
Newsletter numero 22 del 01-10-2008
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| Sommario o Simvastatina ed ezetimibe nella stenosi aortica: lo studio SEAS (Simvastatin and Ezetimibe in Aortic Stenosis) o Analisi dei dati sul cancro da tre studi su ezetimibe o Ivabradina nei pazienti con coronaropatia stabile e disfunzione sistolica del ventricolo sinistro: lo studio BEAUTIFUL (morBidity-mortality EvAlUaTion of the If inhibitor ivabradine in patients with coronary disease and left-ventricULar dysfunction) o Maggiore risposta al placebo nei bambini rispetto agli adulti: una revisione sistematica e una metanalisi sull’epilessia parziale farmaco-resistente o Associazione paracetamolo ed ibuprofene per il trattamento della febbre nei bambini: un trial controllato e randomizzato o Anafilassi associata alla vaccinazione quadrivalente contro il papillomavirus umano (HPV) o Utilizzo di ormoni in postmenopausa e sintomi da reflusso gastroesofageo o Chemioterapia a base di platino + cetuximab nel carcinoma della testa e del collo o Prevenzione della nefropatia indotta da mezzi di contrasto in pazienti sottoposti ad angiografia coronarica: bicarbonato di sodio versus cloruro di sodio Dispositivi medici in evidenza o Colla biologica nel trattamento chirurgico dello pterigio con un lembo congiuntivale rotazionale o con lembi scorrevoli o Dose ottimale di remifentanil in bolo per facilitare il posizionamento della maschera laringeale con una singola dose standard di propofol nell'induzione dell’anestesia nei bambini o Impatto della lunghezza della lesione e della dimensione del vaso sugli outcome dopo impianto di stent medicati con sirolimus per ristenosi in-stent o Qualità
della vita con defibrillatore o amiodarone nell’insufficienza
cardiaca: lo studio SCD-HeFT
In due articoli distinti, il GISSI ha valutato l’efficacia e la sicurezza della rosuvastatina e se gli acidi grassi polinsaturi n-3 (PUFA, polyunsaturated fatty acids) possano migliorano la morbidità e la mortalità in pazienti con insufficienza cardiaca cronica. Gli studi sono stati condotti in Italia ed hanno coinvolto 326 centri di cardiologia e 31 di medicina interna. I pazienti eleggibili, di entrambi i sessi, erano di età =18 anni, con insufficienza cardiaca sintomatica di classe II-IV secondo la classificazione della New York Heart Association (NYHA). I criteri di esclusione comuni ai due studi sono stati: ipersensibilità ai trattamenti considerati; presenza di qualunque comorbidità non cardiaca (es. cancro) verosimilmente incompatibile con un follow-up sufficientemente lungo; trattamento con gli agenti in studio nel mese precedente la randomizzazione; sindrome coronarica acuta o una procedura di rivascolarizzazione effettuata nel mese precedente la randomizzazione; interventi chirurgici al cuore da effettuarsi nei 3 mesi successivi la randomizzazione; epatopatia di grado severo; gravidanza, allattamento o inadeguata protezione dal concepimento. Nello studio sulla rosuvastatina sono stati inoltre esclusi i pazienti con creatinemia >221 µmol/L, livelli di ALT e AST >1,5 volte il limite normale superiore, livelli di creatina fosfochinasi superiori al limite normale superiore; nello studio sugli n-3 PUFA una specifica indicazione o controindicazione a questi agenti. Tra il 6 agosto 2002 e il 28 febbraio
2005, i pazienti sono stati randomizzati a ricevere rosuvastatina
(10 mg/die), n-3 PUFA (1 g/die: 850-882 mg di esteri etilici degli
acidi eicosapentaenoico e docosaesaenoico in rapporto 1:1,2) oppure
placebo. In assenza di specifiche indicazioni o controindicazioni
alle statine, i pazienti nel gruppo n-3 PUFA sono stati randomizzati
a ricevere anche rosuvastatina (10 mg/die). Tutti i trattamenti di
provata efficacia per l’insufficienza cardiaca (es. ACE inibitori,
ß-bloccanti, diuretici, digitalici, spironolattone) sono stati
raccomandati. Dopo la randomizzazione, è stato chiesto di tornare
presso i rispettivi centri di riferimento ai mesi 1, 3, 6 e 12 e,
successivamente, ogni 6 mesi fino alla fine dello studio, per sottoporsi
alle visite programmate: visita cardiovascolare, misura dei segni
vitali, elettrocardogramma a 12 lead, controllo della compliance,
rilevamento degli eventi avversi gravi ed esami ematochimici. Nello studio sulla rosuvastatina sono stati arruolati 4574 pazienti (rosuvastatina n=2285, placebo n=2289), in quello sugli n-3 PUFA 6975 pazienti (n-3 PUFA n=3494, placebo n=3481). Per entrambi gli studi il follow-up è terminato il 31 marzo 2008 e ha avuto una durata media di 3,9 anni. I pazienti inclusi nei due studi hanno presentato caratteristiche simili: età media 67–68 anni (42–44% >70 anni), 22–23% donne. Al momento dell’arruolamento i pazienti stavano assumendo un bloccante del sistema renina-angiotensina (94%), un ß-bloccante (62–65%) e lo spironolattone (39–40%). Rosuvastatina vs placebo
n-3 PUFA vs palcebo Durante lo studio 955 (27%) pazienti nel gruppo n-3 PUFA e 1014 (29%) in quello placebo sono deceduti per qualsiasi causa (HR 0,91; CI 95,5% 0,833–0,998; p=0,041). 1981 (57%) pazienti nel gruppo n-3 PUFA e 2053 (59%) in quello placebo sono deceduti o sono stati ospedalizzati per cause cardiovascolari (HR 0,92; CI 99% 0,849–0,999; p=0,009). In termini assoluti, 56 pazienti dovrebbero essere trattati per 3,9 anni per evitare una morte oppure 44 pazienti per evitare un evento come la morte o l’ospedalizzazione per cause cardiovascolari. Le frequenze di tutti gli outcome secondari, ad eccezione di quella per lo stroke, sono risultate inferiori nel gruppo n-3 PUFA rispetto a placebo. Il peggioramento dell’insufficienza cardiaca è stata la principale causa di morte (9% vs 10% nei gruppi n-3 PUFA e placebo, rispettivamente; HR 0,92, CI 95% 0,79–1,07, p=0,275), seguita dalla presunta morte da aritmia (8% vs 9% nei gruppi n-3 PUFA e placebo, rispettivamente; HR 0,88, CI 95% 0,75–1,04, p=0,141). Come previsto, nel gruppo n-3 PUFA la concentrazione plasmatica dei trigliceridi è diminuita da un valore medio di 1,42 mmol/L al basale a 1,36 mmol/L dopo 1 anno e a 1,34 mmol/L dopo 3 anni. Il numero dei pazienti che hanno interrotto il trattamento per eventi avversi è stato simile nei due gruppi (102 vs 104, p=0,87) e i disturbi gastrointestinali sono stati l’evento avverso più comune.
Nell’editoriale di accompagnamento Fonarow GC evidenzia che, nonostante i dati sperimentali suggeriscano i potenziali benefici associati all’uso di statine, i risultati sia dello studio GISSI-HF che di quello CORONA (Kjekshus J et al. N Engl J Med 2007; 47: 332-37), mostrano che la terapia con statine, in grado di ridurre i livelli del colesterolo LDL, ben tollerata e ragionevolmente sicura, non produce miglioramenti degni di nota sulla sopravvivenza dei pazienti con insufficienza cardiaca cronica. Peraltro, è noto che in questi pazienti livelli ridotti di colesterolo totale si associano ad un peggioramento degli outcome (Horwich TB et al. J Card Fail 2002; 8: 216-24). È stato suggerito che le lipoproteine potrebbero rimuovere le endotossine assorbite attraverso l’intestino che, nei pazienti con insufficienza cardiaca, può essere edematoso e più permeabile (Rauchhaus M et al. Lancet 2000; 356: 930-33). Così, qualsiasi potenziale beneficio delle statine nell’insufficienza cardiaca potrebbe essere compromesso dagli effetti negativi conseguenti alla riduzione dei livelli di colesterolo. Relativamente agli effetti degli n-3 PUFA, Fonarow sottolinea che, sebbene modesti, sono additivi a quelli delle altre terapie per l’insufficienza cardiaca. La terapia con n-3 PUFA è sicura e ben tollerata e, sebbene rimangano incertezze sui meccanismi d’azione, sulla scelta della dose ottimale e sulla formulazione, dovrebbe essere aggiunta alla lista delle terapie per l’insufficienza cardiaca che si sono dimostrate capaci di prolungare la sopravvivenza. Parole chiave: rosuvastatina e n-3 PUFA; insufficienza cardiaca; RCT. Riferimenti bibliografici
Lo studio, in doppio cieco, è
stato condotto su 1873 pazienti randomizzati a simvastatina 40 mg
+ ezetimibe 10 mg/die o a placebo nel periodo 2001-2004. Sono stati
selezionati pazienti di età compresa tra 45 e 85 anni affetti
da stenosi aortica lieve-moderata, che è stata definita in
termini di picco di velocità del flusso aortico tra 2.5 e 4
m al secondo tramite ecocardiografia. Sono stati esclusi i soggetti
con diagnosi di coronaropatia, patologia arteriosa periferica, malattia
cerebrovascolare, diabete mellito o altre indicazioni per la terapia
ipolipidemizzante. L’end point primario era di tipo
composito e consisteva in eventi cardiovascolari maggiori quali decesso
da cause cardiovascolari, sostituzione della valvola aortica, insufficienza
cardiaca congestizia, infarto del miocardio non fatale, ospedalizzazione
per angina instabile, by-pass aorto-coronarico, intervento coronarico
percutaneo, stroke non emorragico. Dei 1873 pazienti reclutati in 173 centri di 7 paesi europei, 944 sono stati randomizzati al trattamento farmacologico e 929 a placebo. Il periodo di follow-up mediano è stato di 52,2 mesi. I livelli serici medi di colesterolo LDL sono rimasti immodificati nel gruppo placebo e si sono ridotti del 61,3% a 8 settimane nel gruppo simvastatina-ezetimibe. Durante l’intero periodo di follow-up, la riduzione percentuale media del colesterolo LDL è stata pari al 53,8% nei pazienti trattati e al 3,8% del braccio placebo. L’end point primario composito
si è verificato nel 35,3% dei pazienti trattati con simvastatina+ezetimibe
vs il 38,2% con placebo (HR 0,96; 95% CI 0,83-1,12, p=0,59). Non è
stata individuata una differenza significativa tra i 2 gruppi di studio
neanche per le misure di esito secondarie (HR 0,97; 0,83-1,14, p=0,73).
La sostituzione della valvola aortica è stata eseguita nel
28,3% del gruppo trattato vs il 29,9% del placebo (HR 1,00; 0,84-1,18,
p=0,97). Gli eventi cardiovascolari ischemici sono risultati significativamente
ridotti nei pazienti trattati con l’associazione rispetto a
placebo (148 vs 187, HR 0,78; 0,63-0,97; p=0,02). La riduzione di
casi di inserzione di by-pass si è dimostrata particolarmente
accentuata nel gruppo dei trattati (HR 0,68; 0,50-0,93; p=0,02). Per quanto riguarda gli eventi avversi, è stato identificato un aumento significativo di pazienti con livelli elevati degli enzimi epatici nel gruppo dei trattati con ezetimibe+simvastatina nei quali anche l’incidenza di cancro è risultata maggiore rispetto a placebo (11,1% vs 7,5%; p=0,01). A causa dell’esclusione di soggetti
ad alto rischio, la popolazione in studio non è rappresentativa
di tutti i pazienti con stenosi aortica. Questo fattore potrebbe spiegare
la relativamente bassa frequenza della progressione della stenosi
rispetto a quella rilevata in altri studi.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Merck, azienda produttrice di ezetimibe + simvastatina. Gli autori dichiarano di aver ricevuto compensi per consulenze per la Merck e per altre ditte farmaceutiche. Parole chiave: simvastatina+ezetimibe, stenosi aortica, RCT. Riferimento bibliografico
Il trial SEAS è stato eseguito
su 1873 pazienti, di 68 anni di età in media e prevalentemente
di sesso maschile (61%), affetti da stenosi aortica e randomizzati
al trattamento con l’associazione ezetimibe 10 mg+simvastatina
40 mg/die oppure con placebo. I primi 196 soggetti reclutati, che
inizialmente erano stati trattati con simvastatina da sola o con placebo,
sono stati presi in considerazione solo a partire dallo switch all’associazione
ezetimibe+simvastatina. Il periodo di reclutamento è avvenuto
dal 2001 al 2004 ed il follow-up è stato completato nel marzo
2008 (follow-up mediano 4,1 anni). Nel trial SEAS, tra i pazienti randomizzati
ad ezetimibe+simvastatina è stato osservato un aumento dell’incidenza
di nuovi casi di cancro (101 pazienti trattati vs 65 del gruppo placebo).
Non sono stati riscontrati aumenti significativi di particolari tipi
di neoplasie, ma è stato evidenziato un incremento del numero
assoluto dei casi di cancro della pelle e prostatico. Tra i pazienti in terapia con ezetimibe
negli studi SHARP e IMPROVE-IT, è stata osservata un’incidenza
maggiore, anche se non significativa, di decessi per cancro (97 vs
72 con il controllo, p=0,07), ma anche un livello inferiore, seppur
non significativo, di nuovi casi di cancro (216 vs 254 con il controllo,
p=0,08). Non è stato evidenziato alcun trend nell’incidenza
di cancro o nella mortalità da cancro all’aumentare della
durata del follow-up. Quando sono stati considerati i dati aggregati
dei 3 studi, i decessi per cancro sono risultati significativamente
aumentati nel gruppo dei trattati con ezetimibe rispetto a quello
di controllo (134 vs 92; RR 1,45; 99% CI 1,02-2,05, p non corretta=0,007).
Conflitti d’interesse: gli autori che hanno collaborato ai trial SHARP e IMPROVE-IT finanaziati dalla Merck e dalla Schering-Plough, dichiarano che la presente analisi è stata eseguita in maniera indipendente da qualsiasi finanziamento proveniente da aziende farmaceutiche. Nell’editoriale di accompagnamento
all’analisi, vengono illustrati alcuni aspetti che dovrebbero
essere presi in considerazione al fine di interpretare correttamente
i risultati ottenuti. Le evidenze relative all’esistenza di
una possibile correlazione tra l’uso dell’associazione
statine-ezetimibe e il rischio di cancro sono controverse. Riferimenti bibliografici
L’ivabradina inibisce in maniera
specifica la corrente If nel nodo seno-atriale riducendo la frequenza
senza influenzare altri aspetti della funzione cardiaca (contrattilità
miocardica, conduzione intracardiaca, ripolarizzazione ventricolare
e pressione arteriosa). Per valutare se la riduzione della frequenza
cardiaca con ivabradina riduca mortalità e morbilità
cardiovascolare nei pazienti con coronaropatia e disfunzione sistolica
del ventricolo sinistro è stato condotto lo studio BEAUTIFUL,
un RCT multicentrico, in doppio cieco versus placebo, a gruppi paralleli,
che ha coinvolto 781 centri (tra cui l’Università di
Ferrara). L’end point primario composito
era la mortalità per cause cardiovascolari, il ricovero ospedaliero
per infarto miocardico acuto o per nuova insorgenza o peggioramento
di scompenso cardiaco. La frequenza cardiaca media al basale
era di 71,6 bpm, il follow-up medio è stato di 19 mesi. L’ivabradina non ha influenzato
l’end point primario composito (HR 1,00; CI 95% 0,91-1,1; p=0,94).
Eventi avversi gravi sono stati registrati nel 22,5% dei pazienti
trattati rispetto al 22,8% del placebo (p=0,70). In un sottogruppo
predefinito di pazienti con frequenza cardiaca =70 bpm, l’ivabradina
non ha influenzato l’outcome composito primario (HR 0,91; 0,81-1,04;
p=0,17), la mortalità cardiovascolare o il ricovero per nuova
insorgenza o peggioramento dell’insufficienza cardiaca. Tuttavia,
ha ridotto gli end point secondari di ricovero per infarto miocardico
fatale e non fatale (0,64; 0,49-0,84; p=0,001) e rivascolarizzazione
coronarica (0,70; 0,52-0,93; p=0,016).
Il braccio randomizzato a placebo nell’ambito
dello studio BEAUTIFUL era un’ampia coorte di pazienti con coronaropatia
stabile e disfunzione del ventricolo sinistro. Su questo gruppo è
stata condotta una sottoanalisi per testare l’ipotesi che un’elevata
frequenza cardiaca a riposo al basale possa essere un marker per mortalità
e morbilità cardiovascolare.
È auspicabile che le conoscenze relative ad ivabradina possano essere implementate dallo SHIFT trial (Systolic Heart failure treatment with the If-inhibitor ivabradine Trial) che sta studiando una tipica popolazione affetta da scompenso cardiaco. Ulteriori trial ed analisi di sottogruppi dei trial BEAUTIFUL e SHIFT potranno essere utili per identificare i pazienti che possono beneficiare di molecole come ivabradina che agiscono sul nodo del seno. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla ditta Servier che commercializza ivabradina. Parole chiave: ivabradina, coronaropatia, studio BEATIFUL. Riferimenti bibliografici
L’epilessia è una malattia comune nei bambini nei quali è spesso necessaria la somministrazione a lungo termine di farmaci antiepilettici (antiepileptic drug, AED). Gli AED, tuttavia, sono stati valutati principalmente nei pazienti adulti mentre solo pochi trial randomizzati e controllati (RCT) sono stati condotti nella popolazione pediatrica (Guerrini R. Lancet 2006; 367: 499–524). Inoltre, la maggior parte dei principali studi pediatrici è stata completata in fase IV, come replicazione di dati prodotti nei pazienti adulti successivamente all’autorizzazione dei trattamenti in studio. Ad oggi non è mai stato valutato se il trattamento dell’epilessia farmaco resistente differisce in funzione dell’età. In particolare, un maggiore effetto placebo nella popolazione pediatrica rispetto a quella adulta potrebbe limitare l’entità dell’effetto atteso nei bambini e potrebbe determinare degli esiti falsamente negativi se il campione viene estrapolato direttamente da dati raccolti negli adulti. Per verificare questa ipotesi, tale metanalisi ha confrontato l’efficacia del trattamento con AED rilevata negli RCT condotti sugli adulti rispetto a quelli pediatrici. Per il reperimento degli RCT sugli AED nell’epilessia parziale farmaco-resistente sono stati interrogati tre database elettronici (MEDLINE, EMBASE e la Cochrane Library) nel periodo 1960-30 giugno 2007. Ulteriori studi sono stati ricercati anche nell’ambito dei registri dei clinical trial ISRCTN, Current Controlled Trials, ClinicalTrials.gov e del DARE e degli abstract congressuali; sono state contattate anche le ditte farmaceutiche produttrici degli AED più recenti per reperire anche gli studi non pubblicati. Gli studi inclusi dovevano essere in
doppio cieco, controllati versus placebo, su pazienti con epilessia
parziale con o senza generalizzazione secondaria farmaco-resistente,
con un adeguato metodo di randomizzazione per un periodo minimo di
4 settimane, una durata minima del trattamento di 8 settimane, un
end point primario di efficacia, dati relativi al tasso di risposta
del 50%, numero di abbandoni dovuti alla perdita al follow-up che
incidevano sulla robustezza dei risultati. L’end point primario era il tasso di risposta del 50% (riduzione =50% della frequenza delle crisi durante il periodo di trattamento rispetto al baseline). Gli end point secondari includevano il tasso di periodi liberi da crisi (nessuna crisi durante l’intero trattamento); il tasso totale di abbandoni, quello per eventi avversi e per aggravamento delle crisi. La metanalisi ha valutato 32 RCT in totale,
di cui 5 sui bambini e 27 sugli adulti su 5 AED: gabapentin (GBP),
levetiracetam (LEV), lamotrigina (LTG), oxcarbazepina (OXC) e topiramato
(TPM). Per quanto attiene all’end point
primario della metanalisi, il confronto indiretto del RR del tasso
di risposta del 50% negli adulti e nei bambini ha mostrato valori
minori nella popolazione pediatrica (1,91; 95% CI 1.54-2.37) rispetto
agli adulti (2,90; 2.47-3.41). Tali evidenze riflettono principalmente le differenze nella risposta al placebo delle due popolazioni. Infatti, la regressione logistica ha mostrato che il tasso di risposta medio del 50% nei pazienti che ricevevano placebo era significativamente superiore nei bambini (19% ± 2,3%) rispetto agli adulti (9,9% ± 4,6%; p<0,001) mentre non è stata osservata alcuna differenza significativa nella risposta agli AED (37,2% ± 9,4% nei bambini rispetto al 30,4% ± 13,9% negli adulti, p=0,364). La risposta al placebo 1,9 volte maggiore nella popolazione pediatrica rispetto a quella adulta si è verificata con tutti i trattamenti antiepilettici inclusi la LTG. Relativamente agli end point secondari,
il tasso di periodi liberi da crisi era disponibile solo in 15 dei
32 trial (11 trial sugli adulti e 4 pediatrici).
Il commento allo studio a cura di Klassen TP, mette in evidenza l’importante contributo fornito dalla metanalisi al tema sull’esistenza di differenze negli effetti dei trattamenti tra i bambini e gli adulti. Purtroppo, la metanalisi presenta dei limiti rappresentati dalla relativa carenza di dati pediatrici, con solo 5 su 32 studi clinici condotti sui bambini e 1 solo trial pediatrico per ciascuno dei 5 farmaci esaminati. Inoltre, il confronto tra adulti e bambini sugli effetti dei trattamenti è stato eseguito tra gli studi e non al loro interno. Pertanto, nonostante sia stata effettuata una meta-regressione, i risultati potrebbero essere spiegati da fattori confondenti residui, dovuti alle differenze nella gravità della malattia, nelle dosi di farmaco, negli esiti misurati e nelle categorie diagnostiche. Viene sottolineato, comunque, come dai risultati ottenuti emergano due prospettive future: da una parte la necessità di incrementare la ricerca in ambito pediatrico, dall’altra porre una maggiore attenzione nel disegnare gli studi e nel riportarne i risultati. Il tema della sperimentazione clinica in ambito pediatrico è stato affrontato anche in SIF-Farmaci in evidenza n. 17 del 01.07.2008 in “Una revisione sistematica di studi che intendono determinare quali outcome sono da misurare nei clinical trial nei bambini”. Parole chiave: bambini, epilessia, metanalisi. Riferimenti bibliografici
La febbre è una patologia pediatrica comune che, ogni anno, colpisce circa il 70% dei bambini in età prescolare. Si calcola che ogni anno circa il 40% dei bambini in questa fascia d’età consulti un medico per episodi febbrili. Sebbene la febbre sia considerata utile nel controllo delle infezioni e pertanto spesso non debba essere trattata, l’utilizzo di antipiretici è molto esteso. Le ragioni addotte per il trattamento dell’iperpiressia sono molteplici e non sempre basate su evidenze scientifiche, per esempio ridurre il malessere del paziente, controllare il rialzo termico e prevenire le convulsioni febbrili. Le opzioni per il trattamento includono delle misure fisiche (abbgliamento leggero e assunzione di bevande fresche) e l’utilizzo di farmaci antipiretici tra cui paracetamolo ed ibuprofene. È stato dimostrato che sia paracetamolo che ibuprofene sono superiori al placebo nel controllo del rialzo termico e che l’ibuprofene sia a sua volta superiore al paracetamolo. Dal momento che le due molecole hanno meccanismi d’azione differenti, è probabile che la loro associazione sia più efficace dell’assunzione dei singoli principi attivi, ma le evidenze finora non sono concordi. Questo studio, in doppio cieco, randomizzato
e controllato ha previsto tre bracci di trattamento e ha valutato
l’efficacia dell’associazione di ibuprofene e paracetamolo
rispetto alla somministrazione dei singoli principi nel trattamento
degli episodi febbrili pediatrici. I bambini reclutati (follow-up a 24 ore,
48 ore e 5 giorni) sono stati randomizzati a paracetamolo + ibuprofene,
a paracetamolo da solo o a ibuprofene da solo. In ogni braccio i pazienti
sono poi stati suddivisi in funzione della fascia d’età
(6-17 mesi vs 18-71 mesi), della gravità della febbre (37,8-38,9
°C vs 39-41 °C), della scala del malessere (normale-abbastanza
normale vs abbastanza-molto angosciato), della durata della febbre
prima della randomizzazione (<24 h vs >24 h) e della co-somministrazione
o meno di una terapia antibiotica. L’outcome primario dello studio era valutare il periodo libero da febbre (<37,2 °C) nelle prime 4 h dopo l’assunzione della prima dose di farmaco e la percentuale di bambini riportati alla normalità nella scala del malessere in 48 h. Gli outcome secondari erano il tempo necessario alla scomparsa della febbre, il tempo senza febbre per almeno 24 ore, i sintomi associati alla febbre e gli eventi avversi ai farmaci. Su un totale di 1038 bambini potenzialmente
eleggibili, 882 casi non sono stati randomizzati o perchè i
genitori non hanno accettato di partecipare al trial (669) o perchè
dopo aver consultato il medico non hanno poi contattato gli sperimentatori
(213). Ci sono state anche deviazioni dal protocollo: nelle prime
24 ore, 13 bambini hanno ricevuto erroneamente una quinta dose di
paracetamolo e 18 una quarta dose di ibuprofene.
Gli autori dello studio, comunque, affermano che se un bambino non presenta un miglioramento significativo dopo la prima dose di ibuprofene, l’alternare paracetamolo ed ibuprofene nelle 24 ore successive può determinare un miglioramento significativo. Nel considerare l’associazione farmacologica bisogna comunque confrontare il beneficio (circa 2,5 h in più senza febbre) con il rischio non intenzionale di sovradosaggio dei farmaci dovuto ad uno schema più complesso di somministrazione, rischio non solo teorico dal momento che dal 6 al 13% dei partecipanti allo studio hanno assunto un numero di dosi superiore a quello raccomandato. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: bambini, paracetamolo/ibuprofene, RCT. Riferimento bibliografico
Secondo l’editoriale di accompagnamento, lo studio fornisce evidenze convincenti sulla tollerabilità dei vaccini per l’HPV. Il rischio di cancro della cervice uterina permane nonostante decenni di campagne di salute pubblica incentrate sull’importanza della profilassi attraverso uno screening regolare. Idealmente, una frequenza elevata di immunizzazione dovrebbe ridurre il rischio di cancro della cervice sia nei soggetti vaccinati che in quelli non vaccinati grazie all’immunità ereditaria. Ciò, attualmente, è improbabile poiché dovrebbero essere immunizzati soggetti di entrambi i sessi e nessun paese occidentale, con l’esclusione dell’Australia, ha previsto indicazioni per il vaccino nei soggetti di sesso maschile, poiché studi in questa popolazione non sono stati ancora completati. Per rispettare il diritto di ogni donna di decidere autonomamente di vaccinarsi è importante assicurare che tale decisione possa basarsi sulla prospettiva equilibrata e concreta dei rischi associati al trattamento, piuttosto che sull’ignoranza o su paure irrazionali. Il commento allo studio di Halsey NA evidenzia tre punti chiave: 1) Le cause dell’insorgenza di anafilassi o di reazioni anafilattoidi nelle adolescenti immunizzate con il vaccino per l’HPV in Australia non sono chiare. 2) L’incidenza di anafilassi in seguito alla vaccinazione HPV dovrebbe essere confermata in altre popolazioni. 3) Questi eventi avversi, rari ma gravi, sottolineano l’importanza di studi post-registrativi di sicurezza sui vaccini e la necessità di una gestione attenta nelle cliniche nelle quali si effettua l’immunizzazione. (*) In Italia sono disponibili sia il vaccino quadrivalente (Gardasil®) che il bivalente (Cervarix®); il piano vaccinale differisce da Regione a Regione. Conflitto di interesse: due autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti dalla GlaxoSmithKline per uno studio pilota sulla prevalenza dell’HPV in Australia. Altri autori sono stati sovvenzionati dalla Commonwealth Serum Laboratories e dalla GlaxoSmithKline per partecipazione a congressi e meeting. Parole chiave: vaccino HPV, anafilassi, case series. Riferimenti bibliografici
Studi precedenti hanno suggerito che elevati livelli di estrogeni e progesterone aumentano la malattia da reflusso gastroesofageo (Gastroesophageal Reflux Disease, GERD). Questa teoria è supportata dall’osservazione che la pressione dello sfintere esofageo inferiore (LES) diminuisce durante la gravidanza e con l’assunzione di contraccettivi orali sequenziali. L’obiettivo di questo studio è stato quello di chiarire la relazione tra l’utilizzo di ormoni estroprogestinici e sintomi di GERD e in particolare, determinare il rischio di GERD in donne in terapia ormonale sostitutiva (TOS), in terapia con modulatori selettivi dei recettori per gli estrogeni (SERMs) o con preparazioni da banco (OTC) a base di estroprogestinici (in Italia non sono in commercio OTC a base di estroprogestinici, tranne nel caso di formulazioni a base di fitoestrogeni). È uno studio di coorte prospettico
che si è avvalso dei dati del “Nurses’ Health Study”
(*) relativi all’utilizzo di ormoni, raccolti dal 1976 per oltre
26 anni con questionari biennali sui fattori di rischio per il cancro
e per le malattie cardiovascolari, su un totale di 121.700 infermiere
di età compresa fra i 30 ed i 55 anni. Nel 2002, al questionario
destinato alle 106.310 donne ancora in vita, sono state aggiunte delle
domande sulla presenza di pirosi o di reflusso acido una o più
volte in una settimana, per quanti anni e con che frequenza nell’ultimo
anno. Sono state considerate eleggibili le donne che riportavano pirosi
o reflusso acido almeno 1 volta/settimana e sono state definite come
casi. Le donne senza sintomi di GERD nell’ultimo anno sono state
invece considerate come controlli. Il campione totale era di 51637 donne
eleggibili. Sono state determinate le caratteristiche di base: il
BMI, la presenza di diabete mellito, l’abitudine al fumo, la
presenza di neoplasie, il tipo di ormoni assunti (dosaggio e durata
di impiego), l’utilizzo di SERMs, di OTC contenenti estroprogestinici,
l’impiego attuale di PPI, di antagonisti dei recettori H2, di
benzodiazepine, di antidepressivi, di calcio-antagonisti, broncodilatatori,
l’attività fisica di base, le informazioni sulla dieta. Sul totale delle 51637 partecipanti,
il 23% ha riferito reflusso acido o pirosi almeno 1 volta/settimana
(definite come casi). Tra le eleggibili, il 24% non ha mai utilizzato
ormoni rispetto al 39% delle utilizzatrici, il 22% stava utilizzando
solo estrogeni e il 15% estroprogestinici; il 5% SERMs e il 3% OTC
a base di ormoni. Rispetto alle donne che non avevano mai
utilizzato ormoni, il RR era 1.46 (95% CI, 1.36-1.56) per le utilizzatrici
passate, 1.66 (95% CI,1.54-1.79) per le donne che assumevano correntemente
la TOS con soli estrogeni, 1.41 (95% CI, 1.29-1.54) per le utilizzatrici
della TOS con estroprogestinici. I risultati erano simili a quelli
ottenuti considerando solo le donne (n=6936) che lamentavano sintomi
di GERD molto frequentemente rispetto a quelle che non avevano mai
fatto uso di TOS: RR di 1.57 (95% CI, 1.44-1.72) per chi aveva fatto
uso di TOS in passato, RR di 1.74 (95% CI, 1.58-1.91) per chi era
attualmente in TOS con soli estrogeni e RR di 1.48 (95% CI, 1.33-1.66)
in TOS con estroprogestinici.
Alla luce dei risultati ottenuti, è stata rilevata un’associazione statististicamente significativa tra lo sviluppo di GERD e l’assunzione della TOS (comprese le specialità da banco). È quindi probabile l’ipotesi di un comune meccanismo patogenetico, forse riconducibile all’incremento ponderale associato all’utilizzo di ormoni. Inoltre, in seguito all’invecchiamento della popolazione media, un numero sempre maggiore di donne potrebbe utilizzare farmaci o medicine alternative per il trattamento dei sintomi legati alla menopausa e alla prevenzione del tumore mammario e dell’osteoporosi. (*) Il “Nurses’ Health Study” ha preso il via nel 1976, finanaziato dal National Institutes of Health, il cui obiettivo era valutare le conseguenze a lungo termine dell’uso di contraccettivi orali. Lo studio ha incluso e seguito dal 1976, mediante questionari biennali, 121.700 infermiere di sesso femminile per identificare i fattori di rischio per neoplasie e patologie cardiovascolari e rappresenta uno degli studi più ampi per identificare i fattori di rischio delle più importanti patologie croniche nelle donne. Conflitto di interesse: uno degli autori riferisce di essere stato consulente di una industria farmaceutica. Parole chiave: GERD, TOS, studio di coorte prospettico. Riferimento bibliografico
La terapia di prima linea nel trattamento
del carcinoma della testa e del collo a cellule squamose recidivante
o metastatico inoperabile è la chemioterapia a base di platino
(cisplatino o carboplatino). Le cellule del cancro di testa e collo
spesso esprimono il recettore per il fattore di crescita epidermico
(EGFR) e la sua presenza viene associata ad esiti negativi. Tra il 21 dicembre 2004 ed il 30 dicembre
2005, 477 pazienti si sono sottoposti a screening presso 81 centri
di 17 paesi europei, tra cui l’Istituto Nazionale per la Ricerca
sul Cancro di Genova. Di questi, un totale di 442 pazienti affetti
da carcinoma della testa e del collo a cellule squamose recidivante
o metastatico sono stati arruolati nello studio e 220 sono stati randomizzati
a ricevere chemioterapia standard a base di cisplatino (alla dose
di 100 mg/m2al giorno 1) o carboplatino (in modo da raggiungere un’area
sotto la curva di 5 mg/ml/minuto, somministrato per infusione endovenosa
in 1 ora al giorno 1) + fluorouracile (alla dose di 1000 mg/m2/die
per 4 giorni), ogni 3 settimane per un massimo di 6 cicli. L’end point primario dello studio era la valutazione della sopravvivenza totale mentre quelli secondari erano la sopravvivenza libera da progressione della malattia, la migliore risposta terapeutica (una risposta parziale o completa per almeno 4 settimane), il controllo della malattia (definito come una risposta terapeutica completa, parziale o stabile), il tempo per il fallimento terapeutico, la durata della risposta e la sicurezza. I criteri d’inclusione comprendevano:
età >18 anni, carcinoma della testa e del collo a cellule
squamose recidivante o metastatico confermato da esami istologici
o citologici, ineleggibilità alla terapia locale, almeno una
lesione misurabile bidimensionalmente attraverso tomografia computerizzata
o risonanza magnetica, un indice di Karnofsky =70, funzionalità
epatica, renale ed ematologica sufficiente, tessuto tumorale disponibile
per la valutazione dell’espressione dell’EGFR. Nel gruppo randomizzato all’associazione con cetuximab, la sopravvivenza totale è stata di 10,1 mesi vs 7,4 mesi con la chemioterapia da sola (hazard ratio per la mortalità 080; CI 95% 0.64-0.99; p=0.04). La sopravvivenza libera da progressione della malattia è stata di 5,6 mesi con cetuximab vs 3,3 mesi nel controllo (hazard ratio per la progressione 0.54; 0,43-0,67; p<0.001) mentre i corrispondenti tassi di risposta totale sono stati il 36% vs il 20% (p<0.001). L’associazione di cetuximab rispetto alla chemioterapia da sola, inoltre, ha migliorato il controllo della malattia (81% vs 60%, p<0.001), il tempo per il fallimento terapeutico (4,8 vs 3.0 mesi; p>0.01) ma non la durata della risposta terapeutica (5,6 vs 4,7 mesi; p=0.21). I due gruppi di trattamento non hanno
dimostrato differenze significative circa l’insorgenza di eventi
avversi di grado 3 o 4. Tuttavia, nel gruppo trattato con cetuximab
si sono manifestati 9 casi di sepsi rispetto ad 1 caso con il controllo
(p=0.02) e 11 casi di ipomagnesemia vs 3 casi nel gruppo di confronto
(p=0.05).
Il trattamento del carcinoma della testa e del collo è in continua evoluzione e attualmente esiste un ampio armamentario terapeutico che permette la scelta di diversi tipi di approccio a seconda delle condizioni generali del paziente e della tollerabilità individuale. Sul medesimo numero del New Engl J Med è stata pubblicata a tal proposito una revisione relativa ai più recenti progressi nel trattamento del carcinoma della testa e del collo (Haddad R et al. Recent advances in head and neck cancer. N Engl J Med 2008; 359:1143-54). (*) In Italia cetuximab (Erbitux®,
classe H OSP1) è indicato nel trattamento del carcinoma metastatico
del colon-retto con espressione del recettore per il fattore di crescita
epidermico (EGFR) e con gene KRAS non mutato (wild-type) in combinazione
con chemioterapia e in monoterapia in caso di fallimento della terapia
a base di oxaliplatino e irinotecan e di intolleranza a irinotecan. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Merck, azienda produttrice di cetuximab. Gli autori dichiarano di aver ricevuto compensi per consulenza per la Merck e per altre ditte farmaceutiche. Parole chiave: cetuximab, carcinoma di testa e collo, RCT. Riferimento bibliografico
L’esposizione a mezzi di contrasto
iodati può indurre nefropatia, il cui tasso di incidenza è
stimato tra il 2% nei pazienti a basso rischio e il 50% in quelli
ad alto rischio. Tale complicanza è causa comune di insufficienza
renale associata a prolungato ricovero ospedaliero, aumento dei costi,
condizioni di morbilità e mortalità. In un anno, dal 2 gennaio 2006 al 31
gennaio 2007, in un unico centro, il Kaiser Permanente Medical Center
di Los Angeles, California (USA), sono stati selezionati 3891 pazienti
ai quali, in laboratorio, è stato applicato un catetere cardiaco
per angiografia coronarica. Tramite le informazioni sulle caratteristiche
demografiche e lo stato di comorbidità fornite dai pazienti
e dai registri medici, solo 392 pazienti hanno presentato i seguenti
criteri di eleggibilità dello studio: tasso di filtrazione
glomerulare (GFR) =60 mL/min per 1,73m2, età =18 anni e almeno
una patologia tra diabete mellito, storia di insufficienza cardiaca
congestizia, ipertensione, o età superiore a 75 anni. L’end point principale dello studio
era la riduzione =25% del valore di GFR, calcolata sulla stima del
valore basale di GFR prima della procedura e del valore di GFR più
basso valutato nei giorni da 1 a 4 successivi alla procedura. Tra i pazienti eleggibili solo 353 hanno ricevuto in maniera randomizzata e controllata infusione di cloruro di sodio (n=178) o di bicarbonato di sodio (n=175) in percentuali eguali: 3 mL/kg per 1 ora prima dell’angiografia coronaria, poi 1,5 mL/kg per ora durante la procedura e per 4 ore fino al termine della procedura. Le caratteristiche di base (demografiche, cliniche, emodinamiche e angiografiche) erano bilanciate tra i due gruppi in trattamento. L’età media di tutta la popolazione arruolata era di 71 anni con prevalenza del sesso maschile (65%). Complessivamente, valutando l’end
point primario, la nefropatia si è manifestata nel 13.9% (45/323)
della popolazione senza rilevare alcuna differenza tra i due gruppi
in trattamento: l’incidenza di nefropatia nel gruppo esposto
a cloruro di sodio è stata del 14,6% rispetto al 13,3% con
bicarbonato di sodio, con un rischio relativo di 0,94 (95% IC 0.55-1.60;
p=0,82). I risultati dello studio differiscono
da quelli di due studi precedenti. Il primo (Merten GJ et al. JAMA
2004; 291: 2328-34) aveva evidenziato una percentuale più bassa
nel gruppo trattato con bicarbonato di sodio rispetto al gruppo esposto
a cloruro di sodio (1,7% vs 13,6%) in riferimento agli end point secondari
(definiti come il 25% di incremento dei livelli sierici di creatinina).
Nel secondo studio (Briguori C et al. Circulation 2007; 115: 1211-17)
era stata osservata una diminuzione dell’incidenza della nefropatia
con la terapia combinata, infusione di bicarbonato di sodio + doppia
dose orale di N-acetilcisteina. Tuttavia, una forte limitazione per
entrambi questi studi era rappresentata dal piccolo campione di popolazione
esaminato. Inoltre, lo studio qui riportato differisce dai precedenti
anche nel protocollo di somministrazione.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dal Kaiser Permanente Southern California. Tutti coloro che hanno contribuito allo studio non hanno ricevuto alcun compenso finanziario. Parole chiave: mezzi di contrasto, bicarbonato di sodio, cloruro di sodio, RCT. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
Lo pterigio è una formazione di tessuto fibrovascolare che nasce dalla congiuntiva interpalpebrale e si sviluppa in direzione della cornea. La terapia chirurgica, indicata qualora intervengano disturbi della vista o gravi complicanze estetiche, si basa sull’utilizzo, dopo rimozione della porzione ipertrofica e vascolarizzata, di lembi di tessuto congiuntivale, al fine di creare una barriera meccanica tra l’origine dello pterigio e la cornea. Recentemente, è stato introdotto l’uso di colle biologiche (colla di fibrina) invece delle tradizionali suture per posizionare e fissare tali lembi congiuntivali. I lembi congiuntivali sono di tre tipi: lembo libero, lembo rotazionale e doppi lembi scorrevoli. L’uso di colle biologiche risulta essere utile per fissare lembi liberi o rotazionali ma non quelli doppi scorrevoli essendo sottoposti a forze tangenziali significative. Questo studio è il primo a confrontare l’efficacia di impiego di colla biologica nell’approccio chirurgico a lembo rotazionale e in quello a lembi scorrevoli. Sono stati arruolati 33 pazienti (34 occhi) affetti da pterigio primario, assegnati in modo randomizzato ai gruppi A (lembo rotazionale, 19 occhi) o B (lembi scorrevoli, 15 occhi). Gli interventi sono stati eseguiti dallo stesso chirurgo presso la clinica Assaf Harofeh (Zerifin, Israele). Il follow up è durato 24 settimane. Sono stati considerati criteri di esclusione: patologie oculari, chirurgie pregresse dell’occhio, trauma, glaucoma, ipertensione oculare o ipersensibilità verso componenti della colla di fibrina. È stata utilizzata colla biologica Tisseel (Baxter, Vienna, Austria), disponibile in commercio e approvata dall’FDA. Durante l’intervento, dopo rimozione dello pterigio, sono stati ricavati i lembi congiuntivali da porzioni sane della congiuntiva. Sia i rotazionali che gli scorrevoli sono stati posizionati sull’area della ferita applicando 1-2 gtt di Tisseel. Dopo rimozione dell’eccesso di colla, gli occhi operati sono stati medicati con cloramfenicolo 5% (Synthomycin, Rekah, Israele). La terapia post-operatoria prevedeva desametasone sodio fosfato 0,1% (Dexamycin, Teva, Israele) 4 volte/die, dal primo giorno dopo l’intervento per 2 mesi, e unguento di cloramfenicolo 5%, 2 volte/die per la prima settimana. Le visite di controllo sono state effettuate il primo giorno dopo l’intervento e nelle settimane 1, 2, 4, 12 e 24. Sono stati assegnati al gruppo A 19 occhi di 18 pazienti (77% uomini e 23% donne, di età media 45.5 ± 12.9 anni), e al gruppo B 15 occhi di 15 pazienti (73% uomini e 27% donne, di età media 43.3 ± 15.4 anni). Il primo giorno dopo l’intervento, nel gruppo A il 100% dei lembi congiuntivali era posizionato correttamente, mentre nel gruppo B solo il 74% dei lembi era ancora in posizione. Dopo una settimana, nel gruppo A il 94.7% dei lembi era ancora collocato correttamente, mentre nel 5.3% dei casi (1 occhio) il lembo si presentava necrotico e privo di vascolarizzazione, dimostrando l’inefficacia dell’intervento. In tutti gli altri casi la superficie oculare era perfettamente riepitelizzata. Nel gruppo B, non erano presenti cambiamenti nella posizione dei lembi rispetto alla settimana precedente. Dopo 24 settimane non sono state rilevate ulteriori variazioni nella posizione dei lembi nei due gruppi e i lembi erano perfettamente integrati col tessuto circostante. Nessun occhio ha presentato recidiva di pterigio. Questo studio ha confrontato due approcci
classici nella chirurgia dello pterigio, utilizzando colla biologica
per il fissaggio dei lembi invece di suture tradizionali. La velocità
di degradazione del coagulo di fibrina, pur essendo superiore a quella
delle suture classiche, permette comunque la creazione di un legame
sufficientemente resistente tra sclera e lembo congiuntivale.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: colla biologica, chirurgia dello pterigio, lembo di tessuto congiuntivale. Riferimento bibliografico
Il successo del posizionamento della maschera laringeale richiede un'adeguata apertura della bocca ed una sufficiente profondità di anestesia per minimizzare i riflessi delle vie aeree superiori e per prevenire gli eventi avversi come tosse, soffocamento e laringospasmo. Il propofol è comunemente usato come agente di induzione per i suoi effetti depressivi sui riflessi delle vie aeree, ma da solo non previene risposte anomale delle stesse vie respiratorie; pertanto, per facilitare il posizionamento della maschera laringeale negli adulti, viene spesso aggiunto un oppioide, potente e a breve durata d'azione, come il remifentanil. Quest'ultimo infatti ha dimostrato, nell’adulto, un profilo farmacocinetico favorevole (rapida insorgenza e scomparsa dell'effetto); tuttavia, la dose ottimale nei bambini non è stata determinata. Lo studio, condotto in Corea, ha valutato la dose ottimale di remifentanil necessaria per il posizionamento della maschera laringeale in aggiunta di propofol (2,5 mg/kg; ev bolo) e in assenza di un bloccante neuromuscolare, nei bambini. La dose di propofol è stata scelta sulla base di studi precedenti. Sono stati arruolati 26 bambini (3-10 anni; stato fisico secondo l’American Society of Anesthesiologists I o II) che dovevano essere sottoposti ad anestesia generale per chirurgia ambulatoriale. Sono stati esclusi i soggetti con una storia di malattie reattive delle vie aeree e probabili difficoltà respiratorie. Prima dell'induzione dell'anestesia è stato somministrato glicopirrolato (0,004 mg/kg ev); non è stata utilizzata nessuna premedicazione sedativa. Il remifentanil è stato somministrato in 30 s ad un dosaggio iniziale di 0,5 µg/kg; aggiustamenti di dose (±0,1 µg/kg) sono stati effettuati nei successivi pazienti in base alla precedente risposta, secondo il metodo up-and-down di Dixon (Dixon WJ, Quantal response to variable experimentation: the up-and-down method. in Mc Arthur JW, Colton T, eds. Statics in Endocrinology. Cambridge: MIT Press, 1967: 251-64). La risposta al posizionamento della maschera è stata classificata come “movimento” (difficoltà di apertura della bocca, movimenti muscolari volontari, tosse, soffocamento, o laringospasmo) o “non movimento” (assenza delle reazioni sopracitate). È stato quindi somministrato il propofol. Dopo 90 s dalla somministrazione di remifentanil, è stata posizionata la maschera laringeale: è stata utilizzata una taglia 2 o 2,5 rispettivamente per pazienti con peso corporeo di 10-20 kg o 20-30 kg. Di tutti i pazienti sono stati registrati la pressione arteriosa media, la frequenza cardiaca, e la saturazione di ossigeno. L'incidenza e la gravità del dolore da iniezione di propofol sono state valutate con la scala di Cameron (Cameron E et al. Anaesthesia 1992; 47: 604-6): 0=nessun dolore; 1=dolore lieve; 2=moderato; 3=severo. L'incidenza complessiva di dolore in
seguito ad iniezione di propofol è stata del 46% (8 pazienti
hanno avuto dolore di grado 1 e 4 di grado 2); questo risultato può
essere attribuito al remifentanil stesso. Gli autori affermano che nonostante
la dose di propofol somministrata ad ogni paziente sia stata la stessa
non è possibile essere sicuri dell’equipotenza delle
dosi.
Parole chiave: remifentanil, propofol, maschera laringeale. Riferimento bibliografico
Il problema della superiorità degli stent medicati rispetto agli stent metallici (BMS) nel rischio di ristesosi è ampiamente discusso Lo studio ha come obiettivo valutare l’impatto della lunghezza della lesione e della dimensione del vaso sugli outcome in pazienti con lesioni coronariche morfologicamente varie, trattati con stent medicati con sirolimus (SES) per ristenosi in-stent (ISR) di BMS. In un ospedale giapponese, tra dicembre
2002 e gennaio 2006, sono stati arruolati di seguito 250 pazienti
(69,7 anni, 197 maschi), trattati con SES per ISR da BMS, di cui nessuno
sottoposto precedentemente a brachiterapia intracoronarica. A tutti
i pazienti è stato richiesto di sottoporsi ad angiografia 8
mesi dopo la procedura o prima, se clinicamente indicata. I pazienti
sono stati suddivisi in 2 gruppi: il gruppo ristenosi ricorrente e
il gruppo no-ristenosi, confrontati in funzione delle caratteristiche
dei pazienti e delle lesioni. Dei 250 pazienti arruolati con
275 lesioni, 15 erano dializzati e tutte le lesioni erano ristenosi
in-stent di BMS; 125 lesioni (45,5%) erano di tipo focale (=10 mm
in lunghezza), 88 (32%) diffuso (>10 mm in lunghezza), 25 (9,1%)
proliferativo (>10 mm in lunghezza e estesa al di fuori dello stent)
e 37 occlusivo; la lunghezza media della lesione era di 23,8 mm.
Parole chiave: stent con sirolimus, ristenosi, fattori di rischio. Riferimento bibliografico
L’impiego di un defibrillatore-cardioverter impiantabile (ICD) allunga notevolmente la sopravvivenza dei pazienti a rischio di morte improvvisa da cardiopatie di grado severo. Tuttavia sono sorte perplessità circa l’effetto dell’ICD sulla qualità della vita. Due trial sulla prevenzione secondaria e uno su quella primaria (Schron EB et al. Circulation 2002; 105: 589-94. Irvine J et al. Am Heart J 2002; 144: 282-9. Bigger JT Jr. N Engl J Med 1997; 337: 1569-75) non hanno dimostrato evidenze di un peggioramento della qualità della vita in associazione ad ICD; tuttavia, tali studi presentavano dei limiti metodologici e follow-up relativamente brevi. Nell’ambito dello studio SCD-HeFT,
sono stati esaminati gli effetti della prevenzione primaria con ICD
sulla qualità della vita, confrontando nel contempo gli effetti
dell’amiodarone vs placebo sullo stesso outcome. Su 2521 pazienti randomizzati, 2479 (98%)
hanno completato i questionari sulla qualità della vita al
baseline. Le caratteristiche demografiche e cliniche dei pazienti
erano ben bilanciate tra i gruppi. Ad ogni intervallo di follow-up,
i questionari sono stati raccolti dal 93-95% dei pazienti. Complessivamente,
su un totale di 9171 contatti attesi con i pazienti, sono stati raccolti
8747 questionari sulla qualità della vita (95%). Soltanto l’1,2%
dei pazienti non ha completato la compilazione del questionario e
soltanto l’1,4% delle schede è stato giudicato incompleto.
Non sono state osservate differenze statisticamente
significative nel benessere psicologico basale tra ICD e placebo.
Tuttavia, rispetto al placebo, il gruppo ICD è stato associato
ad un miglioramento del benessere psicologico a 3 (p=0,01) e a 12
mesi (p=0,003) ma non a 30 mesi (p=0,79). In questo trial, in pazienti
con insufficienza cardiaca stabile, ma moderatamente sintomatica,
l’ICD aumentava la sopravvivenza senza ridurre in modo evidente
la qualità della vita fino a 30 mesi.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da National Heart, Lung, and Blood Institute e da Medtronic, Wyeth–Ayerst Laboratories, and Knoll Pharmaceuticals. Gli autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da diverse aziende. Parole chiave: defibrillatore, qualità della vita, RCT. Riferimento bibliografico |
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Valentina Boscaro (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre 2008 |