
Newsletter numero 23 del 15-10-2008
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| Sommario o Maraviroc per pazienti con infezione da HIV-1 R5 già trattati: MOTIVATE 1 e 2 (The Maraviroc versus Otimized Therapy in Viremic Antiretroviral Treatment-Experienced Patients) o Analisi per sottogruppi su maraviroc per pazienti con infezione da HIV-1 R5 già trattati: MOTIVATE 1 e MOTIVATE 2 o Anticolinergici per via inalatoria e rischio di eventi avversi cardiovascolari maggiori in pazienti con broncopneumopatia cronico ostruttiva: una metanalisi e revisione sistematica o Mortalità associata ai farmaci per il trattamento della broncopneumopatia cronico ostruttiva di recente diagnosi o Associazione tra l’utilizzo di paracetamolo nel primo anno di vita e rischio di asma, rinocongiuntivite ed eczema in bambini di 6-7 anni: analisi dalla fase tre del programma ISAAC (International Study of Asthma and Allergies in Childhood) o Statine e sclerosi laterale amiotrofica: valutazione del “data mining signal” individuato nel sistema di segnalazione spontanea di eventi avversi della Food and Drug Administration o Esposizione ad estrogeni in una bambina tramite una lozione per capelli utilizzata dalla madre o Monitoraggio della sicurezza post-marketing di pioglitazone o Confronto tra interferone beta-1a sottocutaneo e glatiramer acetato in pazienti con sclerosi multipla recidivante: lo studio REGARD (REbif vs Glatiramer Acetate in Relapsing MS Disease): trial multicentrico, randomizzato in aperto e a gruppi paralleli o Studio di fase
III su R-CVP (Rituximab, Ciclofosfamide, Vincristina,
Prednisone) rispetto a CVP in pazienti con linfoma follicolare avanzato
non precedentemente trattato
L’obiettivo dello studio TRANSCEND è stato determinare se l’uso a lungo termine di un antagonista del recettore dell’angiotensina, il telmisartan, in aggiunta alla terapia abituale, riduca la morte cardiovascolare, l’infarto del miocardio, lo stroke e l’ospedalizzazione per insufficienza cardiaca in pazienti con malattie cardiovascolari o con diabete ad alto rischio e senza insufficienza cardiaca, intolleranti agli ACE-inibitori. Tra novembre 2001 e maggio 2004, in 630 centri (40 paesi, tra cui l’Italia), sono stati arruolati pazienti intolleranti agli ACE-inibitori con patologia vascolare periferica, coronarica o cerebrovascolare o con diabete con danno agli organi bersaglio. L’intolleranza agli ACE-inibitori è stata definita come precedente interruzione da parte di un medico per un’intolleranza specificamente documentata. Criteri di esclusione sono stati: necessità o incapacità di interrompere gli antagonisti del recettore dell’angiotensina, ipersensibilità o intolleranza a questi farmaci, insufficienza cardiaca, grave valvulopatia primaria, pericardite costrittiva, patologie cardiache congenite complesse, sincope non spiegabile, chirurgia cardiaca programmata o rivascolarizzazione cardiaca nei 3 mesi precedenti, pressione sistolica >160 mmHg, trapianto di cuore, emorragia subaracnoidea, significativa stenosi dell’arteria renale, livelli di creatinina = 265 µmol/l, proteinuria o disfunzione epatica. I pazienti eleggibili hanno seguito un
periodo di run-in in singolo cieco, con somministrazione giornaliera
di placebo per 1 settimana, seguito da telmisartan 80 mg per 2 settimane.
Al termine, i pazienti sono stati randomizzati (1:1), in doppio cieco,
a ricevere telmisartan 80 mg/die (2954 pazienti, 66,9 anni, donne
43,3%) o placebo (2972 pazienti, 66,9 anni, donne 42,6%). Al termine del run-in, 874 pazienti (29,6%)
randomizzati a ricevere telmisartan e 899 (30,2%) del gruppo placebo
ricevevano o avevano precedentemente ricevuto un antagonista del recettore
per l’angiotensina. La causa più comune di intolleranza
agli ACE-inibitori nella popolazione randomizzata è stata la
tosse (5225 pazienti - 88,2%), seguita da ipotensione sintomatica
(244 - 4,1%), angioedema o anafilassi (75 - 3,1%), disfunzione renale
(58 – 1,0%) e altri motivi (492 – 8,3%). Alla maggior
parte dei pazienti venivano somministrati contemporaneamente altri
farmaci.
L’editoriale di accompagnamento, sottolinea come possano esserci diversi motivi per cui non è emersa una significatività statistica negli end point dello studio TRANSCEND. La popolazione in studio era leggermente differente rispetto a quella dello studio HOPE, in cui il ramipril ha ridotto del 22% l’end point combinato morte cardiovascolare, infarto del miocardio e stroke. Nello studio TRANSCEND infatti le donne erano maggiormente rappresentate, vi erano maggiori differenze etniche e un maggior numero di pazienti in terapia con statine (55% TRANSCEND vs 28% HOPE), beta-bloccanti (58% vs 39%) e antiaggreganti (85% vs 75%). Il maggior uso di questi farmaci riflette la terapia standard e potrebbe ridurre la frequenza di eventi e influenzare l’entità dell’effetto da terapie addizionali. Sebbene i risultati siano limitati, gli effetti clinici degli antagonisti del recettore dell’angiotensina sembrano meno rilevanti rispetto a quelli degli ACE-inibitori i quali, tra i farmaci attivi sul sistema renina-angiotensina, sono quindi da preferire per prevenire eventi vascolari in pazienti con o ad alto rischio di patologie cardiovascolari. Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: telmisartan, intolleranza agli ACE-inibitori, eventi cardiovascolari. Riferimento bibliografico
I due studi di fase III, multicentrici (MOTIVATE 1: Canada, USA; MOTIVATE 2: Australia, USA, Europa, compresa l’Italia), condotti in parallelo, randomizzati, in doppio cieco vs placebo, sono stati disegnati per valutare l’efficacia e la sicurezza di maraviroc (1 o 2 volte/die) in aggiunta ad una terapia di base ottimizzata in pazienti con HIV-1 R5 precedentemente trattati con 3 classi di antiretrovirali o con resistenza al virus. Tra Novembre 2004 e Marzo 2006, sono
stati arruolati pazienti (età =16 anni) infetti solo da HIV-1
R5, trattati per =6 mesi con uno o più antiretrovirali appartenenti
a 3 classi (analoghi nucleosidici, non-nucleosidici, inibitori delle
proteasi [almeno 2 farmaci appartenenti a questa classe], inibitori
della fusione) o con documentata resistenza genotipica o fenotipica
ai farmaci di almeno 3 di queste classi. I pazienti dovevano ricevere
un regime antiretrovirale stabile o nessuna terapia antiretrovirale
per più di 4 settimane e dovevano avere livelli di RNA HIV-1
plasmatico >5000 copie/mL alla visita di screening. Sono stati
esclusi pazienti con infezione da HIV-1 X4, quelli in cui il saggio
di tropismo corecettoriale non aveva dato un risultato e coloro che
avevano ricevuto per più di 14 giorni un inibitore della fusione
ancora in studio. Il fallimento terapeutico è stato
definito in base a 1 o più end point virologici (confermati
da una seconda valutazione entro 14 giorni): aumento dell’RNA
HIV-1 di almeno 3 volte il livello basale dalla settimana 2, diminuzione
di meno di 0,5 log10 copie/mL dalla settimana 8; diminuzione di meno
di 1,0 log10 copie/mL dalla settimana 8 dopo una riduzione di 2,0
log10 o più copie/mL; aumento a 5000 o più copie/mL
dopo che per due volte consecutive erano stati registrati livelli
di 400 o meno copie/mL. Le caratteristiche demografiche e di base erano omogenee tra i due studi ed erano simili tra i gruppi. I livelli medi di RNA HIV-1 erano di 4,85 e 4,86 log10 copie/mL e la conta di CD4 di 159 e 176 cellule/cm3, rispettivamente per MOTIVATE 1 e 2 (media complessiva 72400 copie/mL di RNA HIV-1 e 169 cellule/cm3 di CD4). Un totale di 1049 pazienti ha ricevuto almeno una dose del farmaco in studio. La durata media del trattamento è stata di 144 giorni nel gruppo placebo e di 335 e 336 rispettivamente nel gruppo maraviroc 1 volta/die e 2 volte/die. Hanno interrotto il trattamento il 68% del gruppo placebo vs il 39% e il 35% di quelli con maraviroc 1 e 2 volte/die; la ragione più comune è stata la perdita di efficacia. L’interruzione è stata correlata ad eventi avversi del 5%, 20% e 19% nei tre gruppi (placebo, maraviroc 1 volta/die e 2 volte/die). Alla settimana 48, in entrambi gli studi,
la variazione media dei livelli di RNA HIV-1 dal basale è stata
maggiore con maraviroc (MOTIVATE 1= -1,66 e -1,82 log10 copie/mL;
MOTIVATE 2= -1,72 e -1,87 log10 copie/mL, rispettivamente per 1 e
2 volte/die) che con placebo (-0,80 e -0,76 in MOTIVATE 1 e 2). Livelli
di RNA <50 copie/mL sono stati, rispettivamente per MOTIVATE 1
e 2, del 42% e del 45% per maraviroc 1 volta/die, del 47% e 45% per
maraviroc 2 volte/die vs il 16% e il 18% con placebo (p<0,001 per
entrambi gli studi). Il tempo di fallimento terapeutico è stato
più lungo con maraviroc che con placebo per entrambi gli schemi
posologici (p<0,001). L’incidenza di eventi avversi è stata inferiore con placebo (85%) che con maraviroc (91% e 92%; p=0,01). Gli eventi avversi di grado 2, 3 o 4 si sono verificati nel 5% dei pazienti con una differenza statisticamente significativa solo per la febbre (4% per il placebo, 2% e 6% maraviroc 1 e 2 volte/die; p=0,04) e per il mal di testa (rispettivamente 6%, 5% e 2%; p=0,03). La frequenza degli eventi avversi gravi e di categoria C, così come l’incidenza di anomalie nei test di laboratorio, è stata simile nei diversi gruppi. Lo studio presenta alcuni limiti: solo
il 10% dei pazienti erano donne e <del 20% non erano di etnia caucasica;
il test per il tropismo corecettoriale potrebbe non aver rilevato
una minoranza di popolazione X4 al basale; l’uso di nuovi antiretrovirali
è stato limitato (tipranavir) o proibito (darunavir, etravirina
e raltegravir) per la mancanza di informazioni sulle interazioni farmacologiche
con maraviroc; il follow-up è stato di 48 settimane, e sono
quindi necessari studi che valutino la risposta virologica e immunitaria
a più lungo termine.
(*) In Italia maraviroc (ATC J05AX09, è dispensato in regime H OSP-2 ed è indicato in combinazione con altri antiretrovirali per la terapia di pazienti adulti già trattati che presentano un'infezione documentata causata solo dal virus HIV-1 CCR5-tropico. La dose raccomandata è 150 mg, 300 mg o 600 mg 2 volte/die in base alle interazioni con le terapie antiretrovirali concomitanti e con altri medicinali. (**)Etravirine è stato approvato dall’EMEA il 28 agosto 2008. Conflitto di interesse: lo studio è stato sponsorizzato dalla Pfizer. Parole chiave: Maraviroc, HIV-1 R5; MOTIVATE 1/MOTIVATE 2. Riferimento bibliografico
Sono stati inclusi nell’analisi tutti i pazienti che avevano ricevuto almeno una dose del farmaco in studio (n=1049). Coloro i quali avevano interrotto il trattamento per qualsiasi ragione sono stati considerati pazienti non responder. L’analisi per sottogruppi ha incluso:
la valutazione dell’efficacia del trattamento in base al sesso
(89% maschi); alla razza (84% bianchi e 14% neri); al gruppo etnico;
al clade B (94%) o non-B; al genotipo delta 32 del CCR5 (8% eterozigoti);
alla carica virale al momento dello screening (<100000 o =100000
copie/mL; più del 40% ricadeva nel secondo gruppo); valori
basali della conta dei CD4 calcolata come media di due valutazioni
prima di ricevere il farmaco (<50, 50-100, 101-200, 201-350, >350
cellule/cm3; il 20% ricadeva nel primo gruppo e il 57% aveva una conta
< 200 cellule/cm3); uso o meno di enfuvirtide nella terapia di
base (il 41% aveva ricevuto enfuvirtide; di questi il 59% è
stato classificato come “primo uso”); primo uso dei farmaci
della terapia di base (l’82% assumeva una terapia antiretrovirale
al momento dell’ingresso nello studio e il 18% non aveva assunto
farmaci antiretrovirali nei 7 giorni precedenti); numero di farmaci
potenzialmente attivi nella terapia di base in accordo al genotipo,
al fenotipo e al punteggio di suscettibilità complessiva (il
17% dei pazienti nel gruppo placebo e il 13% nei gruppi maraviroc
non aveva farmaci potenzialmente attivi). In tutti i sottogruppi analizzati, a
48 settimane, una completa risposta virologica (RNA HIV-1 <50 copie/mL)
è stata ottenuta con maggiore probabilità nei trattati
con maraviroc rispetto a placebo. Eterogeneità di risposta
è stata riscontrata in cinque sottogruppi: razza o etnia (p<0,001);
clade (p<0,001); punteggio di suscettibilità fenotipica
(p=0,02) e totale (p=0,007); primo uso di tipranavir (p<0,001).
Un maggiore beneficio nel trattamento con maraviroc è stato
evidenziato anche per i pazienti con bassi livelli di CD4 al basale,
con un alta carica virale allo screening e per quelli che non avevano
ricevuto farmaci potenzialmente attivi nella terapia di base. L’analisi
della risposta virologica in accordo al primo uso di alcuni farmaci
della terapia di base, quali enfuvirtide e gli inibitori delle proteasi
lopinavir, ritonavir e tipranavir, ha dimostrato un beneficio ulteriore
nell’aggiungere un nuovo farmaco al maraviroc all’inizio
del trattamento con maraviroc stesso. Rispetto ai trattati con placebo,
un maggior numero di pazienti in cui maraviroc aveva fallito presentava,
al momento del fallimento terapeutico, un virus CXCR4 tropico (6%
placebo vs 57% maraviroc); tuttavia, in questi pazienti non è
stata riscontrata una riduzione nella conta dei CD4, rilevata invece
nel gruppo placebo. La valutazione del tempo di fallimento terapeutico
con maraviroc ha dimostrato che questo si verifica circa 2 mesi prima
nei pazienti con tropismo X4 che in quelli con tropismo R5 (rispettivamente
113 vs 176 giorni per maraviroc 1 volta/die e 98 vs 149 giorni per
maraviroc 2 volte/die). La sottoanalisi che ha coinvolto pazienti
confettati da HVB o HCV non ha mostrato evidenze di effetti epatotossici
in confronto al basale.
Conflitto di interesse: lo studio è stato sponsorizzato dalla Pfizer. Parole chiave: Maraviroc, HIV-1 R5; MOTIVATE 1/MOTIVATE 2. Riferimento bibliografico L'editoriale di accompagnamento ai
due articoli, pone l’accento sulle problematiche relative
a maraviroc sia come antiretrovirale, in generale, sia come esponente
di una nuova classe. Infatti, la sua attività è ristretta
al virus HIV-1 che usa il corecettore CCR5. Il tropismo R5 è
generalmente predominante nelle fasi iniziali dell’infezione
e della malattia ed è ritenuto importante nella trasmissione
del virus. Al contrario, il tropismo X4 è associato ad uno
stadio più tardivo. Tuttavia, a causa di una possibile copresenza
di entrambi i tropismi o di eccezioni a questa distribuzione, l’uso
di maraviroc è condizionato dalla necessità di determinare
il tropismo del virus HIV-1 prima di intraprendere tale terapia.
Un ulteriore problematica è rappresentata dallo sviluppo
di resistenza, fenomeno tipico di ogni agente antimicrobico, che
nello specifico potrebbe essere dovuto al meccanismo d’azione
di maraviroc. Infatti, sembra che l’uso di inibitori di CCR5
possa portare alla comparsa del fenotipo X4; inoltre, i risultati
ottenuti in MOTIVATE 1 e 2 suggeriscono che la non risposta a maraviroc
potrebbe essere dovuta ad una resistenza del virus HIV-1 R5 probabilmente
per un aumento della sua affinità verso il recettore o per
la capacità del virus di utilizzare il recettore nonostante
la presenza del farmaco. Riferimento bibliografico
L’obiettivo di questa metanalisi
era quello di accertare i rischi cardiovascolari correlati all’uso
a lungo termine di anticolinergici per via inalatoria, rispetto alla
terapie di controllo, in pazienti con BPCO. Delle 703 citazioni potenzialmente rilevanti sono stati selezionati 17 trial, tutti in doppio cieco di cui 12 per il tiotropio e 5 per l’ipratropio (14783 pazienti in totale dei quali 7472 hanno ricevuto anticolinergici per via inalatoria e 7311 terapia di controllo). Nove trial hanno valutato anticolinergici contro placebo, 8 contro comparatori attivi, compresi salmeterolo per via inalatoria, la combinazione salmeterolo/fluticasone per via inalatoria, albuterolo. Cinque trial erano a lungo termine (da 48 settimane a 5 anni) e 12 a breve termine (da 6 a 26 settimane). Per 18 trial il FEV1 medio programmato è stato =50%, in uno 75%. La metanalisi ha mostrato che l’uso degli anticolinergici per via inalatoria ha aumentato in misura significativa il rischio di morte cardiovascolare, infarto del miocardio o stroke (1,8% vs 1,2% per il controllo; RR 1,58 [CI 95% 1,21 – 2,06]; p<0,001) senza evidenza di eterogeneità tra i trial. Dall’analisi è emerso che gli anticolinergici per via inalatoria hanno aumentato in misura significativa il rischio di morte cardiovascolare (0,9% vs 0,5% per il controllo; RR 1,80 [CI 95% 1,17 – 2,77]; p = 0,008) e quello di infarto del miocardio (1,2% vs 0,8% per il controllo; RR 1,53 [CI 95% 1,05 – 2,23]; p = 0,03), ma non quello di stroke (0,5% vs 0,4% per il controllo; RR 1,46 [CI 95% 0,81 – 2,62]; p = 0,20). Pur in presenza di una ridotta eterogeneità statistica tra i trial (I2 = 2%), l’analisi ha mostrato che l’uso degli anticolinergici non ha aumentato in misura significativa il rischio di mortalità per qualsiasi causa (2,0% vs 1,6% per il controllo; RR 1,26 [CI 95% 0,99 – 1,61]; p = 0,06). L’analisi dei 5 trial (n=7267) a lungo termine (>6 mesi) ha mostrato che gli anticolinergici per via inalatoria hanno aumentato in misura significativa il rischio di morte cardiovascolare, infarto del miocardio o stroke (2,9% vs 1,8% per il controllo; RR 1,73 [CI 95% 1,27 – 2,36]; p<0,001). Risultati coerenti sono stati rilevati anche quando sono stati analizzati separatamente i dati relativi al tiotropio vs terapia di controllo (RR 2,12 [CI 95% 1,22 – 3,67]; p=0,008) e all’ipratropio vs terapia di controllo (RR 1,57 [CI 95% 1,08 – 2,28]; p = 0,02) in trial a lungo termine. L’analisi dei 12 trial (n=7516)
a breve termine (<26 settimane) ha mostrato che, sebbene in misura
non significativa, gli anticolinergici per via inalatoria hanno aumentato
il rischio di morte cardiovascolare, infarto del miocardio o stroke
(0,5% vs 0,6% per il controllo; RR 1,16 [CI 95% 0,67 – 2,01];
p=0,60).
I limiti della metanalisi risiedono principalmente
nella qualità dei dati riportati nei trial. Molti erano di
dimensioni limitate, di breve durata e riportavano un basso numero
di eventi cardiovascolari. Nessuno tra i trial considerati era stato
disegnato per monitorare il rischio cardiovascolare, quindi gli outcome
cardiovascolari potrebbero essere stati riportati in modo incompleto.
La mancanza di dati utili non ha permesso di effettuare analisi di
adeguata potenza statistica delle relazioni tempo-evento e dose-risposta,
così come non è stato possibile effettuare analisi stratificate
in base al FEV1, al consumo di sigarette, all’ipertensione,
al diabete, all’ipercolesterolemia e all’uso concomitante
di farmaci cardioprotettivi (statine, ACE inibitori). Parole chiave: ipratropio bromuro e tiotropio bromuro, BPCO, metanalisi. Riferimento bibliografico
La broncopneumopatia cronico ostruttiva (BPCO) rappresenta una patologia particolarmente rilevante in termini di prevalenza, mortalità, rischio di invalidità e costi sanitari. L’obiettivo di questo studio caso-controllo di tipo nested è stato valutare l’associazione tra il trattamento farmacologico e la mortalità, inclusa quella per cause respiratorie e cardiovascolari, in un’ampia popolazione di pazienti con recente diagnosi di BPCO. I dati sono stati ricavati dai database
nazionali del Veterans Affairs (USA) su pazienti ricoverati e ambulatoriali,
da banche dati farmaceutiche e sulla mortalità ed implementati
con le informazioni ricavate dai Centers for Medicare & Medicaid
Services. I casi sono stati suddivisi in 4 gruppi
in funzione della causa del decesso: respiratoria, cardiovascolare,
respiratoria o cardiovascolare e da tutte le cause. La mortalità
da cause respiratorie è stata definita in termini di decessi
da patologie dell’apparato respiratorio, mentre la mortalità
da cause cardiovascolari come decessi dovuti a cardiopatia ischemica,
cardiomiopatia, arresto cardiaco o aritmie. La data indice era quella
del decesso. L’esposizione ai farmaci per l’apparato
respiratorio è stata definita come la somministrazione nei
180 giorni precedenti ad ogni data indice. In particolare, è
stata identificata l’esposizione a corticosteroidi per via inalatoria,
ipratropio, ß-agonisti long-acting, teofillina e ß-agonisti
short-acting. L’esposizione primaria è stata definita
come un’esposizione nei 180 giorni precedenti l’index
date. L’esposizione ai ß-agonisti short-acting non è
stata considerata come parte del regime terapeutico ma è stata
inclusa nell’analisi come covariata. Tra 145.020 pazienti che incontravano
i criteri di inclusione, 32.130 sono deceduti. Le cause della morte
sono state identificate per 11.897 soggetti (2405 pazienti sono deceduti
per patologie respiratorie e 3159 per cause cardiovascolari). Nell’ambito
dell’analisi per la mortalità da cause respiratorie,
i casi presentavano una minore frequenza di ipertensione e osteoartrite,
una maggiore frequenza di insufficienza cardiaca cronica e un maggior
numero di esacerbazioni di BPCO. Dopo aver aggiustato i risultati in funzione
delle covariate, sia i corticosteroidi per via inalatoria che i ß-agonisti
long-acting sono stati associati ad una riduzione degli odds per la
mortalità (OR 0,80; 95% CI 0,78-0,83 per i primi e 0,92 [0,88-0,96]
per i secondi) al contrario dell’ipratropio, correlato ad un
aumento della mortalità (OR 1,11; 1,08-1,15). Tra i diversi regimi terapeutici, quelli
che includevano la teofillina sono stati associati ad un incremento
della mortalità da cause respiratorie. Per la mortalità
da cause cardiovascolari, l’ipratropio in monoterapia (OR 1,42;
1,27-1,59) ed in associazione a teofillina (OR 1,47; 1,09-1,98) è
stato associato ad incremento del rischio, mentre con l’associazione
con i corticosteroidi per via inalatoria la mortalità da cause
cardiovascolari è stata ridotta (OR 1,04; 0,90-1,22; p<0,001).
In tutti i gruppi, relativamente alla mortalità da tutte le
cause, i corticosteroidi sono risultati associati ad un rischio ridotto
sia in monoterapia sia in combinazione con altri farmaci, mentre ipratropio
e ipratropio + teofillina sono stati correlati ad un incremento della
mortalità.
Lo studio fornisce dunque delle nuove, importanti evidenze sui potenziali rischi associati all’uso di farmaci per la BPCO. L’ipratropio può incrementare il rischio di mortalità da cause cardiovascolari che può comunque essere attenuato dall’uso contemporaneo di corticosteroidi per via inalatoria che, a loro volta, sono stati associati ad una riduzione della mortalità da tutte le cause e cardiovascolare. Il rischio di mortalità dovuto ad alcuni farmaci dovrebbe comunque essere confrontato con i loro benefici (riduzione dei sintomi, stato di salute o qualità della vita), dati che non possono essere ricavati da database osservazionali. Tuttavia, poiché non è chiaro se tali benefici superino i rischi e visto che la mortalità associata all’uso di ipratropio è stata più volte messa in evidenza, bisognerebbe esercitare cautela nell’impiegare l’ipratropio in monoterapia in pazienti con recente diagnosi di BPCO. Conflitto di interesse: alcuni autori hanno dichiarato di aver ricevuto dei fondi da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: ipratropio, BPCO, studio caso-controllo. Riferimento bibliografico
Nonostante le numerose ricerche, molti dei fattori di rischio coinvolti nell’eziopatogenesi dell’asma rimangono tuttora incerti. L’aumento della prevalenza di asma negli ultimi 50 anni non ha ancora trovato una spiegazione e non è comprensibile alla luce delle attuali conoscenze della patogenesi della malattia. In questo lavoro gli autori valutano il ruolo del paracetamolo come fattore predisponente lo sviluppo dell’asma. Il rischio, ipotizzano, potrebbe aumentare con l’esposizione al paracetamolo durante la vita intrauterina, nella prima infanzia, nella tarda fanciullezza e nella vita adulta. Questa associazione è stata riscontrata in diversi paesi, sia sviluppati che in via di sviluppo, quindi con stili di vita decisamente diversi. Dati provenienti dallo studio ISAAC e ECRHS (European Community Respiratory Health Survey; Newson RB et al. Eur Respir J 2000; 18: 817-23) hanno identificato un’associazione positiva tra assunzione di paracetamolo e prevalenza di asma nei bambini e negli adulti. Lo studio multicentrico ISAAC ha coinvolto bambini di 6-7 anni e adolescenti di 13-14 anni. L’analisi qui riportata è stata condotta su 205487 bambini di 6-7 anni reclutati da 73 centri in 31 Paesi. Sono stati somministrati due questionari: il primo, quello di prevalenza, indagava i sintomi relativi alla malattia asmatica, rinocongiuntivite ed eczema; il secondo i possibili fattori ambientali di rischio o protettivi per lo sviluppo di asma o di disturbi allergici. I questionari sono stati formulati in maniera molto accurata, per ottenere il maggior numero di informazioni possibili, sia sulla prevalenza dei sintomi asmatici, di rinocongiuntivite, di sintomi allergici cutanei come eczemi, sia sull’assunzione di paracetamolo e di altri farmaci, sulla quantità e durata dell’assunzione, così come sullo stile di vita, abitudini alimentari, sesso, stato socioeconomico, presenza di animali domestici. Sono poi state effettuate analisi multivariate sia considerando l’utilizzo di paracetamolo nel primo anno di vita, sia l’utilizzo nei 12 mesi precedenti la compilazione dei questionari, su diversi gruppi dei diversi centri. L’outcome primario era valutare
l’associazione tra utilizzo del paracetamolo per affezioni febbrili
nel primo anno di vita e sintomi d’asma all’età
di 6-7 anni, espresso come odds ratio. Per valutare un’associazione dose-correlata
tra asma e assunzione di paracetamolo nell’anno precedente alla
somministrazione dei questionari, sono stati considerati 205.487 bambini
della stessa fascia d’età; l’OR rilevato è
stato di 1.55 (1.46-1.65) per consumi medi (=1 assunzione nell’ultimo
anno) rispetto alla non assunzione e un OR di 3.45 (3.22-3.69) per
consumi elevati (=1 volta al mese nell’ultimo anno) rispetto
alla non assunzione. Risultati simili sono stati evidenziati nei 105.023
bambini inclusi nell’analisi multivariata: OR 1.61 (1.46-1.77)
per un consumo medio vs nessuna assunzione e 3.23 (2.91-3.60) per
un consumo elevato vs nessuna assunzione. Da un’analisi dei dati di tutti centri è emerso che l’86% dei bambini che nell’anno precedente la somministrazione dei questionari avevano usato paracetamolo almeno 1 volta al mese, aveva assunto paracetamolo come antipiretico nel primo anno di vita; il 68% dei bambini che nell’anno precedente la somministrazione dei questionari avevano usato paracetamolo meno di una volta al mese e il 34% del gruppo che non aveva assunto paracetamolo nell’ultimo anno lo aveva utilizzato nel primo anno d’età. Quando il fattore “uso di paracetamolo nel primo anno di vita” è stato introdotto nel modello di analisi, l’OR per i sintomi asmatiformi è risultato rispettivamente di 1.52 per i bambini che lo avevano assunto meno di una volta al mese (1.38-1.68) e di 3.01(2.70-3.36) per quelli che lo avevano assunto più di una volta al mese. I punti di forza dello studio sono le sue dimensioni e la natura multietnica della popolazione inclusa, che ha permesso di valutare bambini con prevalenze di malattia, stili di vita e piani di cure diversi. I limiti risiedono nella natura stessa dello studio retrospettivo e nei molteplici fattori di confondimento presenti. Gli autori riflettono inoltre sul fatto che malattie a carico delle basse vie respiratorie in età precoce sono di per sè associate ad un aumento del rischio di sintomi asmatiformi, di conseguenza l’utilizzo del paracetamolo in queste malattie potrebbe non corrispondere ad un reale aumento del rischio correlato al farmaco; fanno comunque notare che se questo può essere vero per l’asma, non si può dire lo stesso per quanto riguarda i sintomi cutanei come l’eczema. L’utilizzo di paracetamolo nel
primo anno di vita può quindi rappresentare un possibile fattore
di rischio nello sviluppo di asma e affezioni allergiche. A favore
di questa ipotesi vi è il riscontro di un aumento in parallelo
dell’utilizzo di paracetamolo e aumento della prevalenza mondiale
dell’asma. Infatti, dal 1985 il paracetamolo ha completamente
sostituito l’aspirina come analgesico e antipiretico di scelta
nei bambini, a causa del potenziale rischio di sindrome di Reye correlato
all’aspirina. Per quanto riguarda i meccanismi biologici alla
base di questa associazione è stata chiamata in causa l’infiammazione
delle vie respiratorie dovuta alle ridotte concentrazioni dell’antiossidante
glutatione a livello polmonare e la stimolazione dei linfociti TH2
che aumenta l’espressione fenotipica di malattie allergiche.
L’editoriale di accompagnamento concorda con gli autori nell’affermare che sembra emergere una possibile associazione tra utilizzo di paracetamolo e sintomi riconducibili ad asma, rinocongiuntivite o eczema allergico. Riconosce nello studio ISAAC uno dei maggiori lavori per lo studio dell’asma nei bambini, ma pone l’attenzione su tutti i bias e i limiti propri di uno studio retrospettivo. Conflitto di interesse: uno degli autori dichiara di aver ricevuto finanziamenti da una ditta farmaceutica. Parole chiave: paracetamolo, bambini, studio multicentrico. Riferimento bibliografico
Utilizzando tecniche di data-mining sulle
banche dati di segnalazioni spontanee di eventi avversi, è
stato evidenziato un numero di report di SLA non proporzionale all’uso
di statine. Il data-mining, definito come l’uso di algoritmi computerizzati per l’identificazione di specifici pattern di associazioni in grandi banche dati, è una tecnica utilizzata dalla FDA allo scopo di individuare relazioni non proporzionate (più elevate di quanto atteso) nella segnalazione di eventi avversi associati a farmaci o altri prodotti terapeutici all’interno della banca dati AERS (Adverse Event Reporting System). Questa banca dati contiene oltre 4 milioni di segnalazioni post-marketing di eventi avversi riportati alla FDA, sia direttamente che attraverso le aziende farmaceutiche. La metodologia di data mining adottata dalla FDA applica l’algoritmo empirico Bayesiano MGPS (multi-item gamma Poisson shrinker). Tutti i casi di SLA riportati in associazione a statine nella banca dati AERS sono stati revisionati da due neurologi della FDA. La FDA ha richiesto alle ditte produttrici di lovastatina, pravastatina, simvastatina, fluvastatina, atorvastatina, cerivastatina e rosuvastatina, di fornire tutti i casi di SLA diagnosticati durante gli RCT di durata =6 mesi. La ricerca è stata effettuata per il periodo compreso tra la data di immissione in commercio di ciascuna statina ed il 31 dicembre 2006. L’analisi MGPS ha mostrato che
l’associazione tra SLA e statine risulta 1,6-8,5 volte più
frequente di quanto atteso per altri farmaci ed eventi avversi presenti
nel database AERS. Sono stati analizzati 41 RCT di durata compresa tra 6 mesi e 5 anni che includevano complessivamente 64602 pazienti randomizzati a statine, per un totale di esposizione di 212.775 anni-persona (durata media di trattamento pari a 3.3 anni). L’esposizione al placebo effettuata su 56362 pazienti corrispondeva a 200.078 anni-persona (durata media di trattamento pari a 3.5 anni). Dai dati provenienti dagli RCT sono stati registrati un totale di 19 casi di SLA, di cui 9 riportati nei soggetti trattati con statine e 10 in quelli in terapia con placebo. Le limitazioni delle banche dati di segnalazione
spontanea di reazioni avverse da farmaco sono ben note e si riferiscono
in modo particolare alla mancanza di randomizzazione e di gruppi controllo
formali, alla troppo ampia variabilità della qualità
e quantità delle informazioni incluse nei report, all’influenza
dei reporting bias. I dati provenienti dagli RCT non presentano le
suddette limitazioni ma, in genere, sono di durata troppo breve e
non sono disegnati ad hoc per la valutazione della comparsa di SLA,
il follow-up non supera i 30 giorni ed i pazienti inclusi nello studio
sono tolleranti alle statine, riducendo così la possibilità
di comparsa di eventi avversi gravi. Il tasso di mortalità
per SLA negli Stati Uniti non ha subito incrementi dopo l’introduzione
in commercio della prima statina avvenuta nel 1987.
Parole chiave: statine, sclerosi laterale amiotrofica, data mining. Riferimento bibliografico
In seguito all’esposizione ad estrogeni esogeni o a sostanze estrogeniche, le bambine in età pre-puberale possono sviluppare pubertà precoce, ginecomastia e sanguinamento uterino disfunzionale anovulatorio, anche se il rapporto di causalità, spesso, non viene dimostrato. Per esempio, è stato ritenuto che la ginecomastia pre-puberale potesse essere causata da un’esposizione indiretta a creme a base di estrogeni (Felner EI, White PC. Pediatrics 2000; 105: E55), sebbene l’effettivo assorbimento degli estrogeni non sia stato confermato. Nel caso di seguito riportato, viene descritta un’esposizione indiretta di una bambina a lozioni per capelli che contenevano elevate concentrazioni di etinilestradiolo. Gli autori dichiarano di aver ottenuto evidenze dirette dell’assorbimento dell’ormone e del suo accumulo a livello dei capelli sia della madre che della figlia. Una bambina di 36 mesi manifestava episodi
ricorrenti di sanguinamento vaginale, ognuno della durata di pochi
giorni. La bimba era in buona salute, con peso e altezza nella norma
(rispettivamente 16 kg e 99 cm), non aveva una storia di patologie
importanti o di interventi chirurgici, nè aveva utilizzato
farmaci o prodotti cosmetici. L’esame clinico evidenziava ginecomastia
e iperpigmentazione dei capezzoli. L’ecografia mostrava un aumento
del volume dell’utero e piccole ovaie. Il quadro clinico suggeriva
un’esposizione ormonale esogena. Sono state analizzate le lozioni per capelli fornite dalla madre per valutare la presenza e la concentrazione degli estrogeni mediante cromatografia liquida accoppiata a UV e spettrometro di massa. Inoltre i campioni di sangue e urine della bambina e dei genitori sono risultati negativi per ormoni sintetici (boldenone, dietilstilbestrolo, etinilestradiolo, 19 nor-testosterone, stanozololo, trenbolone, zeranolo). Le analisi hanno evidenziato la presenza di bassi livelli plasmatici di gonadotropine ed estradiolo, senza marker tumorali. Tuttavia, la lozione per capelli, utilizzata dalla madre, conteneva etinilestradiolo e i campioni dei capelli della bambina e della madre sono risultati positivi per etinilestradiolo in concentrazioni rispettivamente pari a 10.600 e 46.600 ng/g (media di due determinazioni effettuate sullo stesso estratto). Gli autori evidenziano che spesso è
difficile determinare l’esatto meccanismo dell’esposizione
ai farmaci. Una delle importanti cause di incertezza è rappresentata
dal ritardo tra l’osservazione dei segni clinici e il campionamento
della matrice biologica (ad esempio, in questo caso si è trattato
di diverse settimane). Ciò comporta che i metaboliti attivi
vengano eliminati dal sangue e dalle urine. Il caso descritto dimostra che i metodi
analitici effettuati sulla matrice biologica (come i capelli), che
accumula steroidi per un lungo periodo di tempo, possono identificare
l’origine della contaminazione. L’esposizione a steroidi
attraverso preparazioni transdermiche aumenta il loro accumulo nei
capelli come composti non polari (non coniugati). L’esposizione
orale spesso non determina deposizione del farmaco nei capelli, a
causa del suo intenso metabolismo.
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di non avere ricevuto finanziamenti da industrie farmaceutiche. Parole chiave: formulazioni estrogeniche topiche, reazioni avverse pediatriche, case report. Riferimento bibliografico
Nel Regno Unito (UK), sono stati registrati tre glitazoni: troglitazone (entrato in commercio ad ottobre 1997), rosiglitazone (luglio 2000) e pioglitazone (novembre 2000). Troglitazone è stato ritirato in UK nel dicembre 1997, dopo pochi mesi dal suo lancio, a causa di un cospicuo numero di segnalazioni di gravi eventi avversi epatici. L’epatotossicità non viene considerata un effetto di classe dei glitazoni. Tuttavia, in letteratura, sono stati descritti casi di danno epatocellulare e 1 caso di insufficienza epatica fatale durante il trattamento con pioglitazone. Oltre all’epatotossicità, desta preoccupazione il rischio di insufficienza cardiaca, ritenzione di fluidi, aumento ponderale e anemia associato all’uso di pioglitazone. Questo studio di coorte è stato condotto utilizzando la metodologia osservazionale di prescription-event monitoring (PEM) per monitorare la sicurezza post-marketing di pioglitazone in medicina generale in UK. I pazienti sono stati individuati attraverso le prescrizioni in medicina generale di pioglitazone dispensate dal National Health Service tra novembre 2000 e giugno 2001. I dati sulle prescrizioni vengono trasmessi alla Drug Safety Research Unit (DRSU) dalla Prescription Pricing Authority (attualmente, Prescription Pricing Division). Un semplice questionario “green form” è stato inviato a tutti i medici prescrittori circa 8 mesi dopo la prima prescrizione di pioglitazone identificata dal DRSU per ciascun paziente. Il “green form” richiede di riportare qualsiasi “evento” insorto dall’inizio del trattamento con pioglitazone. Con il termine “evento” si definisce ogni nuova diagnosi, ogni richiesta per una consulenza specialistica o per un ricovero ospedaliero, qualsiasi aggravamento (o miglioramento) inatteso di patologie in atto, qualsiasi sospetta reazione avversa ai farmaci, qualsiasi alterazione clinicamente rilevante dei parametri di laboratorio e qualsiasi altro disturbo considerato tanto rilevante da essere riportato nelle note del paziente. I medici dovevano anche fornire i dati demografici del paziente, le indicazioni per la prescrizione di pioglitazone, il dosaggio al momento dell’inizio della terapia e al momento dell’evento, le date di inizio e fine trattamento, le cause di sospensione del farmaco, la somministrazione concomitante di un altro antidiabetico e la causa dei decessi. Veniva, inoltre, richiesto di indicare se l’evento poteva essere classificato come reazione avversa associata a pioglitazone e se era stato segnalato al Committee on Safety of Medicines o all’azienda produttrice del farmaco. I “green forms” raccolti che non riportavano i dati demografici del paziente o le informazioni cliniche sono stati considerati ‘nulli’ e pertanto esclusi dallo studio. Per rilevare l’insorgenza di eventi precoci associati a pioglitazone è stata calcolata la differenza tra l’incidenza di densità del primo mese (ID1) e quella calcolata nei mesi 2-6 (ID2-6) della terapia con un intervallo di confidenza al 99%. La differenza positiva indicava che l’incidenza di densità del primo mese era più alta rispetto a quella dei mesi successivi. La coorte finale comprendeva 12.772 pazienti (età media 62 anni; 53,1% maschi). La dose iniziale più frequentemente prescritta è stata di 15 mg. Sul totale della coorte, 286 soggetti (2,2%) assumevano pioglitazone in monoterapia, mentre per 11.988 pazienti (94%) il farmaco era somministrato in associazione con altri antidiabetici. Le combinazioni utilizzate più comunemente erano pioglitazone/metformina (33.6%), pioglitazone/sulfonilurea (25%) e pioglitazone/metformina/sulfonilurea (18%). Inoltre l’insulina era impiegata con pioglitazone come unico farmaco concomitante o in associazione con un altro antidiabetico nel 3,7% dei pazienti. Dei 3690 pazienti che hanno sospeso il farmaco (29% della coorte), 1143 (8.9%) hanno interrotto la terapia a causa di uno scarso controllo glicemico. Edema/ritenzione di fluidi (n=121) e aumento ponderale (n=118) rappresentavano gli eventi avversi che più frequentemente hanno causato sospensione del trattamento. Malessere/stanchezza (n=30) e nausea/vomito (n=28) costituivano le sospette reazioni avverse più frequentemente associate a pioglitazone. Le manifestazioni cliniche considerate come eventi precoci del trattamento (con insorgenza prevalentemente durante il primo mese della terapia) sono state malessere/stanchezza, nausea/vomito, vertigine, cefalea/emicrania, diarrea, aumento ponderale e alterazione delle funzioni epatiche. Un totale di 118 eventi di alterazioni delle funzioni epatiche (alterazioni dei valori delle transaminasi, della fosfatasi alcalina e della bilirubina) è stato osservato in 107 pazienti. Di questi 118 eventi, 36 (0,3%) erano alterazioni delle transaminasi mentre in 47 casi il segnalatore non ha specificato quale parametro dei test di funzionalità epatica risultasse alterato. Il numero totale dei decessi riportati è stato 221 (1,73%). Le cause sono state identificate in 160 pazienti (72,4%) dei quali 152 sono stati registrati durante il trattamento con pioglitazone. Nessuno decesso è stato attribuito alla terapia con pioglitazone. Ottantuno decessi sono stati attribuiti a cause cardiovascolari: 48 associati ad infarto del miocardio/ischemia cardiaca (47 durante il trattamento con piolitazone) e 15 dovuti ad emorragia cerebrale/arteriosclerosi cerebrale/ictus ischemico (14 durante il trattamento con pioglitazone). In 28 pazienti l’insufficienza cardiaca è stata riportata come causa di morte, in 5 di essi come unica causa di morte, in 14 associata a ischemia cardiaca/infarto del miocardio, in 2 a patologia cardiaca da ipertensione, in 1 a cardiomiopatia e in 6 casi a cause di morte non cardiache. Due pazienti sono state esposte a pioglitazone
durante la gravidanza: in un caso l’esposizione è avvenuta
durante il primo mese di gestazione, il cui esito è stato favorevole
(assenza di anomalie congenite); la seconda esposta durante le prime
6 settimane, ha partorito un neonato affetto da sirenomelia, malformazioni
congenite associate a ipoplasia polmonare e malattia della membrana
ialina alla 32° settimana (il neonato è deceduto 3 ore
dopo la nascita).
Conflitto di interesse: la Drug Safety Research Unit (DRSU) è un’organizzazione indipendente che riceve donazioni liberali non vincolanti da aziende farmaceutiche, compresa quella produttrice di pioglitazone. Uno degli autori dichiara di aver ricevuto compensi per attività di consulenza dall’azienda produttrice di pioglitazone. Parole chiave: pioglitazone, sicurezza, studio osservazionale. Riferimento bibliografico
La sclerosi multipla (MS) è una
patologia neurologica cronica definita sia da un punto di vista anatomo-patologico
(demielinizzazione del SNC immuno-mediata e lesioni assonali) che
clinico (esacerbazioni, progressione della disabilità) (*).
I pazienti reclutati sono stati randomizzati secondo un rapporto 1:1 a ricevere 44 mcg di interferone beta-1a per via sc 3 volte/settimana o 20 mg di glatiramer acetato per via sc 1 volta/die, per 96 settimane. Secondo il protocollo dello studio, dopo 28 giorni dalla visita di screening, i pazienti iniziavano l’assunzione di uno dei due farmaci in esame (visita 0), per poi essere seguiti per un follow-up di 4, 12, 24, 48, 72 e 96 settimane. Tutti i pazienti in corrispondenza della visita 0 sono stati sottoposti ad una risonanza magnetica cerebrale, che per 460 soggetti è stata ripetuta anche alle settimane 24, 48, 72 e 96. Outcome primario dello studio era il tempo della prima recidiva durante le 96 settimane di trattamento. Gli end point secondari includevano il numero medio delle lesioni attive T2, il numero medio di lesioni captanti il gadolinio, modificazioni del volume delle lesioni captanti il gadolinio e modificazioni del volume delle lesioni T2. Gli end point terziari includevano lesioni CUA (Comined Unique Active), nuova ipointensità T1, volume della lesione T1 ipointensa, volume cerebrale e progressione della disabilità. Degli 803 soggetti reclutati, 764 sono stati randomizzati alla terapia con interferone beta-1a (n=386) o con glatiramer acetato (n=378); di questi, 625 hanno completato le 96 settimane dello studio. I due gruppi di pazienti presentavano al basale le stesse caratteristiche demografiche e cliniche, con uno score EDSS medio di 2,3 punti e con un solo attacco nei 24 mesi precedenti l’arruolamento nel 34% del campione (n=263; 40% nel gruppo interferone beta-1a e 29% nel gruppo glatiramer acetato). Non è stata rilevata alcuna differenza nella storia della sclerosi multipla, sebbene i pazienti in trattamento con glatiramer acetato presentassero un numero maggiore di recidive precedenti l’inizio dello studio ed un impiego maggiore di corticosteroidi negli ultimi 6 mesi. I due gruppi di pazienti erano simili anche per le lesioni captanti il gadolinio nella risonanza magnetica eseguita al basale, presenti nel 39% del gruppo interferone beta-1a e nel 41% del gruppo glatiramer acetato. Per quanto riguarda l’outcome primario,
il 16% del gruppo interferone beta-1a vs il 17% del gruppo glatiramer
acetato hanno avuto almeno una recidiva durante le 96 settimane di
trattamento, con nessuna differenza significativa tra i bracci relativamente
al tempo di insorgenza dell’evento (HR 0,94, 95% CI 0,74-1,21,
p=0,64). Alla luce dei risultati ottenuti non
sono emerse differenze significative riguardo al tempo della prima
recidiva tra interferone beta-1a e glatiramer acetato nel trattamento
della RRMS. La popolazione presa in esame nello studio REGARD oltre
a presentare una minore incidenza di malattia attiva rispetto ai pazienti
inclusi in precedenti trial clinici (BEYOND-0’Connor et al.
European Neurological Society Meeting, 2006; CAMMS223-Polman CH et
al. N Engl J Med 2006; 354: 899; AFFIRM-Coles A. Annual Meeting of
the American Acedemy of Neurology, 2007), ha manifestato un numero
inferiore di recidive rispetto a quanto poteva essere previsto avendo
come riferimento i dati precedenti: infatti solo 258 pazienti (34%)
sono andati incontro ad un numero di recidive =1, contrariamente ai
460 attesi. Possibili spiegazioni possono essere la bassa attività
della malattia nei soggetti arruolati e il ridotto numero dei partecipanti
(ogni gruppo avrebbe dovuto comprendere almeno >1000 soggetti).
A fronte di tutto ciò, l’analisi degli end point secondari
e terziari evidenzia un profilo favorevole dell’interferone
beta-1a (minori lesioni captanti il gadolinio e riduzione del numero
di lesioni CUA), che trova spiegazione nella maggiore rapidità
d’azione di quest’ultimo rispetto al glatiramer acetato.
Nell’editoriale di accompagnamento all’articolo, viene sottolineato che sarebbe opportuno interpretare con cautela le conclusioni dello studio, considerando il disegno del trial, in aperto e a gruppi parallelli, esposto quindi al rischio di possibili bias e della necessità di studi randomizzati in doppio cieco per ottenere dati più certi. (*) In Italia risultano autorizzati per il trattamento della MS corticosteroidi (tra cui il metilprednisolone), mitoxantrone, glatiramer acetato, interferoni, natalizumab. Conflitto di interesse: diversi autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da varie ditte farmaceutiche. Lo studio è sponsorizzato da Serono e Pfizer che hanno gestito e analizzato i dati. Gli autori avevano pieno accesso ai dati e la responsabilità della decisione finale di pubblicare il manoscritto. Parole chiave: Sclerosi multipla recidivante-remittente, interferone beta 1/glatiramer acetato, studio in aperto. Riferimenti bibliografici
Sebbene i fattori prognostici per pazienti con linfoma follicolare (FL) siano stati approfonditamente studiati, non è ancora stato chiarito quali siano i più utili in clinica e se questi si applichino ancora oggi dopo l’introduzione del rituximab nella terapia di prima linea. L’International Prognostic Index (IPI) per i linfomi aggressivi è predittivo di outcome nel FL, ma la sua utilità è limitata poiché pochi pazienti (10-15%) rientrano nel gruppo ad alto rischio (The International Non-Hodgkin’s Lymphoma Prognostic Factors Project. N Engl J Med 1993; 329: 987-94). Specifico per il FL è invece il Follicular Lymphoma Prognostic Factor Index (FLIPI), che suddivide i pazienti in gruppi di rischio sulla base di 5 fattori prognostici (età, stadio Ann Arbor, numero delle aree nodali colpite, livelli di emoglobina e livelli serici di LDH) e definisce tre gruppi di rischio: basso rischio (0 a 1 dei fattori di rischio), rischio intermedio (2 fattori di rischio) e alto rischio (3-5 fattori) (Solal-Céligny P et al, Blood 2004; 104: 1258-65). Questo studio rappresenta il proseguimento
di un altro lavoro pubblicato nel 2005, in cui è stata valutata
l’aggiunta del rituximab alla chemioterapia standard (CVP),
in pazienti non precedentemente trattati con FL di grado III/IV (Marcus
R et al. Blood 2005; 105: 1417-23). Nello studio condotto in 47 centri, tra
il 2000 e il 2002, sono stati randomizzati 321 pazienti (=18 anni,
affetti da FL CD20+ al III o IV stadio, confermato da biopsia linfonodale)
a ricevere CVP più rituximab (R-CVP; n= 159, 88 maschi, età
mediana 52 anni) o solo CVP (n= 162, 85 maschi, età mediana
53 anni) per al massimo 8 cicli. I criteri di esclusione sono stati:
evidenza di trasformazione istologica in linfoma a grandi cellule
B diffuse, coinvolgimento del sistema nervoso, storia di malattia
cardiaca severa o di precedente tumore diverso da carcinoma in situ
della cervice e basalioma, compromissione della funzionalità
renale o epatica non causate dal linfoma, HIV, epatite B o C. Il 68% (n=108) dei pazienti del gruppo
CVP e l’85% (n=137) del gruppo R-CVP hanno completato gli 8
cicli di terapia; un minor numero di pazienti del gruppo R-CVP (n=25)
rispetto al gruppo CVP (n=51) si è ritirato dopo il ciclo 4
a causa di una risposta insufficiente al trattamento. Il beneficio addizionale di R versus
CVP era rappresentato da una riduzione stimata del 40% del rischio
di morte (HR=0,60; 95% CI, 0,38-0,96).
L’editoriale di accompagnamento, sottolinea che i dati indicano come l’aggiunta del rituximab alla chemioterapia consenta una sopravvivenza totale più lunga nei pazienti con FL. Ciò non esclude che al raggiungimento di questo fondamentale obiettivo possano contribuire anche altri fattori pre-esistenti all’introduzione del rituximab in terapia, ad esempio la preparazione del medico e la collaborazione del malato, la precocità della diagnosi e del trattamento, le nuove terapie dopo recidiva e una migliore terapia di sostegno. È indubbio che sia stato fatto un passo in avanti nella terapia del FL, ma è prematuro dichiarare vittoria. È ancora necessario definire trattamenti individualizzati che preservino l’aspettativa di vita e la qualità di vita dei pazienti. Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: rituximab, linfoma follicolare, follow-up a lungo termine. Riferimento bibliografico |
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Valentina Boscaro (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre 2008 |