
Newsletter numero 25 del 15-11-2008
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Sommario o Outcome cardiovascolari nei trial sugli ipoglicemizzanti orali: una revisione sistematica o Revisione sistematica: confronto efficacia-sicurezza delle preparazioni premiscelate degli analoghi dell’insulina nel diabete di tipo 2 o Aggiunta di insulina lispro protamina neutra o di insulina glargine ad una terapia orale per il diabete di tipo 2 in pazienti con controllo glicemico sub-ottimale o Studio fattoriale randomizzato, controllato con placebo sull’uso di aspirina e agenti antiossidanti in pazienti affetti da diabete e arteriopatia periferica asintomatica: lo studio POPADAD (prevention of progression of arterial disease and diabeteis) o Vareniclina e “ideazioni suicidarie”: una nuova era della farmacovigilanza o Prescrizione di farmaci in gravidanza: uno studio basato sulla popolazione nella Regione Emilia-Romagna o Discinesia tardiva e decorso della schizofrenia a tre anni: risultati di un ampio studio, prospettico, “naturalistico” o Normativa in materia di sicurezza per i prodotti biologici approvati negli Stati Uniti e nell'Unione europea o Alentuzumab vs
interferone ß1a nella sclerosi multipla iniziale:
Campth-1H in Multiple Sclerosis (CAMMS223) trial
Il programma DIRECT (J Renin Angiotensin Aldosterone Syst 2002; 3: 255-61; J Renin Angiotensin Aldosterone Syst 2005; 6: 25-32) consiste in tre studi clinici separati, multicentrici (309 centri di 30 Paesi quali Russia, Europa tra cui l’Italia, Sud Africa, Israele, Canada e Oceania), randomizzati, in doppio cieco vs placebo, disegnati per valutare se il candesartan riduce l’incidenza (DIRECT-Prevent 1) o la progressione (DIRECT-Protect 1) di retinopatia in pazienti con diabete di tipo 1 e la progressione e la regressione di retinopatia nei pazienti con diabete di tipo 2 (DIRECT-Protect 2). Sono stati arruolati, tra agosto 2001 e marzo 2008, 5231 pazienti di ambo i sessi con diabete di tipo 1 (DIRECT-Prevent 1 e DIRECT- Protect 1; età alla diagnosi <36 anni e uso continuativo di insulina entro 1 anno dalla diagnosi; n=3326) o diabete di tipo 2 (DIRECT-Protect 2; età all’insorgenza =36 anni e senza necessità di trattamento continuativo con insulina nel primo anno dalla diagnosi; n=1905, età compresa tra 37 e 75 anni e durata di diabete 1-20 anni); normoalbuminurici (velocità di escrezione dell’albumina <20 µg/min, almeno in una delle due raccolte notturne di urina) e normotensivi (valori di pressione sanguigna =130/85 mmHg), o, per il solo DIRECT-Protect 2, in trattamento con antipertensivi (ß-bloccanti, diuretici, calcio antagonisti; n=1180), ad eccezione degli inibitori del sistema renina-angiotensina, e con valori di pressione sanguigna =160/90 mmHg. Inoltre, i pazienti del DIRECT-Protect 2 dovevano avere una retinopatia diabetica non proliferativa da lieve a moderatamente grave, punteggio della scala utilizzata nell’Early Treatment Diabetic Rethinopaty Study (ETDRS-Oftalmology 1991; 98: 786-806; Oftalmology 1991; 98: 823-33) compreso tra 20/10 e 47/27. Criteri di esclusione sono stati: condizioni oculari che precludessero l’acquisizione di fotografie della retina analizzabili (es. cataratte dense e glaucoma ad angolo aperto o chiuso); malattie cardiache da valvole stenotiche; storia di infarto del miocardio; ictus; gravidanza o allattamento; insufficienza renale (creatinina serica >=110 µmol/L nelle donne e >=130 µmol/L negli uomini). Nello studio DIRECT-Protect 2 sono stati esclusi anche i pazienti con edema maculare e retinopatia proliferativa. I pazienti con diabete di tipo 1 con retinopatia sono stati assegnati al DIRECT- Protect 1 (n=1905; età 18-55; diabete da 1 a 20 anni; valore di ETDRS 20/10-47/47), gli altri al DIRECT-Prevent 1 (n=1421; età 18-50; diabete da 1 a 15 anni; valore di ETDRS 10/10). I pazienti di tutti e 3 gli studi sono
stati randomizzati a placebo (n=710 DIRECT-Prevent 1; n=954 DIRECT-Protect
1 e DIRECT-Protect 2) o a candesartan 16 mg 1 volta/die (n=711 DIRECT-Prevent
1; n=951 DIRECT-Protect 1 e DIRECT-Protect 2); dopo 1 mese di trattamento
la dose è stata raddoppiata ad una singola di 32 mg/die (n=533,
752, 818 per DIRECT-Prevent 1, DIRECT-Protect 1 e DIRECT-Protect 2,
rispettivamente). Durante lo studio poteva essere effettuato un aggiustamento
posologico a 16 mg o 8 mg. L’incidenza di retinopatia è
stata del 25% (n=178) nel gruppo candesartan e del 31% (n=217) in
quello placebo, con conseguente riduzione del rischio relativo del
18% nei trattati con candesartan (HR 0,82; 95% CI, 0,67-1,00; p=0,0508).
I risultati dell’analisi post-hoc, condotta per valutare l’incidenza
definita come variazione di tre o più livelli dal basale, hanno
rilevato valori di HR di 0,65 (95% CI, 0,48-0,87; p=0,0034) attenuati,
ma ancora significativi, dopo l’aggiustamento per le caratteristiche
di base (HR 0,71; 95% CI, 0,53-0,95; p=0,046). La progressione della
retinopatia si è verificata nel 13% dei pazienti per entrambi
i gruppi (127 vs 124 rispettivamente per candesartan e placebo; HR
1,02; 95% CI, 0,80-1,31; p=0,85) per DIRECT-Protect 1, e nel 17% (n=161)
dei trattati con candesartan vs il 19% (n=182) di quelli con placebo
(HR 0,87, 95% CI, 0,70-1,08; p=0,20) per DIRECT-Protect 2. Gli autori affermano che lo studio non
ha raggiunto la potenza sufficiente perché il raggiungimento
degli end point primari sia accettato come indicazione. Inoltre, non
è stato in grado di identificare il meccanismo con cui i sartani
possono influenzare la regressione della retinopatia diabetica. L’effetto
potrebbe in parte essere dovuto alla riduzione del processo essudativo
che si verifica nello stadio precoce della retinopatia, indicando
così che il trattamento con sartani è più efficace
negli stadi precoci della malattia.
L’editoriale di accompagnamento, sottolinea che la retinopatia è anche un marker di più diffusa patologia sistemica micro- e macrovascolare, inclusi ictus, coronaropatia e insufficienza cardiaca; inoltre, il controllo sistemico della glicemia e della pressione sanguigna potrebbe portare ad un maggior beneficio a lungo termine, riducendo la morbilità della retinopatia diabetica per entrambi i tipi di diabete. Infine, gli editorialisti evidenziano che i 3 studi DIRECT suggeriscono un effetto benefico globale del candesartan nel ridurre la retinopatia nel diabete di tipo 1 e 2, anche se non è stato raggiunto nessun end point primario predefinito, sottolineando che il messaggio principale è che solo la retinopatia allo stadio iniziale può trarre un potenziale miglioramento dal trattamento con candesartan. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da AstraZeneca e Takeda. Parole chiave: candesartan, retinopatia diabetica, DIRECT-Prevent 1/Protect 1/Protect 2. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo di questa revisione sistematica era valutare il rischio di malattia cardiovascolare fatale e non e la mortalità da tutte le cause, includendo tutti gli RCT pubblicati sugli ipoglicemizzanti orali (sulfaniluree di II generazione, biguanidi, glitazoni e meglitinidi). L’ipotesi da dimostrare era la sostanziale equivalenza rispetto al rischio cardiovascolare tra i farmaci più recenti (glitazoni e meglitinidi) ed i principi attivi più vecchi (metformina e sulfaniluree di II generazione), visti gli effetti simili sui livelli di HbA1c documentati da una precedente revisione sistematica (Bolen S et al. Ann Intern Med 2007; 147: 386-99). Tramite una ricerca sui database di Medline
(1966-19 gennaio 2006), EMBASE (1974–19 gennaio 2006) e Cochrane
Central Register of Controlled Trials (dal 1966 al volume 4 del 2005),
sono stati selezionati gli studi che valutavano i benefici e i rischi
associati agli ipoglicemizzanti orali approvati dalla FDA, disponibili
negli USA fino al 1 gennaio 2006. Sono stati inclusi gli studi sulle
terapie combinate comunemente utilizzate, come metformina, sulfaniluree
di II generazione e glitazoni (*). Sono stati esclusi gli studi che
valutavano le associazioni di 3 antidiabetici e quelli sulle sulfaniluree
di I generazione, perchè poco prescritte, così come
gli inibitori dell’alfa-glucosidasi perchè già
analizzati in precedenza e raramente impiegate in USA. Inoltre, sono
stati esclusi gli studi che non riportavano la morbidità e
la mortalità cardiovascolare e da tutte le cause e i trial
con una durata <3 mesi o in cui la dimensione totale del campione
era <40 pazienti. Su un totale di 142 RCT pubblicati, solo
40 riportavano dei dati sugli eventi cardiovascolari e/o sulla mortalità.
In questi studi, la maggior parte dei quali condotti negli USA o nel
Regno Unito. l’età media dei pazienti era compresa tra
52 e 69 anni, il livello medio di HbA1c al basale variava dal 6,2%
al 10,2%. In 27 di questi studi, la durata era <1 anno e 28 erano
stati finanziati da industrie farmaceutiche. Nella revisione, il confronto più
consistente è stato quello tra metformina e qualsiasi comparator
(altro antidiabetico orale o placebo/dieta) mediante il contributo
dei dati aggregati di 7 trial (n=11.986) per la stima della morbidità
cardiovascolare (OR 0,85; 95% CI 0,69-1,05), di 6 studi (n=11.385)
per la mortalità cardiovascolare (0,74; 0,62-0,89) e di 9 studi
(n=13.046) per la mortalità da tutte le cause (0,81; 0,60-1,08).
Per nessun altro antidiabetico orale sono state osservate associazioni
statisticamente significative relative ai parametri valutati.
(*) I confronti erano rappresentati da metformina vs qualsiasi comparator (antidiabetico orale o placebo/dieta) oppure vs qualsiasi sulfanilurea combinata con metformina; qualsiasi sulfanilurea vs qualsiasi comparator oppure vs qualsiasi sulfanilurea combinata con metformina; rosiglitazone vs qualsiasi comparator; rosiglitazone+metformina vs metformina da sola; pioglitazone vs qualsiasi comparator; una meglitinide vs qualsiasi comparator. L’editoriale di accompagnamento
sottolinea che la revisione su riportata, anche se ben costruita,
non può fornire informazioni migliori rispetto alla qualità
degli studi che include. Inoltre, non è chiaro se si arrivi
più vicino alla verità aggregando i risultati di ampi
trial clinici ben costruiti, che misurano in modo specifico gli outcome
di interesse, con quelli di studi più piccoli, in cui gli esiti
sono raccolti in modo più informale. Le attuali linee guida relative al trattamento
ipoglicemizzante continuano ad enfatizzare un trattamento rapido ed
aggressivo con l’obiettivo di raggiungere livelli di HbA1c <7%.
Riguardo alla scelta dei farmaci, l’algoritmo raccomanda che
la terapia con metformina sia introdotta al momento della diagnosi,
seguita rapidamente dall’aggiunta di una sulfanilurea, insulina
o un glitazone se i livelli di HbA1c non sono <7%. Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave: outcome cardiovascolari, ipoglicemizzanti orali, revisione sistematica. Riferimenti bibliografici
Gli autori di questa revisione hanno condotto una ricerca bibliografica sulle banche dati MEDLINE, EMBASE, Cochrane Central Register of Controlled Trials e CINAHL, dall’approvazione in USA fino al Febbraio 2008. Sono stati esaminati inoltre i riferimenti bibliografici degli articoli inclusi nella revisione, i recenti fascicoli di 13 riviste mediche, i siti web della FDA e dell’EMEA e dei registri pubblici sugli studi in corso, tutti i dati non pubblicati provenienti dalle aziende produttrici. Sono stati inclusi RCT, clinical trial controllati e studi osservazionali con gruppi di controllo nei quali le formulazioni premiscelate degli analoghi delle insuline erano confrontate a farmaci per il diabete di tipo 2 in pazienti adulti e in cui erano valutati esiti clinici (come la mortalità), esiti intermedi (come i livelli di HbA1c) ed eventi avversi (ipoglicemia). Gli studi crossover sono stati utilizzati soltanto per la valutazione degli outcome intermedi e degli eventi avversi. È stata condotta una metanalisi quando i dati erano sufficienti (=2 studi). Sono stati considerati eleggibili 45 studi che riportavano almeno 1 degli esiti intermedi o gli eventi avversi. Tutti gli studi tranne 2 erano RCT; tra gli RCT 23 erano a gruppi paralleli e 20 in cross-over; la durata media del follow-up era di 16 settimane. In totale, la revisione ha incluso 14.603 pazienti, prevalentemente di sesso maschile (52%) con un’età mediana di 59 anni. Formulazioni premiscelate di analoghi
dell’insulina vs analoghi insulinici long-acting Formulazioni premiscelate di analoghi
dell’insulina vs premiscelate di insulina umana Formulazioni premiscelate di analoghi
dell’insulina vs altri regimi insulinici Formulazioni premiscelate di analoghi
dell’insulina vs altri agenti ipoglicemizzanti non insulinici Formulazioni premiscelate di analoghi
dell’insulina vs altri farmaci ipoglicemizzanti: esiti clinici Nessuna evidenza o dati insufficienti sono stati rilevati per gli esiti microvascolari. Gli autori mettono in evidenza che l’obiettivo principale del trattamento del diabete di tipo 2 è il miglioramento degli esiti clinici, soprattutto complicanze microvascolari e macrovascolari e la mortalità. Per questa revisione, non stati reperiti degli studi disegnati specificatamente per valutare questi esiti clinici ma i trial inclusi valutavano solo outcome intermedi (livelli di HbA1c, glicemia a digiuno e postprandiale). Per questi motivi e per la frammentarietà dei dati disponibili, la valutazione dell’efficacia comparativa tra le formulazioni premiscelate di analoghi dell’insulina e altre preparazioni insuliniche e non insuliniche non può avere un valore conclusivo. Gli outcome intermedi, sebbene non ideali, sono comunemente utilizzati nella pratica clinica per l’ottimizzazione del controllo glicemico e sono predittivi di esiti clinici. I maggiori limiti della revisione sono
legati principalmente al numero limitato dei dati ed alla loro spesso
difficile estrapolazione dai trial analizzati. Inoltre, a causa dell’esclusione
di pazienti con complicanze diabetiche o patologie concomitanti, da
una parte, e del breve periodo di monitoraggio, dall’altra,
non è possibile generalizzare i risultati di tale studio a
tutti i pazienti diabetici, nè trarre conclusioni sull’efficacia
a lungo termine di queste preparazioni.
L’editoriale di accompagnamento alla revisione evidenzia che il maggior effetto benefico mostrato dalle preparazioni premiscelate degli analoghi dell’insulina nel ridurre i livelli di glicemia e di HbA1c, rispetto alle vecchie formulazioni, è controbilanciato dall’alto costo e dalla mancanza di evidenze sugli effetti relativi agli outcome clinici maggiori (morbidità e mortalità). Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Uno degli autori dell’editoriale, ha ricevuto degli onorari dal Novo Nordisk Speakers’Bureau. Parole chiave: insuline premiscelate, diabete tipo 2, revisione sistematica. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo di questo studio, condotto da ricercatori italiani, è stato confrontare l’efficacia clinica e la sicurezza della somministrazione di insulina NPL e di insulina glargine, somministrate prima di andare a dormire, in aggiunta a una terapia orale con metformina o sulfaniluree in pazienti affetti da diabete mellito di tipo 2 e con un controllo sub-ottimale della glicemia nonostante il trattamento farmacologico a dosi stabili. Lo studio, un RCT in aperto, a gruppi
paralleli della durata di 14 mesi (Gennaio 2007-Marzo 2008), è
stato condotto presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria della
Seconda Università di Napoli ed è stato strutturato
in una prima fase di screening della durata di 4 settimane e in una
successiva di randomizzazione della durata di 36 settimane. Dopo le
4 settimane di run-in, 116 pazienti sono stati randomizzati a uno
dei due gruppi di trattamento con insulina, NPL o glargine. L’end point primario di efficacia
è stato la variazione dei livelli di HbA1c dal basale e fino
alla fine del follow-up. Le misure di esito secondarie hanno incluso
la percentuale dei soggetti con livelli di HbA1c =7%, l’incidenza
di episodi di ipoglicemia self-reported, la dose di insulina utilizzata,
i livelli glicemici auto monitorati e il peso corporeo. Le caratteristiche demografiche e cliniche dei pazienti randomizzati sono risultate simili tra il gruppo trattato con insulina NPL e quello con glargine: età media 53.8 anni vs 54.9 anni, peso medio 84.8 kg vs 84.1 kg, livelli medi di HbA1c pari a 8.8 % vs 8.7%. Inoltre, in entrambi i gruppi di trattamento le più comuni patologie concomitanti strettamente correlate alla presenza di diabete erano neuropatia (26% dei pazienti trattati con NPL vs 26% dei pazienti trattati con glargine), seguita da retinopatia (14% vs 14%), macroangiopatia (17% vs 17%) e nefropatia (7% vs 5%). Il miglioramento dei livelli di HbA1c
è risultato simile in entrambi i gruppi di trattamento (1.83%
con insulina NPL vs 1.89% con la glargine). La differenza tra i due
gruppi è stata solo di 0.06 punti percentuali (95% CI da-0.1
a 0.15%). Livelli di HbA1c <7% sono stati riscontrati nel 62% dei
pazienti in trattamento con insulina NPL vs il 64% del braccio insulina
glargine (da-1.1 a 5.0%). L’incidenza di eventi avversi è stata simile tra i due bracci (almeno 1 evento avverso nel 46% del gruppo NPL vs 50% con glargine), soprattutto infezioni e disturbi gastrointestinali. Non si sono verificati abbandoni dovuti ad eventi avversi gravi. Questo studio presenta alcuni limiti
quali mancanza di cecità, capacità limitata nel ricercare
le differenze negli episodi di ipoglicemia, mancata disponibilità
del monitoraggio continuo dei livelli di glucosio per tutti i pazienti.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: insulina lispro protamina neutra (NPL), insulina glargine, RCT. Riferimento bibliografico
Lo studio ha valutato l’efficacia rispetto a placebo del trattamento con aspirina e agenti antiossidanti, in associazione o in monoterapia, nella riduzione degli eventi cardiovascolari in pazienti con diabete e arteriopatia periferica asintomatica. L’RCT, multicentrico e in doppio
cieco ha utilizzato un disegno fattoriale 2x2. Il trattamento giornaliero
prevedeva la somministrazione di aspirina 100 mg o placebo e una capsula
contenente antiossidanti o placebo. Le capsule antiossidanti contenevano
una miscela di a-tocoferolo 200 mg, acido ascorbico 100 mg, piridossina
cloridrato 25 mg, zinco solfato 10 mg, nicotinamide 10 mg, lecitina
9.4 mg e selenito di sodio 0.8 mg. L’esito è stato valutato
tramite due end point primari compositi: 1) morte per eventi coronarici
o ictus, infarto del miocardio o ictus non-fatali o amputazione al
di sopra della caviglia per ischemia grave dell’arto; 2) morte
per eventi coronarici o ictus. I pazienti (n=1276) sono stati randomizzati a ricevere uno dei 4 gruppi di trattamento: aspirina in compresse + antiossidanti in capsule, aspirina in compresse + placebo in capsule, placebo in compresse + antiossidanti in capsule, placebo in compresse + placebo in capsule. Nei gruppi in trattamento con aspirina
sono insorti 116 eventi primari su 638 rispetto a 117 su 638 negli
altri gruppi (18.2% vs 18.3%) [HR 0.98; 95% CI 0.76-1.26]. Quarantatre
decessi da malattie cardiache coronariche o ictus (ischemico, emorragico
o di natura indeterminata) si sono verificati nei gruppi di trattamento
con aspirina rispetto a 35 decessi negli altri gruppi (6.7% vs 5.5%)
[HR 1.23 0.70-1.93]. Nei gruppi di trattamento con antiossidanti 117
su 640 hanno manifestato eventi primari versus 116 eventi su 636 negli
altri gruppi (18,3% vs 18.2%) [HR 1.03; 0.79-1.33]. Quarantadue decessi
da malattie cardiache coronariche o da ictus si sono verificati nei
gruppi trattati con agenti antiossidanti rispetto 36 (6.6% vs 5.7%)
negli altri gruppi [HR 1.21; 0.78-1.89].
L’editoriale di accompagnamento sottolinea che l’uso dell’aspirina in prevenzione secondaria degli eventi cardiovascolari in pazienti con malattia coronarica o cerebrovascolare è assodato e basato su evidenze consistenti, soprattutto dai risultati di una autorevole metanalisi (Antithrombotic Trialist’ Collaboration. BMJ 2002; 324 :71-86). Al contrario, gli studi che hanno valutato la possibile efficacia di aspirina in prevenzione primaria in pazienti non affetti da patologie cardiovascolari hanno prodotto risultati negativi. Nonostante questo, le linee guida suggeriscono raccomandazioni inconsistenti per l’impiego di aspirina nella prevenzione di eventi cardiovascolari in soggetti sani ad alto rischio che non presentano malattie cardiovascolari conclamate, in particolare in pazienti affetti da diabete. Lo studio qui riportato conferma i risultati di altri 6 studi randomizzati e controllati che non avevano osservato benefici derivanti dall’uso di aspirina in prevenzione anche in pazienti ad alto rischio. L’unico elemento che consente di prevedere la risposta clinica dell’uso di aspirina (prevenzione di eventi cardiovascolari) è rappresentato dalla storia di eventi ischemici coronarici o cerebrali. Sebbene l’aspirina sia un farmaco poco costoso e universalmente disponibile, è necessario che medici e autori delle linee-guida tengano in considerazione le evidenze disponibili: l’aspirina dovrebbe essere prescritta soltanto nei pazienti con patologie cardiovascolari sintomatiche documentate. Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave: aspirina/antiossidanti, prevenzione primaria, studio clinico randomizzato. Riferimenti bibliografici
La vareniclina (Chantix® in USA, *) è stata approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) nel 2006 per il trattamento della disassuefazione dall’abitudine al fumo negli adulti in associazione al counseling psicologico. L’efficacia del farmaco per questa indicazione è stata dimostrata in studi clinici a breve e lungo termine (52 settimane) controllati verso placebo o comparatore attivo (bupropione). La vareniclina è un sale tartrato che si lega con alte affinità e selettività ai recettori nicotinici neuronali dell’acetilcolina a4ß2 e con affinità moderata ai recettori serotoninergici 5HT-3. Il 20 novembre 2007 l’FDA ha notificato agli operatori sanitari l’avvio di una revisione sul suo profilo di sicurezza in merito a segnalazioni post-marketing di reazioni avverse neuropsichiatriche. Nel febbraio 2008 l’Agenzia americana
ha confermato l’aumento delle evidenze che correlano vareniclina
a gravi sintomi neuropsichiatrici come umore depresso, agitazione,
disturbi comportamentali, ideazione e comportamenti suicidari. L’avviso di sicurezza relativo alla vareniclina si colloca all’interno di un quadro generale di altri farmaci associati a loro volta ad insorgenza o esacerbazione di sintomi neuropsichiatrici, come ad esempio “l’ideazione suicidaria”. Questi agenti includono gli antidepressivi convenzionali, gli antiepilettici di seconda e terza generazione (es. divalproato, carbamazepina, topiramato, lamotrigina), l’atomoxetina, l’antagonista del recettore dei leucotrieni montelukast. A causa della comparsa di gravi reazioni avverse psichiatriche, l’autorizzazione alla commercializzazione del farmaco antiobesità rimonabant è stato sospesa in Europa il 23 ottobre 2008. Il problema più rilevante per
i medici prescrittori di farmaci potenzialmente associati a “ideazione
suicidaria” è la corretta definizione di questi eventi
avversi nella scheda tecnica e la nomenclatura inconsistente relativa
all’ideazione ed ai comportamenti suicidari. A tal riguardo
sono stati intensificati gli sforzi per migliorare l’interpretazione
dei dati degli studi clinici ed identificare un approccio sistematico
deputato alla registrazione degli eventi relativi al suicidio. L’elevata frequenza di non aderenza
al trattamento rende, inoltre, difficile spiegare il ruolo degli antidepressivi
sulla frequenza dei suicidi a livello di popolazione.
(*) In Italia vareniclina è in commercio come Champix®, in classe C. Conflitto di interesse: l’autore ha ricevuto dei fondi per la ricerca da Stanley Medical Research Institute, National Alliance for Research on Schizofrenia and Depression e dalla Eli lilly. Fa inoltre parte di advisory board di svariate ditte farmaceutiche. Parole chiave: vareniclina, suicidio, sorveglianza post-marketing. Riferimento bibliografico
Lo studio si è basato sui dati
raccolti nel database sanitario longitudinale della Regione Emilia
Romagna, su circa 4 milioni di abitanti dell’intera Regione. Per definire il primo giorno del periodo
di esposizione come “proxy” del primo giorno di gestazione
è stato creato un “record linkage” tra i dati ospedalieri
sulla coorte di donne che hanno partorito nel 2004 e i dati di farmacoutilizzazione
relativi ai 360 giorni precedenti la data del parto. Durante il primo anno dello studio sono
stati identificati 33.343 parti. L’età media delle donne
era 32 anni e nella maggior parte dei casi (86%) si trattava di donne
tra i 25 e i 39 anni.
(*) Categorie FDA di rischio in gravidanza: A (studi controllati non hanno dimostrato alcun rischio per il feto); B (studi su animali oppure trial controllati sulle donne non indicano un rischio per il feto; studi su animali hanno mostrato eventi avversi ma studi controllati sulle donne non hanno mostrato tale rischio); C (studi su animali indicano un rischio per il feto; non sono disponibili studi controllati sulle donne; studi su animali e animali sulle donne non sono disponibili); D (evidenze di rischio per il feto ma i benefici potrebbero superare i rischi); X ( rischio fetale confermato sulla base di studi su animali o sulle donne o su case report; i rischi superano chiaramente i benefici). Tra i limiti dello studio va osservato
che i farmaci non soggetti ad obbligo di prescrizione, come gli analgesici
OTC e i prodotti a base di erbe, non sono stati inseriti nella banca
dati, contribuendo ulteriormente ad una possibile sottovalutazione
del rischio di esposizione. Va aggiunta anche la percentuale di donne
che hanno assunto l'acido folico prima del 2005, per il trattamento
dell’anemia megaloblastica, in quanto non rimborsato dal SSN. Parole chiave: gravidanza, sicurezza, studio epidemiologico. Riferimento bibliografico
La discinesia tardiva (TD), sindrome che consiste in movimenti involontari anomali, ripetitivi e stereotipati a carico delle estremità o del tronco ma più comunemente della lingua e della mandibola, è stata osservata per la prima volta negli anni ’50 nei pazienti in terapia con antipsicotici di prima generazione (tipici). Il rischio di sviluppare TD è ora diminuito grazie all’impiego degli antipsicotici atipici che hanno mostrato di determinare un’incidenza minore dell’effetto rispetto ai tipici. Il significato clinico della discinesia va al di là del semplice disturbo del movimento; si è visto infatti che i pazienti schizofrenici che ne sono affetti sono più predisposti ad ammalarsi, presentano una mortalità più elevata e una peggiore qualità di vita rispetto agli schizofrenici privi del disturbo e sono maggiormente a rischio di sospendere il trattamento. L’obiettivo di questo studio di tipo prospettico, “naturalistico”, non randomizzato della durata di 3 anni, è stato comparare il decorso clinico e funzionale della schizofrenia tra pazienti con TD e pazienti privi del disturbo, valutando sintomi, produttività, attività, qualità di vita, comportamenti violenti, tentativi di suicidio al momento dell’arruolamento e successivamente nel corso del trattamento a 12, 24, 36 mesi post-arruolamento. È stato utilizzato il database
del U.S Schizophrenia Care and Assessment Program per valutare la
relazione tra TD e disabilità funzionale nel tempo. Sono stati esaminati 2175 pazienti schizofrenici: 637 (29.3%) con TD e 1538 (70.7%) senza; al momento dell’arruolamento il paziente “tipo” era tra i 30 e i 50 anni, con una malattia della durata media di oltre 20 anni. I due gruppi differivano per tutte le caratteristiche demografiche e cliniche di base: il gruppo TD rispetto al non TD era significativamente più anziano, con una durata maggiore della malattia, più frequentemente di etnia afro-americana, con un punteggio più alto alla PANSS, un livello inferiore della GAF, un maggior numero di sintomi extrapiramidali, più frequentemente trattato con antipsicotici tipici e con agenti anticolinergici. Dal momento che la TD era associata a disturbi extrapiramidali e poiché si era precedentemente visto che questi disturbi possono essere predittivi di sviluppo di TD, è stata fatta un’ulteriore analisi all’interno del gruppo di pazienti con TD confrontando i soggetti con disturbi extrapiramidali con quelli privi di questi disturbi ed è emerso che i pazienti con disturbi extrapiramidali erano significativamente più vecchi, con durata di malattia maggiore e meno frequentemente afroamericani. I risultati del confronto tra i pazienti
con TD e i pazienti senza TD hanno mostrato una maggiore gravità
della patologia psichiatrica valutata con la scala PANSS nei pazienti
affetti da discinesia tardiva; i valori erano tutti significativi
(p<0,001) per i sintomi extrapiramidali più severi, la qualità
di vita inferiore, minori attività (sia quotidiane che nel
tempo libero); le variabili in merito al lavoro e al reddito, il punteggio
alla scala di valutazione delle relazioni interpersonali, della Quality
of life instrumental role scale e della SF 12 physical health subscale,
risultavano diverse con livello di significatività p<0,05,
ma non significative dopo la correzione Bonferroni. Il dato principale che emerge da questo studio è che gli individui affetti da schizofrenia e TD presentavano, rispetto a quelli senza TD, un decorso di malattia più severo relativamente a vari esiti; fra i pazienti con TD, quelli con sintomi extrapiramidali mostravano gli outcome peggiori durante tutte le valutazioni condotte in tempi diversi. Gli autori ipotizzano che la comparsa di TD potrebbe essere una caratteristica costituzionale di un fenotipo di schizofrenia più severa che si esprime quando un individuo è esposto ad antipsicotici tipici e può essere correlato ad un polimorfismo genico associato alla discinesia tardiva e alla severità di TD all’interno di una popolazione schizofrenica recentemente identificata. Recenti ricerche hanno chiamato in causa un’anomala funzione di neurocircuiti nella regione subcorticale e nei gangli della base. L’implicazione clinica di questo
studio, sta nel fatto che la presenza di discinesia tardiva potrebbe
essere considerata un potenziale marker prognostico, anche se sono
necessarie ulteriori ricerche per differenziare esattamente i fattori
di rischio dagli indicatori prognostici.
Parole chiave: schizofrenia, discinesia tardiva, studio prospettico. Riferimento bibliografico
I prodotti biologici sono una classe di farmaci relativamente nuova. Dal 1982 ad oggi più di 250 prodotti biologici, compresi derivati del sangue, prodotti a base di anticorpi monoclonali e vaccini ricombinanti sono stati approvati dalle Autorità regolatorie. Tra il 2003 e il 2006, i biologici rappresentano il 24% ed il 22% di tutti le nuove entità chimiche approvate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, rispettivamente. Dato che i biologici determinano dei rischi specifici e sono disponibili limitate informazioni sulla natura e la tempistica delle azioni regolatorie su problemi di sicurezza rilevati successivamente la loro autorizzazione, il presente studio si è proposto di analizzare la natura, la frequenza ed i tempi relativi alle azioni regolatorie su questi prodotti intraprese in USA e in UE nel periodo gennaio 1995-giugno 2007. Per gli USA sono stati inclusi i prodotti approvati dai Center for Biologics Evaluation and Research (CBER) and Center for Drug Evaluation and Research (CDER). Per l’UE, le informazioni sono state ricavate tra gli EPAR (European Public Assessment Report) dell’EMEA. Sono stati, invece, esclusi i prodotti con estensione delle indicazioni durante il periodo in studio, i vaccini, i prodotti allergenici, biologici da sottoporre ad ulteriore lavorazione e quelli utilizzati a scopo di trasfusione o i plasma expanders. I biologici sono stati suddivisi in classi
terapeutiche in accordo con il sistema di classificazione ATC e in
classi funzionali di anticorpi, citochine, enzimi, fattori di crescita,
ormoni, interferoni, recettori e altri/vari. Gli anticorpi monoclonali
sono stati ulteriormente classificati in murini, chimerici e umanizzati. Un totale di 174 prodotti biologici è
stato approvato nel periodo in esame (136 negli USA e 105 nell’UE,
67 dei quali in entrambi i Paesi). Sono state intraprese 82 azioni
regolatorie per 41 dei 174 biologici (23.6%) che comprendevano 46
comunicazioni scritte da parte dell’FDA e 17 da parte dell’EMEA,
19 black box warning post-approvazione e nessun ritiro.
Tra i limiti dello studio gli autori riportano i seguenti: - l’inclusione dei soli prodotti biologici con autorizzazione all’immissione in commercio determina una probabile sottostima di azioni regolatorie - il limitato campione in esame e l’esiguo numero di azioni regolatorie che rientrano nell’intervallo di confidenza al 95% rende impegnativo valutare i risultati non statisticamente significativi. Conflitto di interesse: il dipartimento cui afferiscono gli autori dell’articolo ha ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: sicurezza, prodotti biologici, azioni regolatorie. Riferimento bibliografico
L’alemtuzumab (*) è un anticorpo monoclonale umanizzato diretto contro il CD52 esposto sui linfociti T, sulle cellule natural killer e sui monociti. La somministrazione di cicli di alemtuzumab causa una prolungata deplezione delle cellule T e una modulazione del repertoire linfocitario. Gli studi condotti sui pazienti con sclerosi multipla (SM) secondariamente progressiva hanno suggerito l’efficacia dell’alemtuzumab nel sopprimere le recidive, ma non la progressione della disabilità. Gli studi sui pazienti con SM recidivante-remittente hanno, invece, mostrato che l’alemtuzumab stabilizza o migliora i deficit esistenti. Su queste basi è stato ipotizzato che la fase secondariamente progressiva della malattia possa essere attribuita alla neurodegenerazione postinfiammatoria e che l’immunoterapia somministrata nella fase iniziale della malattia dovrebbe influenzare la disabilità a lungo-termine. Lo studio, in singolo cieco, randomizzato
di fase II, ha confrontato l’alemtuzumab all’interferone
(INF)ß1a in pazienti con SM recidivante-remittente iniziale
non trattati in precedenza. Dal dicembre 2002 al luglio 2004, 334
pazienti afferenti a 49 centri in Europa e negli Stati Uniti sono
stati randomizzati a ricevere una volta all’anno alemtuzumab
12 mg/die (n=113) o 24 mg/die (n=110), in infusione endovenosa in
5 giorni consecutivi durante il mese 1 e in 3 giorni consecutivi durante
i mesi 12 e 24 (in questo caso a discrezione del medico se la conta
delle cellule T CD4+ era =100 x 106 cellule/l) o INFß1a 44 µg
(n=111) per via sottocutanea 3 volte a settimana dopo aggiustamento
della dose. Misure di outcome sono stati i punteggi EDSS e la comparsa di recidive valutati trimestralmente in cieco da un neurologo. La sicurezza dei trattamenti è stata altresì valutata trimestralmente da un neurologo al corrente del trattamento. Misure co-primarie di efficacia sono state il tempo necessario per raggiungere un livello stabile di disabilità e la frequenza delle recidive. Un accumulo sostenuto di disabilità è stata definita come un aumento di 1,5 punti sulla scala EDSS per i pazienti con punteggio basale 0, e di 1,0 punti per quelli con punteggio basale =1. Il periodo d’insorgenza di una sostenuta disabilità è stato stabilito al momento del primo aumento del punteggio EDSS, escluse le recidive. Una recidiva è stata definita come la comparsa di un nuovo sintomo o il peggioramento di quelli già esistenti, persistente per almeno 48 h, che ha comportato un oggettivo cambiamento nell’esame neurologico, attribuibile alla SM, a temperatura corporea normale e preceduto da almeno 30 giorni di stabilità clinica. Outcome secondari sono stati il numero di pazienti che non hanno avuto recidive, i cambiamenti nell’entità delle lesioni (osservate nelle immagini NMR T2-pesate) e del volume cerebrale (misurato tramite il metodo di Losseff dalle immagini NMR T1-pesate). La funzione della tiroide, i livelli di anticorpi anti-recettore per la tireotropina e quelli delle sottopopolazioni linfocitarie sono stati misurati trimestralmente. È stata valutata anche la presenza di anticorpi leganti l’alemtuzumab. Sono stati registrati tutti gli eventi avversi comparsi entro i 36 mesi; gli eventi avversi seri e i disordini associati ad autoimmunità che si sono manifestati prima del 1 marzo 2008. All’arruolamento le caratteristiche
demografiche e cliniche erano simili tra i gruppi: età 32 anni;
donne 64%; etnia caucasica 90%; punteggio EDSS medio 2,0; periodo
dalla prima recidiva 1,3 anni. Tra i gruppi che hanno ricevuto
l’alemtuzumab 12 mg o 24 mg non sono state rilevate differenze
significative per nessuna delle misure di outcome e di sicurezza valutate.
Rispetto a INFß1a, l’alemtuzumab ha ridotto significativamente
la percentuale di accumulo sostenuto di disabilità (26,2% vs
9,0%; HR 0,29; CI 95% 0,16-0,54; p<0,001) e la frequenza per anno
delle recidive (0,36 vs 0,10; HR 0,26; CI 95% 0,16-0,41; p<0,001).
Il punteggio di disabilità medio, su una scala di 10 punti,
è aumentato di 0,39 punti nel gruppo alemtuzumab e di 0,38
punti in quello INFß1a (p<0,001). Nel gruppo alemtuzumab,
rispetto a quello INFß1a, l’entità delle lesioni
è stata ridotta significativamente (p=0,005). La variazione
del volume cerebrale tra il valore al mese 12 e quello al mese 36
è stato -0,2% nel gruppo INFß1a e +0,9% in quello alemtuzumab
(p=0,02).
(*) In Italia alemtuzumab, in classe H OSP1, è attualmente indicato per il trattamento di pazienti affetti da leucemia linfocitica cronica a cellule B per i quali la chemioterapia di combinazione con fludarabina non è appropriata. Nell’editoriale di accompagnamento viene sottolineato che i punti di forza dello studio sono stati l’avere incluso pazienti che non avevano assunto terapie precedenti, con una malattia in fase molto iniziale e di aver confrontato l’alemtuzumab con una terapia standard. I limiti sono stati il disegno in singolo cieco (che potrebbe aver contribuito all’elevato numero di abbandoni nel gruppo INFß1a) e l’interruzione precoce dello studio. Ciò nonostante, i risultati dimostrano gli evidenti benefici dell’alemtuzumab sulla frequenza delle recidive, sulla disabilità sostenuta e sui parametri NMR di progressione dell’infiammazione e dell’atrofia. Tali benefici però sono stati ottenuti a fronte di significative complicanze. Lo studio non ha avuto una potenza sufficiente per determinare le complicanze rare, inclusa la leucoencefalopatia multifocale progressiva. Viene posta poi l’attenzione sul significato del miglioramento osservato che, quasi certamente, è dovuto alla riduzione della disabilità conseguente alle recidive piuttosto che quella legata alla progressione secondaria. I dati di questo studio, inoltre, evidenziano il valore di una terapia aggressiva intrapresa all’inizio del processo patogenetico, quando cioè la gran parte del danno infiammatorio è subclinico e la disabilità è assente o media in molti pazienti. Conflitto di interesse: lo studio è stato sponsorizzato da Genzyme e Bayer Schering Pharma. Parole chiave: alemtuzumab, sclerosi multipla, interferone ß1a. Riferimenti bibliografici SIF – Soddisfazione del lettore La soddisfazione del “Cliente” costituisce un obiettivo della SIF. Se sei un Socio, compila il questionario che trovi su questo sito. Se non sei un Socio, mandaci comunque il tuo feedback su “Farmaci in evidenza” con un’e-mail a sif@unito.it. |
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2008 |