultime comprendono le reazioni granulomatose che si presentano come papule, noduli o placche. Sebbene le reazioni avverse siano spesso correlate al filler stesso, sia la procedura che la concentrazione del prodotto, compresa la presenza di impurezze, possono influenzare il grado di risposta. La patogenesi delle reazioni correlate
ai filler non è del tutto chiarita, ma si ritiene che siano
le infezioni a scatenare il processo. Pertanto, è importante
che i dermatologi ed i dermopatologi siano a conoscenza dell’ampio
spettro di aspetti istologici che risultano dalle reazioni avverse
ai diversi filler in commercio. La tecnica del trapianto derma-grasso consiste nel trapianto autologo di derma e sottocute. Non sono stati rilevati report di esami istologici di reazioni avverse in seguito a questa procedura. Tuttavia, una biopsia cutanea di routine a 3,5 mesi dalla procedura ha mostrato la presenza di tessuto adiposo e connettivo vascolarizzato associato a lieve infiltrazione linfocitaria; dopo 11 mesi, il tessuto trapiantato risultava completamente integrato (Niechajev I. Plast Reconstr Surg 2000; 105: 1173-83). Il collagene bovino è un filler
costituito per il 95% da collagene di tipo I e per il 5% di tipo III;
è simile alla composizione del derma umano. I prodotti a base
di collagene bovino sono approvati dalla FDA. Possono essere iniettati
nel derma superficiale oppure più profondamente. Sono utilizzati
per la correzione di rughe superficiali o profonde e per le cicatrici
dell’acne. L’acido ialuronico, presente nella matrice extracellulare del tessuto connettivo, nel liquido sinoviale e in altri tessuti umani, viene utilizzato per la correzione delle rughe facciali, di pieghe naso-labiali e per aumentare il volume. Clinicamente le reazioni avverse associate a questo prodotto comprendono ecchimosi, eritema, gonfiore intermittente, prurito e noduli. È stato riportato un caso di scleromixedema generalizzato 9 mesi dopo l’iniezione di acido ialuronico. In alcuni casi l’istologia delle reazioni avverse è stata descritta come reazione da corpo estraneo a cellule giganti, con macrofagi, eosinofili e neutrofili che circondano l’acido ialuronico amorfo extracellulare isolato. L’acido poli-L-lattico è
un polimero di monomeri di acido lattico, autorizzato dall’FDA
nella lipoatrofia associata ad HIV; in Europa è utilizzato
per la stessa indicazione ma anche per la correzione delle rughe.
Sono state riportate reazioni granulomatose. I prodotti non degradabili, cioè
non metabolizzati per via enzimatica, persistono nei tessuti; poichè
il loro effetto clinico è prolungato, le reazioni avverse cutanee
sono più frequenti. Il silicone inizialmente è stato
utilizzato per aumentare il volume dei tessuti molli. Tuttavia, l’aumentata
incidenza di segnalazioni di reazioni avverse, forse per la presenza
di contaminanti, ha portato a bandire questi prodotti negli USA. Di
recente, l’FDA ha autorizzato alcuni studi limitati su diversi
tipi di silicone iniettabile per la correzione delle pieghe naso-labiali,
della depressione zigomatica e per la lipoatrofia da HIV. Clinicamente,
le reazioni avverse si presentano come noduli sottocutanei, mentre
istologicamente è stato osservato un infiltrato granulomatoso
epitelioide diffuso, con corpi asteroidi che coinvolgono il derma
e/o il sottocute. Le microsfere di polimetilmetacrilato e collagene bovino sono utilizzate per la correzione delle rughe facciali, dei difetti sottocutanei e per aumentare il volume del mento. Vengono iniettate a livello del margine derma/sottocute. Le reazioni avverse cutanee sembrano dovute alla presenza di impurezze e comprendono nodulo infiltrante che si presenta dopo mesi o anni dall’iniezione dei filler. All’esame istologico si evidenzia un granuloma nodulare o diffuso con spazi cistici, distribuiti singolarmente e a piccoli gruppi in uno stroma sclerotico nel derma e nel sottocute. L’uso di microsfere di polimetilmetacrilato
sospese in carbossigluconato non è approvato dall’FDA,
ma è diffuso in Sud America per la correzione delle rughe facciali,
delle cicatrici dell’acne e dell’emiatrofia facciale.
Le reazioni avverse si possono presentare come noduli infiltranti
dopo mesi o anni dalla procedura. All’esame istologico le lesioni
si mostrano come infiltrati focali o diffusi di cellule giganti e
istiociti nel derma e nel sottocute. Si possono osservare spazi cistici
di dimensione variabile. Il gel di poliacrilamide è iniettato nel sottocute ed è utilizzato per aumentare il volume e per correggere le rughe facciali. Clinicamente le reazioni avverse si presentano come eritema e edema nel del sito di iniezione. È stata riportata la presenza di noduli granulomatosi a livello della bocca pochi mesi dopo la procedura per la correzione di pieghe naso-labiali. Istologicamente di solito si evidenzia una reazione granulomatosa da corpo estraneo che circonda materiale basofilo. Le microsfere di polivinilidrossido sospeso in poliacrilamide vengono utilizzate per aumentare il volume delle labbra. Vengono iniettate nel derma e nel sottocute. Non ci sono dati sui risultati di esami istologici di reazioni avverse a questo prodotto. Il politetrafluoroetilene è stato
utilizzato per aumentare il volume in sede facciale e anche per la
rinoplastica. Le segnalazioni presenti in letteratura sono limitate.
È stato pubblicato il caso di una donna che ha sviluppato cellulite
nasale in seguito a rinoplastica. L’istologia mostrava materiale
estraneo, compatibile con il prodotto iniettato, con un infiltrato
infiammatorio intorno costituito da linfociti e cellule giganti polinucleate. Il copolimero di poliossietilene e poliossipropilene
con sali minerali, aminoacidi e vitamine è un liquido che una
volta iniettato diventa un impianto gel. Non è approvato negli
Stati Uniti, ma è disponibile in Europa. In letteratura esistono
limitate informazioni relative a questo prodotto, sebbene alcune segnalazioni
riportino lipoatrofia.
Riferimento bibliografico Dadzie OE et al. Adverse cutaneous reactions to soft tissue fillers--a review of the histological features. J Cutan Pathol 2008; 35: 536-48. |
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Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
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Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Anna Bin (Università di Padova) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 01 Luglio 2008 |