
Newsletter numero 24 del 01-11-2008
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Sommario o Exenatide 1 volta a settimana versus 2 volte al giorno per il trattamento del diabete di tipo 2: uno studio di non inferiorità randomizzato in aperto (The DURATION-1 Study Group) o Rofecoxib ed eventi cardiovascolari: analisi finale dello studio APPROVe (Adenomatous Polyp Prevention On Vioxx) o Profilassi continua vs episodica con amiodarone per la prevenzione della fibrillazione atriale o Cosa è successo alla polipillola? o Vaccino per l’epatite B e rischio di demielinizzazione infiammatoria del Sistema Nervoso Centrale nell’infanzia o Le donne sono maggiormente soggette alle ADR rispetto agli uomini o Supplementazione con alte dosi di vitamine B e declino cognitivo nella malattia di Alzheimer: l’Alzheimer Disease Cooperative Study (ADCS), un trial randomizzato e controllato o Gli interventi psicologici e farmacologici sono ugualmente efficaci nel trattamento dei disturbi depressivi dell’adulto? Una metanalisi di studi comparativi - Dispositivi medici in evidenza
- o Filtri per vena cava inferiore (filtri IVC) nei pazienti pediatrici: uno studio prospettico osservazionale o Variabilità nell’uso di cateteri per emodialisi dovuta a etnia, sesso e distribuzione geografica: risultati del progetto sulle misure di risposta clinica nelle patologie renali terminali (ESRD, End-Stage Renal Disease) o Studio clinico
randomizzato sulla riparazione dell’ernia inguinale
con reti leggere rivestite in titanio rispetto a reti standard in
polipropilene
Il tiotropio è un farmaco anticolinergico che, utilizzato per via inalatoria in singola dose giornaliera, determina un miglioramento dei parametri respiratori nella COPD per almeno 24 h. Studi della durata da 6 settimane a 12 mesi hanno mostrato che l’assunzione di tiotropio migliora la tolleranza all’esercizio, la qualità della vita, la frequenza della dispnea e delle riacutizzazioni. Lo studio, randomizzato, in doppio cieco,
condotto in 490 centri in 37 paesi tra il Gennaio 2003 e il Febbraio
2008, ha valutato gli effetti a lungo termine della terapia con tiotropio. Gli end point coprimari sono stati: la
velocità annua di declino del FEV1 medio prima dell’uso
del farmaco in studio e dopo la sua utilizzazione a partire dal giorno
30 fino al completamento dello studio. Gli end point secondari sono
stati: la velocità di declino della FVC media e della SVC;
la qualità della vita, misurata attraverso il punteggio totale
del St. George’s Respiratory Questionnaire (SGRQ); la riacutizzazione
della COPD, definita come aumento o comparsa di più di un sintomo
respiratorio (tosse, escreato, escreato purulento, dispnea) di durata
>=3 giorni e con necessità di trattamento con antibiotici
o corticosteroidi sistemici e le relative ospedalizzazioni; la frequenza
di morte per qualsiasi causa e per insufficienza respiratoria. Il 73% (n=4383) dei pazienti ha completato
2 anni di studio, il 65% (n=3891) 3 anni e il 60% (n=3569) almeno
45 mesi; un maggior numero di pazienti del gruppo placebo (44,6%)
rispetto al gruppo tiotropio (36,2%, p<0,001) non ha completato
i 45 mesi. La causa maggiore dell’abbandono del trattamento
è stata la comparsa di eventi avversi. Nel gruppo tiotropio il valore medio
di FEV1 prima e dopo broncodilatazione ha mostrato, rispetto al gruppo
placebo, un miglioramento significativo che si è mantenuto
durante lo studio a tutte le visite successive la randomizzazione
(87 vs 103 ml prima della broncodiatazione, 47 vs 65 ml dopo la broncodilatazione;
p<0,001). Non ci sono state differenze significative tra i 2 gruppi
nella velocità di declino del FEV1 medio né prima né
dopo broncodilatazione, dal giorno 30 alla fine del trattamento. Differenze
significative a favore del tiotropio sono state osservate per le variazioni
medie assolute nel punteggio totale SGRQ (2,3-3,3 unità; P<
0,001), sebbene queste differenze fossero <4 unità e pertanto
non ritenute clinicamente rilevanti. Ciò nonostante, un maggior
numero di pazienti del gruppo tiotropio, rispetto al gruppo placebo,
ha mostrato un miglioramento =4 unità: ad 1 anno (49% vs 41%;
p<0,001), a 2 anni (48% vs 39%; p<0,001), a 3 anni (46% vs 37%;
p<0,001) ed a 4 anni (45% vs 36%; p<0,001). A 4 anni e 30 giorni
dalla randomizzazione, l’uso del tiotropio è stato associato
ad un ridotto rischio di riacutizzazione, di relativa ospedalizzazione
(<50% dei pazienti) e di insufficienza respiratoria. Il tempo mediano
di prima riacutizzazione è stato 16,7 mesi (95% CI, 14,9-17,9)
nel gruppo tiotropio e 12,5 mesi (95% CI, 11,5-13,8) in quello placebo.
Durante il periodo di 4 anni e 30 giorni, 941 pazienti sono deceduti:
14,9% trattati con tiotropio e 16,5% del gruppo placebo (HR 0,89;
95% CI, 0,79-1,02). In questo studio, il declino della funzione
polmonare è stato in media 30 ml/anno prima della broncodilatazione
e 41 ml/anno dopo la broncodilatazione in entrambi i gruppi dello
studio, una variazione che è minore di quella emersa da qualsiasi
studio precedente. Le possibili spiegazioni per queste discrepanze
sono: la possibilità di utilizzare altre terapie respiratorie,
tranne anticolinergici, che potrebbero avere contribuito al minore
declino di FEV1; una maggiore percentuale di pazienti si sono astenuti
dal fumo, con conseguente minore declino di FEV1; altri fattori, quali
differenze nel disegno dello studio, la selezione dei pazienti e fattori
regionali, che potrebbero spiegare queste discrepanze.
L’editoriale di accompagnamento, sottolinea come lo studio UPLIFT affronti la possibilità di utilizzare come end point il FEV1. Tuttavia, ci sono sempre maggiori evidenze del fatto che FEV1 da solo, sebbene importante, non colga e non esprima l’eterogeneità della COPD. Come conseguenza del riconoscimento di questa eterogeneità, è stata sviluppata una nuova classe di sistemi di classificazione, come il BODE index che valuta il BMI, il grado di ostruzione delle vie aeree e di dispnea e la capacità di esercizio. In base a questi 4 parametri viene costruita una scala a 10 punti nella quale punteggi alti indicano un maggior rischio di morte. Accanto a ciò, si è cercato di definire sottogruppi omogenei di pazienti con COPD; per fare questo è chiaro che il FEV1 da solo non è sufficiente e altre misure, ad es. cliniche, funzionali, radiologiche e genetiche, dovrebbero essere considerate. Conflitto di interesse: lo studio è stato sponsorizzato da Boehringer Ingelheim e Pfizer. Inoltre, gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: tiotropio, COPD, studio placebo-controllato. Riferimenti bibliografici
Per valutare se l’efficacia di
una formulazione a rilascio prolungato di exenatide (in cui microsfere
iniettabili di farmaco sono state complessate con un polimero biodegradabile
[acido poli (D,L lattico-glicolico), comunemente utilizzato nelle
suture assorbibili e nelle formulazioni farmaceutiche a rilascio prolungato]
da somministrare 1 volta a settimana sia paragonabile a quella della
formulazione giornaliera (2 volte/die), è stato condotto uno
studio di non inferiorità di 30 settimane randomizzato in aperto.
L’end point primario era la variazione dei livelli di HbA1c a 30 settimane. Gli end point secondari comprendevano: sicurezza e tollerabilità del trattamento, valutazione della glicemia a digiuno e post-prandiale, lipidemia e glucagone a digiuno, pressione arteriosa, farmacocinetica di exenatide, ed assorbimento di paracetamolo (per valutare lo svuotamento gastrico). È stata anche registrata la percentuale di pazienti che ha raggiunto concentrazioni di HbA1c = 7,0%, = 6,5%, = 6,0%; il titolo di autoanticorpi, il peso corporeo e la presenza/assenza di nausea. A 30 settimane, i pazienti che avevano
assunto exenatide 1 volta a settimana avevano mostrato una significativa
variazione dei valori di HbA1c rispetto alla terapia giornaliera (-1.9
vs -1,5, CI 95% da -0,54% a -0,12%; p=0,0023). Una percentuale significativamente
più elevata di pazienti trattati con la formulazione a lento
rilascio ha raggiunto il target di HbA1c =7% (77% vs 61% dei pazienti
valutabili, p=0,0039). Quasi 2/3 dei pazienti entrati nello studio
con valori di HbA1c >9% hanno raggiunto valori = 7%.
Tuttavia, come precisa l’editoriale di riferimento, molti ipoglicemizzanti sono stati ritirati dal commercio od il loro impiego è diventato controverso nonostante gli iniziali risultati positivi. Quindi, l’entusiasmo iniziale potrebbe virare allo scetticismo quando saranno sollevati i primi problemi relativi ad efficacia clinica e/o sicurezza Ulteriori studi dovrebbero stabilire la persistenza degli effetti della terapia su variabili surrogate dopo le 30 settimane di trattamento con l’exenatide long-acting, così come sarebbe interessante un confronto diretto con liraglutide (non in commercio in Italia), un analogo di GLP-1 (Visbøll T. Expert Opin Investig Drugs 2007; 16: 231-7), che possiede un’emivita più lunga (monosomministrazione giornaliera) rispetto alla formulazione classica di exenatide (2 somministrazioni giornaliere). Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da Amylin Pharmaceuticals Inc ed Eli Lilly. Parole chiave: exenatide, diabete mellito di tipo 2, studio di non inferiorità. Riferimenti bibliografici
La prima analisi pubblicata dello studio
APPROVe (Bresalier RS et al. N Engl J Med. 2005; 352: 1092-102) è
stata contestata per la mancanza di dati relativi al follow-up e per
la metodologia statistica, che non prendeva in considerazione il tempo
di comparsa della cardiotossicità (in genere dopo almeno 18
mesi di terapia) e che presentava un errore nella parte analitica. Nella presente analisi sono stati riportati i dati dell’estensione del follow-up del trial APPROVe con l’obiettivo di determinare la tossicità cardiovascolare del rofecoxib, i rischi dopo la sospensione della terapia e di quantificare il numero di pazienti già ad elevato rischio cardiovascolare in trattamento con il farmaco. Lo studio APPROVe, multicentrico (compresi
diversi centri di ricerca italiani), randomizzato, controllato verso
placebo, in doppio cieco ha reclutato 2587 pazienti in 108 centri,
ampiamente distribuiti a livello internazionale, tra il 2000 ed il
2001. La durata prevista era di tre anni, ma lo studio è stato
interrotto circa due mesi in anticipo a causa dell’ipotesi di
cardiotossicità del rofecoxib. Sono stati ottenuti dati di follow-up
esteso dopo il trattamento su esiti cardiovascolari per l’84%
dei pazienti e sulla mortalità per il 95% dei soggetti reclutati
nell’APPROVe. In totale, 59 soggetti hanno sperimentato un end
point APTC nel gruppo dei trattati con rofecoxib e 34 nel gruppo placebo
(HR 1,79; CI 95% 1,17-2,73; p=0,006). Dopo l’aggiustamento per
alcune caratteristiche basali dei pazienti (età, sesso, uso
di aspirina e rischio cardiovascolare), i valori di HR corrispondevano
a 1,72 (1,13-2,62) per l’end point APTC, ad 1,94 (1,09-3,34)
per l’infarto miocardico ed a 2,17 (0,98 - 4,80) per lo stroke.
La differenza nei rischi cumulativi dell’end point APTC nel
gruppo dei trattati con rofecoxib rispetto al placebo mostrava un
incremento esponenziale ma non significativo nel tempo, raggiungendo
il valore di 1,74% (0,47-3,01) a 36 mesi. Gli autori riconoscono alcune limitazioni
dell’analisi. Le frequenze di eventi cardiovascolari erano troppo
basse per riuscire a determinare gli effetti tra i vari sottogruppi
di pazienti e l’evoluzione temporale del rischio. La partecipazione
al follow-up cardiovascolare esteso è stata molto elevata,
ma non ha coinvolto tutti i soggetti inclusi nello studio. Non è
stato possibile reperire informazioni sull’uso di aspirina ed
altri FANS ed infine, considerato che l’analisi ha valutato
la terapia a lungo termine con rofecoxib, è molto difficile
estendere i risultati all’impiego di terapie a breve termine.
Conflitto d’interesse: lo studio è stato finanziato dalla Merck Research Laboratories. Parole chiave: coxib, effetti cardiovascolari, RCT. Riferimento bibliografico
Lo studio, un RCT non in cieco, della
durata di 52 mesi (Dicembre 2002-Marzo 2007), è stato condotto
in 7 centri olandesi, su un campione di 209 pazienti ambulatoriali
affetti da fibrillazione atriale sintomatica persistente recidivante.
La durata media del follow-up è stata di 1,5 anni, con una
durata massima di 2,5 anni. I pazienti che, dopo essere stati trattati
con amiodarone 600 mg/die per un periodo di 4 settimane, non avevano
recuperato un ritmo sinusale venivano sottoposti ad una cardioversione
elettrica. Successivamente, questi pazienti venivano randomizzati
a uno dei due gruppi di trattamento con amiodarone, episodico o continuo.
L’end point primario di tipo composito era costituito dagli eventi avversi maggiori correlati sia all’uso di amiodarone che alle patologie cardiache di base. Tali eventi comprendevano effetti cardiovascolari, ipertiroidismo e ipotiroidismo, tossicità polmonare ed epatica ed effetti dermatologici, oftalmici, neurologici e del tratto gastrointestinale. Gli eventi correlati a patologie cardiache di base erano: insufficienza cardiaca, complicanze tromboemboliche, sanguinamento, ischemia miocardiaca o infarto e morte. L’end point secondario era definito dalla mortalità da tutte le cause e dalle ospedalizzazioni per eventi cardiovascolari, incluse ospedalizzazioni per cardioversione elettrica, fibrillazione atriale e eventi maggiori correlati a patologie cardiache di base e all’uso di amiodarone. In totale, 209 pazienti sono risultati
eleggibili per l’analisi e sono stati randomizzati ad amiodarone
in trattamento continuo (n=103) o episodico (n=106). Dopo un follow-up
mediano di 2,1 anni, 51 pazienti (48%) in trattamento episodico rispetto
a 64 (62%) in trattamento continuo avevano un ritmo sinusale (p=0,5).
Sono stati registrati 85 casi (80%) di recidive di fibrillazione atriale
nel gruppo in trattamento episodico rispetto ai 56 casi (54%) nel
gruppo in trattamento continuo (p<0,01). Secondo gli autori, lo studio presenta
alcuni limiti quali dimensioni relativamente piccole del campione
e periodo di follow-up abbastanza breve, disegno in aperto, end point
primario basato su outcome di rilevanza clinica ampiamente variabile.
Parole chiave: amiodarone, fibrillazione atriale, RCT. Riferimento bibliografico
Un recente articolo (1) pubblicato sul BMJ si è chiesto a che punto sia lo sviluppo della cosiddetta “polipillola”, ossia l’associazione in una sola compressa di più principi attivi impiegati nella prevenzione cardiovascolare. Il primo studio che ha valutato gli esiti della somministrazione della polipillola in soggetti di età >55 anni, con una patologia cardiovascolare documentata, è una metanalisi2 del 2003 condotta dal Wolfson Institute of Preventive Medicine di Londra. La metanalisi2 ha quantificato l’efficacia
ed il profilo di sicurezza della nuova formulazione attraverso la
valutazione di trial randomizzati e di studi di coorte, compresa una
metanalisi di 15 studi sull’aspirina a basse dosi (50-125 mg/die).
I dati valutati comprendevano oltre 750 trial, su un totale di 400.000
soggetti. I risultati (2) hanno evidenziato che, modificando tutti e 4 i fattori di rischio considerati, il tasso di eventi ischemici cardiaci veniva ridotto dell’88% (84%-91%) e quello di stroke dell’80% (71%-87%). Inoltre, un terzo dei soggetti che avrebbero cominciato il trattamento con la polipillola a partire dal 55a anno di età avrebbe potuto ritardare di 11-12 anni la comparsa di attacchi cardiaci o stroke. Anche il profilo di sicurezza appariva favorevole, con un tasso di eventi avversi variabile tra l’8% ed il 15% in funzione della formulazione utilizzata, mentre, tra tutti i principi attivi, l’aspirina era il farmaco che poteva causare gli eventi avversi più gravi (principalmente di natura emorragica). Contestualmente alla pubblicazione della metanalisi, l’editoriale di accompagnamento (3) aveva indicato che il ricorso alla polipillola avrebbe potuto influenzare la patologia cardiovascolare in misura maggiore rispetto ad ogni altro intervento terapeutico. Inoltre, se tali dati si fossero rivelati corretti, nei soggetti con malattia vascolare, i benefici derivanti da tale approccio terapeutico avrebbero di gran lunga superato i rischi correlati al trattamento. Oggi, a distanza di oltre 5 anni, ci si potrebbe aspettare che vari gruppi di ricerca siano in concorrenza per testare questa terapia innovativa1. In realtà non è così ed i pochi trial clinici che sono stati pianificati in tal senso non sono ancora riusciti a confermare l’ipotesi iniziale. Per esempio, uno studio pilota pianificato dall’Università di Aukland ha reclutato 400 pazienti provenienti da Australia, Nuova Zelanda, Brasile, India, Olanda, Gran Bretagna e Stati Uniti, randomizzati per 12 settimane ad una una polipillola contenente un antipertensivo, un ipolipemizzante e aspirina o a placebo. Tuttavia, poiché sono stati selezionati soltanto soggetti ad elevato rischio di attacchi cardiaci o di stroke, gli esiti non potranno essere generalizzati ad una popolazione più ampia (1). È in corso un altro studio, pianificato
all’ospedale Monte Sinai di New York, che prevede l’utilizzo
di una variante della polipillola contenente aspirina, una statina,
un ACE inibitore e un ß-bloccante. L’obiettivo dello studio
era valutare il miglioramento dell’aderenza alla terapia costituita
da una singola pillola in soggetti che hanno già avuto un infarto
del miocardio e testarne l’accessibilità anche nei paesi
a basso reddito (1). Parole chiave: polipillola, prevenzione cardiovascolare, metanalisi. Riferimenti bibliografici
Le prime segnalazioni che hanno descritto un’associazione tra esposizione al vaccino ricombinante contro l’epatite B e sviluppo di patologie infiammatorie demielinizzanti del Sistema Nervoso Centrale (SNC) non erano riferite solamente alla sclerosi multipla, ma anche a sindromi clinicamente isolate come encefalomielite acuta disseminata o mielite trasversa. Queste ultime patologie sono considerate conseguenti all’esposizione acuta al virus o all’antigene del vaccino con maggiore probabilità rispetto alla sclerosi multipla. Tuttavia, la maggior parte degli studi epidemiologici è stata condotta in pazienti adulti e ha valutato l’associazione fra il vaccino contro l’epatite B e un aumento della frequenza di sclerosi multipla confermata. L’obiettivo di questo studio, caso-controllo basato sulla popolazione, era quello di valutare se l’esposizione al vaccino contro l’epatite B nell’infanzia aumentasse il rischio di un primo episodio di demielinizzazione infiammatoria acuta del SNC. Lo studio fa parte di un programma di ricerca finalizzato alla valutazione di fattori di rischio ambientali per lo sviluppo di demielinizzazione infiammatoria acuta del SNC. Uno studio precedente (Mikaeloff Y et al. Arch Pediatr Adolesc Med 2007; 161: 1176-82) aveva valutato il rischio di insorgenza di sclerosi multipla nell’infanzia e non aveva evidenziato un’associazione con l’esposizione al vaccino per l’epatite B. I casi descritti in questo studio sono stati selezionati tra i pazienti arruolati nella coorte neuropediatrica ‘KIDSEP’ in Francia. La popolazione finale comprendeva pazienti nati in Francia che avevano manifestato un primo episodio di demielinizzazione infiammatoria acuta del SNC tra il 1° Gennaio 1994 e il 31 Dicembre 2003 prima di compiere 16 anni. La definizione dei casi includeva episodi singoli in assenza di recidive durante il follow-up, ma anche pazienti con recidive durante le quali hanno ricevuto la diagnosi di sclerosi multipla. I controlli (12 per ciascun caso) sono stati selezionati random nella popolazione generale francese in base all’età (+/- 6 mesi rispetto al caso di riferimento), al sesso e alla area geografica di residenza. Ad ogni controllo è stata assegnata una “data indice” (data di insorgenza dei sintomi del primo episodio di demielinizzazione infiammatoria acuta del caso di riferimento) per valutare una possibile correlazione temporale con le vaccinazioni precedenti. Casi e controlli hanno ricevuto una lettera che richiedeva la compilazione di un questionario. Tra i documenti richiesti era compreso un certificato relativo a tutte le vaccinazioni (in particolare quella contro l’epatite B) e informazioni sulla storia familiare di patologie autoimmuni e sull’abitudine al fumo nell’ambiente domestico da parte dei genitori prima della data indice. Sono stati calcolati gli odds ratio (OR) dei primi episodi di demielinizzazione infiammatoria acuta del SNC associata alla vaccinazione contro l’epatite B effettuata nei 3 anni precedenti la data indice, utilizzando una regressione logistica condizionale per i dati “matched” caso-controllo. I soggetti non esposti al vaccino per l’epatite B fra la data di nascita e la data indice, sono stati utilizzati come gruppo di riferimento. L’analisi è stata estesa per un periodo di esposizione >3 anni dalla data indice. Analisi di sottogruppi hanno confrontato gli OR relativi ai soli casi di sclerosi multipla confermata e quelli relativi alle specifiche specialità di vaccino somministrate. I casi inizialmente selezionati erano 403 dei quali 349 (86,6%) hanno accettato di partecipare allo studio, fornendo una copia del loro certificato di vaccinazione. Per i 349 casi (156 maschi, età media 9.3±4.6 anni) la diagnosi confermata di patologia era distribuita come segue: 1) demielinizzazione infiammatoria acuta: episodi singoli senza ricaduta per 198 casi inclusa l’encefalomielite acuta disseminata (n=79; 39,9%), neurite ottica isolata (n=19; 9,6%), mielite trasversa isolata (n=18; 9,1%), disfunzione del tronco encefalico (n=8; 4,0%) e altri episodi (n=74; 37,4%); 2) sclerosi multipla: 151 casi di patologia confermata da almeno un secondo episodio, oltre a quello iniziale, inclusi 90 casi classificati a maggiore severità iniziale. Sono stati identificati 4.172 controlli, accoppiati ai casi per età, sesso e provenienza geografica. Solo per 2941 controlli (maschi, 1349; età media: 9.0±4.5) è stato possibile ottenere informazioni sulle vaccinazioni. L’incidenza delle vaccinazioni contro l’epatite B nei tre anni precedenti alla data indice era il 24,4% tra i 349 casi e il 27,3% tra i 2941 controlli. La vaccinazione contro l’epatite
B entro questo periodo non è stata associata ad un incremento
dell’incidenza di demielinizzazione infiammatoria acuta del
SNC (OR 0.74; CI 95% 0.54–1.02). Quando nell’analisi è
stato valutato un periodo di esposizione al vaccino per l’epatite
B >3 anni dalla data indice, è stato evidenziato un aumento
non significativo del trend per lo sviluppo di eventi di demielinizzazione
infiammatoria acuta del SNC, essenzialmente con la specialità
Engerix® B (OR 1.50; 0.92–2.45). L’OR è risultato
significativamente superiore per questa specialità nei casi
rispetto ai controlli quando l’analisi è stata ristretta
a pazienti con sclerosi multipla confermata (OR 2.40; 1.16–4.94).
GenHevec B*, l’altra specialità valutata, è stata
associata ad un OR di 1.36 (0.69–2.70) per i pazienti con demielinizzazione
infiammatoria e di 1.21 (0.43–3.44) in quelli con sclerosi multipla
confermata.
*Non in commercio in Italia. Il National Advisory Board of Pharmacovigilance francese ha esaminato i risultati dello studio caso-controllo su riportato per valutare il rischio di insorgenza di un primo evento demielinizzante centrale nei bambini associato alla vaccinazione per l’epatite B e in particolare con la specialità Engerix® B durante un incontro tenutosi in data 30/08/2008. Il gruppo di epidemiologi dell’Agenzia francese che ha analizzato lo studio, evidenziandone diversi punti critici e limiti nell’analisi per sottogruppi, ha concluso che i risultati suggeriscono associazioni spurie piuttosto che differenze reali e che il profilo beneficio/rischio dei vaccini per l’epatite B, e in particolare per Engerix® B, non è rimesso in discussione dai risultati di questo studio e pertanto rimane invariato. Le conclusioni della commissione, emerse al termine dell’incontro, sono state sintetizzate in una nota emanata dall’Agenzia francese Afssaps (Agence Francaise de Securitè Sanitaire des Produits de Santè) e dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Parole chiave: vaccino per l’epatite B, demielinizzazione infiammatoria, studio caso-controllo. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo di questo studio multicentrico di tipo prospettico, è stato analizzare attraverso metodi di farmacovigilanza negli ospedali l'influenza del genere rispetto all'età e al numero di farmaci prescritti sull’insorgenza di ADR. L’indagine è stata condotta
su 2371 pazienti di diversi dipartimenti (pediatria, medicina e geriatria)
presso l'Università degli Studi di Hadassah-Gerusalemme, l'Università
Friedrich Alexander di Erlangen-Norimberga, il General Hospital di
San Waldkrankenhaus Marien di Erlangen e l'Ospedale Universitario
di Regensburg. Tutti i ricoveri sono stati monitorati prospetticamente
relativamente all’insorgenza di reazioni avverse da un team
di farmacoepidemiologici (PETE), composto da medici, farmacologi e
farmacisti. Tutte le informazioni sulle ADR (probabilità, gravità,
prevedibilità), il rapporto di causalità con i farmaci
e conseguenze terapeutiche sono stati inseriti in un database appositamente
sviluppato (KLASSE). Dei 2.371 pazienti coinvolti nello studio,
1.012 (42,7%) erano di sesso femminile. La distribuzione per età
differiva tra donne e uomini; le prime prevalentemente più
anziane (>76 anni), i secondi più equamente distribuiti.
In 782 dei 2371 pazienti è stata
rilevata almeno una ADR, per un totale di 1.773 reazioni avverse osservate
in tutti i pazienti. Con l'aumentare dell'età è stato
osservato un incremento del numero di ADR/paziente (p<0,001).
Il presente studio è il primo a dimostrare che i pazienti di genere femminile presentano un rischio di sviluppare ADR più elevato rispetto ai soggetti di genere maschile, fatta eccezione per i bambini e i giovani adulti. Fattori quali l’età o il numero di prescrizioni non sono correlati all’aumento dell’incidenza di ADR nelle donne. È possibile che intervengano altri fattori di rischio correlati al genere. (*) Parole chiave: ADR, donne, studio prospettico. Riferimento bibliografico
L’aumento della concentrazione plasmatica di omocisteina è un marker sia dei disordini genetici del metabolismo delle vitamine B12 e dell’acido folico sia delle deficienze di tali vitamine (Fowler et al. Semin Vasc Med 2005; 5: 77-86). Tale aumento si associa a disfunzioni endoteliali, a vasculopatia e a disordini neuropsichiatrici (Reynolds E. Lancet Neurol 2006;5: 949-60). È stata inoltre dimostrata una relazione tra livelli ematici di omocisteina, malattia di Alzheimer (AD) e funzione cognitiva in individui non dementi (Clarke et al. Arch Neuro 1998; 55: 1449-55; Seshadri et al. N Engl J Med 2002; 346: 476-83). Sia nella popolazione generale che in pazienti con AD, somministrando dosi elevate di acido folico, vitamina B12 e vitamina B6, può essere ottenuta una rapida riduzione dei livelli plasmatici di omocisteina. Studi precedenti, intesi a valutare l’effetto sulla funzione cognitiva della riduzione dei livelli di omocisteina mediante la supplementazione di vitamine B in individui con o senza compromissione cognitiva, hanno fornito risultati contrastanti. Lo studio, randomizzato, in doppio cieco, contro placebo, è stato condotto in 40 centri dell’ADCS, un consorzio di centri statunitensi fondato dal National Istitute on Aging. Lo scopo è stato determinare se la riduzione dei livelli di omocisteina ottenuta attraverso la somministrazione di acido folico (5 mg/die), vitamina B6 (piridossina cloridrato; 25 mg/die) e vitamina B12 (cianocobalamina; 1 mg/die) per 18 mesi potesse ridurre la velocità del declino cognitivo in pazienti con AD da media a moderata. Sono stati coinvolti individui con probabile
AD e condizioni mediche definite stabili. I pazienti dovevano avere
età =50 anni e punteggio Mini-Mental State Examination (MMSE)
tra 14 e 26. Sono stati esclusi gli individui con livelli di vitamina
B12 <175 pg/ml, folato <4,2 ng/ml o con insufficienza renale
(creatinina serica =2,0 mg/dl). Sono stati inoltre esclusi gli individui
che a partire dai 2 mesi precedenti lo studio assumevano farmaci con
significativi effetti anticolinergici centrali, sedativi, terapie
anti-Parkinson o qualsiasi trattamento in studio per l’AD; è
stato consentito l’uso stabile (per almeno 3 mesi) di inibitori
della colinesterasi e della mementina. La randomizzazione è
stata effettuata con un rapporto 3:2 (trattamento attivo/placebo). Tra il 20 Febbraio 2003 e il 19 Maggio 2005 sono stati valutati 601 individui; di questi, 409 avevano caratteristiche coerenti con i criteri di arruolamento dello studio e sono stati randomizzati a ricevere la supplementazione vitaminica (n=240) o placebo (n=169). 340 (202 nel gruppo trattamento attivo e 138 in quello placebo) hanno completato lo studio; il follow-up è stato 17,9 mesi. Al basale le caratteristiche dei pazienti erano simili tra i due gruppi: età 76 anni, 56% donne, anni di istruzione 13,9. Le frequenze dei genotipi di MTFR considerati sono state: 41,1% CC, 43,6% CT e 15,3% TT. Il livello serico basale di omocisteina è stato 9,16±3,2 µmol/l. I punteggi ADAS-cog e MMSE sono stati, rispettivamente, 22,51±8,8 e 20,95±3,5. Il regime di supplementazione vitaminica ha determinato una significativa riduzione dei livelli di omocisteina (-2,42 ± 3,35 µmol/l vs -0,86 ± 2,59 µmol/l, rispettivamente nel gruppi trattamento attivo e placebo; p<0,001). Differentemente, esso non ha esercitato alcun effetto benefico sulla velocità di cambiamento del punteggio ADAS-cog (0,401 punti/mese vs 0,372 punti/mese rispettivamente nei gruppi trattamento attivo e placebo; p=0,52) e su nessuna delle misure secondarie. Le percentuali di eventi avversi, eventi
avversi gravi, ricoveri in ospedale e decessi, sono risultate simili
tra i due gruppi. Nel gruppo trattamento attivo, rispetto a quello
placebo, è stata rilevata un’incidenza maggiore di depressione
(28% vs 18%; p=0,02). Ciò nonostante, i cambiamenti nei punteggi
della depressione nel Neuropsychiatric Inventory non sono risultati
differenti tra i due gruppi (0,24 vs 0,15 rispettivamente nel gruppi
trattamento attivo e placebo; p=0,97) e le percentuali di pazienti
che hanno iniziato ad assumere antidepressivi durante lo studio è
risultata simile nei due gruppi (26% vs 21%, nei gruppi trattamento
attivo e placebo, rispettivamente; p=0,24).
Nell’editoriale di accompagnamento, viene osservato che sebbene diversi studi precedenti abbiano valutato gli effetti della supplementazione con vitamine B sul rallentamento del declino cognitivo, risultati positivi sono stati riportati solo nello studio FACIT (Durgan et al. Lancet 2007; 167: 21-30). In tale studio, la somministrazione di acido folico (0,8 mg/die per 3 anni) ad individui di 60 anni non dementi e con aumentati livelli ematici di omocisteina (13 µmol/l), residenti in Olanda, ha determinato un significativo miglioramento dei domini cognitivi della memoria, della rapidità del processamento dell’informazione e della rapidità sensorio-motoria. Nell’ambito dell’editoriale, inoltre, viene proposta una serie di punti che possono spiegare i risultati negativi del presente e di altri studi: 1) la compromissione cognitiva dei pazienti potrebbe essere significativa già prima di iniziare il trattamento; 2) il numero dei pazienti arruolati potrebbe essere insufficiente; 3) la durata del trattamento potrebbe essere troppo breve per osservare effetti benefici; 4) i potenziali benefici potrebbero essere attenuati dall’arricchimento di acido folico degli alimenti (questa pratica è in atto in Nord America); 5) le misure del declino cognitivo potrebbero essere sommarie piuttosto che globali; 6) realmente il trattamento non ha effetti sulla funzione cognitiva. Parole chiave: acido folico, vitamina B6 e vitamina B12, malattia di Alzheimer, RCT. (*) Gli individui omozigoti TT hanno elevati livelli di omocisteina. Tale mutazione potrebbe rappresentare un importante fattore di rischio per vasculopatie (OMIM *607093). Riferimenti bibliografici
Negli anni sono stati effettuati svariati studi per paragonare l’efficacia dei possibili interventi terapeutici nei disordini depressivi e la maggior parte di questi suggerisce che sia l’approccio psicoterapeutico sia quello farmacologico sono efficaci nel trattamento di disordini depressivi, in particolare la depressione maggiore lieve-moderata. Tuttavia, rimane ancora da stabilire se questo sia vero anche nelle forme severe di depressione. Questa metanalisi di studi comparativi su psicoterapia e terapia farmacologica ha posto particolare attenzione su analisi di eterogeneità. È stato utilizzato un database che comprendeva 832 articoli relativi al trattamento psicologico della depressione, sviluppato dal 1966 al Maggio 2007 dall’esame di abstract indicizzati in PubMed, PsycINFO, EMBASE e Cochrane Central Register of Controlled Trials. Sono stati inclusi anche gli studi compresi in 22 metanalisi sulla psicoterapia per la depressione. Per ciascun confronto tra i due trattamenti è stato calcolata l’entità dell’effetto mediante tecniche statistiche specifiche. La metanalisi ha incluso 30 studi su
un totale di 3178 soggetti (1612 trattati con la psicoterapia e 1566
in terapia farmacologica); 7 studi comparavano il trattamento farmacologico
con 2 trattamenti psicologici. Per quanto riguarda i disturbi depressivi
in esame, in 25 studi i pazienti erano affetti da depressione maggiore,
mentre nei rimanenti i pazienti presentavano distimia (tra cui 2 studi
su pazienti con depressione minore). Le scale di valutazione per la
depressione impiegate erano la Hamilton Rating Scale for Depression
e la Beck Depression Inventory (*). La differenza dell’entità dell’effetto tra il trattamento psicologico e quello farmacologico è stata di –0,07 (95% CI da -0,15 a 0,01), suggerendo un’efficacia leggermente superiore dell’intervento farmacologico rispetto alla psicoterapia. L’eterogeneità era bassa e non significativa. Limitando l’analisi alla valutazione in termini di entità dell’effetto secondo la scala di Hamilton i due trattamenti sono risultati comparabili (95% CI da -0,13 a 0,16, differenza non significativa). Esiti simili sono stati rilevati con l’impiego della scala di Beck (95% CI da-0,16 a 0,08). Sono state condotte poi diverse analisi
per sottogruppi. Nei pazienti con distimia la farmacoterapia è
risultata significativamente più efficace della psicoterapia
(95% CI da-0,47 a –0,10, p<0,01). Negli studi sulla depressione
maggiore, invece, la differenza tra il trattamento farmacologico e
la psicoterapia non era significativa (95% CI da -0,10 a 0,06). I tassi di abbandono osservati sono stati
maggiori nei pazienti trattati farmacologicamente (OR 0,66; (95% CI
0,47-0,92, p<0,05).
(*) Hamilton Rating Scale: è composta da 17 item, in aggiunta ad altri 4 che non sono considerati nel calcolo del punteggio. 8 item fanno riferimento a segni somatici, 5 a sintomi comportamentali, 2 a sintomi cognitivi, 1 all’ansia e 1 all’umore; si ha la possibilità di scegliere tra cinque alternative di risposta di gravità crescente. Il punteggio complessivo del test è un indice di stato, valuta la gravità della depressione in riferimento a come il paziente si è sentito nell’ultima settimana. Beck Depression Inventory: si compone di 21 item che confluiscono nella subscala cognitivo-affettiva, nella subscala dei sintomi somatici e prestazionali e indagano: tristezza, pessimismo, senso di fallimento, insoddisfazione, senso di colpa, aspettativa di punizione, delusione verso se stessi, autoaccusa, idee suicide, pianto, irritabilità, indecisione, dubbio, ritiro sociale, svalutazione della propria immagine corporea, calo dell’efficienza lavorativa, disturbo del sonno, faticabilità, calo dell’appetito, calo ponderale, preoccupazioni somatiche, calo della libido. Il paziente ha la possibilità di scegliere tra quattro risposte alternative secondo gradi di gravità crescente. Il punteggio complessivo del test è un indice di stato in quanto al soggetto si chiede, nel dare le risposte, di fare riferimento a come si è sentito nell’ultima settimana. Parole chiave: depressione, psicoterapia, metanalisi. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza - L’intervento coronarico percutaneo
(Percutaneous Coronary Intervention, PCI) per l’infarto miocardico
acuto (IMA) riduce la mortalità e l’incidenza di ischemia
ricorrente, rispetto alla terapia farmacologica. Nella pratica clinica
attuale sono utilizzati sia gli stent medicati sia quelli metallici.
Tuttavia, i trial randomizzati a supporto dell’approvazione
degli stent medicati hanno escluso i pazienti con IMA. Lo studio di coorte è stato condotto
su una popolazione non selezionata di pazienti con infarto miocardico
che erano stati trattati con stent medicati o metallici. L’analisi
è stata eseguita sul database del Data Analysis Center del
Massachusetts, contenente i dati relativi a tutte le procedure di
PCI, effettuate in tutti gli ospedali del Massachusetts che fornivano
un servizio di interventi cardiologici. L’outcome primario era la mortalità
da tutte le cause entro 2 anni dalla procedura. Le informazioni sulla
mortalità intra-ospedaliera al momento della procedura erano
fornite direttamente dagli ospedali al Data Analysis Center. Tali
informazioni venivano verificate utilizzando i dati del Registry of
Vital Records and Statistics del Massachusetts che fornivano anche
i dati sulla mortalità fino a 2 anni per tutti i partecipanti
allo studio al momento dell’analisi. Tra l’1 aprile 2003 e il 30 settembre
2004, un totale di 21.045 pazienti adulti è stato sottoposto
a PCI con stent. Di questi, 8440 pazienti (40%) si sono presentati
con infarto miocardico acuto. Sono stati esclusi 576 pazienti perchè
non residenti in Massachusetts, 167 di cui non si disponeva dei dati
di dimissione ospedaliera e 480 trattati sia con stent medicati sia
con i metallici. Su 7217 pazienti inclusi, 3379 sono stati
sottoposti a stent per infarto miocardico con innalzamento del segmento
ST e 3838 per infarto miocardico senza innalzamento del segmento ST. Lo studio presenza alcune limitazioni:
innanzitutto, è stato postulato che la differenza nella risposta
biologica agli stent medicati rispetto a quelli metallici può
essere superiore in presenza di occlusione trombotica e può
portare ad un rischio superiore di trombosi dello stent o ad eventi
avversi con la sostituzione di stent medicati in pazienti con occlusione
trombotica.
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da Medtronic Vascular, Abbott Vascular, Boston Scientific e Cordis. Parole chiave: stent
medicati/metallici, infarto miocardico acuto, studio di coorte.
L’uso di filtri IVC nella prevenzione dell’embolismo polmonare in pazienti adulti è aumentato grazie alla disponibilità di filtri rimovibili, introdotti per via percutanea. Le attuali Linee Guida per il posizionamento dei filtri IVC includono: presenza di tromboembolismo venoso e controindicazione alla terapia anticoagulante, tromboembolismo venoso accertato e complicanze da anticoagulanti, tromboembolismo venoso ricorrente nonostante una terapia anticoagulante. Le complicanze a lungo termine di questi dispositivi includono trombosi della IVC, migrazione o rottura del filtro e sua penetrazione nella parete della IVC. Il vantaggio dei filtri rimovibili consiste nella possibilità di essere rimossi quando il paziente può essere trattato in sicurezza con anticoagulanti o non necessita più del filtro, riducendo così il rischio di queste complicanze. Mentre l’uso di questi dispositivi è consolidato nell’adulto, la decisione di trattare pazienti pediatrici secondo la stessa procedura deriva da una estrapolazione delle Linee Guida per gli adulti, a causa della mancanza di studi specifici in pediatria. Lo studio prospettico e osservazionale, condotto al Children Hospital of Philadelphia (USA) tra il Gennaio 2003 ed il Gennaio 2007, ha coinvolto una coorte di 210 pazienti. Sono stati raccolti dati relativi alla posizione ed estensione della trombosi, alle patologie sottostanti, ai fattori di rischio, ad una storia precedente o familiare di trombosi, ai dati di laboratorio di trombofilia, agli esami radiografici, alle terapie. Inoltre, è stata condotta una analisi retrospettiva per identificare pazienti che avevano ricevuto un filtro IVC nel periodo precedente lo studio. Con l’uso dell’interventional radiology database, un database di tutte le procedure effettuate, sono state ricavate informazioni riguardo i filtri IVC; infine, sono state visionate le cartelle cliniche dei pazienti ospedalizzati. I filtri IVC sono stati impiantati per via percutanea in 11 pazienti (range di età 6,8-23,4 anni; mediana 15,2 anni), di cui 3 avevano ricevuto il filtro in un ospedale differente. L’indicazione principale per l’impianto è stata trombosi venosa profonda agli arti inferiori e controindicazione all’uso di anticoagulanti (8/11 pazienti). Due pazienti presentavano estese lesioni polmonari cavitarie che, reputate ad alto rischio di emorragia, controindicavano l’uso di anticoagulanti. Altri 2 soggetti, a causa di un’infezione da Staphilococcus aureus dei tessuti molli e trombosi venosa profonda agli arti inferiori, hanno richiesto un intervento chirurgico che precludeva una terapia anticoagulante aggressiva. Altre indicazioni per l’introduzione dei filtri IVC sono state: embolismo polmonare ricorrente in un paziente con estesa trombosi venosa profonda che aveva ricevuto un attivatore tissutale del plasminogeno somministrato localmente e trombolisi meccanica; trombosi mobile della IVC ed embolismo polmonare submassimale. Dall’analisi retrospettiva attraverso l’interventional radiology database sono stati identificati altri due pazienti sottoposti, nello stesso periodo, all’introduzione del filtro IVC per ferita da arma da fuoco alla spina dorsale e senza evidenza di tromboembolismo venoso, per un totale quindi di 13 pazienti. Dieci pazienti hanno ricevuto filtri
rimovibili, tre non rimovibili. Il posizionamento dei filtri, attraverso
la vena giugulare interna destra o la vena femorale comune destra,
è stato intrarenale in tutti i casi eccetto in uno, in cui
la presenza di un trombo grande e mobile, esteso fino alle vene renali,
ha reso necessario un posizionamento soprarenale. Durante la procedura
non si è verificata nessuna complicazione. Il 70 % (7/10) dei
filtri è stato rimosso dopo 21-97 giorni (mediana 37 giorni);
non è stato possibile effettuare la rimozione del filtro in
due pazienti: in uno per la formazione di un trombo murale ed intra-filtro,
nel secondo per scelta dei familiari. Uno dei pazienti con filtro
permanente è deceduto per complicazioni dovute ad un tumore
al cervello. Non sono pervenuti dati relativi a due pazienti: uno
con filtro rimovibile e uno con filtro permanente.
Parole chiave: filtri IVC, embolismo polmonare, trombosi. Riferimento bibliografico
I cateteri centrali venosi presentano un alto rischio di infezione, trombosi endoluminale, ridotto flusso sanguigno, stenosi centrale venosa e mortalità rispetto a fistole artero-venose (AVF) e fistole artero-venose protesiche (graft, AVG). Le attuali linee guida di pratica clinica del National Kidney Foundation-Kidney Disease Outcome Quality Initiative (NKF-KDOQI) raccomandano il catetere centrale venoso solo per brevi periodi (<90 gg consecutivi) in pazienti incidenti per emodialisi. Studi recenti hanno osservato sia un marcato uso di catetere centrale venoso in pazienti dializzati sia un’influenza di etnia, sesso e distribuzione geografica nella scelta del tipo di accesso vascolare. Scopo dello studio è stato valutare tali fattori nella scelta del catetere in pazienti adulti emodializzati. Un campione di pazienti americani, randomizzati e stratificati da 18 reti ESRD (organizzazioni regionali, sotto contratto con i Centri per Medicare & Medicaid Services, deputate alla valutazione della qualità medico-clinica per assicurare appropriatezza dei servizi e protezione ai pazienti in dialisi) è stato selezionato alla fine dell’anno da un censimento di pazienti con ESRD. I criteri di inclusione sono stati: età >=18 anni al 1 ottobre 2004, in cura presso centri di emodialisi e vivi al 31 dicembre 2004. A luglio 2005 sono stati estratti i seguenti dati dalle cartelle cliniche per il periodo ottobre-dicembre 2004: informazioni demografiche, causa primaria di ESRD, anni e numero di dialisi, gestione dell’anemia, livelli di albumina serica, accesso vascolare usato nell’ultima emodialisi con la causa e il tempo di utilizzo. I pazienti sono stati suddivisi in due gruppi: 1) con catetere per breve periodo in caso di maturazione di AVF o AVG, interruzione temporanea d’uso di AVF o AVG per coagulo o revisione, presenza di infezione; 2) con catetere per lungo periodo in caso di usura di tutti i siti AVF o AVG, assenza di AVF o AVG, anticipata dialisi peritoneale, preferenza/rifiuto del paziente, preferenza del medico, condizione di comorbidità medica, anticipato ricovero per disfunzione renale. Nel 99% dei casi (8.372/8.479) è
stato possibile rilevare il tipo di accesso vascolare impiegato nell’ultima
sessione di emodialisi: 39% con AVF, 32% con AVG, 27% con catetere
e <1% con port. Tra i pazienti con catetere, il 37% dei casi era
per breve periodo, il 61% per lungo periodo mentre il 2% non era classificabile
per mancanza di dati sulle cause dell’impiego. Ragioni d’uso
del catetere erano indipendentemente associate a etnia, sesso e regione
geografica. Le cause d’utilizzo del catetere sono risultate
differenti negli afro-americani rispetto ai bianchi: nei primi è
preferibile l’impiego in caso di maturazione o interruzione
d’uso dell’AVG o di usura di tutti gli accessi vascolari,
mentre nei secondi in caso di maturazione di AVF, in assenza di fistola
o programmazione d’intervento chirurgico per graft. Il sesso
maschile (54%) appariva esposto all’uso del catetere non tanto
per interruzione del graft, ma per maturazione della fistola. Una
stretta associazione all’impiego del catetere per maturazione
della fistola o assenza di fistola o graft o mancanza di intervento
programmato è stata osservata con la distribuzione geografica
delle reti ESRD.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: emodialisi, catetere, accesso vascolare. Riferimento bibliografico
La riparazione dell’ernia inguinale è uno degli interventi più comuni in chirurgia generale, con oltre 20 milioni di interventi/anno nel mondo; la tecnica di riparazione tension-free con reti ha permesso di ridurre la frequenza di ricomparsa, ma il dolore cronico e il disagio sono ancor oggi un problema per molti pazienti. L’incidenza di dolore cronico dopo riparazione dell’ernia varia dallo 0% al 54% (Poobalan AS et al. Clin J Pain 2003; 19: 48-54; Bay-Nielsen M et al. Ann Surg 2001; 233: 1-7); l’uso di reti leggere dovrebbe ridurne l’incidenza ma i risultati di studi comparativi sono contrastanti (Post S et al. Br J Surg 2004; 91: 44-48). Obiettivo di questo studio è stato confrontare outcome oggettivi e soggettivi dopo riparazione dell’ernia inguinale usando reti non assorbibili leggere rispetto a reti pesanti. In una clinica svedese, sono stati reclutati
consecutivamente tutti i pazienti, di età compresa tra 20 e
75 anni, sottoposti a riparazione di ernia inguinale primaria, unilaterale,
secondo la tecnica di Lichtenstein. Sono stati esclusi pazienti non
in grado di camminare per 500 m o che avevano poca probabilità
di partecipare al follow-up, per esempio a causa di difficoltà
linguistiche. Prima dell’intervento, ai pazienti
è stato somministrato paracetamolo, da continuare fino a quando
necessario. Nei primi 3 giorni dopo l’intervento, veniva somministrato
anche un antinfiammatorio non steroideo. L’outcome primario, ossia la durata
della convalescenza, è stato valutato come media attraverso
questionari, sotto forma di diari inviati per posta, per valutare
i sintomi post-operatori e la guarigione a riposo e con attività.
Il diario includeva scale VAS (visual analogue scale – da 0
mm=nessun dolore a 100 mm=peggior dolore immaginabile) per stimare
il dolore preoperatorio e il dolore avvertito il giorno 1 e 1, 2,
3, 4 e 8 settimane dopo l’intervento; comprendeva inoltre domande
sul tempo necessario per il ritorno al lavoro e alla normale attività. Dei 317 pazienti inclusi nello studio,
274 (86,4%) hanno restituito il diario e 300 (94,6%) sono andati alla
visita di follow-up dopo 1 anno; i 17 soggetti restanti sono stati
contattati telefonicamente o per posta. La durata dell’intervento
è stata in media di 26 minuti; ci sono stati 8 casi di complicanze
post-intervento: 1 caso di nevralgia post-operatoria nel gruppo controllo,
uno di infezione e uno di sieroma in entrambi i gruppi, 3 ematomi
nel gruppo con reti leggere.
Punto di forza dello studio era la riduzione delle variazioni usando un unico chirurgo, un’unica unità e un’unica tecnica; inoltre la frequenza di follow-up era elevata e il follow-up era in cieco sia per il paziente che per l’esaminatore indipendente. Limite dello studio era l’elevata specializzazione del chirurgo, per cui questi risultati non possono essere generalizzati a istituti dove sono presenti chirurghi in formazione–training (tirocinio, addestramento. Sono necessari studi su larga scala e con follow-up più lungo per confermare il rischio di ricomparsa di ernia con l’uso di reti leggere. Parole chiave: ernia inguinale, reti leggere rivestite in titanio, convalescenza e dolore. Riferimento bibliografico |
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 01 Novembre 2008 |