
Newsletter numero 21 del 15-09-2008
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Sommario o Telmisartan nella prevenzione di recidive dello stroke ed eventi cardiovascolari: lo studio PRoFESS o Outcome renali con telmisartan, ramipril o la loro associazione in soggetti ad elevato rischio vascolare: lo studio ONTARGET o Effetti del tibolone in donne anziane in post-menopausa: lo studio LIFT (Long-Term Intervention on Fractures with Tibolone) o Esposizione agli antipsicotici e rischio di stroke: un self controlled case series study o Effetto dei warning regolatori sul tasso di prescrizione di farmaci antipsicotici nei pazienti anziani affetti da demenza: analisi basata sulla popolazione secondo il modello in serie temporale o Uso di inibitori di pompa protonica e rischio di fratture osteoporotiche o Metotrexato in monoterapia verso metotrexato+etanercept nell’artrite reumatoide attiva ad esordio precoce di grado moderato-severo: lo studio COMET o Abatacept in bambini con artrite idiopatica govanile: un trial randomizzato, in doppio cieco, contro placebo o Adalimumab in monoterapia o in associazione con metotrexato nell’artrite reumatoide giovanile o Bortezomib+melfalan
e prednisone per il trattamento iniziale del mieloma multiplo
Lo stroke recidivante è un importante evento vascolare che si manifesta in pazienti con diagnosi di stroke ischemico non cardioembolico. I diversi regimi terapeutici antiaggreganti, comprendenti monoterapia con aspirina (ASA, da 50 a 325 mg/die), terapia combinata ASA a basse dosi+dipiridamolo a rilascio prolungato (extended-release dipyridamole, ERDP) (*) e monoterapia con clopidogrel, sono risultati efficaci nella prevenzione dello stroke recidivante. ASA-ERDP e clopidogrel hanno mostrato, nel confronto indiretto, un’efficacia superiore alla monoterapia con ASA, con una riduzione del rischio rispettivamente del 20-23% e dell’8%. Alla luce della mancanza di linee guida nella scelta della terapia, nello studio PRoFESS è stato effettuato un confronto diretto in termini di efficacia e sicurezza tra i due regimi terapeutici (ASA -ERDP versus clopidogrel) in pazienti che hanno subito un recente stroke ischemico. Lo studio, in doppio cieco, controllato
versus comparator attivo e placebo, ha arruolato pazienti di età
=55 anni con ictus recente (entro 90 giorni dalla randomizzazione).
I partecipanti hanno ricevuto il trattamento combinato con 25 mg di
ASA + 200 mg di ERDP 2 volte/die o la monoterapia giornaliera a base
di 75 mg di clopidogrel. Lo studio ha previsto anche la valutazione
del trattamento con telmisartan 80 mg/die rispetto al placebo (cfr
articolo seguente). La recidiva di stroke di qualsiasi tipo
ha rappresentato l’esito principale dello studio; gli esiti
secondari erano costituiti da un end point combinato (stroke, infarto
del miocardio e morte per cause vascolari). Lo studio, condotto in 35 paesi, è
iniziato l’11 settembre 2003 e si è concluso l’8
febbraio 2008, con una durata media del periodo di monitoraggio di
2,5 anni. Per quanto riguarda la valutazione della
tollerabilità dei trattamenti in studio, gli eventi emorragici
maggiori si sono manifestati con maggior frequenza all’interno
del gruppo trattato con ASA- ERDP rispetto al gruppo trattato con
clopidogrel (4,1% vs 3,6%; HR 1,15; 1,00–1,32), così
come i casi di emorragia intracranica (147 pazienti trattati con ASA-ERDP
versus 103 con clopidogrel; HR 1,42; 1,11-1,83). I risultati dello studio hanno mostrato
che, nonostante un aumento del rischio di stroke emorragico nei pazienti
trattati con ASA-ERDP, il rischio netto di stroke recidivante o di
eventi emorragici maggiori e, quindi, il rapporto rischio-beneficio,
è simile per entrambi i gruppi (11,7% del gruppo ASA–ERDP
vs 11,4% con clopidogrel; HR 1,03; 95% CI 0;95-1,11).
Pertanto, i risultati dello studio enfatizzano la necessità di un confronto diretto tra gli agenti antiaggreganti nell’ambito della prevenzione della recidiva di stroke, poiché i confronti indiretti possono essere limitati dai diversi disegni degli studi stessi, dalla popolazione di pazienti, dalla scelta dei farmaci da confrontare con l’aspirina e dalla definizione degli esiti primari.
L’editoriale di accompagnamento allo studio sottolinea come nel mondo dei trial clinici la proprietà transitiva, che funziona così bene in matematica, è poco applicabile. Nel caso del PRoFESS, l'assunzione che basse dosi di aspirina+dipiridamolo a rilascio prolungato fossero di efficacia superiore a clopidogrel, sulla base dei risultati di studi clinici precedenti ma apparentemente errata, ha fatto sì che il trial non riuscisse neppure a soddisfare i criteri di non inferiorità. Si potrebbe, quindi, concludere che il
PRoFESS è stato un colpo di fortuna, il clopidogrel è
alquanto migliore rispetto a quanto già noto, oppure la terapia
combinata è nettamente peggiore rispetto alle precedenti evidenze.
È stato proposto la possibilità di realizzare una metanalisi
che prendesse in considerazione i risultati di PRoFESS e quelli di
altri tre studi pertinenti, l’ESPS2 (European Stroke Prevention
Study 2. Diener HC et al. J Neurol Sci 1996; 143: 1-13), l’ESPRIT
(European/Australasian Stroke Prevention in Reversible Ischemia Trial.
The ESPRIT Study Group. Lancet 2006;367:1665-73) e lo studio CAPRIE
(Clopidogrel versus Aspirin in Patients at Risk of Ischemic Events.
CAPRIE Steering Committee. Lancet 1996; 348: 1329-39). La valutazione
crociata di questi ultimi tre studi classificherebbe la terapia combinata
appena al di sopra del clopidrogrel, che a sua volta si troverebbe
leggermente al di sopra dell’aspirina, ma questi risultati hanno
subito variazioni quando sono stati inseriti i dati dello studio PRoFESS:
la terapia combinata rispetto all’aspirina sembrerebbe meno
convincente. La spiegazione di questa incoerenza è che l’aggiunta
di più dati potrebbe paradossalmente incrementare, piuttosto
che ridurre, l’incertezza statistica. (*) In Italia la terapia con dipiridamolo 200 mg a rilascio prolungato associato ad aspirina 25 mg (Aggrenox®, classe A), in commercio da Gennaio 2008, è indicata per la prevenzione di nuovi eventi cardiovascolari in pazienti che hanno già subito un attacco ischemico transitorio (TIA) o un ictus ischemico. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da Boehringer Ingelheim. Uno degli autori dello studio ha dichiarato di avere ricevuto dei compensi economici per attività di consulenza da Boehringer Ingelheim, GlaxoSmithKline e da Sanofi-Aventis. Per l’editoriale, non sono stati riportati conflitti d’interesse rilevanti. Parole chiave: aspirina+dipiridamolo a rilascio prolungato, clopidogrel, stroke recidivante. Riferimenti bibliografici
In questo studio è stato valutato
se la terapia con telmisartan 80 mg/die (antagonista dei recettori
dell’angiotensina II), può ridurre il rischio di stroke
se iniziata entro 4 mesi da uno stroke e continuata per 2 anni e mezzo. È stato utilizzato un “disegno fattoriale due a due” per comparare l’associazione di aspirina 25 mg+dipiridamolo 200 mg a rilascio prolungato 2 volte/die (per i risultati cfr articolo precedente) versus clopidogrel 75 mg/die e telmisartan 80 mg/die versus placebo. L’outcome primario era l’insorgenza di nuovi stroke mentre quelli secondari comprendevano eventi cardiovascolari maggiori (morte per cause cardiovascolari, infarto del miocardio, stroke ricorrente, insorgenza o peggioramento dell’insufficienza cardiaca) e diabete di nuova insorgenza. Nel periodo Settembre 2003-Luglio 2006, sono stati arruolati 20.332 pazienti in totale; di questi 10.146 sono stati randomizzati a telmisartan e 10.186 a placebo. La pressione arteriosa media al momento dell’arruolamento era di 144,1 mmHg per la sistolica e 83,8 mmHg per la diastolica; il 25% dei pazienti aveva avuto un precedente TIA o stroke prima dell’evento qualificante; il 19 % aveva evidenza di aterosclerosi in altre sedi vascolari; il 28 % era diabetico, il 74 % aveva storia di ipertensione; il 57% era stato o continuava ad essere fumatore e il 37 % era in terapia con un ACE inibitore. La mediana dell’intervallo di tempo tra lo stroke e la randomizzazione era di 15 giorni. Un totale di 125 pazienti (51 nel gruppo telmisartan e 74 nel gruppo placebo), pari allo 0,6 % sono stati persi al follow up. I dati ottenuti sono stati analizzati in funzione di sesso, età, precedenti infarti e altre caratteristiche di base. L’outcome primario si è
verificato nell’8,7% (n=880) del gruppo telmisartan rispetto
al 9,2% (n=934) del placebo (HR 0,95; 95% CI 0,86-1,04; p=0,23). Un’analisi
a posteriori ha evidenziato che il tasso di pazienti colpiti da un
nuovo stroke durante i primi 6 mesi era del 3,4% con telmisartan vs
il 3,2% con placebo (HR 1,07; 95% CI 0.92-1.25). Nei successivi 6
mesi nel gruppo telmisartan il 5,3% dei pazienti ha avuto un nuovo
stroke rispetto al 6,0% con placebo (HR 0,88; 95% CI, 0.78 to 0.99).
La differenza osservata nei due periodi era significativa (p=0,04).
Questi risultati sono in contrapposizione ad altri studi da cui invece emergeva una significativa correlazione tra farmaci che agiscono sul sistema renina-agiotensina e diminuzione del rischio di stroke ed eventi cardiovascolari: nello studio PROGRESS (Perindopril Protection Against Recurrent Stroke Study. PROGRESS Collaborative Group. Lancet 2001; 358: 1033-41) il mantenimento di valori bassi di pressione arteriosa mediante l’associazione di un ACE inibitore e un diuretico riduceva l’incidenza di stroke ricorrente; nel trial HOPE (Heart Outcomes Prevention Evaluation. Bosch JJ et al. BMJ 2002; 324: 699-702. The Heart Outcomes Prevention Evaluation Study Investigators. N Engl J Med 2000; 342: 145-53) la terapia con ACE inibitori si è rivelata efficace nel ridurre l’incidenza di stroke in pazienti con precedenti cardiovascolari o ad alto rischio, nonostante una mancata riduzione dei livelli di pressione arteriosa. Le limitazioni di questo studio e le differenze rispetto ad altri che sono arrivati a conclusioni diverse sono molteplici: la breve durata, valori medi di pressione arteriosa di base dei pazienti inferiori rispetto ai pazienti di altri studi, una minore aderenza alla terapia, la mancata associazione dei farmaci che agiscono sul sistema renina angiotensina con diuretici e l’intervallo di tempo tra l’evento qualificante e l’inizio della terapia, minore in questo studio. Conflitto di interessi: lo studio è stato sponsorizzato dalla Boehringer Ingelheim, con il supporto della Bayer e della GSK; gli autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da aziende farmaceutiche. Parole chiave: telmisartan, stroke, trial randomizzato Riferimento bibliografico
Lo studio ONTARGET (cfr. SIF-Farmaci
in evidenza n. 12 del 15.04.2008), un trial randomizzato
in doppio cieco, condotto tra il 2001 e il 2007 anche da parte di
ricercatori italiani, ha valutato gli effetti renali di ramipril (un
ACE-inibitore), telmisartan (un ARB) e della loro associazione su
un’ampia popolazione ad alto rischio cardiovascolare. L’outcome renale primario, di tipo
composito, era costituito da prima insorgenza di dialisi, trapianto
renale (nessun caso riportato), raddoppio della creatininemia e decesso.
Nel corso del trial, 784 pazienti hanno
dovuto sospendere definitivamente il trattamento a causa dei sintomi
ipotensivi (406 con la terapia combinata, 149 con ramipril, 229 con
telmisartan).
Una riduzione iniziale e di breve durata del GFR dopo l’avvio di una terapia con ACE-inibitori o ARB è una conseguenza attesa della riduzione della pressione intraglomerulare. Questa riduzione potrebbe anche essere predittiva del beneficio a lungo termine sul GFR. Quindi, la terapia combinata nell’ONTARGET ha prodotto un iniziale declino del GFR che però non si è assestato come atteso, continuando a ridursi più rapidamente rispetto al gruppo trattato con ramipril. Gli Autori dell’ONTARGET concludono asserendo che nei soggetti ad elevato rischio vascolare, gli effetti del telmisartan sui principali outcome renali sono simili a quelli del ramipril. Sebbene la terapia combinata riduca maggiormente la proteinuria rispetto alla monoterapia, essa tende a peggiorare i principali outcome renali. L'editoriale di accompagnamento sottolinea alcuni punti cruciali. ONTARGET non fornisce una risposta al problema della progressione della patologia renale cronica in pazienti con nefropatia avanzata perché sono stati inclusi pochi pazienti di questo tipo. Inoltre l’interpretazione che il gruppo trattato con l’associazione ramipril + telmisartan abbia più eventi renali è preoccupante. La perdita di eGFR nel gruppo trattato con l’associazione è stata di 6 mL/min per 56 mesi, una riduzione di 1,29 mL/ min/anno (range normale 0,6-1,1 mL/min/anno). Essendo il valore di poco superiore al range di normalità, non dovrebbe essere considerato come una perdita importante della funzionalità renale. Solo un altro trial ha valutato una terapia combinata per il blocco del SRA nella nefropatia non diabetica avanzata. Questo trial, il cui end point primario era l’outcome renale, ha riportato nel gruppo sottoposto a terapia combinata una riduzione più lenta della funzionalità renale rispetto alla monoterapia, ma sfortunatamente questi risultati sono considerati inattendibili (Nakao N et al. Lancet 2003; 361: 117–24; Bidani A. Am J Nephrol 2006; 26: 629–32). Nel complesso, i risultati di ONTARGET, pur non ampliando le nostre conoscenze sulla sicurezza del blocco del SRA (sia con farmaci utilizzati in monoterapia che in associazione), rinforzano le linee guida esistenti e mettono in guardia contro l’uso della terapia combinata che blocchi il SRA in soggetti a basso rischio di nefropatia cronica. È necessario interpretare i
risultati dell’ONTARGET nel contesto della coorte studiata
e considerando come sono stati raccolti gli end point renali. La
raccolta dei dati sulla funzionalità renale è stata
infatti insufficiente: l’escrezione urinaria di albumina non
è stata valutata annualmente e la necessità di dialisi
è stata stabilita arbitrariamente senza una protocollo predefinito
con una valutazione post hoc dei dati.
Conflitto d’interesse: alcuni autori dichiarano di avere ricevuto dei finanziamenti dalla Boehringer-Ingelheim per la quale uno degli autori lavora come dipendente. Parole chiave: telmisartan, ramipril, studio ONTARGET. Riferimenti bibliografici
Nel periodo luglio 2001-giugno 2003, sono state incluse donne di 60-85 anni con uno score di densità minerale ossea <-2,5 a livello dell’anca o del tratto lombare oppure uno score <-2 con evidenza radiologica di frattura vertebrale. Sono state escluse le donne con >2 fratture vertebrali, uno score <-4 a livello dell’anca o della colonna vertebrale o con una diagnosi clinica di frattura vertebrale nell’ultimo anno. Altri criteri di esclusione erano rappresentati dalla presenza di cancro (escluso il cancro alla cute non melanoma) negli ultimi 5 anni, precedenti patologie tromboemboliche, risultati mammografici con sospetto di cancro, uso di estrogeni nei 3 mesi precedenti, uso corrente di raloxifene o di tamoxifene, di bifosfonati per almeno 1 mese durante l’anno precedente, un indice di massa corporea >34, ispessimento dell’endometrio >4 mm all’ecografia transvaginale. Le pazienti sono state randomizzate a ricevere tibolone (1,25 mg/die) o placebo. Tutte le pazienti ricevevano un dosaggio giornaliero di 2-4 compresse di calcio associato a vitamina D (calcio citrato 315 mg + vitamina D3 200 UI). Per valutare le fratture vertebrali sono state effettuate radiografie annuali a livello della colonna vertebrale. La mammografia veniva eseguita annualmente oppure dopo 3 anni. L’ecografia transvaginale è stata effettuata annualmente e, nel caso di riscontro di ispessimento dell’endometrio >4 mm, veniva eseguita una biopsia dell’endometrio. Le donne con sanguinamento vaginale persistente e severo durante i primi 3 mesi, sanguinamento persistente nei primi 6 mesi o emorragie frequenti in qualsiasi altro momento venivano sottoposte a biopsia. Infine la presenza di stroke era diagnosticata e classificata grazie a TAC o RM o su riscontri neurologici tipici di durata >24 ore. Il peso era misurato ogni 6 mesi e gli esami del sangue, compresi i test di funzionalità epatica, erano effettuati a 36 mesi o alla fine dello studio. Su un totale di 4534 pazienti randomizzate
a ricevere tibolone 1,25 mg/die (n=2267) o placebo (n=2267), circa
il 40% aveva >70 anni e il 26% aveva già avuto una frattura
vertebrale. Nel gruppo trattato con tibolone, è
stata osservata una riduzione del rischio assoluto di fratture vertebrali
di 8,6 per 1000 anni-persona (4,4-12,9) ed una riduzione dell’hazard
relativo del 45% (26-59). Rispetto al placebo, nelle pazienti trattate con tibolone è stata osservata una riduzione dell’incidenza assoluta di cancro al seno invasivo di 1,9 per 1000 anni-persona (0,5-3,4), con una riduzione del rischio relativo del 68% (20-87). Nel gruppo trattato con tibolone, è stata riscontrata una riduzione dell’incidenza assoluta di cancro al colon di 1,3 per 1000 anni-persona (0,1-2,6) e una riduzione del rischio relativo del 69% (4-90). La terapia con tibolone è stata
associata ad un aumento del rischio assoluto di stroke di 2,3 per
1000 anni-persona (0,4-4,2) e del rischio relativo di 2,19 (1,14-4,23;
p=0,02). Tra le pazienti con utero, il cancro
endometriale è stato diagnosticato in 4 donne trattate con
tibolone (0,8 per 1000 anni-persona) versus nessun caso con placebo
(p=0,06). Il sanguinamento vaginale è stato riportato dal 9,5%
delle donne nel gruppo tibolone e dal 2,5% del gruppo placebo. Inoltre,
grazie all’ecografia, è stato riscontrato un ispessimento
endometriale >4 mm in 533 donne trattate con tibolone e 168 nel
gruppo placebo. A causa del sanguinamento o dell’ispessimento
endometriale sono state sottoposte a biopsia 499 donne trattate con
tibolone e 136 con placebo. L’incidenza di interruzione del
trattamento a causa dell’insorgenza di un evento avverso è
risultata maggiore nel gruppo trattato con il farmaco rispetto a placebo,
soprattutto a causa di perdite e sanguinamento vaginale e dolore al
seno. Rispetto al placebo, il tibolone è stato associato ad
un aumento medio del peso di 0,6 kg; un aumento di almeno il 10% rispetto
al peso basale si è verificato nel 5,3% delle trattate con
tibolone rispetto al 3,8% con placebo.
L’editoriale di accompagnamento allo studio sottolinea che l’effetto del tibolone su outcome rilevanti non è ancora chiaro. Studi precedenti al LIFT, mediante end point surrogati, hanno valutato gli effetti del tibolone sui marker di malattie tromboemboliche e arteriose ma non hanno fornito risultati conclusivi. Nello studio OPAL (Osteoporosis Prevention and Arterial Effects of Tibolone, Bots ML et al. Eur Heart J 2006; 27: 746-55) il tibolone alla dose di 2,5 mg/die, somministrato a donne di età media di 58 anni, aumentava, rispetto a placebo, la progressione annuale dello spessore dell’intima–media della carotide, un effetto simile a quello della terapia ormonale sostitutiva. Anche se nel LIFT non è stato osservato un aumento statisticamente significativo delle patologie cardiovascolari, queste rappresentavano un end point secondario per il quale lo studio non aveva una potenza adeguata. Data l’attività anti-proliferativa e pro-apoptotica che il tibolone esercita sulle cellule cancerose del seno, ci si aspetterebbe una riduzione del rischio di cancro al seno, come osservato nello studio LIFT. Il trial LIBERATE (Livial Intervention following Breast Cancer; Efficacy, Recurrence, and Tolerability Endpoints, Mols M. http://drugs.com/news/tibolone-studybreast-cancer-patients-close-ahead-schedule-6164.html), che stava valutando l’efficacia e la sicurezza del tibolone in donne in post-menopausa con una storia di cancro al seno, è stato interrotto prematuramente a causa della tendenza verso un’eccessiva incidenza di recidiva di cancro al seno nelle trattate rispetto al placebo. Mentre nelle donne in post-menopausa più giovani la sicurezza e l’efficacia a lungo termine del tibolone non sono note, nelle donne più anziane di etnia caucasica e con osteoporosi, una terapia con il farmaco alla dose di 1,25 mg/die della durata di 3 anni sembra avere degli effetti benefici sul seno e sulle ossa e appare non determinare trombosi o eventi avversi cardiovascolari. Tuttavia lo studio LIFT non aveva un potere adeguato per misurare l’effetto del tibolone su questi esiti. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da Organon. Gli autori dello studio e dell’editoriale dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche Parole chiave: tibolone; fratture/eventi cardiovascolari/cancro al seno; RCT. Riferimenti bibliografici
Diverse evidenze raccolte negli ultimi anni hanno generato preoccupazioni riguardo l’aumento del rischio di stroke correlato all’uso degli antipsicotici atipici. Nel 2002, l’Health Canada e la Jannssen-Ortho (azienda produttrice del risperidone), sulla base di evidenze limitate, hanno emanato un warning rivolto ai medici prescrittori per evidenziare questo problema. Nel 2004, lo United Kingdom’s Commitee on Safety of Medicines ha raccomandato di non utilizzare gli antipsicotici atipici nei pazienti con demenza. Infine, nel 2006, la European Pharmacovigilance Working Party, sulla base dei risultati e delle osservazioni disponibili, ha concluso che esistono alcune deboli evidenze che i farmaci antipsicotici aumentino il rischio di stroke e che non c’è una chiara evidenza che questo rischio sia maggiore per gli atipici rispetto ai tipici (*). Lo studio ha esaminato: 1) se l’aumento del rischio di stroke associato all’uso dei farmaci antipsicotici può essere attribuito a fattori di confondimento; 2) se il rischio differisce tra farmaci antipsicotici tipici ed atipici; 3) se il rischio è maggiore nei pazienti con diagnosi di demenza. I pazienti sono stati selezionati dalla
popolazione del General Practice Reserch Database, una banca dati
costituita nel 1987 che contiene le informazioni sanitarie di oltre
6 milioni di pazienti afferenti a 400 ambulatori di medicina generale
del Regno Unito. Per essere inclusi nello studio i pazienti dovevano
aver avuto uno stroke e una prescrizione per almeno un farmaco antipsicotico
entro il 31 dicembre 2002. Nella banca dati sono stati identificati 6790 pazienti (4353 donne) ai quali, tra il gennaio 1988 e la fine del 2002, è stato prescritto almeno un farmaco antipsicotico e che hanno avuto almeno uno stroke. L’età media al momento della prima esposizione a qualsiasi farmaco antipsicotico era 80 anni, quella al momento del primo stroke 81 anni. A 6334 pazienti sono stati prescritti antipsicotici tipici, a 905 quelli atipici (5885 solo tipici, 456 solo atipici, 449 entrambi). Gli antipsicotici maggiormente prescritti sono state le fenotiazine (5153 pazienti) tra i tipici, il risperidone (729 pazienti) tra gli atipici. 2290 pazienti hanno avuto un solo periodo di esposizione, 2406 tra due e cinque e 2094 sei o più. 1423 pazienti hanno avuto diagnosi di demenza prima dello stroke, di questi, 1212 hanno ricevuto solo antipsicotici tipici, 85 solo quelli atipici. I rate ratio, calcolati considerando
tutti i pazienti selezionati, sono stati 1,73 (95% CI 1,60–1,87)
per tutti i farmaci antipsicotici, 1,69 (1,55–1,84) per i soli
tipici e 2,32 (1,73–3,10) per i soli atipici.
I punti di forza dello studio sono rappresentati dal disegno sperimentale, meno soggetto ai problemi di confondimento degli studi caso-controllo e di coorte; il fatto di aver escluso i dati successivi al 2002, quando sono emerse le prime allerte sull’associazione tra l’uso di antipsicotici atipici e lo stroke; la scelta di un campione rappresentativo della popolazione e di ampia dimensione. Un potenziale limite potrebbe derivare dalla qualità dei dati clinici riportati nella banca dati: in oltre l’85% dei casi, gli stroke sono stati registrati con un codice che non specificava il sottotipo. Ciò nonostante, il rate ratio in un sottogruppo di 233 pazienti con stroke emorragico, esposti agli antipsicotici è stato 1,14 (0,71–1,84), indicando che l’effetto dei farmaci potrebbe essere limitato agli stroke non emorragici. (*) L’FDA, nel maggio scorso, ha pubblicato un comunicato stampa mediante il quale ha esteso il rischio di aumento della mortalità nei pazienti anziani affetti da demenza a tutta la classe degli antipsicotici, sia tipici che atipici. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: Antipsicotici, stroke, self controlled case series study. Riferimento bibliografico
Tra i tre farmaci antipsicotici atipici, risperidone, olanzapina e quetiapina, introdotti in Canada negli anni ’90 per il trattamento della schizofrenia e di altre condizioni psichiatriche, solo risperidone è stato autorizzato per la gestione sintomatica a breve termine di comportamenti correlati ad aggressività e psicosi nei soggetti affetti da demenza. Nell’Ottobre del 2002, l’azienda farmaceutica Janssen-Ortho che commercializza risperidone in Canada, ha concordato con l’Health Canada (Agenzia regolatoria canadese) un warning agli operatori sanitari sulla possibilità di eventi avversi gravi di natura cerebrovascolare associati all’uso dell’antipsicotico in pazienti anziani affetti da demenza, osservati in studi clinici controllati con placebo. Un warning simile su olanzapina rivolto agli operatori sanitari è stato diffuso nel Marzo 2004 dall’azienda farmaceutica Eli Lilly, produttrice del farmaco. Infine, nel giugno 2005, l’Health Canada ha notificato potenziali problemi di sicurezza (aumento della mortalità per tutte le cause) associati all’impiego di risperidone, olanzapina e quetiapina in pazienti anziani con demenza. Questo studio ha cercato di esaminare l’impatto di questi warning sull’uso degli antipsicotici atipici e convenzionali analizzando i dati prescrittivi della provincia canadese dell’Ontario relativi a risperidone, olanzapina e quetiapina e ad una lista di farmaci antipsicotici convenzionali nel periodo compreso tra Maggio 2000 e Febbraio 2007. Sono stati inseriti anche i farmaci antipsicotici convenzionali alla luce dei risultati di studi osservazionali, che hanno suggerito una mortalità maggiore con questi farmaci rispetto agli atipici, in modo da ottenere una misura complessiva degli esiti di questi warning sulla sicurezza del paziente. I pazienti con diagnosi di demenza sono stati identificati attraverso una correlazione dei codici paziente riportati sulle prescrizioni, con gli stessi codici presenti nelle cartelle di dimissione ospedaliera registrate dal Canadian Institute for Health Information e con i dati delle dichiarazioni mediche provenienti dall’Ontario Health Insurance Plan nei 5 anni precedenti la prescrizione dell’antipsicotico. La diagnosi di demenza è stata accertata anche tramite le prescrizioni di inibitori dell’acetilcolinesterasi. Sono stati selezionati pazienti con diagnosi di demenza ed età >65 anni al momento di ciascuna prescrizione degli antipsicotici. L’effetto di ciascun warning è stato misurato confrontando il tasso di prescrizione 12 mesi dopo la notifica dell’allerta con un tasso stimato, considerando che il warning stesso fosse privo di effetto. L’effetto assoluto dei warning è stato calcolato come differenza tra queste due misure. L’effetto relativo era invece il risultato del rapporto tra differenza assoluta e tasso stimato calcolati 12 mesi dopo il warning. Nel periodo precedente il primo warning, una crescita nell’uso di antipsicotici atipici è stata associata ad un aumento dell’uso di antipsicotici in generale. Ciascuna allerta è stata associata con una riduzione minima relativa nell’uso predetto di antipsicotici atipici: 5% per il primo warning, 4.9% per il secondo e 3.2% per il terzo (p <0,05). Il tasso prescrittivo dei farmaci antipsicotici in pazienti con demenza è aumentato del 20%, da 1512 per 100.000 anziani nel settembre 2002 (mese antecedente il primo warning) a 1813 per 100.000 anziani nel febbraio 2007, 20 mesi dopo il secondo avviso. Sebbene i warning regolatori abbiano rallentato la crescita nell’uso dei farmaci antipsicotici atipici fra i pazienti con demenza, non hanno però ridotto il tasso di prescrizione generale di questi farmaci.
I risultati di questo studio sono stati commentati in un editoriale da L.Y. Katz che può essere riassunto nei seguenti punti chiave: 1) gli antipsicotici convenzionali e atipici sono impiegati estensivamente per il trattamento di disturbi comportamentali in pazienti anziani con demenza; 2) l’efficacia dei farmaci antipsicotici con questa indicazione non è stata dimostrata e il trattamento è stato associato ad un aumento della mortalità nella popolazione dei pazienti trattati; 3) i warning sui rischi potenziali diffusi dalle aziende farmaceutiche in accordo con le Agenzie regolatorie non hanno modificato significativamente i tassi di prescrizione degli antipsicotici atipici in pazienti anziani con demenza in Ontario; 4) i warning sanitari dovrebbero fornire informazioni complete sui rischi e sull’efficacia dei trattamenti identificati e su trattamenti alternativi; 5) sono necessari metodi specifici per misurare gli esiti dei warning regolatori e la loro capacità di conseguire gli obiettivi che si è cercato di raggiungere con la loro diffusione. Conflitto di interesse: uno degli autori ha dichiarato di aver ricevuto compensi come consulente da diverse aziende produttrici di farmaci antipsicotici. Parole chiave: antipsicotici, demenza nell’anziano, warning. Riferimenti bibliografici
Questo studio retrospettivo è
stato condotto su una coorte di pazienti utilizzando i dati raccolti
nel Population Health Research Data Repository, che contiene informazioni
sulla salute della maggior parte dei residenti in Canada e Manitoba.
Outcome primario dello studio è stato valutare se la comparsa di una frattura osteoporotica potesse essere correlata alla durata dell’esposizione continua a PPI. È stata valutata la forza dell’associazione tra l’esposizione continua a PPI e la comparsa di fratture combinate anca-colonna vertebrale piuttosto che frattura di anca isolata. Dall’analisi statistica dei dati raccolti non è risultata un’associazione significativa tra comparsa di fratture osteoporotiche ed utilizzo continuativo di PPI per un periodo compreso tra 1 e 6 anni. Per un’esposizione continua >=7 anni, invece, l’associazione diventava statisticamente significativa (adjusted OR 1.92, 95% CI 1.16-3.18, p=0.011). È stato inoltre rilevato un aumentato rischio di frattura dell’anca dopo 5 o più anni di esposizione (adjusted OR 1.62, 95% CI 1.02-2.58, p=0.04), con un rischio ancora superiore dopo i 7 anni di esposizione (adjusted OR 4.55, 95% CI 1.68-12.29, p=0.002). Il meccanismo attraverso il quale i PPI aumentano il rischio di frattura non è ancora del tutto chiarito, anche se pare che verosimilmente sia correlato al fatto che l’inibizione della secrezione acida gastrica possa accelerare la percentuale di perdita ossea, attraverso la riduzione dell’assorbimento intestinale di calcio (il calcio carbonato, maggior fonte di calcio assunta con la dieta, è insolubile ad elevati valori di pH). Inoltre, sembra che i PPI siano in grado di inibire anche la pompa H+/ATPasi presente sulla membrana cellulare degli osteoclasti. Di conseguenza serviranno altri studi per chiarire definitivamente come l’utilizzo cronico di queste sostanze possa alterare il metabolismo osseo. L’associazione tra fratture ed assunzione cronica di PPI è un problema molto attuale dal momento che si stanno diffondendo sempre di più le formulazioni equivalenti o da banco, più accessibili ai pazienti, e la crescente riluttanza a somministrare inibitori selettivi della COX-2 come strategia gastroprotettiva in pazienti che necessitano una terapia cronica con FANS. Questi fattori predispongono all’utilizzo cronico di PPI con conseguente aumento del rischio di fratture osteoporotiche. Resta comunque una quota di pazienti per i quali una terapia gastroprotettiva a lungo termine si rende necessaria e per questi sono necessari altri studi che possano determinare se la cosomministrazione di calcio, bifosfonati o analoghi degli estrogeni possa ridurre il rischio di fratture. Questo studio ha comunque dei limiti
tra i quali la mancanza di dati antropomorfici e di informazioni circa
l’utilizzo concomitante di calcio, vitamina D, fumo di sigaretta
o abuso alcolico che possono essere fattori confondenti. Inoltre,
non è stato possibile stabilire se i PPI aumentino il rischio
di fratture perché alterano il metabolismo osseo o perché-
ipotesi comunque poco probabile - aumentano il rischio di cadute.
Infine, come per ogni studio osservazionale, potrebbero esserci dei
fattori confondenti tra casi e controlli in grado di alterare i risultati
dello studio stesso.
Questo articolo è accompagnato da un commento in cui viene ribadito, citando un precedente studio (Yang YX et al. JAMA 2006; 296: 2947-53), l’aumentato rischio di fratture osteoporotiche in pazienti in terapia cronica con PPI e, di conseguenza, la necessità di un utilizzo ponderato di questi farmaci, in particolare per lunghi periodi. Gli Autori sottolineano, inoltre, la necessità di studi prospettici o di trial randomizzati e controllati ad ulteriore sostegno di questa correlazione. Conflitto di interesse: alcuni autori hanno ricevuto dei finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: PPI, osteoporosi, studio caso-controllo. Riferimenti bibliografici
Gli obiettivi del trattamento dell’artrite reumatoide precoce sono la remissione clinica e la non progressione radiografica. Lo studio COMET, un trial multicentrico
randomizzato in doppio cieco, a gruppi paralleli della durata di 24
mesi (2004-2006), ha confrontato la monoterapia con metotrexato e
l’associazione metotrexato+etanercept nel raggiungimento di
questi obiettivi. End point primari a 52 settimane erano
la remissione della patologia (misurata con lo score DAS28) e la non-progressione
radiologica, misurata con lo Sharp score modificato. Nel gruppo trattato con l’associazione, il 50% dei pazienti ha raggiunto la remissione clinica rispetto al 28% del gruppo in monoterapia con metotrexato (differenza nell’effetto 22,05%, 95% CI 13,96-30,15%, p<0,0001), mentre l’80% del gruppo trattato con l’associazione vs il 59% dei pazienti in monoterapia ha ottenuto la non-progressione radiologica (20,98%, 12,97-29,09%, p<0,0001). Dei pazienti valutabili, 487 avevano una malattia di grado severo (DAS28 >5,1). Inoltre, i soggetti trattati con l’associazione sono stati costretti ad interrompere il lavoro in misura minore rispetto a quelli trattati con alte dosi di metotrexato. Gli effetti avversi gravi sono risultati simili tra i 2 gruppi. L’associazione metotrexato+etarnecept
verso il solo metotrexato è stata valutata anche nello studio
TEMPO (van der Heijde D et al, for the TEMPO Study Investigators.
Arthritis Rheum 2007; 56: 3928-39) che ha considerato pazienti con
durata media di malattia di 6,8 anni ottenendo la remissione nel 40%
dei casi trattati con l’associazione e nel 19% di quelli trattati
solo con il metotrexato (nel COMET rispettivamente 50% e 28%), rafforzando
così l’ipotesi che i pazienti con malattia più
precoce potrebbero trarre benefici più marcati da strategie
di trattamento intensivo.
Conflitto di interesse: gli autori dello studio dichiarano di avere ricevuto finanziamenti dalla Wyeth Research. Parole chiave: metotrexato, etanercept, artrite reumatoide precoce Riferimenti bibliografici
L’abatacept (*) è una proteina di fusione completamente umana, solubile, formata dal dominio extracellulare del CTLA-4 e dalla porzione Fc modificata di IgG1, che inibisce selettivamente l'attivazione delle cellule T legandosi competitivamente a CD80 o a CD86. Questo studio, di fase III, randomizzato, in doppio cieco, contro placebo, ha coinvolto 45 centri di reumatologia pediatrica in Europa (compresa l'Italia), America Latina e USA, ed è stato disegnato per valutare l'efficacia clinica e la sicurezza dell'abatacept in bambini e adolescenti con artrite idiopatica giovanile attiva e con inadeguata risposta o intolleranza ad almeno un Disease-Modifying Anti-Rheumatic Drug (DMARD), inclusi pazienti in cui si è dimostrato inefficace il trattamento con anti-TNF. Criteri di inclusione sono stati: età
6-17 anni; la presenza di almeno 5 articolazioni attive (con gonfiore
o limitato range di movimento, con dolore e debolezza) e malattia
attiva (almeno 2 articolazioni attive e 2 articolazioni con limitato
range di movimento); una risposta inadeguata o intolleranza ad almeno
un DMARD, inclusi gli agenti biologici quali etanercept, infliximab
e adalimumab. Sono stati esclusi pazienti con uveite attiva, importanti
patologie concomitanti, in gravidanza o allattamento. Lo studio, condotto tra il 5 Febbraio 2004 ed il 21 Giugno 2006, ha previsto un wash-out di 4 settimane (60 giorni per infliximab o adalimumab) durante le quali il dosaggio di cortisonici orali è stato stabilizzato a 10 mg/die o 0,2 mg/kg/die di prednisolone equivalente. È seguita una fase in aperto, di 4 mesi, in cui i pazienti hanno ricevuto abatacept 10 mg/kg, fino ad una dose massima di 1000 mg, per infusione in 30 min nei giorni 1, 15, 29, 57 e 85 (n=190). Il giorno 113, i pazienti che avevano raggiunto un miglioramento del 30%, in accordo agli American College of Rheumatology (ACR) pediatric criteria, sono stati randomizzati, in doppio cieco, a placebo (n=62) o ad abatacept 10 mg/kg (n=60) ogni 28 giorni per 6 mesi o fino a riacutizzazione dell'artrite. Ai pazienti è stata fornita l'opzione di ricevere abatacept, in aperto, per un follow-up di 5 anni in caso di riacutizzazione dell'artrite durante la fase in cieco, di completamento della fase in cieco senza riacutizzazione o di risposta inadeguata durante la prima parte dello studio. L'end point primario è stato il
tempo di riacutizzazione dell'artrite idiopatica giovanile, dove la
riacutizzazione è stata definita come peggioramento di almeno
il 30% in almeno 3 delle 6 variabili dell’ACR pediatric response
per l'artrite idiopatica giovanile (numero di articolazioni attive,
numero di articolazioni con ridotto range di movimento; valutazione
globale del medico della severità della malattia; valutazione
globale dei genitori dello stato di salute del paziente; abilità
funzionale in base al Childhood Health Assessment Questionnaire [CHAQ]
disabilty index e VES); o come un miglioramento di almeno il 30% in
non più di 1 variabile durante il periodo in doppio cieco. Il numero totale di articolazioni attive
al basale era in media di 16,2; il 13% dei pazienti arruolati aveva
da 2 a 5 articolazioni attive; circa 1/3 dei pazienti aveva precedentemente
interrotto la terapia anti-TNF. Lo studio ha alcuni limiti, quali l'inclusione
nella fase in doppio cieco solo dei pazienti responsivi alla terapia
e la mancata valutazione delle erosioni articolari; riguardo quest'ultimo
punto gli autori precisano che questa valutazione non è mai
stata inclusa in uno studio pediatrico.
(*) L'abatacept, in Italia, è indicato, in combinazione con metotrexato, per il trattamento dell'artrite reumatoide attiva da moderata a grave in pazienti adulti che hanno avuto una risposta insufficiente o una intolleranza ad altri farmaci antireumatici modificanti la malattia incluso almeno un inibitore del TNF. Conflitto d'interesse: lo studio è stato sponsorizzato dalla Bristol-Myers Squibb, che ha piena responsabilità del disegno, pianificazione, gestione, raccolta dati, analisi, interpretazione e stesura dell’articolo. Parole chiave: abatacept, artrite idiopatica giovanile, studio di fase III. Riferimento bibliografico
L’artrite reumatoide giovanile rappresenta la patologia reumatica più comune dell’infanzia ed è una delle cause più importanti di invalidità nei bambini. Il trattamento settimanale con metotrexato (per via orale o parenterale) alla dose di 15 mg/m2 si è dimostrato efficace nella terapia di questa patologia. Recentemente, gli antagonisti del TNF si sono dimostrati efficaci nel trattamento dell’artrite reumatoide giovanile poliarticolare. Adalimumab (*) è un anticorpo monoclonale umano anti-TNF. Nei pazienti adulti affetti da artrite reumatoide, il trattamento con adalimumab, somministrato in monoterapia o in associazione a metotrexato, riduce i segni e i sintomi della malattia, migliora la qualità della vita e inibisce la progressione radiografica. L’obiettivo di questo studio, condotto anche da ricercatori italiani, era valutare l’efficacia e la sicurezza di adalimumab nei bambini affetti da artrite reumatoide giovanile poliarticolare. Nello studio sono stati arruolati pazienti di età compresa fra 4 e 17 anni affetti da artrite reumatoide giovanile attiva che non avevano risposto adeguatamente al trattamento con FANS e non erano mai stati trattati con metotrexato o erano stati precedentemente trattati con metotrexato, ma avevano manifestato reazioni avverse al farmaco o una risposta inadeguata. Tra i criteri di esclusione vi erano alterazioni dei parametri ematologici, epatici o renali, presenza di patologie infettive in atto o storia recente di malattie infettive gravi che avevano richiesto ricovero o trattamento antibiotico endovenoso, storia recente di trattamento con vaccini attenuati o farmaci biologici, immunoglobuline per via intravenosa, agenti citotossici, farmaci sperimentali, DMARD (Disease-Modifying Antirheumatic Drugs) diversi da metorexato o corticosteroidi somministrati per via intra-articolare, intramuscolare o endovenosa. Lo studio, randomizzato, in doppio cieco, controllato versus placebo, multicentrico, prevedeva una prima fase di lead-in in aperto della durata di 16 settimane, una seconda fase in doppio cieco di sospensione di 32 settimane e un’estensione finale in aperto. Per la fase di lead-in in aperto, i pazienti sono stati stratificati a seconda della terapia o meno con metotrexato. Nel primo gruppo sono stati inseriti pazienti mai trattati con metotrexato o che lo avevano sospeso da almeno 2 settimane. Il secondo gruppo comprendeva pazienti in trattamento con metotrexato (almeno 10 mg/m2/sett) per un periodo di almeno 3 mesi precedenti lo studio. Questi pazienti hanno continuato il trattamento con metotrexato alle stesse dosi durante la fase di lead-in in aperto e quella in doppio cieco. Durante la fase di lead-in tutti i pazienti dei due gruppi sono stati trattati con adalimumab 24 mg/m2/sett (fino ad un massimo di 40 mg) per via sottocutanea a settimane alterne per 16 settimane. Alla 16° settimana i pazienti con risposta ai criteri dell’American College of Rheumatology Pediatric 30 (ACR Pedi 30: miglioramento =30% del punteggio in almeno 3 dei 6 criteri cardine per l’artrite reumatoide giovanile e un peggioramento =30% in non più di 1 degli stessi criteri), venivano randomizzati in doppio cieco secondo un rapporto 1:1 nei rispettivi gruppi per il trattamento sottocutaneo (1 somministrazione settimanale a settimane alterne) con adalimumab o placebo per le 32 settimane successive. Tutti i pazienti randomizzati in questa fase sono stati trattati con adalimumab nell’estensione in aperto. L’end point primario di efficacia dello studio consisteva nella percentuale di pazienti non trattati con metotrexato che avevano manifestato una riacutizzazione della patologia (peggioramento del 30% di almeno 3 dei 6 criteri per l’artrite reumatoide giovanile e miglioramento del 30% in non più di 1 degli stessi criteri) durante la fase dello studio in doppio cieco (dalla 16° alla 48° settimana). La tollerabilità di adalimumab è stata valutata sulla base dell’esame fisico, dei parametri di laboratorio, dei segni vitali e degli eventi avversi. Le fasi di studio in aperto e in doppio cieco sono state condotte da Settembre 2002 a Gennaio 2005 mentre l’estensione in aperto era ancora in corso al momento della pubblicazione di questo articolo. Dei 171 pazienti arruolati nella fase in aperto, 160 hanno completato la fase di lead-in e 133 sono stati arruolati per quella in doppio cieco. Nel 74% dei pazienti che non assumevano metotrexato (64/86) e nel 94% di quelli che lo assumevano (80/85) è stato valutato un punteggio ACR del 30% alla 16° settimana dall’inizio dello studio; questi pazienti sono stati arruolati per il trattamento in doppio cieco. Fra i pazienti che non ricevevano metotrexato, una riacutizzazione della patologia si è manifestata nel 43% dei soggetti che assumevano adalimumab vs il 71% di quelli che ricevevano placebo (p=0.03). Fra i pazienti in trattamento con metotrexato, la riacutizzazione della malattia si è verificata nel 37% dei pazienti in terapia con adalimumab vs il 65% con placebo (p=0.02). Alla 48° settimana, la percentuale di pazienti trattati con metotrexato con risposte ACR Pedi 30, 50, 70 o 90 era significativamente più elevata in quelli che ricevevano adalimumab rispetto a placebo. La differenza fra i pazienti non trattati con metotrexato che ricevevano adalimumab e placebo non è stata significativa. Eventi avversi gravi possibilmente associati
al trattamento con adalimumab si sono manifestati in 14 pazienti:
6 durante la fase in aperto, 1 durante quella in doppio cieco e 7
durante l’estensione in aperto. Di queste reazioni, 7 erano
infezioni gravi. La fase finale dello studio in aperto ha verificato
che le risposte ACR Pedi rimanevano sostenute dopo 2 anni di trattamento.
(*) in Italia, adalimumab (Humira®, classe H OSP2) è indicato, in associazione a metotrexato, per: - il trattamento di pazienti adulti affetti da artrite reumatoide attiva di grado da moderato a grave quando la risposta ai DMARD, compreso il metotrexato, risulta inadeguata. - il trattamento dell’artrite reumatoide grave, attiva e progressiva in adulti non precedentemente trattati con metotrexato. Adalimumab è anche indicato per il trattamento dell’artrite psoriasica, spondilite anchilosante, morbo di Crohn e psoriasi. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dall’Abbott, produttrice di adalimumab. Molti autori dichiarano di aver ricevuto compensi per consulenze da varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: adalimumab, artrite reumatoide giovanile, RCT. Riferimento bibliografico
La terapia ad alte dosi con trapianto di cellule staminali rappresenta il trattamento di prima scelta in pazienti con mieloma di età <65 anni; poiché l’età media di diagnosi è di circa 70 anni, più della metà dei pazienti con nuova diagnosi di mieloma non è eleggibile per questo trattamento. Per questi pazienti la terapia standard è l’associazione melfalan+prednisone, con una sopravvivenza media di 29-37 mesi. Obiettivo dello studio è confrontare l’uso di questa combinazione da sola e in associazione al bortezomib in pazienti non precedentemente trattati. Si tratta di uno studio di fase III, randomizzato (1:1), in aperto, condotto in 151 centri di 22 paesi in Europa (Italia compresa), Asia, Nord e Sud America. I pazienti, reclutati tra dicembre 2004 e settembre 2006, erano eleggibili se con mieloma misurabile, di nuova diagnosi, sintomatico e non trattato, non candidabili a terapia ad alte dosi più trapianto di cellule staminali (età =65anni). I pazienti hanno ricevuto nove cicli di 6 settimane
di melfalan (9 mg/m2) e prednisone (60 mg/m2), dal giorno 1 al giorno
4, da soli o in associazione al bortezomib (1,3 mg/m2), per bolo
endovenoso nei giorni 1, 4, 8, 11, 22, 25, 29 e 32 durante i primi
4 cicli e nei giorni 1, 8, 22 e 29 nei cicli successivi. Il trattamento
programmato di 54 settimane corrisponde alla durata standard della
terapia con melfalan/prednisone. L’end point primario è stato il tempo di progressione della malattia. Gli end point secondari includevano la frequenza di risposta completa, la durata della risposta, il tempo per una terapia successiva per il mieloma e la sopravvivenza totale. I pazienti sono stati seguiti per la sopravvivenza e la terapia successiva almeno ogni 12 settimane dopo la progressione della malattia. Sono stati arruolati 682 pazienti, di cui 344 (71
anni, maschi 51%) randomizzati al gruppo bortezomib e 338 (71 anni,
maschi 166: 49%) al gruppo controllo (melfalan+prednisone). Al termine,
47 pazienti (14%) nel gruppo bortezomib e 33 (10%) del controllo
stavano ancora ricevendo la terapia assegnata. Dopo un periodo di follow-up di 16,3 mesi, 45 pazienti
(13%) nel gruppo bortezomib e 76 (22%) nel controllo sono deceduti
(p=0,008).
L’editoriale di accompagnamento sottolinea come tali risultati andrebbero esaminati alla luce di altri trattamenti emergenti, in particolare talidomide e lenalidomide + desametasone o melfalan/prednisone. I risultati su risposta parziale e completa e sulla durata della risposta di questo studio sono molto simili a quelli di lenalidomide + desametasone e di melfalan/prednisone + talidomide o lenalidomide (Rajkumar SV et al. J Clin Oncol 2008, 26: 2171-7; Rajkumar SV et al. Blood 2007, 110: 31a). L’editorialista critica poi la scelta di alcuni end point secondari: la risposta completa è un end point debole poiché i test necessari per la valutazione sono altamente variabili tra i laboratori e non è un surrogato consistente per la sopravvivenza totale. Si sollecita, poi, maggiore attenzione al rischio di neuropatia in pazienti che ricevono la terapia con bortezomib. Attualmente è in corso uno studio in cui il bortezomib è associato a lenalidomide e basse dosi di desametasone (ClinicalTrials.gov number NCT00644228). Parole chiave: bortezomib, mieloma multiplo, anziani. Riferimenti bibliografici |
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Valentina Boscaro (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Settembre 2008 |