
Newsletter numero 27 del 15-12-2008
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Sommario o Confronto tra rosiglitazone e pioglitazone sugli esiti cardiovascolari in pazienti anziani diabetici o Uso off-label di farmaci nei bambini: le evidenze disponibili possono evitare inutili sperimentazioni in pediatria? Il caso degli inibitori della pompa protonica per il trattamento della malattia da reflusso gastroesofageo o Aggiunta di sildenafil al trattamento cronico con epoprostenolo per endovena in pazienti con ipertensione arteriosa polmonare: lo studio PACES (Pulmonary Arterial Hypertension Combination Study of Epoprostenol and Sildenafil) o Corticosteroidi per via inalatoria in pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva stabile o Una terapia prolungata con eritromicina è associata a riduzione delle esacerbazioni della BPCO o Uso profilattico di steroidi per via parenterale in pazienti adulti per prevenire complicanze post-estubazione a carico delle vie aeree: una metanalisi di trial clinici randomizzati controllati vs placebo o Terapia antiretrovirale precoce e mortalità in lattanti HIV-infetti: lo studio CHER (Children with HIV Early Antiretroviral Therapy) o Tenofovir disoproxil fumarato vs adefovir dipivoxil per l’epatite B (HBV) cronica o INTEREST: gefitinib
versus docetaxel nel trattamento del carcinoma polmonare
non a piccole cellule pretrattato. Uno studio randomizzato di fase
III
L’uso dei generici può aiutare a contenere la spesa farmaceutica. I generici sono chimicamente equivalenti ai corrispondenti farmaci di marca (branded) in termini di componenti attivi ma possono differire in altre caratteristiche quali il colore o la forma delle unità posologiche, gli eccipienti, i rivestimenti ed i processi produttivi. In base ai dati farmacocinetici, le Autorità regolatorie autorizzano l’immissione in commercio delle formulazioni generiche che si sono dimostrate bioequivalenti. Sia i medici sia i pazienti hanno talvolta espresso preoccupazioni circa la possibilità che i generici possano non essere equivalenti, in termini di efficacia clinica, alle corrispondenti formulazioni branded. L’obiettivo dello studio è stato riassumere le evidenze relative al confronto tra farmaci generici e branded utilizzati nelle malattie cardiovascolari ed esaminare i punti di vista degli editorialisti su questo argomento. Utilizzando MEDLINE, EMBASE e l’International Pharmaceutical Abstracts è stata realizzata una ricerca sistematica degli articoli, peer-reviewed, in inglese, pubblicati tra il gennaio 1984 e l’agosto 2008 su riviste di interesse medico. Sono state impiegate chiavi di ricerca relative a tre domini: il tipo di studio (es. clinical study, crossover, equivalens, effects e outcomes), i prodotti d’interesse (es. brand-name, nonproprietary, generics, innovators, patents e pharmaceutical drug), la medicina cardiovascolare. Per questo dominio sono state utilizzate chiavi di ricerca generali (es. cardiovascular, heart, hematologic), malattie cardiovascolari (es. atherosclerosis, hyperlipid, ischemia) e classi di farmaci pertinenti (es. ß-agonist, anticoagulant). Sono stati inclusi gli studi che hanno
confrontato un brand-name approvato dalla FDA (o una sua formulazione
identica) con almeno una sua versione generica, prodotte da aziende
diverse. Il confronto ha riguardato almeno un end point di efficacia
clinica o di sicurezza (es. frequenza cardiaca, pressione arteriosa,
diuresi), un esame di laboratorio (es. INR, LDL, elettroliti urinari),
la mortalità e la morbilità e il ricorso a strutture
sanitarie. La ricerca, condotta nel settembre 2008, ha identificato 8556 citazioni tra cui sono stati selezionati 46 articoli relativi a 9 differenti classi di farmaci cardiovascolari. Sul totale dei 46 articoli, 23 (49%) descrivevano studi di bioequivalenza nei quali è stato fatto un confronto del profilo farmacocinetico e di efficacia; 18 (38%) hanno coinvolto soggetti giovani e sani; 21 (45%) sono stati pubblicati prima del 2000 e solo 17 studi (36%) sono stati condotti negli USA. Quasi tutti i trial (31/34, 91%) che
hanno confrontato specialità contenenti farmaci con ampio IT
erano RCT con disegno in crossover. Nove articoli erano relativi al
confronto specialità/generico di beta-bloccanti: metoprololo
(n=2), atenololo (n=3), carvedilolo (n=1) e propranololo (n=3). Undici
erano relativi ai diuretici: furosemide (n=10) e l’associazione
triamterene/idroclorotiazide (n=1). Sette riguardavano i calcio-antagonisti:
amlodipina (n=3), verapamile a rilascio immediato (n=2) o ritardato
(n=2) e diltiazem (n=1). Tre studi erano sugli antiaggreganti piastrinici:
clopidrogrel (n=2) e acido acetilsalicilico in formulazione gastroresistente
(n=1). Uno studio, infine, era relativo a enalapril, 2 alla simvastatina,
1 alla terazosina. Tredici articoli hanno confrontato specialità contenenti farmaci con ristretto IT. Due hanno confrontato gli outcome clinici relativi a farmaci antiaritmici di classe I: propafenone (n=1) e procainamide (n=1); 11 quelli relativi al warfarin. L’equivalenza clinica tra le specialità è stata riportata in tutti gli RCT sugli antiaritmici (1/1) e sul warfarin (5/5). La metanalisi dei dati riportati in 30 studi (837 soggetti) ha permesso di ricavare un effect size di -0,03 (CI 95% -0.15 – 0.08), indicando la non superiorità dei farmaci branded rispetto ai generici. Tra i 43 editoriali e commenti selezionati,
19 (44%) sono stati pubblicati tra il 1993 e il 1999, 14 tra il 2000
e il 2008. Venticinque trattavano il tema dei generici in ambito cardiovascolare
in maniera ampia, mentre 18 (25%) erano focalizzati sui farmaci di
interesse cardiovascolare con ristretto IT. Ventitre (53%) esprimevano
una visione negativa riguardo l’intercambiabilità tra
specialità e generici, 12 (28%) incoraggiavano la sostituzione,
i restanti non giungevano ad alcuna conclusione. Tra gli editoriali
che specificatamente trattavano il tema dei farmaci con ristretto
IT, 12 (67%) scoraggiavano la sostituzione con i generici mentre 4
(22%) la sostenevano.
Nella discussione gli autori evidenziano alcuni limiti dello studio. La maggior parte degli articoli esaminati descrivevano studi di bioequivalenza, non adeguatamente progettati per discriminare differenze negli outcome clinici. Spesso il confronto è stato fatto in base all’ipotesi della “superiorità” piuttosto che della “non inferiorità”. Molti studi hanno coinvolto soggetti giovani e sani, una popolazione che non rappresenta adeguatamente i pazienti con malattie cardiovascolari. Per diverse classi di farmaci sono disponibili pochi dati per poter trarre delle conclusioni. Diversi studi erano a breve-termine e non sono, quindi, disponibili dati per effettuare confronti su outcome a lungo termine (es. percentuali di infarto o mortalità). Infine, gli autori sottolineano che in circa la metà degli studi (23/47) e praticamente in tutti gli editoriali non sono state riportate le fonti di finanziamento. Parole chiave: farmaci generici e branded, malattie cardiovascolari, revisione e metanalisi. Riferimento bibliografico
La discrepanza dei dati di sicurezza
dei due tiazolidindioni ha aperto un dibattito sulla opportunità
della sospensione dell’autorizzazione all’immissione in
commercio del rosiglitazone e sulla eventuale necessità di
effettuare lo switch a pioglitazone nei pazienti trattati con rosiglitazone.
Sebbene gli effetti cardiovascolari e di mortalità sembrino
prevalentemente correlati a quest’ultimo farmaco, non sono attualmente
disponibili dati di confronto diretto tra i 2 tiazolidindioni che
permettano di trarre conclusioni definitive. L’analisi è stata effettuata
sui dati di assicurazione sanitaria provenienti dal New Jersey Pharmaceutical
Assistance for the Aged and Disabled program nel periodo compreso
tra il 1 gennaio 1999 ed il 31 dicembre 2004 e dal Pennsylvania Pharmaceutical
Assistance Contract for the Elderly program nel periodo 1 gennaio
1999-31 dicembre 2005. Nello studio sono stati considerati quattro differenti outcome, di cui quello primario era rappresentato dalla mortalità da tutte le cause e quelli secondari da infarto miocardico, stroke e ricoveri per ICC. Su 28.361 pazienti selezionati, il 50,3% ha iniziato un nuovo trattamento con pioglitazone e il 49,7% con rosiglitazone. Le caratteristiche basali dei pazienti erano sovrapponibili tra i due gruppi, sebbene i soggetti trattati con rosiglitazone presentassero, rispetto agli utilizzatori di pioglitazone, una maggiore frequenza di pregressa patologia arteriosa coronarica, un minore utilizzo di beta-bloccanti e statine, un maggior numero di giorni di ospedalizzazione nei 6 mesi antecedenti allo studio. Durante un follow-up di 29.060 anni-persona,
sono deceduti 1869 soggetti. Nelle analisi primarie sono stati esclusi
i pazienti che hanno effettuato uno switch ad altro glitazone e quelli
che hanno sospeso il trattamento per oltre 60 giorni. Nella popolazione in studio, 737 pazienti
hanno sperimentato infarto miocardico, con una frequenza di eventi
pari a 26.5 per 1000 anni-persona tra gli utilizzatori di rosiglitazone
e 24.7 per 1000 anni-persona tra gli utilizzatori di pioglitazone.
Non sono state riscontrate differenze significative tra i due farmaci
nell’incidenza di infarto miocardico e di stroke. Lo studio risente di alcune limitazioni
poiché i pazienti non sono stati randomizzati al trattamento
con i 2 farmaci in studio. Non è stato possibile, inoltre,
validare gli outcome clinici, individuare la causa di numerosi decessi
e verificare l’aderenza alla terapia, poiché tali dati
sono stati derivati indirettamente da database assicurativi.
Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di avere ricevuto compensi economici per collaborazioni con diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: rosiglitazone/pioglitazone, rischio cardiovascolare, studio di coorte. Riferimento bibliografico
L’obiettivo di questo studio consisteva nella revisione delle evidenze cliniche disponibili nella letteratura scientifica pubblicata relative all'uso degli inibitori di pompa protonica (PPI) per il trattamento pediatrico della malattia da reflusso gastroesofageo (GERD) al fine di stabilire se l’assenza di indicazioni autorizzate può essere giustificata. Un ulteriore obiettivo era descrivere le possibili differenze nelle indicazioni pediatriche approvate per i PPI nel trattamento della GERD tra le due più grandi Agenzie regolatorie, l’EMEA e la FDA. È stata eseguita una ricerca preliminare
per determinare lo status regolatorio dei PPI (omeprazolo, esomeprazolo,
lansoprazolo, rabeprazolo e pantoprazolo) approvati in Europa e negli
Stati Uniti, tramite, rispettivamente, il database
europeo EUDRANET e il sito web della FDA
website. I cinque PPI attualmente commercializzati
nell'UE (omeprazolo, esomeprazolo, lansoprazolo, pantoprazolo e rabeprazolo)
sono stati approvati tramite la procedura di mutuo riconoscimento.
Di Lo scenario negli Stati Uniti sembra
differente: tre su cinque molecole (omeprazolo, esomeprazolo, lansoprazolo)
sono attualmente autorizzate nei bambini, anche se con l'esclusione
dei neonati e dei bambini di età <1 anno(esomeprazolo, lansoprazolo)
e 2 anni (omeprazolo). Sono stati selezionati 19 studi clinici
sulla valutazione dei PPI per il trattamento della GERD nei bambini,
di cui 8 erano trial multicentrici; >40% degli studi sono stati
condotti in USA. Tutti gli sudi sulla farmacocinetica
sono stati disegnati con l'obiettivo di determinare i dosaggi. La
posologia adottata era omogenea nei trial che hanno valutato la stessa
molecola, mentre è stata osservata una certa eterogeneità
in termini di formulazioni utilizzate. Sulla base degli eventi avversi riportati
nei trial inclusi nell'analisi, tutti i composti presentavano un profilo
di sicurezza paragonabile a quello descritto negli adulti. Solo nel
caso di omeprazolo gli eventi avversi a carico dell’apparato
respiratorio erano più frequenti nei bambini di età
compresa tra 0-2 anni rispetto agli adulti. Ciò è confermato
anche da dati recenti presenti in letteratura (Berni Canani R et al
Pediatrics 2006; 117: e817–e820).
In conclusione, l’utilizzo di
farmaci non ancora valutati accuratamente nei bambini è una
situazione comune in Europa, così come nel resto del mondo.
La valutazione sull’appropriatezza dell’uso off-label
dei PPI nei bambini potrebbe essere facilmente estesa ad altre classi
di farmaci o ad altre particolari popolazioni. Parole chiave: bambini, uso off-label, inibitori di pompa protonica. Riferimento bibliografico
Per valutare efficacia e sicurezza dell’aggiunta di sildenafil per via orale ad un trattamento cronico con epoprostenolo per via endovenosa è stato condotto (tra il luglio 2003 ed il gennaio 2006, compreso il periodo di follow-up) un trial multicentrico (46 centri ospedalieri od universitari, tra cui 1 italiano), della durata di 16 settimane, randomizzato in doppio cieco e controllato verso placebo. Lo screening dei pazienti è stato effettuato nei 21 giorni antecedenti l’avvio dello studio, seguito da una visita al basale e da controlli a 4, 8, 12 e 16 settimane. I pazienti che hanno completato lo studio e quelli che hanno richiesto modifiche alla dose di epoprostenolo a causa di un deterioramento clinico (completate cioè le 16 settimane di valutazione, hanno ricevuto almeno 4 settimane di trattamento) sono stati considerati eleggibili per uno studio di follow-up in aperto. Sono stati reclutati pazienti (età
>=18 anni; 16 anni per gli USA) con diagnosi di ipertensione arteriosa
polmonare (idiopatica, familiare, secondaria all’uso di anoressizzanti,
a malattie del connettivo o ad interventi chirurgici per la correzione
di shunt congeniti aorto-polmonari eseguiti almeno 5 anni prima).
I pazienti dovevano essere in trattamento cronico con epoprostenolo
da almeno 3 mesi, con stabilizzazione della dose da almeno 4 settimane
prima della randomizzazione. Sono stati esclusi i pazienti con un
test del cammino dei 6 minuti inferiore a 100 metri o superiore a
450 metri o quelli in cui questo test era influenzato da fattori diversi
dall’ipertensione arteriosa polmonare. Sono stati esclusi anche
i pazienti che avevano modificato la dose di epoprostenolo nelle 4
settimane antecedenti la randomizzazione e quelli in trattamento con
bosentan, nitrati o farmaci donatori di nitrossido. I pazienti sono stati randomizzati a ricevere placebo o sildenafil (secondo un rapporto 1:1) 20 mg/3 volte/die gradualmente aumentati a 40 e 80 mg/3 volte/die (in base al grado di tollerabilità) ad intervalli di 4 settimane. Se il paziente non tollerava l’aumento di dose, poteva ridurla e mantenerla al dosaggio stabilito per tutta la durata dello studio. Su 265 pazienti, 256 pazienti (123 nel gruppo placebo e 133 nel gruppo sildenafil) hanno completato lo studio. L’outcome primario era la variazione
della capacità di esercizio misurata con il test del cammino
dei 6 minuti a 16 settimane, mentre gli outcome secondari comprendevano
valutazioni emodinamiche, tempo di peggioramento clinico (definito
in termini di decesso, ricovero per ipertensione polmonare, inizio
della terapia con bosentan o variazioni della dose di epoprostenolo
>10% per deterioramento clinico) ed il Borg Dyspnea Score autovalutato
dai pazienti dopo aver completato il test dei 6 minuti. Gli effetti
del trattamento sugli end point secondari sono stati valutati solo
se era stato osservato un effetto statisticamente significativo nell’outcome
primario. Tutti i pazienti sono stati seguiti per la valutazione della
sicurezza 30 e 40 giorni dopo l’ultima dose di sildenafil e
6 mesi ed un anno dopo l’interruzione o la conclusione dello
studio. Nei pazienti randomizzati a sildenafil
è stato registrato un aumento (aggiustato verso placebo) di
28,8 metri (CI 95% 13,9-43,8 metri) nel test del cammino dei 6 minuti;
il miglioramento era più evidente nei pazienti con distanze
al basale >=325 metri. Quattordici (11%) pazienti del gruppo
placebo e 7 del gruppo sildenafil hanno interrotto il trattamento
a causa degli eventi avversi, 128 pazienti del gruppo placebo hanno
segnalato 736 eventi avversi rispetto ai 124 pazienti con sildenafil
che ne hanno segnalati 960. L’aggiunta di sildenafil ad un
regime terapeutico a base di epoprostenolo ha determinato un miglioramento
relativo di 29 metri nella capacità di compiere esercizio dopo
16 settimane. Questo miglioramento non è stato isolato, ma
si è associato a cambiamenti positivi in diversi end point
secondari, come i parametri emodinamici, il tempo di peggioramento
e la qualità di vita. Lo studio presenta una serie di limitazioni
tra cui l’esclusione dei pazienti con ipertensione polmonare
associata ad altre cause (HIV, ipertensione portale e shunt congeniti
aorto-polmonari non corretti). È importante chiarire che i
benefici del trattamento sono stati osservati in pazienti esposti
a sildenafil 80 mg/3 volte/die, la maggior parte dei quali (79,9%)
aveva raggiunto questa dose all’8a settimana.
Parole chiave: sildenafil, epoprostenolo, ipertensione arteriosa polmonare. Riferimento bibliografico
La broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) è una patologia polmonare correlata al fumo caratterizzata da ricorrenti episodi di tosse, produzione di espettorato e respiro breve. Attualmente, le linee guida americane ed internazionali raccomandano, in pazienti con BPCO sintomatica con FEV1 <50% rispetto al valore previsto ed esacerbazioni ripetute (Rabe KF et al. Am J Respir Crit Care Med 2007; 176: 532-55), una terapia combinata di corticosteroidi per via inalatoria (ICS) e di broncodilatatori. Recenti studi sulla terapia con farmaci corticosteroidei per via inalatoria hanno fornito risultati contrastanti relativamente al tasso di sopravvivenza e al rischio di eventi avversi. Tuttavia, un solo studio randomizzato ha dimostrato un miglioramento della sopravvivenza con una terapia associata ICS/LABA (long acting beta2-agonist) confrontata con una terapia anticolinergica a lunga durata d’azione. Inoltre, in alcuni ampi RCT condotti recentemente, la terapia con ICS è stata associata ad un incremento del rischio di polmonite. Studi osservazionali hanno dimostrato un incremento del rischio di osteopenia e fratture associato con un uso cronico di ICS, in particolare ad alte dosi. Precedenti metanalisi hanno fornito risultati conflittuali relativamente agli effetti degli ICS sulla qualità della vita, tuttavia nessuno ha mostrato interesse per i risultati di un trial clinico randomizzato (RCT) completato di recente che ha evidenziato un rischio di polmonite correlato alla terapia (Gartlehner G et al. Ann Fam Med. 2006; 4: 253-62; Nannini L et al. Cochrane Database Syst Rev. 2007; (4):CD003794; Yang IA et al. Cochrane Database Syst Rev 2007; (2): CD002991) Alla luce di queste premesse, sono state
eseguite una revisione sistematica e una metanalisi di trial controllati
e randomizzati allo scopo di determinare l’associazione tra
uso di ICS per un periodo >=6 mesi, mortalità da tutte le
cause e rischio di fratture e polmonite in pazienti con BPCO stabile.
Gli RCT, in lingua inglese, sono stati
selezionati da banche dati biomediche quali Medline, Embase, Cinhal,
Web of Science e PsychInfo a partire dal 9 febbraio 2008. Sono state identificate 3153 citazioni.
Dopo la valutazione di citazioni, revisioni e riferimenti bibliografici,
sono risultati eleggibili e quindi inclusi nella metanalisi 11 RCT
controllati, di cui 10 multicentrici. In questi studi sono stati inclusi
un totale di 14426 partecipanti affetti da BPCO. Nei trial che riportavano
dati di mortalità non è stata osservata alcuna differenza
per la mortalità da tutte le cause ad un anno dall’inizio
del trattamento (128 decessi su 4636 partecipanti nel gruppo di trattamento
e 148 decessi su 4597 partecipanti nel gruppo di controllo; RR 0.86;
95% CI 0.68–1.09); p=0.20; I2=0%). Nei trial che riportavano
dati relativi alla polmonite, la terapia con ICS è stata associata
ad un’incidenza di polmonite significativamente maggiore (777
casi tra i 5405 pazienti del gruppo di trattamento e 561 casi tra
i 5371 pazienti del gruppo di controllo; RR 1.34; 95% CI 1.03-1.75;
p<0.03; I2=72%). Tre studi (8131 pazienti) hanno riportato eventi
di fratture. In questi studi sono stati segnalati 195 eventi su 4073
pazienti nel gruppo di trattamento con ICS e 178 eventi su 4058 pazienti
nel gruppo di controllo. Non è stata rilevata alcuna differenza
nel rischio di fratture tra il gruppo di utilizzatori di ICS e il
gruppo di non utilizzatori (RR 1.09; 95% CI, 0.89-1.33; p=0.40; I2=29%), La revisione sistematica e la metanalisi
presentano alcuni limiti: a causa della mancanza dei dati di mortalità
provenienti dagli 11 studi inclusi, i risultati ottenuti sono probabilmente
poco adatti a ricercare una significativa differenza nel tasso di
mortalità; la maggior parte degli studi utilizza definizioni
differenti di polmoniti; esiste una considerevole eterogeneità
nel tipo e nella dose di ICS usata negli studi sulla BPCO; è
presente, nella popolazione studiata negli RCT, una rilevante eterogeneità
qualitativa; si registra un numero totale di fratture piuttosto basso
nonostante la metanalisi evidenzi un elevato rischio di fratture.
Infine l’analisi non fornisce dati relativi a qualità
di vita e a cambiamento di sintomi durante il corso della terapia
con ICS.
Parole chiave: BPCO, corticosteroidi per via inalatoria, metanalisi. Riferimento bibliografico
I pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) sono predisposti a frequenti esacerbazioni che determinano ricovero in ospedale, mortalità, visite mediche e alterazioni dello stato di salute, con notevoli conseguenze economiche. I pazienti con frequenti esacerbazioni presentano un’aumentata infiammazione delle vie aeree con riduzione più rapida della funzionalità polmonare. La terapia steroidea, pur rallentando la progressione della malattia, ha un effetto relativamente limitato sull’infiammazione delle vie aeree. I macrolidi hanno dimostrato di avere proprietà antibatteriche e antinfiammatorie, probabilmente non correlate tra loro. Poichè tale classe di farmaci è in grado di ridurre la produzione di citochine nelle vie aeree, indotta da infezione da Rinovirus umano (HRV), che determina esacerbazioni severe della BPCO, ne consegue che i macrolidi potrebbero ridurre la frequenza di esacerbazioni e quindi la progressione della patologia (Seemungal TAR et al. Am J Respir Crit Care Med 2001; 164: 1618–23. Suzuki T et al. Am J Respir Crit Care Med 2002; 165: 1113–8). Questo RCT vs placebo è stato
condotto per valutare l’ipotesi che una terapia continuativa
con macrolidi possa ridurre la frequenza delle esacerbazioni, prendendo
in considerazione in particolare l’eritromicina (250 mg 2 volte/die)
in pazienti con BPCO di grado moderato-severo. Dopo un periodo di
un mese di run-in, è stato effettuato un periodo di trattamento
di 1 anno. I pazienti con BPCO sono stati vaccinati
contro l’influenza. Tutti hanno compilato un diario giornaliero
per riferire i cambiamenti nei sintomi respiratori; tutti i pazienti
dovevano segnalare le esacerbazioni, appena possibile dopo l’insorgenza
dei sintomi e prima che la terapia fosse iniziata. Su 115 pazienti arruolati prima della
data pre-assegnata della chiusura dello studio (marzo 2006), 6 sono
stati esclusi per diverse ragioni. Tra i 109 pazienti randomizzati,
l’età media era 67,2 anni e il 63% era rappresentato
da maschi. I valori medi di FEV1 di FVC erano, rispettivamente, 1,32
L e 2,67 L, mentre la percentuale media di FEV1 era 50%. Nell’anno
precedente l’arruolamento, 38 pazienti hanno avuto >3 esacerbazioni.
Tra i due bracci dello studio, non sono
state osservate differenze significative negli effetti collaterali,
la cui frequenza si manteneva bassa. In alcuni casi, si è verificato
più di un effetto collaterale nello stesso paziente; ad esempio,
un paziente con tinnito ha manifestato anche un sintomo a livello
del tratto gastrointestinale superiore.
Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave: esacerbazioni di BPCO, macrolidi, RCT. Riferimento bibliografico
L’analisi è stata condotta
utilizzando database elettronici quali PubMed, Cochrane Controlled
Trials Register, Web of Science e EMBASE, senza limitazioni di lingua,
anno dello studio o stato di pubblicazione. In seguito all’applicazione dei suddetti criteri d’inclusione e di esclusione, la metanalisi è stata condotta su sei studi per un totale di 1923 partecipanti. Tutti i soggetti erano stati intubati per almeno 24 ore ed erano stati monitorati per almeno 24 ore dopo la rimozione del tubo endotracheale. In due trial veniva menzionato un trattamento di supporto per l’edema della laringe, come la ventilazione non invasiva a pressione positiva e l’inalazione di adrenalina. In tali studi i pazienti erano stati in genere trattati con steroidi per via parenterale prima dell’estubazione, ma i farmaci utilizzati ed i dosaggi erano variabili. Rispetto a placebo, l’uso di steroidi
prima dell’estubazione ha portato ad una riduzione dell’odds
ratio per edema della laringe (0,38, 95% CI 0.17-0.85) e conseguente
re-intubazione (0.29, 0.15-0.58) pari ad una riduzione del rischio
relativo di 0.10 e 0.02, rispettivamente. I fattori di rischio associati allo sviluppo
di edema della laringe post-estubazione includevano: sesso femminile,
basso indice nella scala di Glasgow, grandezza eccessiva del tubo
endotracheale, bassa statura del paziente, ampio diametro del tubo
e prolungato periodo di intubazione.
Come evidenziato dall’editoriale di accompagnamento, questa metanalisi si aggiunge ad una precedente che aveva, tuttavia, condotto a risultati poco chiari circa l’efficacia degli steroidi nel prevenire il rischio di edema della laringe post-estubazione e di conseguente re-intubazione dei pazienti adulti in stato critico (Markovitz BP et al. Cochrane Database Syst Rev 2008;(2):CD001000). Rispetto a tale metanalisi, il potere innovativo della metanalisi qui presentata risiede nell’aver introdotto tra i trial esaminati, uno studio più recente su 80 pazienti ed, inoltre, solo trial che riportavano i dati in modo scrupoloso ed “appropriato”. Gli autori hanno, inoltre, selezionato solo i dati relativi ai pazienti che richiedevano una re-intubazione a seguito di edema della laringe ed hanno escluso coloro che richiedevano tale intervento per altre cause. Infine, a differenza delle altre metanalisi, questa riporta i risultati di analisi per sottogruppi che mettono a confronto il regime a dose singole con quello a dose multipla. Come sottolineato dagli stessi autori, lo studio non è privo di limitazioni, come i bias di pubblicazione, la mancanza di un’analisi per sottogruppi per sesso, l’impiego in alcuni trial di trattamenti di supporto post-estubazione che potrebbero aver ridotto l’apparente beneficio offerto dall’uso degli steroidi. Alla luce di tali limitazioni e dei differenti risultati forniti dalle suddette metanalisi, gli autori dell’editoriale, consigliano l’uso degli steroidi solo nei pazienti ad alto rischio di re-intubazione. Studi futuri più sofisticati saranno necessari per stabilire la dose ed il tempo ottimali a cui somministrare gli steroidi prima di eseguire la rimozione del tubo endotracheale. Parole chiave: steroidi, estubazione/re-intubazione, edema della laringe. Riferimenti bibliografici
I lattanti infetti da HIV-1 presentano una maggior frequenza di progressione della malattia e di mortalità rispetto ai bambini, anche se hanno una più elevata percentuale di CD4. Mentre il trattamento precoce potrebbe essere appropriato per i lattanti, il proseguimento della terapia durante la vita può rappresentare un problema, a causa del possibile limite della reperibilità dei farmaci, dell’aderenza e della tossicità a lungo termine e del possibile sviluppo di resistenza, oltre a problemi di carattere economico. Lo studio CHER presentato in questo lavoro, valuta il momento migliore per l’inizio della terapia antiretrovirale e la sua durata in lattanti con infezione da HIV intrauterina o intraparto. Lo studio CHER è uno studio di
fase III, randomizzato, in aperto, condotto in Sud Africa in due centri
ospedalieri, uno a Soweto ed uno a Cape Town e fa parte di un programma
internazionale fra Sud Africa, Gran Bretagna ed il National Institute
of Health, denominato Comprehensive International Program for Research
in AIDS. I risultati riportati in questo studio
hanno dimostrato che 405 neonati (6.8%) erano HIV-positivi. Sono stati
poi esaminati 155 lattanti provenienti da altri centri, per un totale
di 560 lattanti HIV-infetti. I criteri di inclusione erano: lattanti
tra 6 e 12 settimane di vita, con diagnosi molecolare di infezione
da HIV effettuata a 4 settimane di vita ed una percentuale di CD4
=25%. Di questi, 155 non hanno soddisfatto i criteri di inclusione
e sono stati quindi esclusi dallo studio. La dimensione del campione
per ciascun trattamento è stata stabilita utilizzando metodi
validati per la stima della valenza statistica in studi clinici complessi
pertanto, dei 377 partecipanti, 125 sono stati assegnati al gruppo
con terapia posticipata e 252 nei gruppi con terapia precoce. I risultati riportati indicano che l'end
point primario, cioè il decesso del paziente, è avvenuto
in 10 lattanti su 252 partecipanti (4%) per i gruppi con terapia precoce
e in 20 lattanti su 125 partecipanti (16%) nel gruppo con terapia
posticipata (HR 0.24; 95% CI, 0.11-0.51; p <0.001). La mortalità
media è stata di 5/100 persone/anno nei gruppi con terapia
precoce e 21/100 persone/anno nel gruppo a terapia posticipata. La
mortalità è stata molto più alta nelle prime
26 settimane dopo la randomizzazione e, poi, si è ridotta in
modo simile in tutti i gruppi. Le cause delle morti sono state principalmente
infezioni gastrointestinali e polmonari; è stato registrato
un caso di insufficienza epatica ed una morte improvvisa. In particolare,
in 27 lattanti sui 30 morti totali, il decesso è stato osservato
al primo evento clinicamente significativo. I dati qui riportati dimostrano che la
terapia antiretrovirale iniziata all'eta di 7 settimane riduce la
mortalità precoce dal 16% al 4% rispetto ad una terapia antiretrovirale
iniziata in accordo con i livelli di CD4 o con la progressione clinica
dell'infezione HIV, con una riduzione relativa del 76%.
(*) CDC: Revised human immunodeficiency virus pediatric classification system: clinical categories. Category N: Not Symptomatic. Children who have no signs or symptoms considered to be the result of HIV infection or who have only one of the conditions listed in category A. Category A: Mildly Symptomatic. Children
with two or more of the following conditions but none of the conditions
listed in categories B and C: Lymphadenopathy (>=0.5 cm at more
than two sites; bilateral=one site), Hepatomegaly, Splenomegaly, Dermatitis,
Parotitis, Recurrent or persistent upper respiratory infection, sinusitis,
or otitis media. Conflitto di interesse: Diversi autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da ditte farmaceutiche. Parole chiave: terapia antiretrovirale, lattante, mortalità. Riferimento bibliografico
Per confrontare sicurezza ed efficacia del tenofovir DF 300 mg/die rispetto a quelle dell’adefovir dipivoxil (**) 10 mg/die in pazienti HBeAg-negativi o positivi, sono stati disegnati due studi di fase III, rispettivamente Studio 102 e Studio103, randomizzati, in doppio cieco, multicentrici (106 centri; 31 in Nord America, 60 in Europa, compresa l’Italia, 15 in Asia). Da maggio 2005 a giugno 2006 sono stati arruolati pazienti HBeAg-negativi nello Studio 102 (età media 44 anni; range 18-69; livelli di alanina aminotranferasi compresi tra 1 e 10 volte il limite superiore del normale e livelli di DNA dell’HBV >10^5 copie/mL) e HBeAg-positivi (età media 34 anni; range 18-69; livelli di alanina aminotranferasi compresi tra 2 e 10 volte il limite superiore del normale e livelli di DNA dell’HBV >10^6 copie/mL) affetti da HBV cronica con malattia epatica compensata e campioni bioptici epatici con punteggio necroinfiammatorio Knodell >=3 prima del trattamento. Tutti i pazienti dovevano essere stati HBeAg-positivi per almeno 6 mesi prima dell’arruolamento; dovevano avere ricevuto meno di 12 settimane di trattamento con un nucleoside o un nucleotide. Inoltre, i pazienti dello Studio 102 dovevano essere stati trattati con lamivudina o emtricitabina per almeno 12 settimane. Criteri di esclusione sono stati: confezione con HIV-1, HCV e HDV, evidenza di carcinoma epatocellulare, clearance della creatinina <70 mL/min; emoglobina <8 g/dL; conta dei neutrofili< 1000/mm3; decompensazione o insufficienza epatica. Un totale di 382 pazienti nello Studio
102 e 272 nello Studio 103 sono stati randomizzati in rapporto 2:1
a tenofovir DF 300 mg/die (Studio 102: n=176; Studio 103: n=250) o
adefovir dipivoxil 10 mg/die (Studio 102: n=90; Studio 103: n=125)
per 48 settimane; stratificati nello Studio 102 in accordo al precedente
trattamento con lamivudina o emtricitabina e nello Studio 103 ai livelli
serici di alanina aminotransferasi. Sono state effettuate due biopsie
epatiche: una entro 6 mesi prima dell’arruolamento, la seconda
tra le settimane 44 e 48. L’end point primario, di tipo composito,
è stato il livello plasmatico di DNA HBV <400 copie/mL (69
IU/mL) e il miglioramento istologico, inteso come una riduzione di
almeno 2 punti nel punteggio necroinfiammatorio Knodell in assenza
di un peggioramento della fibrosi. Alla settimana 48, in entrambi gli studi,
una più alta percentuale di pazienti del gruppo tenofovir DF
ha raggiunto l’end point primario (Studio 102: 71% vs 49%; Studio
103: 67% vs 12%; p<0,001). La soppressione virale ha riguardato
un maggior numero di pazienti trattati con tenofovir DF che con adefovir
dipivoxil (Studio 102: 93% vs 63%; Studio 103: 76% vs 13%; p<0,001).
A differenza dello Studio 102, nello Studio 103 un maggior numero
di pazienti del gruppo tenofovir DF ha normalizzato i livelli di alanina
aminotransferasi (68% vs 54% tenofovir DF vs adefovir dipivoxil; p=0,03)
e ha manifestato seroconversione (3% vs 0% tenofovir DF vs adefovir
dipivoxil; p=0,02). Alla settimana 48, nessun paziente di entrambi
gli studi ha presentato sostituzioni aminoacidiche nella DNA polimerasi
virale associate a resistenza fenotipica al tenofivir DF o ad altri
farmaci indicati per l’HBV.
(*) In Italia tenofovir DF è indicato per il trattamento dell’infezione da HIV-1, in associazione con altre specialità medicinali antiretrovirali, in pazienti di età >18 anni e dell’infezione da epatite B cronica in adulti con malattia epatica compensata, con evidenza di replicazione virale attiva, livelli sierici di alanina aminotransferasi persistentemente elevati ed evidenza istologica di infiammazione attiva e/o di fibrosi. (**) In Italia adefovir dipivoxil, analogo nucleotidico orale, è indicato per il trattamento dell'epatite cronica B negli adulti con epatopatia compensata con evidenza di replicazione virale attiva, livelli persistentemente elevati di alanina aminotransferasi ed evidenza istologica di infiammazione attiva e fibrosi epatica; epatopatia scompensata. L’editoriale di accompagnamento
affronta il problema della rivalutazione dei criteri e degli end point
per il trattamento dell’infezione cronica da HBV. Infatti, più
del 70% di pazienti con complicazioni quali, cirrosi e carcinoma epatocellulare,
sono HBeAg-negativi. Quindi, sebbene la malattia possa diventare quiescente
dopo seroconversione dell’antigene, può progredire fino
alla morte. Gli editorialisti affermano che due dei più incoraggianti aspetti del tenofovir DF, evidenziati da Marcellin P et al. sono l’efficacia in pazienti resistenti alla lamivudina e il mancato sviluppo di mutazioni resistenti dopo 48 settimane di trattamento. Tuttavia sono necessari studi a più lungo termine per determinare l’incidenza di resistenza a tenofovir DF. L’editoriale conclude ponendo l’accento sulla possibilità, che deve essere ulteriormente indagata, di utilizzare il tenofovir DF come trattamento di prima linea, da solo o in associazione. Conflito di interesse: lo studio è stato sponsorizzato da Gilead Sciences. Parole chiave: tenofovir disoproxil fumarato; epatite B cronica; adefovir dipivoxil. Riferimenti bibliografici
Il carcinoma polmonare a non piccole cellule, riconosciuto come maggiore causa di morte da cancro, sembra rispondere solo modestamente al duplice trattamento di prima linea a base di platino. Docetaxel (75 mg/m2), approvato come trattamento di seconda-linea, ha dimostrato un miglioramento della sopravvivenza e della qualità della vita rispetto alle terapie di supporto e alla chemioterapia a base di vinorelbina e ifosfamide. Tra le altre alternative terapeutiche, i risultati di due studi di fase II, IDEAL 1 e 2 (Fukuoka M, et al. J Clin Oncol 2003; 21: 2237–46, e Kris MG, et al. JAMA 2003; 290: 2149–58), hanno suggerito che gefitinib, inibitore selettivo della tirosin-chinasi di EGFR (Epidermal Growth Factor Receptor), assunto oralmente, è efficace e meno tossico della chemioterapia in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule pretrattato. Dati precedenti avevano riportato differenze non significative tra gefitinib e docetaxel in termini di sopravvivenza, complessiva o senza progressione della malattia, ma avevano anche indicato per gefitinib una simile o migliore risposta al trattamento, un miglioramento della qualità della vita e un migliore profilo di tollerabilità (Cufer T et al. Anticancer Drugs 2006; 17: 401–09; Maruyama R et al. J Clin Oncol 2008; 26: 4244–52.). Sulla base degli studi IDEAL, sono stati realizzati due studi di fase III, Iressa Survival Evaluation in Lung Cancer (ISEL) e Iressa NSCLC Trial Evaluating Response and Survival versus Taxotere (INTEREST). In INTEREST, studio multicentrico, randomizzato
e in aperto, gefitinib è stato confrontato versus docetaxel
in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule, localmente
avanzato o metastatico, pretrattato con platino. I ricercatori hanno
effettuato il reclutamento dei pazienti da 149 centri in 24 Paesi
(in Europa, compresa l’Italia, in Asia e in America settentrionale,
centrale e meridionale) tra marzo 2004 e febbraio 2006, con l’obiettivo
primario di confrontare la sopravvivenza complessiva per entrambi
i farmaci, attraverso un’analisi co-primaria di non-inferiorità
su tutta la popolazione e attraverso un’analisi di superiorità
solo sui pazienti con un alto numero di copie geniche di EGFR. Secondo i criteri di eleggibilità, nello studio sono stati arruolati pazienti a partire da 18 anni di età, affetti dal suddetto carcinoma, confermato con esame istologico e citologico, di tipo progressivo o ricorrente dopo almeno un precedente trattamento chemioterapico a base di platino (consentiti al massimo due trattamenti), pazienti con WHO status performance 0-2, pazienti con cancro misurabile o non misurabile attraverso il metodo Response Evaluation Criteria in Solid Tumors (RECIST), pazienti senza precedente terapia con un inibitore della tirosin-chinasi di EGFR e pazienti con una conta neutrofilica maggiore di 1,5×10^9/L e con un’adeguata funzionalità epatica. Su 1466 pazienti arruolati, sono stati valutati 1433 pazienti randomizzati a gefitinib (n=723) 250 mg/die per via orale o docetaxel (n=710) 75 mg/m2 in infusione per un’ora ogni tre settimane, fino alla progressione della malattia, allo sviluppo di un effetto tossico inaccettabile o alla richiesta di interropere il trattamento da parte del medico o del paziente. Complessivamente, il tasso di mortalità
è stato stimato dell’81,6% e il tempo medio di sopravvivenza
di 7,6 mesi. Il tempo medio di durata del trattamento è stato
di 4,4 mesi per il gruppo trattato con gefitinib e di 3 mesi per il
gruppo trattato con docetaxel. I risultati sono stati simili tra i
due gruppi. Infatti, è stata confermata la non-inferiorità
di gefitinib versus docetaxel in termini di sopravvivenza complessiva
(593 vs 576 eventi; HR 1,02; 0,90-1,15; tempo di sopravvivenza 7,6
mesi vs 8 mesi). La superiorità di gefitinib in pazienti con
un alto numero di copie geniche non è stata dimostrata (72
vs 71 eventi; HR 1,09; 0,78-1,51; p=0,62; tempo medio di sopravvivenza
8,4 vs 7,5 mesi). In relazione alla tollerabilità
dei trattamenti, il gruppo trattato con gefitinib ha mostrato, complessivamente,
un migliore profilo di tollerabilità (72% vs 82% tra cui eventi
avversi gravi: 4% vs 18%). In particolare, gli eventi avversi più
comuni nel gruppo trattato con gefitinib rispetto a quello trattato
con docetaxel sono stati rash o acne [360 eventi (49%) vs 73 eventi
(10%)] e diarrea [255 eventi (35%) vs 177 eventi (25%)]; invece, nel
gruppo trattato con docetaxel, si sono manifestati più comunemente
neutropenia [35 (5%) vs 514 (74%)], astenia [182 (25%) vs 334 (47%)]
e alopecia [23 (3%) vs 254 (36%)]. Inoltre, un numero significativamente
maggiore di pazienti ha mostrato un miglioramento della qualità
della vita prolungato e importante sotto il profilo clinico, sottolineando
che gefitinib è il primo farmaco in uno studio sul carcinoma
polmonare che mostra questa caratteristica.
Inoltre, gli autori hanno sottolineato che specifiche caratteristiche cliniche dei pazienti (non fumatore, origine asiatica, sesso femminile e l’istologia dell’adenocarcinoma) possono influire favorevolmente sulla risposta agli inibitori di EGFR ed, in generale, sugli esiti. Inoltre, questi fattori clinici aumentano la sopravvivenza complessiva in entrambi i gruppi, contrariamente alle precedenti evidenze che suggerivano l’efficacia di docetaxel nel tempo di sopravvivenza indifferentemente in tutti i pazienti. In risposta a questa evidenza, l’editoriale di accompagnamento allo studio, rileva che le suddette caratteristiche cliniche sono fattori prognostici non correlati al trattamento o, comunque, fattori non specifici che prevedono un aumento della sensibilità ad interventi piuttosto diversi. Tuttavia, la scoperta che pazienti con un alto numero di copie geniche di EGFR non hanno una migliore risposta a gefitinib sta destando sconcerto. Gli autori, pertanto, hanno sottolineato l’importanza di non giungere a conclusioni affrettate soltanto perché ne trovano giovamento le fondazioni scientifiche che sponsorizzano i progetti di studio. Conflitto di interesse: diversi autori dichiarato di aver partecipato all’advisory board e di aver ricevuto onorari da Astra Zeneca così come da molte altre società; 4 coautori lavorano in Astra Zeneca. Entrambi gli autori dell’editoriale hanno dichiarato di aver ricevuto onorari da Astra Zeneca. Riferimenti bibliografici FELICE NATALE e BUON ANNO Il prossimo numero di “SIF – Farmaci in
Evidenza” uscirà il 15 gennaio 2009. |
Versione completa stampabile (file PDF)
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
Contatti: sif@unito.it
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DISCLAMER – AVVERTENZE Leggere attentamente
Gli autori e redattori del "Centro SIF di Informazione sul Farmaco" sono Farmacologi, Medici, Farmacisti e Biologi, e quanto riportato deriva da affidabili ed autorevoli fonti e studi scientifici, accompagnato dai relativi estratti o riferimenti bibliografici alle pubblicazioni. In ogni caso, le informazioni fornite, le eventuali nozioni su procedure mediche, posologie, descrizioni di farmaci o prodotti d’uso sono da intendersi come di natura generale ed a scopo puramente divulgativo ed illustrativo. Non possono, pertanto, sostituire in nessun modo il consiglio del medico o di altri operatori sanitari. Le informazioni fornite da "La SIF Risponde", unicamente tramite posta elettronica (sif@unito.it), possono riguardare dati a disposizione su principi attivi ma non sulle patologie in oggetto, né eventuali indicazioni relative a nominativi di medici o altre figure professionali. Nulla su http://www.sifweb.org, sulle relative newsletter, e-mails, o qualsiasi dei progetti della SIF, può essere interpretato come un tentativo di offrire o rendere un’opinione medica o in altro modo coinvolta nella pratica della Medicina. La Società Italiana di Farmacologia, i suoi Soci od altre parti ed essa connesse non possono, quindi, essere ritenuti responsabili circa risultati o conseguenze di qualunque utilizzo o tentato utilizzo di una qualsiasi delle informazioni riportate. Il servizio è totalmente gratuito e non esistono conflitti di interesse o finalità di lucro. Non sono ammesse la divulgazione e la diffusione della newsletter “SIF – Farmaci in Evidenza” senza precedente autorizzazione scritta della Società Italiana di Farmacologia.
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Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre 2008 |