
Newsletter numero 18 del 15-07-2008
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Sommario o Terapia prolungata con rivaroxaban vs enoxaparina a breve termine per la prevenzione del tromboembolismo venoso dopo artroplastica totale dell’anca: lo studio RECORD2, un trial randomizzato in doppio cieco o Errori terapeutici da parte degli operatori sanitari. Analisi dei dati del periodo 2000-2007 del Centro antiveleni finlandese o Uso di sostanze dopanti, in particolare steroidi anabolizzanti, nello sport e nella società o Confronto tra ACE-inibitori e sartani sul rischio di infarto miocardico, stroke e morte: una metanalisi o Vasopressina e adrenalina vs sola adrenalina nella rianimazione cardiopolmonare o Prednisolone per via orale o naprossene per il trattamento dell’artrite gottosa: un trial randomizzato di equivalenza in doppio cieco o Metanalisi: effetti dell’associazione di salmeterolo a corticosteroidi inalatori su eventi gravi correlati all’asma o Effetto della carbocisteina sull’esacerbazione acuta nella broncopneumopatia cronica ostruttiva (studio PEACE): uno studio randomizzato controllato vs placebo o FANS: selettività per la ciclossigenasi e rischio di ictus o Carbamazepina: sindrome di Steven-Johnson, necrolisi epidermica tossica e HLA-B*1502 o Atomoxetina e
metilfenidato a rilascio osmotico per il trattamento
del disturbo da deficit di attenzione e iperttività: confronto
in fase acuta e diversa responsività
(*) RECORD, Regulation of Coagulation in Orthopedic Surgery to Prevent Deep Venous Trombosis and Pulmonary Embolism Le attuali strategie tromboprofilattiche si basano sull’uso di eparine a basso peso molecolare che però richiedono una somministrazione parenterale, o di antagonisti della vitamina K quali il warfarin, che è caratterizzato da una non prevedibile risposta farmacologica e da numerose interazioni, sia con il cibo che con altri farmaci, interazioni che rendono necessario un frequente monitoraggio. Il rivaroxaban (**), un inibitore diretto e selettivo del fattore Xa, attivo per via orale, potrebbe rappresentare una valida alternativa terapeutica. Sono stati condotti due studi di fase III, il RECORD1 ed il RECORD3, per dimostrare la non inferiorità, in termini di efficacia e di sicurezza, di rivaroxaban (10 mg/die per os) vs l’enoxaparina (40 mg/die sc), inibitore indiretto e non selettivo del fattore Xa, per la prevenzione del tromboembolismo venoso dopo artroplastica dell’anca (RECORD1) o del ginocchio (RECORD3). I due studi, multicentrici (27 Paesi
per il RECORD1 e 19 per il RECORD3, tra cui anche l’Italia in
entrambi i casi), randomizzati, in doppio cieco, hanno incluso rispettivamente
4541 e 2531 pazienti, Il rivaroxaban (n=2266 per RECORD1; n=1254
per RECORD3) è stato somministrato 6-8 h dopo la chiusura della
ferita, e quindi ogni 24 h; l’enoxaparina (n=2275 per RECORD1;
n=1277 per RECORD3) è stata somministrata 12 h prima dell’intervento,
dopo 6-8 h dalla chiusura della ferita, e quindi ogni 24 h. I trattamenti
sono stati effettuati per un massimo di 35 giorni nel RECORD1 e per
un massimo di 10-14 giorni nel RECORD3. In entrambi i trial i pazienti
sono stati seguiti per 1 mese dopo l’ultima dose somministrata.
La venografia bilaterale è stata effettuata al giorno 36 nel
RECORD1 e tra il giorno 11 ed il giorno 15 nel RECORD3. L’outcome primario di efficacia, di tipo composito, ha compreso ogni trombosi venosa profonda, embolia polmonare non fatale, o morte per ogni causa entro 36 giorni (RECORD1) o entro 13-17 giorni (RECORD3) dall’intervento. I principali outcome secondari sono stati: incidenza di tromboembolismo venoso maggiore (trombosi venosa profonda prossimale, embolia polmonare non fatale, morte da tromboembolismo venoso); incidenza di trombosi venosa profonda prossimale e distale; incidenza di tromboembolismo venoso sintomatico, manifestatosi durante il periodo di trattamento o di follow-up; morte durante il follow-up. I principali outcome di sicurezza sono stati: incidenza di sanguinamenti maggiori (sanguinamenti fatali, in sedi critiche: intraperitoneale, intracranica, intraoculare, intraspinale, o che hanno richiesto un nuovo intervento o sanguinamento clinicamente manifesto, al di fuori del sito chirurgico, con una riduzione dei livelli di emoglobina di almeno 2 g/dl o che ha richiesto l’infusione di almeno 2 unità di sangue) o di qualsiasi sanguinamento che si sia manifestato tra la prima e 2 giorni dopo l’ultima dose somministrata; sanguinamenti non maggiori, incluse complicazioni emorragiche della ferita (ematoma della ferita, o sanguinamento al sito di operazione); altri eventi avversi; morte. L’outcome primario di efficacia,
valutato in 3153 pazienti del RECORD1, è stato raggiunto in
18/1595 pazienti del gruppo rivaroxaban e in 58/1558 del gruppo enoxaparina
(1,1% vs 3,7%; riduzione assoluta del rischio, 2,6%; 95% CI, 1,5-3,7;
p <0,001). Lo stesso outcome è stato raggiunto in 79/824
soggetti per rivaroxaban e in 166/878 per enoxaparina (9.6% vs 18.9%;
riduzione assoluta del rischio, 9,2%; 95% CI, 5,9-12,4; p <0,001)
nello studio RECORD3. L’analisi di sicurezza è
stata condotta su 4433 (RECORD1) e 2459 (RECORD3) pazienti. Nel primo
studio, lo 0,3% (6/2209) dei trattati con rivaroxaban vs lo 0,1% (2/2224)
con enoxaparina ha manifestato sanguinamento maggiore (p=0,18). In
RECORD 3, l’incidenza di sanguinamenti maggiori è stata
dello 0,6% (7/1220) e dello 0,5% (6/1239) rispettivamente per rivaroxaban
ed enoxaparina (p=0,77).
(**) Rivaroxaban è in attesa dell’autorizzazione all’immissione in commercio da parte dell’FDA e dell’EMEA. Conflitto di interesse: entrambi gli studi sono stati finanziati dalla Bayer HealthCare, produttrice di rivaroxaban, e dalla Johnson & Johnson Pharmaceutical Research & Development, che hanno raccolto e analizzato i dati. Riferimento bibliografico L'editoriale di accompagnamento, a cura di J Lohrmann e CB Richard, sottolinea che l’esito favorevole dell’uso di rivaroxaban pone importanti questioni di ordine generale che riguardano il farmaco da studiare e l’intero processo di sviluppo dello stesso. Un anticoagulante dovrebbe rispondere ai seguenti requisiti: un’alta selettività per il target e per la patologia trombotica; una rapida insorgenza dell’effetto; la possibilità di un regime terapeutico individualizzato; una rapida reversione dell’azione in caso di sanguinamento o della necessità di un intervento che richieda un’emostasi completa. Un farmaco con tali caratteristiche ed attivo per os offre la migliore flessibilità per la somministrazione sia acuta che cronica. Lo studio clinico deve avvalersi di strutture adeguate per lo sviluppo di nuovi farmaci e di ricercatori clinici esperti. Nel caso di trial clinici sponsorizzati dall’industria farmaceutica è necessaria una corretta preselezione della dose del farmaco da usare in fase III ed un adeguato impegno nella sorveglianza postmarketing. I ricercatori devono essere rigorosi e coerenti nel disegno dello studio clinico e nella definizione degli end point. Parole chiave: tromboprofilassi, rivaroxaban/enoxaparina, artroplastica dell’anca/ginocchio. Riferimento bibliografico
In caso di artroplastica elettiva dell’anca, le linee guida attuali raccomandano una profilassi farmacologica di almeno 10 giorni e fino a 35 giorni dopo l’intervento. Comunque, nonostante le evidenze disponibili indichino che una tromboprofilassi prolungata riduce la frequenza di tromboembolismo, il suo impiego al di fuori dell’ospedale è poco frequente: meno del 50% dei pazienti, infatti, fa profilassi per 28 giorni (Warwick D et al. J Bone Joint Surg Br 2007; 89: 799–807). Per confrontare l’uso di rivaroxaban
(un inibitore del fattore Xa) per una tromboprofilassi prolungata
con quello di enoxaparina per una tromboprofilassi a breve termine
è stato condotto lo studio RECORD2, un trial clinico randomizzato
in doppio cieco che ha coinvolto 2509 pazienti da sottoporre ad intervento
di artroplastica elettiva totale dell’anca. I pazienti, afferenti
a 123 centri di 21 paesi, sono stati reclutati tra il febbraio 2006
e l’aprile 2007. I pazienti sono stati randomizzati a
ricevere rivaroxaban 10 mg /die per os (n=1252) o enoxaparina sodica
40 mg/die per via sottocutanea (n=1257). L’outcome primario di efficacia
era di tipo composito: tromboembolismo venoso, embolia polmonare non
fatale e mortalità per tutte le cause fino al giorno 32-40.
L’outcome secondario era rappresentato da tromboembolismo venoso
maggiore (composito di trombosi venosa profonda prossimale, embolia
polmonare non fatale e decesso per cause correlate al tromboembolismo
venoso). Altri outcome di efficacia erano rappresentati da: incidenza
di trombosi venosa profonda (di qualsiasi tipo, prossimale, distale),
incidenza di tromboembolismo venoso sintomatico durante il trattamento
ed il follow-up e decesso durante il follow-up. L’outcome primario di efficacia,
nella popolazione "modified intention to treat", ha interessato
un minor numero di pazienti trattati con rivaroxaban rispetto a quelli
trattati con enoxaparina. Gli eventi tromboembolici maggiori si sono
verificati in misura minore nei trattati con rivaroxaban rispetto
a quelli trattati con enoxaparina. Anche nell’analisi di sicurezza
l’incidenza di tromboembolismo venoso sintomatico durante la
somministrazione del farmaco (giorno 1–42) è risultata
inferiore nel gruppo trattato con rivaroxaban.
Un limite di questo trial consiste in
un tasso di invalidità per i risultati della venografia più
alto di quanto atteso (25% atteso verso 28% per rivaroxaban e 27%
per enoxaparina). Non sembra comunque che i dati persi abbiamo influenzato
la potenza del trial o distorto i risultati. Conflitto d’interesse: lo studio è stato finanziato da Bayer HealthCare AG, Johnson & Johnson Pharmaceutical Research and Development LLC. Parole chiave: rivaroxaban, enoxaparina, tromboprofilassi. Riferimento bibliografico
L'obiettivo di questo studio retrospettivo è stato quello di analizzare l’entità, il tipo e il trend temporale degli errori terapeutici compiuti dagli operatori sanitari che hanno portato a contattare il Centro di Informazione sui Veleni finlandese (Poison Information Centre, PIC). Il PIC finlandese garantisce un servizio
telefonico 24h per 365 giorni/anno per l'intero Paese. Riceve circa
40.000 richieste telefoniche ogni anno (circa 800 telefonate/100.000
abitanti) sia da parte dei singoli cittadini che degli operatori sanitari.
Più del 75% delle chiamate riguardano casi di intossicazione
acuta nell’uomo. L'immissione dei dati era strutturata
in diversi campi separati, contenenti un elenco standardizzato di
parole chiave. I dati inseriti comprendevano data e ora della chiamata,
informazioni relative all’utente, al paziente e il maggior numero
di dati possibili relativi alle circostanze che avevano portato all’esposizione,
la sostanza/e in questione e la dose. Venivano registrati inoltre
la presenza di sintomi, la necessità di un consulto medico
e il trattamento raccomandato. Per il 48,4% (615) delle chiamate non
è stato possibile identificare il luogo di provenienza dell’errore
terapeutico. Delle rimanenti chiamate, 440 (34,6%) provenivano da
case di cura per anziani, per malati mentali e/o per pazienti con
demenza, 120 (9,4%) da un ospedale, 35 (2,8%) da un centro di assistenza
sanitaria, 28 (2,2%) da una farmacia e 32 (2,5%) da un'altra struttura.
I più comuni errori di prescrizione
consistevano nella somministrazione di un farmaco errato (60,9%) o
di una dose sbagliata (33,6%), mentre un’inappropriata via di
somministrazione era meno frequente (5,5%). I dati sono stati ulteriormente analizzati
secondo le tipologie di errori. Via di somministrazione errata:
questa tipologia di errore si è verificata soprattutto negli
ospedali. Un totale di 70 chiamate includevano 71 errori terapeutici
(in un caso due vaccini sono stati somministrati attraverso una via
inappropriata allo stesso paziente). L’età maggiormente
rappresentata includeva i soggetti anziani tra 80 e 89 anni di età
(18,6%) e i bambini al di sotto dei 10 anni (12,9%). Gli ATC più
frequentemente coinvolti sono stati gli antinfettivi sistemici (40,4%)
e i farmaci per il sistema nervoso centrale (28,1%). La diminuzione delle risorse economiche
in materia di servizi sanitari si traduce in un insufficiente numero
di personale sia medico che infermieristico, in particolare nella
medicina generale. Ciò determina un aumento del potenziale
numero di errori terapeutici.
Parole chiave: farmaci, errore terapeutico, studio retrospettivo. Riferimento bibliografico
Per evitare l’utilizzo di sostanze o pratiche ritenute in grado di incrementare le prestazioni sportive, ogni anno la “World Anti-Doping Agency” (WADA) pubblica/aggiorna una lista di molecole il cui uso è proibito al di fuori di valide ragioni mediche: ne sono esempio i ß-bloccanti che sono vietati per i tiratori, qualsiasi pratica che incrementi il trasporto di ossigeno ai muscoli (blood-doping), i glucocorticoidi, gli antagonisti degli estrogeni, gli AAS. A fronte di una radicata evidenza empirica
che vari agenti dopanti incrementano le prestazioni sportive, si contrappone
una scarsità di studi scientifici metodologicamente corretti
che ne dimostrino l’efficacia. Le maggiori informazioni in nostro
possesso riguardano le amfetamine, il GH, gli AAS e l’eritropoietina. Se quindi una comprovata efficacia sia
stata dimostrata per relativamente poche sostanze dopanti, ben maggiori
sicurezze si hanno sugli effetti avversi da esse determinati. L’utilizzo di sostanze dopanti
nello sport viene attualmente contrastato dai controlli antidoping
effettuati dai 30 laboratori accreditati presso la WADA che possono
avvalersi di apparecchiature della massima precisione e sensibilità
come la spettrometria di massa.
Parole chiave: sostanze dopanti, AAS, effetti avversi. Riferimenti bibliografici
Gli ACE-inibitori e i sartani sono ampiamente utilizzati nei pazienti con ipertensione, insufficienza cardiaca e diabete e in altre condizioni cliniche ad elevato rischio cardiovascolare. Singoli studi e metanalisi hanno dimostrato che entrambe le classi di farmaci risultano efficaci nella riduzione del rischio di eventi cardiovascolari in toto e di eventi specifici come stroke, infarto del miocardio (IM) e insufficienza cardiaca (Blood Pressure Lowering Treatment Trialist’ Collaboration. Lancet 2003; 362: 1527-35; Staessen JA et al. J Hypertens 2003; 21: 1055-76). Raramente studi randomizzati hanno confrontato ACE-inibitori e sartani, di solito limitandosi a specifiche condizioni come l’insufficienza cardiaca e il post-infarto accompagnato da disfunzione ventricolare. La recente pubblicazione dei risultati di un ampio trial (The ONTARGET Investigators. NEJM 2008; 358: 1547-59, vedi SIF-Farmaci in evidenza n. 12 del 15.04.2008) condotto su pazienti ad elevato rischio cardiovascolare con o senza ipertensione, randomizzati a sartani o ad ACE-inibitori, ha aumentato la disponibilità di dati di confronto tra questi due trattamenti e l’ha ampliata al di là di specifiche patologie come insufficienza cardiaca e IM con disfunzione ventricolare sinistra. La metanalisi ha incluso RCT che hanno
confrontato sartani e ACE-inibitori a prescindere dalla terapia pregressa,
indicizzati in Medline, in cui gli eventi pre-definiti erano rappresentati
da IM, stroke, mortalità da cause cardiovascolari e totale
(non necessariamente come end point primario), un follow-up di almeno
1 anno e un campione totale di almeno 200 pazienti. Sono stati identificati 6 trial, che
rispondevano ai criteri di inclusione predefiniti, condotti su 31.632
pazienti randomizzati a sartani e 18.292 ad ACE-inibitori. Questa metanalisi dimostra che il rischio
di IM e la mortalità da cause cardiovascolari e totale non
differiscono tra i trattati con sartani rispetto agli ACE-inibitori.
Inoltre, sulla totalità dei dati disponibili, la somministrazione
di sartani era associata ad una riduzione piccola, ma statisticamente
significativa, del rischio di stroke rispetto agli ACE-inibitori. In secondo luogo, un altro importante
risultato di questa metanalisi riguarda il rischio di IM. I risultati
non sostengono l’ipotesi che i sartani possono aumentare il
rischio di IM quando confrontati con ACE-inibitori. É interessante
il fatto che nel trial ONTARGET l’aumento del 7% del rischio
di IM osservato nel gruppo trattato con sartani (N Engl J Med 2008;
358: 1547-59) è controbilanciato dalla riduzione del 6% del
rischio di IM nel gruppo trattato con l’associazione rispetto
agli ACE-inibitori, evidenziato nello studio VALIANT (N Engl J Med
2003; 349: 1893-904). I risultati di due ampi studi osservazionali
(J Am Soc Hypertens 2007; 1: 286-94; Am J Health Syst Pharm 2007;
64: 1187-96) sono a supporto delle evidenze riscontrate in questa
metanalisi. La metanalisi presenta una limitazione
usuale per questo tipo di approccio, poiché i dati sono ottenuti
da differenti popolazioni con diversi livelli di rischio cardiovascolare
di base o che utilizzano differenti farmaci a diverse dosi all’interno
di una classe.
Parole chiave: infarto miocardico/stroke, ACE-inibitori/spartani, metanalisi Riferimento bibliografico
La prognosi per i pazienti con arresto cardiaco che richiedono adrenalina rimane estremamente sfavorevole nonostante la somministrazione di dosi cumulative del farmaco. È stato ipotizzato che, durante la rianimazione cardiopolmonare di pazienti con arresto cardiaco, vasopressina e adrenalina somministrati in combinazione potrebbero risultare più efficaci rispetto ad adrenalina o vasopressina somministrate da sole. Scopo del presente studio è stato valutare se la combinazione vasopressina e adrenalina sia superiore alla sola adrenalina nella rianimazione cardiaca di pazienti con arresto cardiaco non ricoverati in ospedale. È uno studio randomizzato, condotto in Francia dal 1 maggio 2004 al 30 aprile 2006, che ha coinvolto 31 unità sia Service d’Aide Médicale d’Urgente (ambulanze il cui equipaggio è composto da paramedici; forniscono sostegno vitale di base) sia di tipo Service Mobiles d’Urgente et de Réanimation (ambulanze il cui equipaggio comprende medici; forniscono sostegno vitale cardiaco avanzato). Sono stati inclusi pazienti adulti che hanno avuto un arresto cardiaco al di fuori dell’ospedale, che presentavano fibrillazione ventricolare, attività elettrica senza polso oppure asistolia e che richiedevano terapia vasopressoria durante la rianimazione cardipolmonare. Criteri di esclusione sono stati: età <18 anni, defibrillazione efficace senza somministrazione di un vasopressore; arresto cardiaco da trauma; gravidanza; malattie terminali documentate; mancato consenso alla rianimazione; chiari segni di arresto cardiaco irreversibile. I farmaci in studio sono stati predisposti in set costituiti da 2 fiale di adrenalina da 1 mg e 2 fiale di vasopressina da 40 UI, per il gruppo a terapia in combinazione oppure 2 fiale di adrenalina da 1 mg e 2 fiale di salina (placebo), per il gruppo a sola adrenalina. I pazienti che presentavano attività
elettrica senza polso o asistolia sono stati immediatamente randomizzati
mentre quelli con fibrillazione ventricolare solo dopo il fallimento
di tre iniziali tentativi di defibrillazione. L’end point primario è stato
la sopravvivenza al momento dell’ammissione in ospedale, definita
come ammissione ad una unità di terapia intensiva di un paziente
con polso palpabile e pressione arteriosa misurabile. Gli end point
secondari sono stati: il ripristino della circolazione (definito come
la ripresa spontanea del polso periferico e di una pressione arteriosa
misurabile per almeno 1 min), la sopravvivenza alla dimissione dall’ospedale,
un buon recupero neurologico (categoria 1 della performace cerebrale
(*) all’uscita dall’ospedale e la sopravvivenza ad 1 anno.
Non sono state rilevate differenze significative
tra i due gruppi nella sopravvivenza all’ammissione in ospedale
(20,7% vs 21,3%; RR 1,01 95% CI 0,97 – 1,05), nel ripristino
della circolazione spontanea (28,6% vs 29,5%; RR 1,01; 95% CI 0,97
– 1,06), nella sopravvivenza alla dimissione dall’ospedale
(1,7% vs 2,3%; RR 1,01; 95% CI 1,00 – 1,02), nella sopravvivenza
ad 1 anno (1,3% vs 2,1%; RR 1,01; 95% CI 1,00 – 1,02) o nel
buon recupero neurologico all’uscita dall’ospedale (37,5%
vs 51,5% RR 1,29; 95% CI 0,81 – 2,06).
(*) al momento dell’ammissione in ospedale la performance neurologica è stata valutata utilizzando la Glasgow Coma Scale, al momento della dimissione in accordo alle categorie di performance cerebrali (The Brain Resuscitation Clinical Trial I Study Group. N Engl J Med 1986; 314: 397-403) L’aver incluso pazienti che provenivano da piccole e grandi città e da aree rurali, che afferivano a servizi di medicina di emergenza collocati in ospedali sia universitari che di comunità, ha permesso di valutare l’effetto dei farmaci in condizioni definite realistiche. Un limite dello studio è stato la bassa percentuale di sopravvivenza; questo dato riflette la bassa incidenza di fibrillazione ventricolare dovuta all’esclusione dei pazienti con fibrillazione ventricolare nei quali la defibrillazione ha avuto successo. Parole chiave: vasopressina/adrenalina; rianimazione cardiopolmonare; studio randomizzato Riferimento bibliografico
Il trial randomizzato e controllato,
in doppio cieco versus comparatore attivo e di equivalenza è
stato condotto su una popolazione di pazienti olandesi con diagnosi
di artrite effettuata dal medico di medicina generale nel periodo
24 marzo 2004-14 luglio 2006. I criteri di inclusione comprendevano
la diagnosi di artrite gottosa monoarticolare confermata dalla presenza
di cristalli di urato monosodico nel liquido sinoviale nell’articolazione
interessata. I criteri di esclusione sono stati: condizioni instabili
(prevalentemente angina pectoris, infarto del miocardio, insufficienza
cardiaca conclamata, grave insufficienza renale, trapianto renale
o cancro), malattie reumatiche croniche, uso di anticoagulanti, storia
di disturbi a livello gastrointestinale superiore. Non veniva concesso
l’impiego di FANS o di altri analgesici (inclusa colchicina)
24 ore prima dell’arruolamento o durante il trial. L’obiettivo primario è stata
la valutazione da parte del paziente del dolore a livello dell’articolazione
interessata. L’obiettivo secondario è stato, invece,
la valutazione della disabilità generale e della difficoltà
a camminare nel caso in cui l’artrite avesse interessato gli
arti inferiori. Nel periodo 24 Marzo 2004-14 luglio 2006, 93 medici di famiglia hanno selezionato 381 pazienti con sospetta monoartrite dei quali, in 216 casi (57%), la diagnosi di gotta è stata confermata dalla identificazione di cristalli di urato monosodico. Il 32% dei pazienti (n=96) è stato escluso per svariate ragioni (uso di FANS o colchicina, storia di ulcera gastrointestinale o di sanguinamento, uso di acenocumarolo, comorbidità gravi) mentre 120 soggetti hanno completato il trial. Due pazienti, uno per ogni gruppo di trattamento, hanno compilato in modo inappropriato la scala analogica visiva per la valutazione del dolore o della disabilità e, pertanto, sono stati esclusi dall’analisi. Al basale non sono state evidenziate
importanti differenze nei due gruppi di trattamento. La maggior parte
dei pazienti era di sesso maschile (89%), di età media di 57
anni. L’articolazione metatarso-falangea è stata l’articolazione
più colpita dall’artrite (63%).
Lo studio su descritto rappresenta uno dei primi trial controllati sull’uso di corticosteroidi sistemici in pazienti con diagnosi accertata di gotta arruolati nell’ambito della popolazione generale. Infatti, il presente trial si aggiunge ad altri due studi (Alloway JA et al. J Rheumatol 1993; 20: 111–13; Man CY et al. Ann Emerg Med 2007; 49: 670–77) che hanno valutato l’efficacia dei corticosteroidi nella riduzione del dolore in pazienti affetti da artrite gottosa ma in nessuno di questi la patologia era stata confermata dalla presenza di cristalli di urato di sodio nel liquido sinoviale. Inoltre, nessun trial, fino ad ora, aveva mai selezionato la popolazione in studio a partire dai medici di famiglia, nonostante la maggior parte dei pazienti ricevesse da questi una diagnosi e quindi una terapia L’editoriale di accompagnamento evidenzia che la bassa incidenza di episodi gastrointestinali nel gruppo in trattamento con FANS sembra sorprendente e, probabilmente, ciò dipende dall’esclusione dal trial di tutti i soggetti con storia pregressa di patologia gastrointestinale. L’editoriale, inoltre, evidenzia due grandi limiti dello studio che impediscono l’utilizzo di questi risultati nella pratica clinica. In primo luogo, la numerosità campionaria è piuttosto limitata (120 pazienti) e lo studio è di tipo monocentrico. Inoltre, i cambiamenti nella pratica clinica spesso necessitano di grandi forze di marketing a cui, tuttavia, le aziende farmaceutiche potrebbero non essere disponibili in quanto i maggiori vantaggi economici derivano dalla promozione di farmaci più innovativi e costosi. Parole chiave: trial di equivalenza, artrite gottosa, prednisolone/naprossene. Riferimenti bibliografici
Le linee guida internazionali raccomandano che i pazienti affetti da asma persistente ricevano un trattamento continuativo con farmaci antinfiammatori, preferibilmente corticosteroidi per via inalatoria. Per soggetti con asma non controllato, le linee guida suggeriscono l’aggiunta di beta agonisti a lunga durata d’azione alla terapia standard (O’Byrne et al. www.ginasthma.org; U.S. Deparment of Health and Human Services. NIH publication no. 07-4051). Recentemente, i risultati dello studio osservazionale randomizzato SMART (Salmeterol Multicenter Asthma Research Trial), su più di 26.000 pazienti, hanno evidenziato un aumento del rischio di gravi eventi avversi correlati all’asma in pazienti trattati con beta-agonisti a lunga durata d’azione (Nelson HS et al. Chest 2006; 129: 15-26). In particolare, nello studio è stato rilevato un piccolo ma statisticamente significativo incremento del numero di gravi eventi asma-correlati, inclusi decessi, nei trattati con salmeterolo rispetto al placebo in aggiunta alla terapia standard. D’altra parte, un ampio studio caso-controllo (Anderson HR et al. BMJ 2005; 330: 117) relativo a 532 casi di morte correlata all’asma ha escluso un aumento del rischio di decessi con i beta-agonisti a lunga durata d’azione in confronto ad altre terapie farmacologiche. I risultati di svariate metanalisi sull’argomento mostrano evidenze piuttosto controverse. Al fine di meglio definire il profilo di sicurezza dell’associazione tra beta-agonisti a lunga durata d’azione e corticosteroidi per via inalatoria, è stata condotta una metanalisi su trial clinici della GlaxoSmithKline, pubblicati e non, che hanno confrontato la terapia combinata con i corticosteroidi inalatori in monoterapia. L’obiettivo è stato quello di valutare le differenze tra le incidenze di eventi gravi correlati all’asma tra i due gruppi di trattamento. Nella revisione sono stati inclusi tutti
i trial clinici inseriti in data antecedente al settembre 2007 nel
Registro dei Trial Clinici della GlaxoSmithKline per le seguenti molecole:
fluticasone propionato/salmeterolo, salmeterolo xinofoato e fluticasone
proprionato. Nella metanalisi sono stati selezionati studi che comparavano
l’uso combinato di corticosteroidi inalatori e salmeterolo (fluticasone
propionato/salmeterolo mediante unico dispositivo o somministrazione
consecutiva di salmeterolo e corticosteroidi) con corticosteroidi
inalatori impiegati singolarmente in pazienti asmatici. Inoltre, è
stata condotta una ricerca elettronica degli studi pubblicati all’interno
di svariate banche dati quali MEDLINE, EMBASE, CINAHL e database Cochrane
delle revisioni sistematiche (dal 1982 al settembre 2007) senza restrizioni
della lingua. Tre revisori hanno selezionato dal registro della GlaxoSmithKline
gli studi randomizzati in doppio cieco, a disegno parallelo, a lungo
termine (range 1-52 settimane) che includessero il salmeterolo alla
dose consigliata di 50 mg/2 volte/die. La metanalisi ha incluso complessivamente
66 RCT riferiti ad un totale di 20.966 pazienti affetti da asma persistente.
In questi trial, 10.440 pazienti erano stati trattati con la terapia
combinata e 10.566 esclusivamente con corticosteroidi. La durata media
degli studi è risultata pari a 12 settimane. L’età
media dei pazienti era di 38 anni; il 44% di questi erano maschi e
l’82% di razza bianca. La maggior parte dei soggetti era affetto
da asma moderata o persistente. La differenza di rischio di ospedalizzazione per eventi correlati all’asma tra i pazienti in terapia con salmeterolo+corticosteroidi (35 eventi) e quelli trattati solo con corticosteroidi (34 eventi) è risultata pari a 0.0002 (95% CI da -0.0019 a 0.00231; p=0.84). In 40 dei 66 RCT non si sono verificate ospedalizzazioni per tali eventi. Tra i partecipanti con terapia combinata, è stato registrato un caso di intubazione ed uno di morte per eventi asmatici, mentre tali eventi non sono stati individuati nel gruppo di confronto. Un sottogruppo di 24 RCT per un totale di 7549 partecipanti ha evidenziato un rischio minore di esacerbazione dell’asma per i pazienti trattati con salmeterolo+corticosteroidi inalatori rispetto ai trattati solo con corticosteroidi (differenza di rischio – 0.0025; 95% CI da -0.036 a -0.014; p<0.001). Alcuni elementi devono essere presi in
considerazione al fine di interpretare correttamente i risultati della
metanalisi: gli studi inclusi nella revisione hanno coinvolto pazienti
selezionati con accurati follow-up, la maggior parte dei trial aveva
una durata inferiore alle 12 settimane e ed infine il numero ridotto
di eventi fatali o di intubazioni limitava l’abilità
di misurare il rischio per questi eventi.
Conflitti d’interesse: gli autori dello studio dichiarano di avere ricevuto dei finanziamenti dalla GlaxoSmithKline. L’editoriale di accompagnamento
alla metanalisi, pur sottolineando la corretta esecuzione dell’analisi
dal punto di vista metodologico, ne mette in luce alcuni limiti.
Parole chiave: metanalisi, salmeterolo, studio SMART. Riferimenti bibliografici
La broncopneumopatia cronica ostruttiva
(BPCO) è caratterizzata da difficoltà respiratorie e
da ipersecrezione di muco, stress ossidativo e infiammazione delle
vie aeree. In Europa e in Asia i mucolitici, come la carbocisteina,
sono largamente utilizzati nel trattamento delle patologie respiratorie
che comportano produzione di muco. Inoltre la carbocisteina sembra
avere proprietà antiossidanti e antinfiammatorie che potrebbero
risultare molto importanti nella terapia a lungo termine della BPCO. L’obiettivo di questo studio è
stato quello di verificare l’efficacia della carbocisteina nel
prevenire l’esacerbazione e nel migliorare la qualità
della vita in pazienti con BPCO, così come valutare la sicurezza
del farmaco a lungo termine. I pazienti sono stati randomizzati a
ricevere 1500 mg di carbocisteina (2x250 mg/3 volte/die) o placebo
per 1 anno (353 trattati e 354 nel gruppo placebo).
I dati ottenuti in questo studio differiscono da quelli dello studio BRONCUS (Decramer M et al. Lancet 2005; 360: 1552-60), in cui la diminuzione del numero delle esacerbazioni determinata dall’N-acetilcisteina era stata riscontrata solo nei pazienti che non facevano uso concomitante di corticosteroidi per inalazione. Le spiegazioni di tale differenza possono essere: 1. solo il 16,7% dei pazienti allo studio PEACE impiegava corticosteroidi per inalazione rispetto al 70% dello studio BRONCUS; 2. la carbocisteina presenta un profilo farmacocinetico diverso da quello dell’N-acetilcisteina; 3. i Cinesi differiscono dagli Europei nelle abitudini alimentari, nello stile di vita e ciò potrebbe influenzare alcune terapie. La prevenzione dell’esacerbazione
acuta della BPCO potrebbe portare ad un sostanziale risparmio in termini
sanitari. Infatti. il costo annuale/paziente per una terapia con carbocisteina
in Cina è di 90 $ rispetto ai 580 $ della terapia basata sull’uso
combinato di corticosteroidi per inalazione e ß2-agonisti a
lunga durata di azione. La carbocisteina potrebbe costituire un’importante
opzione terapeutica per i pazienti meno abbienti visto che in Cina
solo una piccola percentuale di persone è rimborsata dal sistema
sanitario. Come riportato nel commento all’articolo
alcuni aspetti dello studio necessitano di chiarimenti: (*) Per il tasso di esacerbazione è stata utilizzata la definizione di Anthonisen (Anthonisen NR. Ann Intern Med 1987, 106: 196-204) e cioè almeno 2 giorni di persistenza di almeno 2 dei sintomi maggiori (dispnea aggravata, aumento della purulenza del catarro o del volume o di entrambi) o di uno dei sintomi principali accompagnati da diversi sintomi minori (infezione delle vie respiratorie superiori, febbre inspiegabile e aumento dell’affanno). Parole chiave: carbocisteina, BPCO, studio PEACE. Riferimenti bibliografici
I trial clinici pubblicati documentano l’associazione tra uso di FANS COX-2 selettivi e incremento del rischio cardiovascolare e della mortalità (Bombardier C et al, VIGOR Study Group. N Engl J Med 2000; 343: 1520-28. Bresalier RS et al. N Engl J Med 2005; 352: 1092-102. Solomon SD et al. N Engl J Med 2005; 352: 1071-80. ADAPT Research Group. PLoS Clin Trials 2006; 1: e33. Lenzer J. BMJ 2005; 330: 440). La maggior parte delle analisi post hoc ha focalizzato, peró, l’attenzione solo su eventi cardiovascolari e/o cerebrovascolari combinati, senza considerare ulteriormente il rischio di ictus. Inoltre, pochi studi osservazionali hanno valutato la correlazione tra uso di FANS e rischio di ictus (Thrift AG et al. BMJ 1999; 318: 759-64. Bak S et al. Stroke 2003; 34: 379-86. Johnsen SP et al. Stroke 2003; 34: 387-91. Andersohn F et al. Stroke 2006; 37: 1725-30). Tra questi studi, uno solo, caso-controllo di tipo nested (Bak S et al. Stroke 2003; 34: 379-86), ha dimostrato l’associazione tra uso corrente di FANS e aumento del rischio di ictus ischemico. Tale rischio é stato rilevato non solo per i FANS selettivi per la COX-2 ma anche per diclofenac (Andersohn F et al. Stroke 2006; 37: 1725-30). Al fine di confermare se il rischio cardiovascolare è specifico per i COX-2 selettivi o se la capacità di determinare questo effetto sia ascrivibile ad altre proprietà farmacologiche dei FANS, un gruppo di ricerca ha analizzato l’associazione tra incidenza di ictus e uso di FANS all’interno del Rotterdam Study. Il Rotterdam Study è un ampio studio di coorte basato sulla popolazione sui disturbi correlati all’età. Tra il 1990 e il 1993, tutti gli abitanti di Ommoord, un distretto di Rotterdam, con un’età =55 anni, sono stati invitati a partecipare allo studio. Dei 10275 soggetti eleggibili, 7722 non avevano manifestato eventi di ictus al momento dell’arruolamento. La coorte è stata continuamente monitorata per gli eventi maggiori, inclusi i decessi, utilizzando i dati registrati nel database dello studio dai medici di medicina generale e con aggiornamenti bimestrali provenienti dalle autorità municipali. In tal modo il follow-up per eventi di ictus ottenuto è stato organizzato in un elenco, virtualmente completo. Sono state considerate come altra fonte di dati le prescrizioni registrate dalle farmacie dello stesso distretto, disponibili da gennaio 1991, che riportavano il nome del farmaco, l’International Nonproprietary Name, il codice ATC e il dettaglio della prescrizione (numero di unità, data di spedizione e posologia). Dallo studio sono stati esclusi i soggetti che erano stati monitorati per meno di 6 mesi. Il follow-up su 7636 soggetti é terminato il 30 settembre 2004, data del ritiro dal mercato del rofecoxib. I FANS sono stati classificati in base ai dati ricavati in vitro e da studi clinici come: COX-1 selettivi, non selettivi e COX-2 selettivi secondo la loro selettività, a dosaggi terapeutici, per le due isoforme enzimatiche della ciclossigenasi (COX). Gli autori hanno escluso dalla categoria dei COX-1 selettivi i salicilati perchè il loro uso è indicato, a basso dosaggio, nella prevenzione dell’ictus. I risultati ottenuti sono stati aggiustati per l’uso corrente dei salicilati, come possibile fonte di bias e per altri potenziali fattori di confondimento predefiniti: età, sesso, pressione sistolica, indice di massa corporea, livello di colesterolo totale e fumo di sigaretta. Le covariabili tempo-dipendenti includevano infarto del miocardio, fibrillazione atriale, insufficienza cardiaca, attacco ischemico transitorio, innesto di bypass coronarico, angioplastica percutanea transluminale coronarica, diabete mellito, terapia con antipertensivi, salicilati o antitrombotici. Al momento dell’arruolamento, l’etá media dei partecipanti era 70,2 anni, con una prevalenza di pazienti di sesso femminile (61,3%). Durante i 70063 anni-persona di follow-up (in media 9,2 anni-persona), 807 soggetti hanno manifestato ictus (460 ictus ischemico, 74 ictus emorragico e 273 non specificato). Di questi individui, 61 erano in trattamento con un FANS al momento dell’evento, mentre 290 non ne avevano mai assunto uno durante il periodo di studio. I risultati ottenuti hanno dimostrato che il trattamento in atto con qualsiasi FANS é stato associato ad un aumento del rischio di ictus rispetto al non utilizzo. L’aggiustamento per i fattori di confondimento ha determinato dei valori più elevati nelle stime. La correlazione era più forte se veniva considerato solo l’ictus di tipo ischemico. Anche se non significativo, l’impiego di qualsiasi FANS è stato associato al rischio di ictus emorragico (HR 2,03; 95% CI 0,81-5,11). Il rischio maggiore di ictus è stato rilevato tra gli utilizzatori di COX-2 selettivi (HR corretto 2,75; 95% CI 1,28-5,95) e di FANS non selettivi (HR 1,72; 1,22-2,44) ma non tra i soggetti che assumevano COX-1 selettivi (HR 1,10; 0,41-2,97). Questi valori sono risultati maggiormente significativi quando é stato considerato l’ictus ischemico da solo: HR 4,54 (2,06-9,98) per i COX-2–selettivi e HR 1,68 (1,05-2,69) per i FANS non selettivi. Prendendo in esame ogni singolo FANS,
i dati hanno evidenziato, tra i FANS non selettivi, un rischio maggiore
di ictus con il trattamento con naprossene (HR 2,63; 1,47-4,72), mentre
tra i COX-2–selettivi, l’associazione maggiormente significativa
era con rofecoxib (HR 3,38; 1,48-7,74). Per altri FANS (diclofenac,
ibuprofene e celecoxib) gli HR, non sono stati statisticamente significativi
[rispettivamente 1,60 (1,00-2,57), 1,47 (0.73-3.00) e 3,79 (0,52-27,6)].
Dopo 14 giorni dall’interruzione del trattamentro farmacologico,
il rischio stimato diminuiva.
Parole chiave: FANS, coxib, studio di coorte. Riferiment bibliografico
La carbamazepina (CBZ), comunemente prescritta come antiepilettico, è causa relativamente comune di reazioni avverse cutanee (cADR) che vanno da una lieve eruzione maculo-papulare (MPE) a, con gravità crescente, sindrome di ipersensibilità (HSS: può manifestarsi come patologia multi-organo in associazione a rash cutanei), sindrome di Steven-Johnson (SJS) e necrolisi epidermica tossica (TEN), la cui mortalità può essere del 40%. Il meccanismo con cui la CBZ determina cADR non è ben chiaro: si è ipotizzato un difetto degli enzimi metabolizzanti, ma anche un coinvolgimento di reazioni immunitarie, poiché nelle lesioni cutanee sono state trovate cellule proinfiammatorie infiltranti e la risomministrazione accorcia il periodo di incubazione, con manifestazioni più gravi. La probabilità di sviluppare SJS/TEN è bassa; diversi studi hanno evidenziato come alcune popolazioni possano avere un maggior rischio di sviluppare SJS/TEN: in Paesi con popolazione prevalentemente caucasica l’incidenza è di 1-6 ogni 10000 nuovi utilizzatori di CBZ, mentre in alcuni Paesi asiatici il rischio è 10 volte più alto. In particolare, Hung et al. hanno dimostrato
come la suscettibilità genetica alle cADR indotte da CBZ sia
fenotipo-specifica (Hung et al. Pharmacogenetics and Genomics 2006;
16: 297-306). Gli autori hanno confrontato il genotipo di 91 pazienti
che hanno sviluppato MPE (n=18), HSS (n=13), SJS e TEN (SJS/TEN n=
60) con il genotipo di 237 pazienti che hanno assunto CBZ per almeno
3 mesi senza sviluppare ADR; tutti i pazienti, arruolati in centri
di Taiwan, Hong Kong e USA tra il 1997 e il 2004, erano Cinesi Han
o discendenti Cinesi. Sono stati studiati 278 polimorfismi a singolo
nucleotide, che coprono la regione del complesso maggiore di istocompatibilità,
il TNF-alfa, le heat shock protein e enzimi coinvolti nel metabolismo
della CBZ, come CYP3A4, 2B6, 2C8, 2C9, 1A2 e la epossido-idrossilasi
1. I dati di Hung sono stati confermati da uno studio condotto in Europa su 150 pazienti con SJS e TEN esposti a farmaci sospetti di indurre SJS/TEN, tra questi 12 (8 europei, 4 asiatici) in terapia con carbamazepina (Lonjou C. et al. Pharmacogenomics J 2006; 6: 265-8; Lonjou C. et al. Pharmacogenetics and Genomics 2008, 18: 99-107). I 4 pazienti positivi per HLA-B*1502 erano tutti asiatici e nessuno dei caucasici è risultato positivo per questo allele. HLA-B*1502 non può quindi essere considerato un marker predittivo nella popolazione europea, a differenza di quella asiatica. Sulla base di questi studi, l’FDA
ha valutato il rischio di pazienti asiatici di sviluppare SJS/TEN
valutando i dati su HLA-B*1502, razza e etnia e i report post-marketing
di SJS-TEN indotte da CBZ.
Parole chiave: carbamazepina, farmacogenetica, SJS/TEN Riferimenti bibliografici
L’atomoxetina è un farmaco inibitore selettivo della ricaptazione della noradrenalina, autorizzata nel novembre 2002 negli Stati Uniti per il trattamento del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), per il quale trovano indicazione terapeutica anche i farmaci stimolanti, come il metilfenidato. Sono stati eseguiti studi di confronto tra questi due diversi farmaci ma tutti presentano importanti limiti. Lo studio preso in esame nel presente articolo si colloca proprio in questa prospettiva, con l’obiettivo di confrontare la diversa responsività in fase acuta all’atomoxetina e al metilfenidato in bambini e adolescenti affetti da ADHD. Per lo studio, RCT in doppio cieco versus
placebo, condotto in 20 centri degli Stati Uniti, sono stati reclutati
soggetti tra i 6 e i 16 anni di età, che presentavano i criteri
per l’ADHD della quarta edizione del Diagnostic and Statistical
Manual of Mental Disorders (DSM-IV) e con una gravità sintomatologica
di almeno 1.5 di deviazione standard sulla scala di valutazione del
disturbo. Erano criteri di esclusione: convulsioni, disturbo bipolare,
patologie psicotiche, disturbo persuasivo di sviluppo, precedente
assunzione di farmaci psicoattivi, ansia e disturbo da tic. Il trial, la cui prima fase di confronto tra atomoxetina e metilfenidato a rilascio osmotico si è protratta per 6 settimane, è stato così disegnato: dopo 2 visite di pretrattamento, i pazienti sono stati randomizzati, secondo un rapporto di 3:3:1, ad atomoxetina alla dose di 0.8-1.8 mg/kg/die in 2 somministrazioni giornaliere, a metilfenidato a rilascio osmotico alla dose di 18-54 mg/die in singola somministrazione mattutina o a placebo. Dalla randomizzazione si sono poi effettuate tre visite di controllo rispettivamente a 1, 3, e 6 settimane. Al termine delle 6 settimane di confronto, i soggetti inizialmente assegnati al metilfenidato, hanno subito uno switch terapeutico passando all’atomoxetina, sempre in doppio cieco, permettendo così un reale confronto di efficacia e responsività tra i due farmaci. Dei 635 pazienti inizialmente valutati,
516 presentavano i criteri idonei per il reclutamento e la randomizzazione,
in base alla quale 222 sono stati assegnati al gruppo con atomoxetina,
220 al metilfenidato e 74 al placebo, trattamenti che sono proseguiti
per 6 settimane. Al termine di questa prima fase si sono osservati
i seguenti risultati: Dopo le prime 6 settimane, 178 soggetti
dei 220 inizialmente trattati con metilfenidato a rilascio osmotico
hanno assunto atomoxetina. I risultati ottenuti in seguito allo switch
terapeutico metilfenidato-atomoxetina sono stati i seguenti: Secondo gli autori, alla luce dei risultati
ottenuti, in bambini e adolescenti affetti da ADHD la responsività
al metilfenidato a rilascio osmotico è superiore a quella all’atomoxetina.
L’evidenza che ben un terzo dei soggetti sottoposti allo switch
terapeutico metilfenidato-atomoxetina, ha presentato una risposta
migliore o al primo o al secondo farmaco, ma non ad entrambi, suggerirebbe
l’esistenza di responder preferenziali. Questa conclusione è
stata ripresa dall’editoriale di accompagnamento all’articolo
che, seppur denunciando i limiti dello studio, ne sottolinea l’importanza
per la pratica clinica e focalizza l’attenzione sulla variabilità
della risposta interindividuale ai farmaci, richiamando l’attenzione
sulla necessità di studi di farmacogenetica in questo campo.
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti dalla ditta Eli Lilly, produttrice di atomoxetina. Parole chiave: ADHD, atomoxetina/metilfenidato, RCT. Riferimenti bibliografici |
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Prof.
Massimo Baraldo (Università di Udine)
Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Luglio 2008 |