
Newsletter numero 20 del 01-09-2008
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| Sommario o Sorveglianza in Italia di sospette reazioni avverse da prodotti per la salute di origine naturale o Topiramato in gravidanza: l’esperienza preliminare dall’UK Epilepsy and Pregnancy Register o Farmacoterapie per la cessazione dal fumo: una metanalisi di trial randomizzati e controllati o Tossicità polmonare da amiodarone o Patologie della colecisti ed uso di terapia ormonale sostitutiva transdermica versus orale in donne in postmenopausa: lo studio di coorte prospettico Million Women Study o Effetti avversi dei cannabinoidi di uso terapeutico: una revisione sistematica o Sorafenib nel carcinoma epatocellulare avanzato: lo studio SHARP (Sorafenib Hepatocellular Carcinoma Assessment Randomized Protocol) o Terapia adiuvante con interferone alfa-2b pegilato versus la sola osservazione nel melanoma di stadio III resecato: risultati finali dell’EORTC 18991, un trial randomizzato di fase III o Aspettativa di vita in soggetti sottoposti a terapia antiretrovirale combinata nei Paesi industrializzati: “The Antiretroviral Therapy Cohort Collaboration”, un’analisi in collaborazione di 14 studi di coorte o Responsività alla simvastatina e splicing alternativo della 3-idrossi-3-metilglutaril coenzima A redattasi (HMGCR) Dispositivi medici in evidenza o Mortalità
a breve termine e costi associati ad impianto di dispositivi
cardiaci in pazienti con insufficienza cardiaca ospedalizzati o Eparina a basso
peso molecolare versus calze a compressione graduata
per la tromboprofilassi dopo artroscopia del ginocchio (gruppo di
studio KANT, Knee Arthroscopy Nadroparin Thromboprophylaxis)
Una giocatrice professionista di pallavolo di 16 anni si è rivolta al Laboratorio del Sistema Nervoso Autonomo del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Bologna per la comparsa di intolleranza ortostatica ed episodi di perdita di coscienza transitoria con e senza segni premonitori quali nausea, vertigini, visione offuscata, insorti da tre mesi. A causa di tale sintomatologia e della conseguente impossibilità a tollerare l’esercizio fisico, la giocatrice ha dovuto interrompere la sua pratica sportiva. L’anamnesi patologica e gli esami a cui è stata sottoposta quale sportiva professionista (esame cardiologico completo, ECG annuale con stimolazione del seno carotideo, esame neurologico con EEG sleep-deprived e RMN cerebrale) sono risultati negativi. La paziente è stata quindi sottoposta
ad alcuni test autonomici ripetuti in sequenza, con opportuni periodi
di riposo per il raggiungimento dei valori basali: manovra di Valsalva,
test del respiro profondo e “head-up tilt table test”
(il paziente si distende su un apposito lettino che viene quindi inclinato
a 65° per 30 minuti al fine di determinare la causa di sincopi
e perdita di coscienza) con registrazione in continuo di frequenza
cardiaca (HR), respiratoria e della pressione arteriosa (BP). Una lattina standard da 250 ml di Red
Bull contiene 80 mg di caffeina, 1000 mg di taurina ed altri ingredienti
compreso il glucuronolattone, la niacina, le vitamine B6 e B12, saccarosio
e glucosio. In particolare taurina e caffeina sono sostanze riconosciute
come attive direttamente od indirettamente sulla regolazione nervosa
cardiovascolare sia nell’animale che nell’uomo.
Parole chiave: Red Bull, tachicardia, case report. Riferimento bibliografico
Sono state create delle schede apposite
di segnalazione per qualsiasi prodotto naturale (erbe, integratori
alimentari, prodotti di derivazione animale, minerale, preparati omeopatici,
ecc), simili a quelle adottate per le reazioni avverse da farmaci.
Da aprile 2002 a marzo 2007, sono state
raccolte 233 segnalazioni di sospette reazioni avverse correlate a
prodotti naturali. Tra i limiti di questo studio vanno citati
il fenomeno noto per i farmaci convenzionali della sotto-segnalazione,
l’incompletezza dei dati e l'incertezza sulla loro qualità. Poiché l'efficacia e la sicurezza
di tali trattamenti rimane in gran parte sconosciuta, i medici potrebbero
assumere un ruolo importante nell’educare/consigliare i pazienti
che li utilizzano. Vedi anche SIF-Farmaci in evidenza numero 15 del 01.06.2008: Ginkgo biloba per la prevenzione del declino cognitivo: un trial randomizzato contro placebo. Parole chiave: prodotti naturali, reazioni avverse, sorveglianza. Riferimento bibliografico
I casi considerati sono stati donne epilettiche
che hanno concepito durante l’assunzione di topiramato (da solo
o in associazione ad altri farmaci antiepilettici) e che sono state
segnalate per la registrazione prima che l’esito della gravidanza
fosse conosciuto. I casi ove esami prenatali (ecografie fetali, esami
ematici) hanno mostrato anomalie e quelli con interruzione della gravidanza
(per aborto indotto, aborto spontaneo, parti di feti morti) e identificazione
dell’anormalità prima della registrazione sono stati
esclusi. Al 31 agosto 2007, erano disponibili
i dati completi di 203 gravidanze con esposizione al topiramato nel
primo trimestre; 178 (87,7%) terminate con la nascita del feto vivo.
In 70 casi il topiramato è stato assunto in monoterapia. La dose media del farmaco a cui sono stati esposti i 3 nati con MCM non è risultata significativamente maggiore di quella nei nati senza MCM (400 mg/die vs 238 mg/die, p=0,123). Il 9,8% (6/61) delle nascite è avvenuta entro le 37 settimane di gestazione. Le dosi medie del farmaco a cui sono stati esposti i nati entro le 37 settimane e quelli nati oltre le 37 settimane di gestazione non sono risultate statisticamente diverse (250 mg/die vs 246 mg/die; p=0,934). Il 14,3% (8/56) dei neonati sono stati classificati SGA (small for gestational age) e sono stati esposti ad una dose media di topiramato non significativamente diversa da quella dei non-SGA (346 mg/die vs 239 mg/die; p=0,084). In 133 casi il topiramato è stato assunto in un regime di politerapia (sono state riportate 32 combinazioni con almeno un altro farmaco antiepilettico). La dose media di topiramato a cui sono stati esposti i 13 nati con MCM non è risultata significativamente diversa da quella nei nati senza MCM (342 mg/die vs 294 mg/die; p=0,539). Il 15,3% (17/111) delle nascite è avvenuta entro le 37 settimane di gestazione. Le dosi medie di topiramato a cui sono stati esposti i nati entro le 37 settimane e quelli nati oltre le 37 settimane di gestazione non sono risultate significativamente diverse (347 mg/die vs 288 mg/die; p=0,891). Il 19,4% (20/103) dei neonati sono risultati SGA e sono stati esposti ad una dose media del farmaco significativamente maggiore di quella dei non-SGA (405 mg/die vs 260 mg/die; p=0,019). Una percentuale maggiore di MCM è
stata rilevata quando topiramato è stato cosomministrato con
valproato, nell’ambito di un regime a 2 (n=12, MCM 36,4%; 95%
CI 15,2% - 64,6%) o a 3 o più antiepilettici (n=23, MCM 23,8%;
95% CI 10,6% - 45,1%). Percentuali inferiori sono state osservate
per combinazioni che non includevano il valproato (n=110, MCM 8,4%;
95% CI 4,3% - 15,8%).
I risultati forniscono nuove informazioni sulla sicurezza del topiramato in gravidanza da considerare, tuttavia, con cautela poiché ricavate da un campione ristretto e caratterizzate da un ampio intervallo di confidenza. Parole chiave: gravidanza, topiramato, studio osservazionale. Riferimento bibliografico
A tale proposito, attraverso una ricerca
condotta nel gennaio 2008 nelle banche dati bibliografiche MEDLINE,
EMBASE, Cochrane Library, sono stati identificati i report in inglese
dei trial clinici randomizzati e controllati di 7 farmacoterapie per
la cessazione dal fumo (*): vareniclina, bupropione e 5 formulazioni
di terapie sostitutive a base di nicotina (gomme, inalatori, spray
nasali, compresse e cerotti transdermici). L’astinenza è stata definita sia come astinenza continua dal fumo di sigaretta (cessazione dal fumo dall’inizio dello studio fino al follow-up), sia come prevalenza dell’astinenza (cessazione dal fumo oltre un periodo pre-definito, generalmente 7 giorni, subito prima il follow-up). Sono state identificate 70 pubblicazioni
di 69 trial randomizzati e controllati versus placebo che rientravano
tra i criteri di inclusione della metanalisi, su un totale di 32.908
pazienti: 16 trial erano sul bupropione (n=6653), 22 sulle gomme di
nicotina (n=5200), 4 sugli inalatori a base di nicotina (n=976), 4
sullo spray nasale (n=887), 30 sui cerotti transdermici (n=14459),
6 sulle compresse di nicotina (n=2306) e 13 sulla vareniclina (n=3395).
La metanalisi ha mostrato una maggiore
efficacia della vareniclina rispetto alle altre terapie. Tuttavia,
dal confronto indiretto tra i diversi trattamenti, non possono essere
tratte delle conclusioni definitive a causa dell’ampiezza degli
intervalli di confidenza. Per quanto riguarda il confronto diretto
tra vareniclina e bupropione, sulla base di 3 studi su 1881 pazienti,
la vareniclina è risultata superiore al bupropione (OR 2,18).
(*) In Italia sono in commercio sia la vareniclina (Champix®) che il bupropione (Zyban®), entrambi in classe C; i preparati a base di nicotina, in varie formulazioni, sono invece farmaci OTC. Parole chiave: disassuefazione dal fumo, vareniclina, metanalisi. Riferimento bibliografico
La tossicità polmonare indotta da amiodarone (AIPT), nonostante presenti una bassa incidenza (5-13%), è una reazione avversa grave che può mettere in pericolo di vita (il tasso di mortalità è stimato tra il 10% e il 23%). Il dosaggio giornaliero di amiodarione, la dose cumulativa, la durata della terapia, l’età avanzata e la presenza di preesistenti patologie polmonari possono predisporre il paziente ad un aumentato rischio di AIPT. In Australia, l’aumento del consumo di amiodarone, nonostante l’indicazione d’uso limitata solo ad aritmie cardiache severe, è correlato ad esiti potenzialmente fatali di AIPT; ciò rende sempre più necessario il monitoraggio specifico dei pazienti ad alto rischio di sviluppare questa tossicità così da permetterne il riconoscimento immediato e ridurre il rischio di morbilità e mortalità ad esso associato. L’obiettivo di questo studio, condotto
sulla base di tali evidenze e utilizzando un ampio database contenente
dati australiani e americani, era confermare i suddetti fattori di
rischio per AIPT e, poi, rinforzare le evidenze cliniche di questi
risultati col determinare se una coorte di pazienti di un ospedale
“terziario” con diagnosi di AIPT evidenziasse gli stessi
fattori di rischio. Nella seconda fase dello studio è
stata condotta una revisione retrospettiva dei dati clinici dei pazienti
dimessi tra Gennaio 2000 e Dicembre 2005 dal Fremantle Hospital and
Health Service, in Western Australia (FHHS) con diagnosi di malattia
interstiziale polmonare per isolare i casi di AIPT. Dallo studio è emerso che l’amiodarone
possiede un ampio profilo di reazioni avverse, anche se con differenze
nella tipologia tra i dati australiani e quelli americani. Infatti,
i disturbi tiroidei risultano essere la maggiore complicazione riportata
dall’ADRAC, le aritmie quella riportata dal CDER. Una possibile
spiegazione potrebbe risiedere nel dosaggio leggermente più
alto raccomandato negli Stati Uniti.
Questi risultati hanno chiarito le controversie sollevate dai precedenti studi in merito all’età dei pazienti e hanno confermato le evidenze scientifiche riportate in precedenza (Dusman et a.l Circulation 1990; 82: 51-9) sulla durata del trattamento come fattore di rischio.
Conflitto di interesse: supporto finanziario dell‘AusAid. Parole chiave: amiodarone, tossicità polmonare, farmacovigilanza. Riferimento bibliogarfico
Le attuali evidenze, supportate dai risultati di alcuni trial clinici randomizzati e di studi osservazionali, dimostrano un aumento del rischio di malattie della colecisti (colelitiasi, colecistite, colecistectomia) nelle donne in età postmenopausale che fanno uso di terapia ormonale sostitutiva (TOS). È stato ipotizzato che il rischio di colecistopatie potrebbe ridursi utilizzando estrogeni somministrati per via transdermica piuttosto che per via orale. Lo studio Million Women Study ha valutato la relazione tra la modalità di somministrazione ed il tipo di TOS e l’incidenza di colecistopatie in un’ampia corte di donne in postmenopausa nel Regno Unito. Si tratta di un’analisi prospettica
basata sull’osservazione di una popolazione costituita da 1,3
milioni di donne di età compresa tra 50 e 69 anni (età
media 56 anni), reclutate tra il 1996 e il 2001 nei centri di senologia
di Inghilterra e Scozia afferenti all’NHS (National Health Service). Lo studio ha incluso una popolazione
di 1.001.391 donne in post-menopausa, ossia il 95% della coorte complessiva.
In totale, il 32% delle pazienti utilizzava la TOS al momento dello
studio ed il 18% la aveva impiegata solo in passato. Tra le utilizzatrici
correnti, il 77% faceva uso di una formulazione orale di estrogeni
ed il 18% di una formulazione transdermica. Durante il follow-up, 19.889 donne sono
state ospedalizzate per patologie della colecisti; di queste, 17.190
(86%) hanno subito una colecistectomia. Effettuando un confronto con
le donne che non avevano mai impiegato la TOS, è stato evidenziato
un maggior rischio di ricoveri ospedalieri per colecistopatia nelle
utilizzatrici correnti di TOS (RR 1,64; 1,58-1,69) e, seppur in maniera
inferiore, anche nelle donne che avevano impiegato la TOS nel passato
(RR 1,27; 1,22-1,32). I risultati erano sovrapponibili prendendo in
considerazione come misura di esito la colecistectomia (utilizzatrici
correnti - RR 1,69; 1,63-1,75; vecchie utilizzatrici – RR 1,29:
1.23-1,34). Gli autori riconoscono alcuni limiti
dello studio relativi alla raccolta delle informazioni sulla TOS che
è avvenuta fondamentalmente nella fase di reclutamento delle
partecipanti ma, sebbene alcune variazioni possano essersi verificate
nel periodo di follow-up, queste sembrano non aver inficiato l’attendibilità
dei risultati. Inoltre, i dati raccolti sugli effetti della modalità
di somministrazione della TOS in questa coorte di pazienti sono specifici
per le patologie della colecisti, poiché non sono state osservate
differenze di rischio su altre patologie di interesse, come carcinoma
mammario e cancro ovarico o comparsa di fratture.
Parole chiave: TOS, colecisti, postmenopausa. Riferimento bibliografico
Questa revisione sistematica riporta il profilo degli eventi avversi osservati nei diversi studi che hanno utilizzato preparazioni a base di derivati naturali della cannabis per uso terapeutico, allo scopo di creare un database degli eventi avversi noti a disposizione dei medici, delle Agenzie regolatorie e del pubblico. Gli autori, inoltre, hanno cercato di valutare criticamente la qualità degli studi clinici pubblicati, al fine di dare dei suggerimenti sulla conduzione di studi successivi in merito alla sicurezza di queste sostanze. La strategia di ricerca adottata è
stata complessa, eseguita mediante ricerche bibliografiche nel periodo
gennaio 1966-ottobre 2007, con diverse parole chiave in diverse banche
dati (Ovid MEDLINE, PsycINFO, EMBASE). Sono stati inclusi: gli RCT
che valutavano la sicurezza e l’efficacia della cannabis solo
se gli eventi avversi erano riportati e quantificati; gli studi osservazionali
in cui era prevalente l’esposizione alla cannabis e il cui esito
misurato era la sicurezza; i case report solo se venivano descritti
gli eventi avversi negli esposti alla cannabis. Sono stati esclusi
gli studi nei quali: 1) la cannabis era usata in associazione ad altri
agenti; 2) venivano usati derivati sintetici (es. nabilone, levonanatradolo);
3) venivano studiati gli effetti del trattamento della dipendenza
da cannabis o della sua sospensione; 4) venivano studiati gli effetti
della cannabis sui comportamenti sociali o sui livelli di diversi
ormoni. Sono stati esclusi anche gli studi preclinici, sulla farmacocinetica
e farmacodinamica. Dopo una complessa analisi dei dati ottenuti,
dei 1720 articoli identificati dalla ricerca bibliografica iniziale,
1456 sono stati esclusi perché non soddisfacevano i criteri
di inclusione e di esclusione della revisione. Sono stati aggiunti
altri 57 studi clinici ricavati dalle voci bibliografiche degli articoli
selezionati ed un articolo ancora in corso di stampa, per un totale
di 321 studi sulla sicurezza dell’uso della cannabis. Il 90,3%
di questi studi (n=290) sono stati poi esclusi in quanto riguardavano
l’uso di cannabis come sostanza stupefacente di uso occasionale.
Sono stati, quindi, valutati i dati dei rimanenti 31 studi (23 RCT
e 8 studi osservazionali) sulla sicurezza dei cannabinoidi per uso
terapeutico. Negli RCT, in totale sono stati osservati
164 eventi avversi seri nei pazienti trattati con cannabinoidi rispetto
a 60 nel gruppo di controllo, con una differenza statisticamente non
significativa (RR 1,04, 95% CI 0,78-1,39). Gli eventi avversi sono
stati a carico dell’apparato respiratorio (16,5%, dispnea e
polmonite), dell’apparato gastrointestinale (16,5%, vomito e
diarrea), del sistema nervoso (15,2%, ricadute della sclerosi multipla
e convulsioni), mentre disturbi a carico del sistema nervoso sono
stati osservati nel gruppo controllo (30%, ricadute della sclerosi
multipla e convulsioni). Nella discussione, gli autori sottolineano
che i risultati ottenuti sull’incidenza di eventi avversi osservati
in seguito all’uso terapeutico di cannabinoidi non possono essere
estesi anche alla cannabis come sostanza stupefacente per uso occasionale,
in quanto la quantità di sostanza utilizzata, la via di somministrazione
scelta e la presenza di comorbidità sono diverse. L’articolo è accompagnato
da un editoriale nel quale, pur osservando che i risultati riportati
dimostrano l’assenza di eventi avversi gravi in seguito all’uso
a breve termine (2 settimane) di cannabinoidi negli studi clinici
finora pubblicati, sono tuttavia essenziali altri studi per evidenziare
l’incidenza di eventi avversi gravi nel caso di un trattamento
cronico, come si potrebbe ipotizzare nella terapia della sclerosi
multipla o del dolore cronico non neoplastico. È noto, infatti,
che l’uso cronico della cannabis come sostanza stupefacente
ha dimostrato un aumento del rischio di sviluppo di psicosi, del rischio
cardiovascolare e un incremento dell’incidenza di tumori, oltre
alla possibilità di sviluppare dipendenza. Sono quindi necessari
RCT su cannabinoidi per uso terapeutico, utilizzati in modo cronico
per evidenziare se anche in questo caso, la quantità di sostanza
utilizzata, la via di somministrazione scelta e la presenza di comorbidità
possono influenzare l’insorgenza di eventi avversi.
(*) In Italia: nell’aprile del 2007 (G.U. 98 del 28 Aprile 2007), il Ministero della Salute ha riclassificato i principi attivi a base di delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), di trans- delta-9-tetraidrocannabinolo (dronabinolo) ed il nabilone dalla Tab. I del Decreto del Presidente della Repubblica n. 309/1990 (“sostanze con forte potere tossicomanigeno ed oggetto di abuso”) alla Tab. II (sostanze che hanno attività farmacologica e pertanto sono usate in terapia in quanto farmaci). Attualmente non sono disponibili in Italia formulazioni commerciali registrate, basate su principi attivi e su derivati di sintesi della cannabis. Nelle farmacie ospedaliere è consentita l’importazione di tali medicinali dall’estero purché abbiano acquisito la prescrizione medica, l’assunzione di responsabilità del medico e l’autorizzazione all’importazione concessa dall’Ufficio centrale stupefacenti del Ministero della Salute. L’uso di questi farmaci è indicato nella spasticità secondaria a malattie neurologiche, nella nausea e nel vomito non sufficientemente controllati indotti da chemioterapia o radioterapia, nel dolore cronico neuropatico. Possono essere importati solo nei casi in cui i farmaci già disponibili si siano dimostrati inefficaci o abbiano dimostrato un’efficacia inadeguata al bisogno terapeutico del paziente. La certificazione medica ha una validità di sei mesi e la prescrizione (ricetta non ripetibile) di trenta giorni. Il percorso terapeutico proposto prevede che la fase di inizio del trattamento si possa effettuare in ambito ospedaliero, poiché gli effetti attesi sono condizionati dalla risposta individuale. In tal caso i farmaci possono essere acquistati dalla farmacia ospedaliera e posti a carico del Servizio sanitario regionale. Il paziente in trattamento cronico può proseguire il trattamento domiciliare presentando alla farmacia ospedaliera coinvolta ogni mese una nuova ricetta redatta dallo specialista. ** La “checklist di Downs and
Black” misura la qualità di uno studio in termini di
report, validità esterna, validità interna (la presenza
di errori nel disegno o di fattori confondenti) e la potenza dello
studio, con un valore massimo pari a 29 (qualiy index QI). Conflitto di interesse: un autore dichiara di aver ricevuto finanziamenti da diverse aziende farmaceutiche. Parole chiave: cannabinoidi, eventi avversi, RCT. Riferimenti bibliografici
L’incidenza di carcinoma epatocellulare sta aumentando negli Stati Uniti e in Europa e rappresenta la terza causa di morte per malattie oncologiche, dopo il cancro al polmone e allo stomaco. In Occidente, la malattia viene diagnosticata in fase precoce nel 30-40% dei pazienti e risponde a trattamenti quali la terapia chirurgica e procedure loco-regionali. Una sopravvivenza a 5 anni può essere raggiunta nel 60-70% dei pazienti ben selezionati. Tuttavia, la malattia diagnosticata in fase avanzata ha una prognosi sfavorevole, in quanto non esiste una terapia efficace. Il sorafenib (*) è una piccola
molecola che inibisce la proliferazione delle cellule tumorali e aumenta
l’apoptosi in un’ampia serie di modelli tumorali. Agisce
inibendo l’attività delle chinasi serina-treonina Raf-1
e B-Raf e della tirosin-chinasi recettoriale e dei recettori del fattore
di crescita dell’endotelio vascolare (VEGFR) e del recettore
beta del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR). Il
segnale cellulare, mediato dalle vie del Raf-1 e del VEGF, è
stato implicato nella patogenesi molecolare del carcinoma epatocellulare,
fornendo così un razionale per investigare il sorafenib per
questa indicazione. In questo trial multicentrico, di fase
III, in doppio cieco, controllato vs placebo, 602 pazienti con carcinoma
epatocellulare avanzato mai trattati prima sono stati randomizzati
a ricevere sorafenib (400 mg/2 volte/die) o placebo. Lo studio è
stato condotto dallo SHARP Investigators Study Group, costituito anche
da ricercatori italiani. Dal marzo 2005 all’aprile 2006 sono stati selezionati 902 pazienti, di cui 602 sottoposti a randomizzazione (299 a sorafenib e 303 a placebo). Tra i due gruppi non c’erano differenze rilevanti per quanto riguarda le caratteristiche demografiche, la causa o la severità della malattia epatica, la precedente terapia antitumorale per il carcinoma epatocellulare, le caratteristiche prognostiche, lo stato di performance Eastern Cooperative Oncology Group (ECOG) e i criteri di stadiazione tumorale secondo il sistema del Barcelona Clinic Liver Cancer (BCLC). In un’analisi ad interim, effettuata
nell’ottobre 2006, è risultato che i pazienti deceduti
erano 321 (143 nel gruppo sorafenib e 178 nel gruppo placebo). La
sopravvivenza mediana totale è stata di 10,7 mesi nel gruppo
trattato vs 7,9 mesi con placebo (HR 0,69; CI 95% 0,55-0,87; p<0,001).
L’incidenza totale di eventi avversi
correlati al trattamento era pari all’80% nel gruppo sorafenib
e al 52% nel gruppo placebo. Diarrea, perdita di peso, reazioni cutanee
mano-piede, alopecia, anoressia e alterazioni della voce erano più
frequenti tra i pazienti che hanno ricevuto sorafenib (p<0,001).
L’editoriale di accompagnamento allo studio ha focalizzato l’attenzione sul problema del trattamento del carcinoma epatocellulare in fase intermedia o avanzata. Poiché finora non è stata dimostrata l’efficacia di terapie mediche in questo ambito, è importante condurre trial randomizzati di confronto con placebo. Gli sforzi condotti per la comprensione della patogenesi molecolare dei carcinomi epatocellulare hanno evidenziato l’importanza dell’attivazione di segnali di crescita, tra cui le vie di molteplici tirosinchinasi recettoriali e l’inattivazione di geni chiave di soppressione tumorale. Una volta acquisite tali informazioni, i ricercatori hanno sperato di utilizzare questi bersagli per questo tipo di cancro resistente ad altre terapie. Il trial SHARP ha evidenziato che, in una popolazione con funzione epatica relativamente preservata, rispetto al placebo, l’uso di sorafenib determinava un aumento modesto, ma significativo, della sopravvivenza (3 mesi). Questo miglioramento si è verificato nonostante una risposta sorprendentemente limitata del 2%. La sopravvivenza migliorava in quanto il farmaco era in grado di ritardare la progressione tumorale. Questo rappresenta un primo passo nell’applicazione di terapie con specifici bersagli nel trattamento del carcinoma epatocellulare. Tuttavia, sarà anche necessario condurre trial in cui sia valutata l’associazione di sorafenib e agenti simili con altri approcci terapeutici per determinare se si possa ottenere un miglioramento della sopravvivenza, come già accade nel trattamento di altri tumori solidi. Tuttavia, il profilo del farmaco dovrà essere testato anche in altri pazienti che non rientrano nel gruppo considerato nel trial SHARP. Inoltre, bisogna valutare se il farmaco previene le recidive dopo intervento chirurgico o terapie ablative o se migliora la sopravvivenza in pazienti sottoposti a chemoembolizzazione. Infine, sarebbe importante valutare attentamente gli eventi avversi per evitare che si aggiungano ulteriori rischi. Un’altra preoccupazione è rappresentata dai costi. Infatti il costo del sorafenib è di circa 5.400 dollari al mese negli Stati Uniti, 3.563 in Francia, 1.400 in Corea e 7.300 in Cina, che rappresentano costi elevati per i budget sanitari anche in Paesi industrializzati. Gli elevati costi stressano i budget sanitari. Bisogna inoltre considerare che oltre la metà dei decessi per cancro epatico avviene in Cina e la maggior parte della restante percentuale si verifica nei paesi dell’Africa sub-sahariana. (*) In Italia il sorafenib (Nexavar®, classe H OSP2) è indicato per il trattamento dell’epatocarcinoma e del carcinoma a cellule renali avanzato dopo fallimento terapeutico ad una precedente terapia a base di interferone alfa o interleuchina-2, o che sono considerati non idonei a ricevere tale terapia. Conflitto di interesse:
lo studio è stato finanziato da Bayer HealthCare Pharmaceuticals. Parole chiave: sorafenib, carcinoma epatocellulare avanzato, RCT. Riferimenti bibliografici
L’interferone alfa-2b è utilizzato nel trattamento adiuvante del melanoma di stadio IIb (spessore della neoplasia =4 mm, linfonodi negativi) e III (qualsiasi dimensione del tumore primitivo e linfonodo positivo), entrambi a rischio elevato di recidiva dopo resezione totale. Tuttavia, il ruolo del periodo di induzione, della dose ottimale e della durata della terapia adiuvante con interferone alfa in questa tipologia di pazienti non è ancora adeguatamente definito ed è oggetto di dibattito. La controversia verte soprattutto sul rapporto rischio/beneficio, se cioè esso sia tale da giustificare l’uso routinario di interferone. La pegilazione dell’interferone alfa-2b permette la massima esposizione all’interferone alfa con un minor numero di iniezioni sottocutanee rispetto alla formulazione non pegilata. L’European Organisation for Research
and Treatment of Cancer (EORTC) trial 18991 è stato disegnato
per valutare l’effetto della somministrazione a lungo termine
di interferone alfa-2b pegilato in pazienti con melanoma allo stadio
III, per un massimo di 5 anni. I pazienti (n=1256) sono stati randomizzati
a ricevere per 5 anni interferone alfa-2b pegilato (n=629) o ad essere
sottoposti alla sola osservazione (n=627). Inizialmente, questo studio era stato disegnato per valutare le variazioni nella sopravvivenza libera da diffusione metastatica ma, in seguito della consultazione delle autorità regolatorie europee e su richiesta dell’FDA, l’end point è stato ridefinito come sopravvivenza libera da recidiva, definita come periodo di tempo intercorso dalla randomizzazione alla prima recidiva locoregionale o a distanza del melanoma o al decesso per qualsiasi causa. End point secondari erano la sopravvivenza libera da metastasi a distanza, la sopravvivenza totale e la sicurezza. La durata media del trattamento è
stata di 8 settimane per la fase di induzione e di 12 mesi (IQR 3,8–33,4)
per quella di mantenimento. Dopo 12 mesi dalla randomizzazione, 311
(50%) pazienti randomizzati a ricevere l’interferone erano ancora
in trattamento. Dopo 4 anni, il 22,5% dei pazienti rimaneva nel gruppo
trattato rispetto al 37,7% del gruppo di controllo; il 21,1% dei trattati
ed il 35,2% dei controlli rimaneva nel gruppo iniziale ed era libero
da metastasi a distanza. Dopo una media di 3,8 anni di follow-up
(IQR 3,2–4,2), è stato riscontrato un numero significativamente
minore di recidive o di decessi nel gruppo trattato rispetto al controllo. I risultati di questo ampio studio di
fase III suggeriscono che il trattamento prolungato con interferone
alfa-2b pegilato migliora significativamente la sopravvivenza libera
da recidiva rispetto alla sola osservazione, mentre la sopravvivenza
libera da metastasi a distanza non è significativa. Le evidenze disponibili suggeriscono
che dosi equi-efficaci evochino una tossicità minore. Tuttavia,
il beneficio assoluto in termini di sopravvivenza libera da recidive
è del 6% a 4 anni, a fronte di 5 anni di trattamento. Secondo
lo studio EORTC 18991, i pazienti che potrebbero trarre maggior beneficio
sono quelli allo stadio N1, piuttosto che quelli con linfonodi palpabili
(N2/3). L’idea che la terapia adiuvante sia utile nei pazienti
con coinvolgimento linfonodale microscopico dovrebbe riservare l’interferone
a questo sottogruppo di pazienti o a quelli con linfonodo-sentinella
negativo.
Finanziamento: lo studio è stato finanziato da Schering Plough Research International. Parole chiave: melanoma, interferone alfa-2b pegilato, terapia adiuvante. Riferimenti bibliografici
Il trattamento con farmaci antiretrovirali nei pazienti affetti da HIV-1 è significativamente migliorato dal 1996, anno dell’introduzione della terapia antiretrovirale combinata. Nei pazienti naïve, la scelta della terapia combinata deriva in genere da 2 tipi di regime a base di inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa (NNRTI) o di inibitori della proteasi (PI). Entrambi i regimi terapeutici agiscono sopprimendo la replicazione virale ed aumentando rapidamente la conta dei CD4. Trial clinici e studi osservazionali hanno evidenziato riduzioni considerevoli in termini di mortalità e morbilità nei pazienti HIV-positivi a seguito della terapia combinata. Tuttavia, l’effetto dell’infezione sull’aspettativa di vita nell’era della terapia combinata non è ancora del tutto compreso data la relativa novità del trattamento. Per confrontare l’effetto su tasso
di mortalità ed aspettativa di vita tra i soggetti HIV-positivi
in terapia combinata nei Paesi industrializzati in 3 distinti periodi
(1996–99, 2000–02 e 2003–05) ed in sottogruppi definiti
in base alle caratteristiche dei pazienti al momento dell’avvio
della terapia è stato condotto l’Antiretroviral Therapy
Cohort Collaboration (ART-CC), uno studio di coorte multinazionale.
Sono stati considerati eleggibili gli studi di coorte che avevano
arruolato almeno 100 pazienti (=16 anni) affetti da HIV-1 e naïve
per il trattamento antiretrovirale che avevano iniziato una terapia
combinata con almeno 3 antiretrovirali e seguiti per almeno un anno.
L’analisi dei pazienti è
partita dal 1° gennaio 1996 (inizio della terapia combinata) fino
al 31 dicembre 2005 (termine del follow-up) e si è basata su
43.355 pazienti e 2050 (4,7%) decessi. Secondo l’analisi di questi studi
di coorte, la terapia antiretrovirale combinata ha permesso un miglioramento
degli outcome tra il 1996 ed il 2005, caratterizzato da una marcata
riduzione di tasso di mortalità e PYLL, con conseguente aumento
dell’aspettativa di vita e della percentuale di pazienti in
vita tra i 20 e 44 anni, confermando i risultati di studi precedenti.
L’aspettativa di vita differisce nettamente a seconda dei sottogruppi
considerati, risultando più bassa per i pazienti con presunta
trasmissione dell’infezione mediante l’uso di droghe per
via iniettiva e con bassa conta di CD4 all’inizio della terapia.
Il valore di questo studio è potenzialmente
limitato dalla sottosegnalazione dei decessi nelle coorti non attivamente
collegate a dati amministrativi, con una possibile sottostima del
tasso di mortalità.
Finanziamento: lo studio è stato finanziato da UK Medical Research Council e GlaxoSmithKline. Parole chiave: terapia antiretrovirale, infezione da HIV, aspettativa di vita. Riferimento bibliografico
L’enzima HMGCR, direttamente inibito dalle statine, è soggetto a splicing alternativo dell’esone 13, che codifica per parte del dominio di legame delle statine all’enzima: l’isoforma ottenuta (HMGCRv_1) ha attività enzimatica e sensibilità alle statine alterate rispetto all’isoforma classica. Gli autori ipotizzano che lo splicing alternativo di HMGCR possa essere correlato a variazioni interindividuali nella risposta ipocolesterolemizzante al trattamento con statine. Lo studio CAP (Cholesterol And Pharmacogenetics)
ha incluso 335 pazienti neri e 609 bianchi di età =30 anni,
con colesterolo totale basale compreso tra 160 e 400 mg/dl. È
stato condotto un run-in di 2 settimane con placebo per escludere
pazienti incapaci di mantenere una compliance =90%. Altri criteri
di esclusione comprendevano: uso di altri farmaci ipolipidemizzanti,
patologie epatiche note, ipertrigliceridemia non controllata, ipertensione
o diabete mellito. Colesterolo plasmatico totale, LDL, HDL, trigliceridi
e apolipoproteina B sono stati misurati all’arruolamento e dopo
4 e 6 settimane di terapia con simvastatina 40 mg/die. Il trattamento con statine ha indotto
in modo simile l’espressione sia del trascritto classico (1,53±0,03
volte) che del trascritto HMGCRv_1 (1,45±0,04 volte); i livelli
di entrambi i trascritti erano leggermente più alti negli uomini
che nelle donne (p < 0,01), mentre non c’erano differenze
significative tra bianchi e neri. Per valutare se lo splicing alternativo
a livello dell’esone 13 portasse ad una isoforma di HMGCR resistente
alle statine, sono state prodotte in laboratorio cellule renali umane
arricchite di HMGCRv_1 per knocking down dell’espressione del
trascritto classico. L’attività dell’enzima HMGCR
in queste cellule era relativamente resistente all’inibizione
delle statine: questo dato era in accordo con l’associazione
tra un incremento dello splicing alternativo e ridotta risposta alle
statine osservata nello studio CAP.
Gli autori sottolineano come una limite dello studio sia la misura dell’espressione genica in linfociti immortalizzati e non in vivo o in linfociti freschi. Inoltre non è noto se lo splicing alternativo osservato nei linfociti avvenga in parallelo nel fegato; HMGCRv_1 è stato però identificato per la prima volta nel fegato e l’espressione genica di cellule mononucleate periferiche è un marker del metabolismo epatico del colesterolo con una regolazione coerente tra i due tessuti. Anche se la misura dell’espressione
di HMGCRv_1 di per sé non ha importanza clinica, evidenzia
nuovi pathway e effetti mediati dallo splicing alternativo e il suo
impatto su meccanismi coinvolti nel metabolismo del colesterolo. Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: simvastatina, splicing alternativo, HMGCR. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
Lo sviluppo e l'adozione clinica di dispositivi elettrofisiologici (ICD: transvenous implantable cardioverter defibrillators, per la prevenzione della morte cardiaca improvvisa; CRT-P: cardiac resynchronization therapy, per l'insufficienza cardiaca sintomatica; CRT-D: la combinazione di entrambi), ha cambiato il modo con cui vengono curati i pazienti con insufficienza cardiaca, aggiungendo un paradigma di trattamento non-farmacologico. A fronte di un aumento dell'uso di dispositivi cardiaci impiantabili per l'insufficienza cardiaca, la selezione dei pazienti e gli esiti in ambito ospedaliero non sono stati indagati criticamente. Lo studio ha valutato la procedura di impianto o di revisione dei dispositivi in pazienti con diagnosi di insufficienza cardiaca ricoverati in reparti ospedalieri di terapia intensiva (USA). L'interesse degli autori è stato incentrato sul definire una coorte di pazienti ad alto rischio di mortalità in ospedale dopo la procedura predetta. Un potenziale surrogato per la severità della malattia e per il rischio di mortalità è stato ritenuto la somministrazione di una terapia vasoattiva endovena, in particolare farmaci inotropi; l'uso di un dispositivo elettrofisiologico in questi pazienti non è stato valutato criticamente nella maggior parte dei trial clinici. È stato utilizzato il PREMIER's
Perspecive Comparative Database, una banca dati ospedaliera prospettica
che include i dati demografici dei pazienti, le date di ammissione
e dimissione, il tempo di degenza, la mortalità ospedaliera,
i codici di procedura e diagnosi in accordo all’ICD-9 e le caratteristiche
dell'ospedale (dimensioni, localizzazione, ospedale di insegnamento).
I pazienti sono stati organizzati nei
seguenti gruppi esclusivi: CRT-D, solo ICD, CRT-P, e dispositivo ventricolare
sinistro. I soggetti che hanno ricevuto sia ICD che CRT-P nello stesso
periodo di ricovero, ma in giorni diversi, sono stati inseriti nel
gruppo CRT-D e come giorno di procedura è stato considerato
il giorno del primo intervento. Lo studio ha incluso 27.907 ospedalizzazioni. I pazienti erano prevalentemente maschi, bianchi e anziani (età media 68,4 anni); la diagnosi più comune diversa dalla insufficienza cardiaca è stata tachicardia ventricolare parossistica (11,0%); le più comuni diagnosi secondarie sono state ipertensione (54,1%), diabete (35,3%), BPCO (19,4%). Il tempo di degenza medio è stato di 6,3 giorni. Il 43,3% dei pazienti ha ricevuto CRT-D rispetto al 48,5% che ha ricevuto ICD (in questo gruppo i pazienti erano prevalentemente di colore, ed hanno avuto una più lunga degenza). Nella maggior parte dei casi la procedura d’impianto è stata effettuata il primo giorno di ricovero (41,2%), mentre il 19,4% ha ricevuto l’impianto dopo il giorno 7. Il 40,3% dei pazienti è stato trattato con diuretici endovena, una percentuale inferiore con farmaci vasoattivi e/o inotropi (25% e 15,1% rispettivamente). I pazienti che hanno ricevuto farmaci inotropi (n=4210) sono risultati in media più giovani e hanno avuto una degenza più lunga; di questi il 72,7% ha intrapreso la terapia prima della procedura d’impianto, il 16,5% il giorno dell’intervento, il 10,8% il giorno dopo. 6970 pazienti è stato trattato con vasodilatatori, di questi l’80% ha iniziato la terapia il giorno precedente la procedura, il 13% il giorno stesso, il 7% il giorno dopo. La mortalità variava in rapporto
al giorno dell’impianto del dispositivo, risultando inferiore
all’1% quando la procedura era stata effettuata il primo giorno
di ricovero e raggiungendo il 6% nei pazienti del gruppo CRT-P che
hanno subito l’intervento dopo la prima settimana. Il costo totale medio per un ricovero che comportava l’impianto del dispositivo è risultato pari a 43735 $, con un aumento in caso di morte durante l’ospedalizzazione (80020 $). L’87,6% e il 97% dei pazienti sono stati dimessi rispettivamente 1 e 2 settimane dopo l’impianto dando un contributo di costo giornaliero pari a zero, mentre lo 0,5% e lo 0,8% dei soggetti sono stati omessi a causa della morte. I pazienti che hanno ricevuto farmaci inotropi il giorno dopo la procedura hanno avuto i più alti costi a 1 e 2 settimane, rispettivamente 14431 $ e 23059 $. Lo studio presenta alcune limitazioni:
l’esclusione dei casi in cui gli impianti sono stati effettuati
su pazienti con diagnosi di aritmia ventricolare primaria in assenza
di insufficienza cardiaca; l’impossibilità di distinguere
tra primo impianto, sostituzione o revisione; l’assenza di dati
su terapie precedenti con dispositivi medici; l’impossibilità
di determinare se i pazienti avevano ricevuto una precedente terapia
vasoattiva o stavano assumendo farmaci inotropi; non è stato
possibile valutare il tasso di mortalità dopo la dimissione
o l’impatto di altri dispositivi su successivi ricoveri.
Parole chiave: dispositivi cardiaci, insufficienza cardiaca, studio prospettico. Riferimento bibliografico
La cateterizzazione venosa è la procedura invasiva più comune nei pazienti ricoverati in ospedale, di cui circa il 50% riceve terapia endovenosa. Per ridurre il rischio di complicazioni, l’intervento più praticato è la rimozione abituale del catetere, indicato dai Centers for Disease Control and Prevention ogni 72-96 ore per ridurre il rischio di infezioni; questa raccomandazione è però basata su scarse evidenze. Recenti studi osservazionali indicano che i cateteri possono essere lasciati in sito in sicurezza per periodi più lunghi (Cornely OA et al. Infect Control Hosp Epidemiol 2002, 23: 249-53; Homer LD et al. J Intraven Nurs 1998, 21: 301-5). Obiettivo dello studio è stato quindi confrontare la sostituzione routinaria dei cateteri venosi periferici con la sostituzione solo quando clinicamente indicata. I pazienti sono stati reclutati in un
ospedale universitario australiano (Queensland) da febbraio 2006 a
giugno 2007; dei 1620 pazienti potenzialmente eleggibili, 755 (46,6%)
sono stati inclusi nello studio. I principali criteri di inclusione
erano: età =18 anni, nessuna batteriemia, nessuna terapia immunosoppressiva,
prescrizione di catetere venoso periferico per almeno 4 giorni. Poiché
il paziente era l’unità di misura dello studio, se un
paziente richiedeva più cateteri è stato inserito nello
studio una sola volta. La principale ragione dell’esclusione
dei pazienti è stato il loro alterato stato mentale. In totale, 376 pazienti (58,8 anni, maschi
233) sono stati randomizzati alla sostituzione abituale del catetere
(gruppo controllo: sostituzione del catetere ogni 3 giorni in accordo
alle linee guida ospedaliere) e 379 (60,1 anni, maschi 248) al gruppo
in cui il catetere non veniva rimosso fino quando non vi fosse un’indicazione
clinica (gruppo di intervento). Per 22 pazienti del gruppo di intervento
(6%) il catetere è stato rimosso abitualmente anziché
in base a un’indicazione clinica; in 125 pazienti controllo
(33%) il catetere è stato mantenuto per più di 72 ore,
rispecchiando la variazione nella cura abituale.
L’editoriale di accompagnamento sottolinea alcune limitazioni dello studio: non è infatti dimostrato in modo significativo che la mancata sostituzione del catetere ogni 72 ore sia sicura e valida dal punto di vista dei costi, specialmente in ospedali che non abbiano un team dedicato alla terapia endovenosa, presente invece nell’ospedale in cui lo studio è stato condotto. Sebbene l’abbandono della sostituzione routinaria del catetere non sia associata ad un aumento dell’incidenza delle flebiti e delle infiltrazioni, potrebbe però aumentare il rischio di batteriemie da Staphylococcus aureus. È quindi necessario condurre un trial randomizzato, di adeguata potenza, in cui venga confrontata la sostituzione a intervalli di 48 ore con la sostituzione clinicamente indicata, per dimostrare una riduzione dell’incidenza di complicanze locali e di batteriemie catetere-correlate. La presenza di un team specializzato per la cura e l’inserimento dei cateteri riduce di per sé il rischio di complicanze; l’utilizzo di tecnologie, come cateteri in poliuretano o filtri in linea, può contribuire alla riduzione delle batteriemie e dei costi, indipendentemente dalla sostituzione periodica o meno del catetere. Parole chiave: cateteri periferici, sostituzione, studio randomizzato. Riferimenti bibliografici
L’incidenza di trombosi venosa profonda (TVP) dopo artroscopia diagnostica e/o interventi sul ginocchio in artroscopia è pari allo 0.6-18% in assenza di tromboprofilassi. Nonostante i 3.5 milioni di procedure eseguite all’anno, non esiste chiara evidenza sull’efficacia d’uso di eparine a basso peso molecolare (EBPM) o di altri antitrombotici. Scopo dello studio è stato valutare efficacia e sicurezza di calze a compressione graduale (CCG) indossate per 7 gg rispetto a terapia con EBPM per 7 o 14 gg per la profilassi di tromboembolismo venoso (TEV) in pazienti sottoposti ad artroscopia del ginocchio in regime di day hospital. In questo studio controllato randomizzato in cieco, svoltosi tra marzo 2002 e gennaio 2006 presso il Dipartimento di Chirurgia del Ginocchio della Clinica di Abano Terme e l’Unità di Angiologia dell’Azienda Ospedaliera di Padova, sono stati arruolati in maniera consecutiva 2043 pazienti sottoposti ad artroscopia diagnostica o interventi sul ginocchio in artroscopia. I criteri di esclusione erano: età <18 anni, gravidanza, casi precedenti di TEV, cancro, riconosciuta trombofilia, terapia cronica con anticoagulanti, ipersensibilità a EBPM, eventi emorragici recenti, grave insufficienza renale o epatica, segnalata bassa aderenza, impossibilità geografica, impiego di laccio emostatico per tempi >1 h. Al termine dell’intervento i pazienti sono stati randomizzati per indossare CCG commercialmente disponibili (30-40 mm Hg alla caviglia) per 7 gg sull’arto operato prima di appoggiare il peso, o per ricevere una dose giornaliera per via sc di nadroparina (3800 anti-Xa IU), 8 h dopo l’intervento chirurgico, per 7 o 14 gg (EBPM-7 gg o EBPM-14 gg). I pazienti trattati con EBPM sono stati sottoposti ad esami del sangue ogni 3 gg a partire dal quarto giorno di terapia. L’efficacia dei trattamenti è stata misurata sia tramite questionario per determinare eventuali sintomi da TVP (gonfiore al polpaccio o all’intero arto, dolore, etc.), o da embolia polmonare (dolore toracico, dispnea, emottisi, etc.) e l’aderenza dei pazienti alla terapia, sia con Eco color-Doppler su entrambe le gambe intere alla fine della terapia o durante questa se indicato clinicamente. La presenza di embolia polmonare è stata valutata tramite TAC o confermata con scintigrafia polmonare. Alla seconda analisi ad interim dei dati il Comitato di controllo dei dati e della sicurezza ha bloccato il trattamento per 14 gg con EBPM perché ritenuto potenzialmente pericoloso. Durante lo studio sono stati esclusi
282 pazienti mentre i restanti 1761 sono stati randomizzati per indossare
CCG (n=660) o ricevere EBPM per 7 gg (n=657) o 14 gg (n=444). Alla
fine dello studio i pazienti aderenti sono stati 597 (90.4%) per CCG,
603 (91.7%) per EBPM-7 gg e 402 (90.5%) per EBPM-14 gg. L’incidenza
cumulativa di TVP prossimale asintomatica, di TEV sintomatica e di
tutte le cause di mortalità a 3 mesi (end point primario di
efficacia) è risultata essere 3.2% nel gruppo CCG e 0.9% sia
nel gruppo EBPM-7 gg (CCG vs EBPM-7 gg differenza assoluta 2.3%, p=0.005)
che nell’EBPM-14 gg. Tutti i casi di trombosi venosa profonda
si sono verificati nell’arto operato.
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di non aver nessun personale interesse finanziario in questa ricerca. Parole chiave: artroscopia del ginocchio, tromboprofilassi, calze a compressione graduata. Riferimento bibliografico L'editoriale di accompagnamento sottolinea che i risultati di questo trial clinico incoraggiano l’impiego della terapia con EBPM per 7 gg come tromboprofilassi soprattutto in pazienti sottoposti a meniscectomia in artroscopia. Inoltre, pone importanti questioni di ordine generale che riguardano una migliore comprensione del danno associato ad una tromboprofilassi versus quello da TEV, dal momento che le attuali linee guida considerano l’artroscopia come una procedura a basso rischio di complicanze tromboemboliche ed è pertanto sconsigliata una profilassi routinaria a parte la mobilizzazione precoce. Attualmente viene suggerita una profilassi con EBPM nei pazienti con fattori di rischio per TVP oppure in quelli sottoposti a procedure complesse o prolungate. Una possibile soluzione per facilitare il decision-making clinico potrebbe essere l’istituzione di un registro europeo al fine di valutare il danno di una TEV sintomatica e gli eventi emorragici da tromboprofilassi con EBPM. La raccolta di questi dati potrebbe fornire un’utile misura di outcome per tipologia di pratica clinica, costi sanitari, frequenza e gravità degli eventi, informazioni necessarie per eseguire un’analisi costo-efficacia su cui basare le future linee guida per l’artroscopia del ginocchio. Riferimento bibliografico |
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Prof.
Massimo Baraldo (Università di Udine) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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PhD |
Ultimo aggiornamento: 01 Settembre 2008 |