
Newsletter numero 28 del 15-01-2009
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| Sommario o Controlling hypertension and hypotension immediately post-stroke (CHHIPS): un trial pilota randomizzato, in doppio cieco contro placebo o Uso a lungo termine di glitazoni e fratture in pazienti con diabete di tipo 2: una metanalisi o Reporting bias degli studi clinici sottoposti alla Food and Drug Administration: una revisione dello stato di pubblicazione e presentazione dei risultati o Vitamine E e C nella prevenzione del cancro alla prostata e del cancro di ogni tipo nell’uomo: il Physicians’ Health Study II (PHS II) o Effetto del selenio e della vitamina E sul rischio di cancro alla prostata e di ogni tipo: lo studio Selenium and Vitamin E Cancer Prevention Trial (SELECT) o Fluorochinoloni per via respiratoria per il trattamento della polmonite acquisita in comunità: una metanalisi di trial randomizzati e controllati o Decontaminazione del tratto digerente e orofaringeo di pazienti nelle Unità di Terapia Intensiva o Desametasone e rischio di nausea, vomito e sanguinamento postoperatorio dopo tonsillectomia nei bambini o Effetto delle fibre, degli antispastici e dell’olio di menta piperita nel trattamento della sindrome del colon irritabile: una revisione sistematica e una metanalisi o Reazioni di ipersensibilità
al vaccino contro il papilloma virus umano in studentesse
australiane: uno studio retrospettivo di coorte
Per il conseguimento degli obiettivi indicati nelle linee guida per la gestione dell’ipertensione è spesso necessario ricorrere a più farmaci antipertensivi. Nei trial disegnati per testare l’efficacia di singoli farmaci, spesso sono stati aggiunti altri principi attivi per ottenere un adeguato controllo pressorio, con possibile effetto di confondimento sull’interpretazione degli effetti del farmaco oggetto dello studio. Le attuali linee guida statunitensi (seventh report of the Joint National Committee on Prevention, Detection, Evaluation, and Treatment of High Blood Pressure [JNC 7]) raccomandano l’inserimento dei diuretici tiazidici nelle terapie di associazione. Tuttavia, dovrebbero essere prese in considerazione anche associazioni che non prevedano l’impiego di questi farmaci. Uno studio sperimentale (Mason RP. Am J Med 2005; 118: 54-61) ha evidenziato come il calcio-antagonista amlodipina aumenti efficacemente la disponibilità di nitrossido a livello dell’endotelio vascolare, mentre altri studi hanno evidenziato che l’effetto combinato di amlodipina e un ACE-inibitore sia maggiore di quello esercitato dalle singole molecole. Questa associazione, rispetto ad altre terapie, ha anche dimostrato di rallentare la progressione delle lesioni aterosclerotiche in animali di laboratorio. Allo stesso modo, negli esseri umani, l’associazione amlodipina e benazepril sembra avere effetti additivi nel ridurre l’ipertrofia ventricolare sinistra e la resistenza arteriosa e potrebbe, quindi, avere un effetto protettivo sugli organi bersaglio, indipendentemente dalla riduzione della pressione arteriosa. Lo studio ACCOMPLISH è stato disegnato per verificare l’ipotesi che associare un ACE-inibitore ad amlodipina, piuttosto che ad un diuretico tiazidico, permetta di ottenere migliori outcome cardiovascolari. L’ACCOMPLISH è un trial
multicentrico (realizzato in 548 centri distribuiti in 5 Stati) randomizzato
in doppio cieco volto a valutare il tasso di morbilità e mortalità
cardiovascolare quando vengono impiegate 2 diverse associazioni terapeutiche
(benazepril + amlodipina o benazepril + idroclorotiazide) in pazienti
ipertesi ad alto rischio cardiovascolare, compresi pazienti con anamnesi
positiva per eventi coronarici, infarto miocardico, rivascolarizzazione
o stroke, funzionalità renale alterata, arteriopatia periferica,
ipertrofia ventricolare sinistra o diabete mellito. L’end point primario composito
era costituito da eventi cardiovascolari (infarto miocardico non fatale,
stroke, ricovero per angina instabile, rivascolarizzazione coronarica
o rianimazione dopo arresto cardiaco improvviso) e decesso per cause
cardiovascolari (morte cardiaca improvvisa, infarto miocardico, stroke,
intervento alle coronarie, scompenso cardiaco congestizio ecc). In
ogni soggetto è stato considerato solo il primo evento occorso.
Al termine del periodo di aggiustamento
della dose, la dose massima prevista per i farmaci in esame era stata
raggiunta dal 60,9% dei trattati con benazepril-amlodipina e dal 60,3%
dei trattati con benazepril-idroclorotiazide. In ogni gruppo, dopo
un anno di studio, il 32,3% dei pazienti aveva dovuto ricorrere ad
uno degli altri anti-ipertensivi permessi in aggiunta alla dose massima
dei farmaci in esame. Dopo un periodo di trattamento medio
di 30 mesi ed in base ai dati su 979 pazienti in cui si era verificato
l’end point primario, il comitato di monitoraggio dei dati e
della safety ha osservato una differenza tra i 2 gruppi in trattamento
che eccedeva il limite prefisso per l’interruzione ed ha raccomandato
la conclusione anticipata dello studio. Per quanto riguarda gli end point secondari
(decesso per cause cardiovascolari, infarto miocardico e stroke non
fatali) sono stati registrati 288 eventi (5,0%) nel gruppo benazepril+amlodipina
e 364 (6,3%) nel gruppo benazepril+idroclorotiazide, indicativi di
una ARR di 1,3 punti percentuali ed una RRR del 21,2% (HR 0,79; p=0,002).
Rilevare che l’amlodipina sia superiore all’idroclorotiazide nel prevenire eventi cardiovascolari in pazienti che assumono un ACE-inibitore potrebbe sorprendere, alla luce dei risultati dello studio ALLHAT (JAMA 2002; 288: 2981-97), secondo il quale amlodipina e clortalidone hanno effetti simili sulla mortalità e sulla percentuale di stroke e di infarto miocardico. Una possibile spiegazione delle discordanze tra l’ACCOMPLISH e l’ALLHAT è che il clortalidone potrebbe differire dall’idroclorotiazide negli effetti esercitati sugli outcome, indipendentemente dall’effetto sulla pressione arteriosa. Si potrebbe anche ipotizzare che associare l’amlodipina ad un farmaco che inibisce il sistema renina-angiotensina (rispetto alla monoterapia con amlodipina) possa comportare un effetto benefico unico. Alcune limitazioni mitigano le conclusioni dello studio ACCOMPLISH: 25 mg di idroclorotiazide potrebbero non essere sufficienti a garantire un beneficio cardiovascolare ottimale (anche se la pressione sistolica nei 2 gruppi differiva per meno di 1 mmHg) ed un adeguato controllo nell’arco delle 24 ore; inoltre molti partecipanti non erano completamente rappresentativi della vasta popolazione degli ipertesi. In effetti, per quanto riguarda l’estendibilità dei risultati dell’ACCOMPLISH alla popolazione generale degli ipertesi, i partecipanti allo studio erano più anziani, avevano un’ipertensione relativamente grave e un’elevata prevalenza di malattie cardiovascolari e diabete. Sebbene questo gruppo di soggetti non rispecchi tutta la popolazione degli ipertesi, la stessa critica potrebbe essere mossa anche ad altri trial. Le raccomandazioni dovrebbero quindi basarsi sul totale delle evidenze disponibili piuttosto che sui risultati di un singolo trial. Il JNC 7, pubblicato nel 2003, preferisce
i diuretici tiazidici come terapia iniziale per la maggior parte dei
pazienti ipertesi in assenza di forti indicazioni per determinati
farmaci. Tuttavia, è giunto il momento di riesaminare queste
raccomandazioni, senza nulla togliere all’importanza dei diuretici
(la cui efficacia nel prevenire gli eventi cardiovascolari è
stata evidenziata in metanalisi di trial clinici che hanno coinvolto
pazienti ipertesi). Conflitto di interesse: lo studio è sponsorizzato dalla Novartis. Parole chiave: benazepril, amlodipina, idroclorotiazide, ipertensione, RCT. Riferimenti bibliografici
Da gennaio 2005 a dicembre 2007 in 6 centri in Gran Bretagna sono stati reclutati pazienti (età >18 anni) con deficit neurologico stabile da almeno 60 min e con diagnosi di stroke. Criteri d’inclusione sono stati: infarto cerebrale o emorragia cerebrale; comparsa dei sintomi entro le 36 h; ipertensione (pressione sistolica: PS>160 mmHg). Criteri di esclusione sono stati: encefalopatia ipertensiva; coesistenza di emergenze cardiache o vascolari; PS>200 mmHg o pressione diastolica (PD)>120 mmHg in associazione ad emorragia cerebrale; preesistente terapia antipertensiva in pazienti non disfagici; compromissione della coscienza (punteggio National Institute of Health stroke scale: NIHSS section 1a =2 punti); controindicazione alle terapie previste dal trial; pregressa disabilità (modified Rankin scale: mRS>3 punti); condizioni che necessitano di un trattamento cronico e aspettativa di vita <6 mesi; diagnosi diversa dallo stroke in base ai dati radiologici. Le valutazioni neurologiche sono state effettuate al momento della randomizzazione, a 72 h e a 14 giorni, ed hanno compreso la valutazione dei punteggi NIHSS, mRS e la classificazione secondo l’Oxfordshire Community Stroke Project (OCSP). Prima della randomizzazione è stata valutata la presenza di disfagia. A tutti i pazienti sono state praticate le cure standard compresa la terapia trombolitica entro le 72 h dalla randomizzazione e, dopo 2 settimane, la terapia di prevenzione secondaria dello stroke con ACE inibitori con o senza diuretici. I pazienti non disfagici sono stati randomizzati a ricevere 50 mg di labetalolo per os, 5 mg di lisinopril per os o placebo. I pazienti disfagici hanno ricevuto 50 mg di labetalolo ev e placebo sublinguale, 5 mg di lisinopril sublinguale e placebo ev, oppure placebo ev e sublinguale. Nelle 8 h successive alla somministrazione la pressione arteriosa è stata misurata ad intervalli di 30 min. Il trattamento è stato interrotto nei pazienti con ipotensione (SP<140 mmHg). I pazienti che a 4 h non hanno raggiunto la PS desiderata (145-155 mmHg o una riduzione di 15 mmHg rispetto al valore alla randomizzazione) hanno ricevuto un’ulteriore dose dei farmaci; una dose addizionale è stata somministrata a quei pazienti che ad 8 h dalla randomizzazione non hanno raggiunto la PS desiderata. La somministrazione dei farmaci è stata protratta nelle 2 settimane successive alla randomizzazione secondo i seguenti regimi: i pazienti non disfagici hanno assunto 5, 10 o 15 mg/die di lisinopril per os al mattino e placebo alla sera, 50, 100 o 150 mg 2 volte al giorni di labetalolo per os, oppure placebo 2 volte al giorno; i pazienti disfagici hanno ricevuto nelle prime 72 h 5, 10 o 15 mg di lisinopril sublinguale al mattino e placebo ev alla sera, 50, 100, 150 mg di labetalolo ev 2 volte al giorno e placebo sublinguale, oppure placebo ev e sublinguale. Alle 72 h i pazienti ancora disfagici hanno ricevuto il lisinopril, il labetalolo o il corrispondente placebo come sospensione attraverso una sonda nasogastrica o una sonda gastrica posizionata tramite gastrotomia endoscopica percutanea. I pazienti che hanno recuperato la capacità di deglutire hanno ricevuto i farmaci o il placebo per os. L’end point primario è stato la morte o la disabilità (mRS>3 punti) a 2 settimane. Gli obbiettivi secondari sono stati la valutazione della sicurezza del regime terapeutico, definito come l’assenza di un precoce (entro 72 h) deterioramento neurologico (NIHSS=4 punti); il confronto tra i due trattamenti e le vie di somministrazione in termini di controllo della pressione arteriosa, eventi avversi gravi comparsi nei 14 giorni di trattamento; la valutazione delle potenziali differenze tra i gruppi nella mortalità a 3 mesi. 179 pazienti sono stati arruolati e 126
(73%) hanno completato il trattamento previsto dal protocollo. Alla
randomizzazione i gruppi labetalolo (n=56), lisinopril (n=57) e placebo
(n=59) erano omogenei per sesso (maschi 53-61%), età (media
74 anni), PS (181 mmHg), PD (96 mmHg), pregresso punteggio mRS, NIHSS
e percentuale di disfagici.
Nella discussione gli autori sottolineano alcuni punti: 1) la ridotte dimensioni del campione è da imputare alla non eleggibilità di gran parte di pazienti al momento del ricovero; 2) il maggior numero degli abbandoni in tutti e tre i bracci si è avuto nelle prime 72 h ed ha riguardato soprattutto i pazienti disfagici; 3) gli eventi avversi più severi sono stati osservati nei pazienti disfagici nel gruppo placebo; 4) i dati ottenuti mostrano che labetalolo ev è il regime che determina la maggiore diminuzione della PS a 4 h consentendo di evitare ulteriori somministrazioni. Parole chiave: ipertensione e stroke, labetalolo e lisinopril, RCT. Riferimento bibliografico
Questa metanalisi è stata condotta allo scopo di determinare il rischio relativo e assoluto di fratture associato all’uso a lungo termine di glitazoni in pazienti con diabete di tipo 2, oltre che rivedere criticamente l’effetto di questi farmaci sulla densità minerale ossea a supporto della plausibilità biologica di tale ipotesi. La ricerca è stata effettuata su MEDLINE, EMBASE e Cochrane Central Registry of Controlled Trials (CENTRAL) fino a giugno 2008. Inoltre, per includere eventuali studi non pubblicati, sono stati esaminati i siti web delle autorità regolatorie, i foglietti illustrativi, i registri dei trial clinici delle ditte produttrici e il Clinical Study Results database. Inoltre, sono state valutate le revisioni sistematiche ed i riferimenti bibliografici degli studi. Infine, per identificare gli articoli più importanti, è stato utilizzato il Web del Science Citation Index. Sono stati selezionati RCT e studi osservazionali
che hanno valutato il rischio di fratture in pazienti con diabete
di tipo 2, confrontando i soggetti trattati con glitazoni rispetto
ai non esposti. Sono stati inclusi 10 RCT (n=13.715),
in doppio cieco, della durata da 1 a 4 anni, in cui i partecipanti
avevano una ridotta tolleranza al glucosio o diabete di tipo 2 conclamato.
In 5 trial, i dati sulle fratture erano disponibili in base al sesso
e i soggetti trattati erano simili ai controlli per quanto riguarda
l’origine etnica, la durata della malattia, i valori di emoglobina
glicosilata e l’indice di massa corporea. I 2 studi osservazionali inclusi nella metanalisi hanno evidenziato un aumento del rischio di fratture associato all’uso dei glitazoni. Lo studio caso-controllo (Meier C et al. Arch Intern Med 2008; 168: 820-5) ha mostrato un’associazione statisticamente significativa fra esposizione a glitazoni (utilizzatori correnti con >8 prescrizioni) e fratture nelle donne (OR 2,56; 1,43–4,58). Nello studio di coorte (Fracture diagnoses in patients receiving monotherapy with antidiabetic agents, including hand and foot fractures [study no WEUSRTP2181]. Brentford (UK): GlaxoSmithKline; 2008. Available: http://ctr.gsk.co.uk/Summary/rosiglitazone/studylist.asp), nelle donne il rosiglitazone è risultato associato in modo statisticamente significativo a fratture rispetto al trattamento con metformina (1,38; 1,03–1,82), mentre non è stato osservato un aumento del rischio di fratture confrontando il rosiglitazone con una sulfonilurea (OR 0,89; 0,69–1,14). In nessuno dei due studi è stata osservata un’associazione statisticamente significativa tra esposizioni a glitazoni e fratture negli uomini. Per quanto riguarda le modifiche della densità minerale ossea, sono stati identificati 2 RCT (Grey A et al. J Clin Endocrinol Metab 2007; 92: 1305-10; Glintborg D et al. J Clin Endocrinol Metab 2008; 93: 1696-701) e 2 studi osservazionali (Yaturu S et al. Diabetes Care 2007; 30: 1574-6; Schwartz AV et al. J Clin Endocrinol Metab 2006; 91: 3349-5). Tutti e 4 gli studi hanno evidenziato che, rispetto ai controlli, i glitazoni erano associati ad una notevole riduzione della densità minerale ossea. Nei 2 RCT, nelle donne esposte a glitazoni, la densità minerale ossea è risultata ridotta in misura statisticamente significativa a livello della colonna lombare (differenza media pesata –1,11%; da –2,08% a –0,14%; p=0,02) e dell’anca (–1,24%, da –2,34% a –0,67%; p<0,001). Anche uno dei due studi osservazionali ha evidenziato risultati simili a livello della colonna lombare (differenza media pesata –1,36%; da –2,05% a –0,67%; p=0,001) e dell’anca (–1,24%, da –1,78% a –0,70%; p<0,001) nelle pazienti trattate con glitazoni, rispetto ai controlli. La metanalisi evidenzia un aumento del
rischio di fratture associato all’uso dei glitazoni; inoltre
la densità minerale ossea è risultata notevolmente modificata
a livello della colonna lombare e dell’anca. La metanalisi presenta diversi limiti,
soprattutto correlati all’esiguità dei dati riportati.
Nessuno dei trial inclusi era stato disegnato con l’obiettivo
di misurare in modo prospettico il rischio di fratture. Nonostante
ciò, l’incidenza di fratture nei gruppi di controllo
era compatibile con quella riscontrata negli studi epidemiologici
su larga scala. I dati disponibili non erano sufficienti a stabilire
se il rischio variava in funzione di un particolare farmaco e delle
diverse sedi della frattura. Dalla metanalisi, inoltre, sono stati
esclusi 17 trial della durata di >12 mesi, in quanto non riportavano
l’incidenza di fratture. Ciò potrebbe alterare la precisione
della valutazione del rischio e degli intervalli di confidenza.
L’editoriale di accompagnamento
allo studio ha focalizzato l’attenzione sul dibattito relativo
ai rischi e ai benefici dell’uso di glitazoni. L’autorizzazione
alla commercializzazione di questi farmaci è attribuibile
alla loro capacità di migliorare il controllo della glicemia,
senza determinare ipoglicemia, ma anche alla riduzione della resistenza
all’insulina. Tale effetto faceva ben sperare che questi farmaci
potessero ridurre il rischio cardiovascolare. Tuttavia, poco dopo
l’introduzione in commercio, sono emerse preoccupazioni relative
alla loro sicurezza nella terapia a lungo termine. Il troglitazone,
il primo della famiglia dei glitazoni ad essere introdotto in commercio,
fu ritirato a causa della sua epatotossicità; il rosiglitazone
e il pioglitazone, pur essendo meno epatotossici, sono stati associati
ad aumento di peso, edema ed aumento del rischio di insufficienza
cardiaca. Tuttavia, il quesito è se i benefici associati a questi farmaci superano i rischi. Pur migliorando la glicemia in pazienti con diabete mellito non controllato, esiste la possibilità di un aumento del rischio cardiovascolare e di fratture. Pertanto, poichè esistono alternative terapeutiche, con minori effetti avversi, di certo i glitazoni non possono essere considerati come farmaci di prima scelta. Conflitto di interesse: uno degli autori della metanalisi ha dichiarato di aver ricevuto un finanziamento dalla GlaxoSmithKline. Parole chiave: glitazoni, fratture, metanalisi. Riferimenti bibliografici
La medicina basata sulle evidenze stabilisce gli standard di cura avvalendosi di dati pubblicati di elevata qualità. I bias di pubblicazione nascono quando alcuni tipi di risultati (ad esempio, quelli che sono statisticamente significativi) sono segnalati più frequentemente o più rapidamente rispetto ad altri. Questi bias favoriscono la diffusione delle informazioni sugli effetti benefici statisticamente significativi di interventi clinici, quindi, possono: portare alla prescrizione preferenziale di trattamenti più recenti e più costosi; sottostimare i danni dei farmaci testati solo per un periodo limitato; basare le decisioni cliniche su errate informazioni. I bias di pubblicazione non solo limitano il numero e la portata degli studi disponibili per i medici, ma influiscono anche sui risultati presentati nelle revisioni sistematiche e nelle metanalisi. L'obiettivo di questo studio è quello di valutare l’entità e la natura dei bias di pubblicazione relativi ai nuovi farmaci approvati, determinando il tasso di pubblicazione dei trial sull’efficacia sottoposti alla Food and Drug Administration (FDA) e confrontando le caratteristiche degli studi riportate dalla FDA rispetto a quelle presentate nelle pubblicazioni. Sono stati identificati tutti i dossier registrativi (NDA, New Drug Applications) per tutte le nuove entità molecolari (NME, New Molecular Entities) approvate dalla FDA tra gennaio 2001 e dicembre 2002. L’FDA definisce NME un principio attivo mai commercializzato in precedenza, in nessuna formulazione, negli Stati Uniti. È stato scelto questo intervallo temporale di 2 anni al fine di includere studi condotti di recente, con un margine sufficiente per la pubblicazione in letteratura. È stata quindi condotta una ricerca nei database PubMed e Cochrane Library dal luglio 2006 al giugno 2007 per identificare le pubblicazioni che corrispondevano ad ognuno degli studi rilevati nelle revisioni della FDA per ciascun NDA. Sono stati inclusi tutti i trial compresi nelle revisioni della FDA con le seguenti caratteristiche: studi che presentavano un gruppo di controllo (placebo o farmaco di confronto), condotti su pazienti affetti dalla patologia per la quale il dossier registrativo è stato approvato, utilizzati dalla FDA per la revisione dell'efficacia del farmaco, che riportavano separatamente i risultati all'interno della revisione medica o statistica (tranne nel caso di analisi aggregate di 2 o più studi), in cui venivano riportate informazioni sufficienti facilmente reperibili nell’ambito della letteratura pubblicata, con analisi completate o del/degli outcome primari se si trattava di trial a lungo termine. La revisione ha incluso 164 studi di
efficacia reperiti da 33 dossier registrativi. Il 77% (128/164)
dei trial è stato pubblicato. In un’analisi multivariata
è stato evidenziato che era più probabile che venissero
pubblicati gli studi con esiti favorevoli (OR 4.7, 95% CI 1.33-17.1,
p=0.018) e con controlli attivi (OR 3.4, 95% CI 1.02-11.2, p=0.047).
Viene sottolineato come questi risultati
dimostrano che i bias vengono riportati per varie categorie terapeutiche
e che la significatività statistica degli outcome primari
a volte cambia al fine di conferire presentazioni più favorevoli
nel contesto delle pubblicazioni.
Parole chiave: FDA, bias, revisione. Riferimento bibliografico
In considerazione della carenza di conoscenze e dell’attuale dibattito sul ruolo dei complessi vitaminici nella prevenzione del cancro, è stato disegnato il PHS II con l’obiettivo di stabilire se l’assunzione di supplementi di vitamina E e di vitamina C possa ridurre il rischio di cancro alla prostata e di cancro di ogni tipo in una popolazione costituita da medici americani di sesso maschile trattati e seguiti per un periodo di follow-up mediano di 8 anni. Il PHS II, iniziato nel luglio 1997 e
concluso il 31 agosto 2007, è un trial clinico randomizzato,
in doppio cieco, controllato verso placebo, multifattoriale che ha
valutato il profilo rischio/beneficio dell’assunzione quotidiana
di vitamina E (alfa-tocoferolo sintetico 400 UI/die a giorni alterni
o suo placebo), vitamina C (acido ascorbico sintetico 500 mg/die o
suo placebo) e di un complesso multivitaminico (Centrum Silver o suo
placebo) nella prevenzione di cancro e malattie cardiovascolari. Un
quarto componente introdotto alla randomizzazione era il beta-carotene
(50 mg/a giorni alterni o suo placebo), la cui somministrazione è
stata interrotta nel marzo 2003. Le principali misure di esito per questa analisi sono state il cancro alla prostata e il cancro di ogni tipo con un periodo di follow-up e validazione attuato fino al settembre 2008. In particolare, l’end point primario per la vitamina E era costituito dal cancro alla prostata, mentre per la vitamina C dal totale dei casi di qualsiasi tipo di cancro (escluso carcinoma cutaneo non-melanoma). Per la vitamina E, il cancro totale ed i casi incidenti di carcinoma colorettale costituivano end point secondari. Sono stati inoltre misurati e validati i casi di neoplasia ad altri siti, la mortalità totale e la mortalità per cancro. Dei 14641 partecipanti, 3656 sono stati
randomizzati al trattamento con vitamina E attiva e vitamina C attiva,
3659 a vitamina E attiva e vitamina C placebo, 3673 a vitamina E placebo
e vitamina C placebo, 3653 a vitamina E placebo e vitamina C placebo.
Dalla presente analisi, sono stati rilevati
e confermati, complessivamente, 1008 casi incidenti di cancro alla
prostata e 1943 di cancro di ogni tipo. Durante il follow-up sono
stati registrati 1661 decessi. Rispetto al placebo, nel gruppo dei trattati con i supplementi vitaminici non è stato osservato un aumento del rischio di eventi avversi, quali emorragie minori (ematuria, ecchimosi ed epistassi), disturbi gastrointestinali (ulcera peptica, stipsi, diarrea, gastrite, nausea), astenia, sonnolenza, emicrania, decolorazione cutanea, eruzioni cutanee. La vitamina E è stata però correlata ad una maggiore frequenza di casi di rischio di stroke emorragico (HR 1.74; 95% CI 1.04-2.91). Le principali limitazioni dello studio
PHS II sono relative alla sua durata, probabilmente non sufficiente
a coprire la finestra critica eziologica delle patologie neoplastiche,
ed all’impiego di un singolo dosaggio per ciascuna vitamina
che non ha permesso di valutare l’effetto di dosi multiple sulla
eventuale riduzione del rischio di cancro.
Conflitto di interesse: diversi autori hanno ricevuto finanziamenti da varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: vitamina C, vitamina E, cancro, RCT. Riferimento bibliografico
Sebbene la mortalità per cancro alla prostata si sia significativamente ridotta negli ultimi anni, tale patologia ha costituito nel 2008 la seconda causa di morte per neoplasia negli Stati Uniti. Importanti analisi secondarie di 2 trial clinici randomizzati, il Nutritional Prevention of Cancer (NBC) e l’Alpha-Tocopherol, Beta-Carotene Cancer Prevention (ATBC), hanno indicato una riduzione del rischio di carcinoma prostatico pari al 63% per i soggetti trattati con fermenti di selenio ed al 32% per quelli che assumevano alfa-tocoferolo (o vitamina E). Inoltre, da un RCT su larga scala è stato osservato che l’uso di una combinazione di selenio, vitamina E e betacarotene ha ridotto la mortalità per patologie neoplastiche (Blot WJ et al. J Natl Cancer Inst 1993; 85: 1483-92). Sulla base dei risultati dei sopracitati RCT, supportati da ulteriori dati epidemiologici e preclinici, è stato disegnato lo studio SELECT. Lo studio SELECT è un trial clinico
di fase III, randomizzato, in doppio cieco, controllato vs placebo,
con un follow-up pianificato da un minimo di 7 anni a un massimo di
12 anni, che ha valutato il potenziale ruolo di selenio (200 mcg/die
da L-selenometionina) e vitamina E (DL alfa-tocoferolo acetato sintetico
400 UI/die), assunti singolarmente o in associazione, nella prevenzione
del cancro alla prostata. Lo studio, iniziato nel luglio 2001 e concluso il 23 ottobre 2008, è stato condotto su 35.533 uomini sani reclutati in 427 centri dislocati in USA, Canada e Porto Rico. I partecipanti sono stati randomizzati in 4 gruppi; selenio vs placebo (n=8910); vitamina E vs placebo (n=8904); selenio + vitamina E vs placebo (n=8863); placebo vs placebo (n=8856). Le analisi statistiche sono state eseguite su 5 confronti predefiniti: selenio vs placebo; vitamina E selenio + vitamina E vs placebo; selenio + vitamina E vs selenio; selenio + vitamina E vs vitamina E. L’aderenza al trattamento e gli eventi avversi sono stati monitorati ogni 6 mesi. La misura di esito primaria era l’incidenza
di cancro alla prostata, mentre gli end point secondari comprendevano
le incidenze di cancro polmonare, colorettale e cancro in generale
(cancri primari). Nel gruppo randomizzato alla vitamina
E l’HR per il cancro alla prostata è stato di 1,13 (CI
99% 0,95-1,35, n=473), in quello trattato con selenio di 1,04 (CI
99% 0,87-1,24, n=432), nel braccio selenio+vitamina E di 1,05 (CI
99% 0,88-1,25, n=437) vs 1,00 con placebo (n=416). Potenziali limiti del trial SELECT includono
la mancanza di dati relativi a differenti dosaggi di selenio e vitamina
E e di analisi su sottogruppi di pazienti che potrebbero aver risposto
al trattamento in maniera differente rispetto alla popolazione generale.
Considerata la diagnosi precoce eseguita tramite screening annuale,
il SELECT potrebbe non essere in grado di stabilire gli effetti nella
riduzione del rischio del carcinoma prostatico in fase avanzata o
fatale. L’analisi, inoltre, non permette di valutare l’efficacia
dell’intervento in sottogruppi di pazienti a rischio per carenze
nutrizionali o nei forti fumatori.
Conflitto di interesse: diversi autori hanno ricevuto finanziamenti da varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: vitamina E, selenio, cancro, RCT. Riferimento bibliografico L’editoriale di accompagnamento
indica alcuni aspetti degni di nota relativamente ai risultati dei
due trial clinici di fase III riportati che discutono il ruolo di
vitamine C, E e selenio sulla prevenzione del carcinoma prostatico.
Riferimento bibliografico
Nella polmonite acquisita in comunità dovrebbe essere scelto un regime terapeutico ottimale che debelli completamente l’infezione, minimizzi il rischio di sviluppo di resistenze e non comprometta la sicurezza del paziente. L’associazione di ß-lattamici e macrolidi agisce sui più comuni agenti patogeni coinvolti nella patogenesi della polmonite. Più recentemente, sono stati introdotti nella pratica clinica i fluorochinoloni con una maggiore attività verso lo Streptococcus Pneumoniae. Il loro favorevole profilo farmacocinetico consente la monosomministrazione giornaliera; spesso il trattamento per via parenterale non è necessario. Le linee guida delle Infectious Diseases Society of America e American Thoracic Society del 2007 (Mandell LA et al. Clin Infect Dis 2007; 44 (Suppl 2): S27-72) indicavano un’efficacia sovrapponibile tra levofloxacina, gemifloxacina e moxifloxacina e l’associazione ß-lattamici + macrolidi; tali principi attivi o l’associazione sono stati proposti come trattamento di prima scelta per i pazienti da ospedalizzare così come per i pazienti ambulatoriali con comorbidità. L’obiettivo di questo lavoro è stato quello di esaminare se l'uso di fluorochinoloni risultasse associato ad un migliore profilo beneficio/rischio rispetto all'impiego di macrolidi o ß-lattamici in termini di mortalità, risoluzione della polmonite ed eventi avversi. È stata condotta una ricerca su
PubMed (1980-2008), Current Contents, Scopus, EMBASE, ClinicalTrials.gov
e il Cochrane Central Register, senza restrizioni di lingua. Due revisori
hanno selezionato indipendentemente i dati provenienti da studi pubblicati
che confrontavano i fluorochinoloni (levofloxacina, moxifloxacina,
gemifloxacina) con macrolidi o ß-lattamici o entrambi. È
stata effettuata una metanalisi sui risultati clinici di mortalità,
successo del trattamento e risultati negativi. Sono stati esclusi
abstract dei congressi, trial che utilizzavano altri fluorochinoloni
non indicati nelle linee guida, mentre sono stati inclusi gli studi
clinici su altri agenti antimicrobici. La polmonite veniva definita
secondo i seguenti criteri: radiografia basale del torace che metteva
in evidenza infiltrati nuovi o progressivi o l’addensamento,
con o senza effusione, e 4 dei seguenti segni e sintomi: tosse, produzione
di catarro purulento nuova o peggiorata, rantoli o segni di l’addensamento
polmonare o entrambe, dispnea o ipossiemia o entrambe, febbre (=38
°C), frequenza respiratoria >20 respiri/min, ipotensione sistolica
(<90 mmHg), frequenza cardiaca >120 battiti/min; stato mentale
alterato, necessità di ventilazione meccanica, conta leucocitaria
=10000 cellule/mm3 con =15% di neutrofili immaturi o leucopenia (conta
leucocitaria =4500 cellule/mm3). Nella metanalisi sono stati inclusi 23
studi su un totale di 7885 pazienti. Per quanto attiene alla mortalità,
su 18 studi in totale, non è stata riscontrata alcuna differenza
tra i pazienti trattati con fluorochinoloni vs gli antibiotici di
confronto (OR 0,85; CI 95% 0,65-1,12). I tassi di mortalità
non sono stati modificati quando si includevano i pazienti ambulatoriali.
Nell’analisi che ha incluso i dati provenienti esclusivamente dagli studi non sponsorizzati dalle ditte farmaceutiche i fluorochinoloni sono risultati più efficaci dei comparator (OR 1,86; 1,26-2,75). Tuttavia, non sono stati più efficaci nell’analisi che ha incluso i trial finanziati dalle ditte farmaceutiche (OR 1,13; 0,93-1,38). Nella polmonite severa, su 7 studi, i fluorochinoloni sono risultati più efficaci rispetto ai comparator (OR 1,84; 1,02-3,29) ma non nella polmonite lieve-moderata (OR 1,22; 0,98-1,51) né in quella moderata-severa (OR 1,43; 1,01-2,04). Quando è stata considerata l’efficacia dei singoli fluorochinoloni, non è stata riportata alcuna differenza tra levofloxacina o mofifloxacina rispetto alle terapie di confronto. La maggior parte degli eventi avversi
è stata a livello gastrointestinale di grado da lieve a moderato-severo.
Le reazioni avverse più comuni sono state fotosensibilità,
diarrea, vomito e nausea, anomalie a livello epatico, insonnia, mal
di testa e rash. I fluorochinoloni sono stati associati ad un numero
significativamente minore di eventi avversi rispetto ai comparator;
il tasso di pazienti che hanno abbandonato gli studi a causa degli
eventi avversi non è stato differente tra i gruppi.
Tra i limiti attribuibili alla metanalisi sono da annoverare la bassa qualità dei trial inclusi (solo 8 erano in doppio-cieco), l’esclusiva inclusione dei trial che valutavano i fluorochinoloni considerati dalle linee guida delle Infectious Diseases Society of America and the American Thoracic Society. Inoltre, non sono stati raccolti i dati sulle terapie aggiuntive che possono migliorare i risultati in pazienti con polmonite grave (ad esempio, idrocortisone, statine, ACE-inibitori) e quelli relativi alla durata totale del trattamento o della terapia endovenosa. Inoltre, negli studi che arruolavano pazienti con polmonite da lieve a moderatamente grave, la durata del trattamento è stata predefinita. In terzo luogo, una recente metanalisi ha dimostrato che la durata del trattamento non è associata a esiti clinici in pazienti con polmonite lieve-moderatamente grave (Li JZ et al. Am J Med 2007;120:783-90). Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave:fluorochinoloni per via respiratoria, polmonite acquisita in comunità, metanalisi. Riferimento bibliografico
Al fine di confrontare tra loro il regime SDD, quello SOD e la terapia standard, è stato condotto tra Maggio 2004 e Luglio 2006 uno studio controllato, in crossover, con randomizzazione a cluster che ha coinvolto 13 Unità di Terapia Intensiva, per un totale di 5939 pazienti, nei Paesi Bassi. Sono stati ammessi allo studio pazienti ricoverati nell’Unità di Terapia Intensiva con una presunta durata di ventilazione meccanica >48h o la necessità di un tempo di ricovero >72 h. Criteri di esclusione sono stati: gravidanza e la documentata o presunta allergia ad uno degli antimicrobici in studio. L’ordine di applicazione del regime terapeutico (SDD, SOD e standard) è stato stabilito con modalità random durante i 6 mesi dello studio. Ogni periodo è stato preceduto da un wash-out e un wash-in. Il regime SDD (n=2045) ha previsto 4
giorni di cefotaxima ev e applicazione topica di tobramicina, colistina
e amfotericina B in faringe e stomaco; in questo periodo l’uso
di antibiotici con attività antianaerobica (amoxicillina, penicillina,
amoxicillina-acido clavulanico, carbapenemi) è stato sospeso.
Colture di sorveglianza dell’aspirato endotracheale e orofaringeale
e del tampone rettale sono state effettuate al ricovero e quindi 2
volte/settimana. La SOD (n=1904) è consistita nell’applicazione
orofaringeale degli stessi antibiotici usati per l’SDD, nessuna
restrizione della scelta del medico per quanto attiene la terapia
antibiotica sistemica e colture di sorveglianza effettuate al ricovero
e quindi 2 volte/settimana. Nel caso della terapia standard (n=1990)
non è stata imposta alcuna restrizione sulla scelta della terapia
antibiotica sistemica e non è stata effettuata nessuna coltura
di sorveglianza. I tre gruppi non erano omogenei per caratteristiche di base; in particolare, i pazienti che hanno ricevuto la terapia standard avevano un punteggio APACHE II leggermente più basso, richiedevano meno frequentemente una ventilazione meccanica ed erano più facilmente ricoverati per motivi chirurgici. La mortalità a 28 giorni è
stata rispettivamente del 27,5%, 26,9% e 26,6% per i gruppi terapia
standard, SDD e SOD. Dall'analisi con il modello di regressione logistica,
aggiustato per età, sesso, punteggio APACHE II, stato di intubazione,
specialità utilizzata e periodo di studio, è risultato
che gli Odds Ratio per la mortalità durante i primi 28 giorni
per SDD e SOD rispetto alla terapia standard erano 0,83 (95% CI, 0,72-0,97;
p=0,02) e 0,86 (95% CI, 0,74-0,99; p=0,045), rispettivamente. Gli autori sottolineano che se lo studio
ha come punti di forza il disegno pragmatico, multicentrico e crossover,
la durata non è stata sufficiente a valutare l'effetto della
profilassi sulla flora microbica. A questo limite si aggiunge il tipo
di analisi utilizzata che non è appropriata per il disegno
dello studio. Gli autori però affermano che, di fronte alla
scelta tra analisi già utilizzate per valutare dati provenienti
da trial con randomizzzione a cluster e che hanno già dimostrato
di aumentare la probabilità di inferenze sbagliate, e mettere
a punto un nuovo piano di analisi, hanno preferito la seconda soluzione.
Parole chiave: decontaminazione del tratto digerente (SDD); decontaminazione del tratto orofaringeo (SOD); terapia intensiva. Riferimento bibliografico
La tonsillectomia è una delle procedure chirurgiche più frequentemente eseguite nei bambini. Le complicazioni comuni sono la nausea ed il vomito postoperatorio (PostOperative Nausea and Vomiting: PONV), il dolore ed il sanguinamento. Gli antinfiammatori non steroidei (FANS) sono farmaci largamente utilizzati per la loro efficacia antidolorifica e l’assenza di effetti emetici, presenti invece in caso di uso di oppioidi. Tuttavia, i FANS, a causa dell’effetto antiaggregante piastrinico, possono aumentare il rischio di sanguinamento. Il desametasone viene comunemente utilizzato
come antiemetico in ambito chirurgico. A questo proposito, un gruppo
di esperti ha raccomandato l’uso di desametasone, da solo o
in associazione, nella prevenzione del PONV in bambini ed adulti (Gan
TJ et al; Society for Ambulatory Anesthesia. Anesth Analg 2007; 105:
1615-1628). È stato suggerito che, soprattutto nei bambini
sottoposti a tonsillectomia, l’uso di desametasone è
utile per il suo effetto antiemetico ma anche analgesico, unitamente
a scarsi effetti collaterali ed a un basso costo. I partecipanti allo studio sono stati reclutati presso la Clinica Universitaria di Ginevra. Sono stati considerati arruolabili pazienti fra i 2 ed i 17 anni, con l’indicazione alla tonsillectomia per tonsilliti ricorrenti o per apnea notturna. Criteri di esclusione sono stati: allergia o ipersensibilità al desametasone, recente (<1 mese) terapia con steroidi o immunoterapia, ritardo mentale, terapia antiemetica 24 ore prima l’intervento, presenza di diabete, vaccinazioni o varicella nel mese precedente. In accordo con le linee guida, non sono stati eseguiti test per valutare l’eventuale presenza di disordini della coagulazione. Non sono stati considerati eleggibili pazienti con un anamnesi familiare positiva per coagulopatie o in trattamento con aspirina, FANS o altri farmaci che interferiscono con la coagulazione. L’end point primario era definire
la relazione dose-effetto del desametasone nel prevenire il PONV a
24 ore. L’end point secondario era la valutazione della potenziale
efficacia analgesica del desametasone. Le scale di valutazione del
dolore utilizzate (in accordo con la capacità di comprensione
e con l’età del bambino) erano: la VAS (Visual Analogic
Scale: da 0 a 10 punti), la rFP (revised Faces Pain scale: da 0 a
10) e la CHEOPS (Children of Eastern Ontario Pain Scale: da 4 a 13).
I bambini sono stati randomizzati in 4 gruppi: placebo, 0.05, 0.15, 0.5 mg/kg di desametasone endovena, dopo induzione dell’anestesia. Dopo l’intervento chirurgico, tutti i bambini hanno ricevuto come analgesico 0.03 mg/kg di morfina; nel periodo post-operatorio, l’analgesia è stata mantenuta con l’associazione paracetamolo (dose massima giornaliera 50 mg/kg)-codeina per via orale o rettale. In caso di analgesia inadeguata, poteva essere somministrato ibuprofene (dose massima giornaliera 30 mg/kg). I pazienti sono stati dimessi il giorno successivo all’intervento con una terapia analgesica domiciliare uguale a quella effettuata durante il ricovero ospedaliero. In seguito all’arruolamento di
200 pazienti, è stata condotta un analisi ad interim i cui
risultati hanno rilevato un sorprendente aumento del numero di emorragie
postoperatorie, con conseguente trasferimento dei pazienti dall’Unità
di otorinolaringoiatria a quella di chirurgia testa-collo. Nel periodo febbraio 2005-dicembre 2007
sono stati arruolati e randomizzati 215 bambini a placebo (n=54) o
desametasone, rispettivamente 0.05 mg/kg (n=54), 0.15 mg/kg (n=54)
e 0.5 mg/kg (n=53). Due bambini sono usciti dallo studio per problemi
relativi all’intervento chirurgico, mentre 6 sono stati persi
al follow-up. Nelle 24 ore successive all’intervento chirurgico,
24 bambini dei 54 del gruppo placebo hanno avuto almeno un episodio
di PONV (44; CI 95%% 31-59%), così come 20 bambini dei 53 del
gruppo desametasone 0.05 mg/kg (38%; 25-52%), 13 bambini dei 54 del
gruppo desametasone 0.15 mg/kg (24%; 13-38%) e 6 bambini dei 52 del
gruppo desametasone 0.5 mg/kg (12%; 4-23%). Contrariamente alle linee guida dell’Associazione degli Anestesisti Pediatrici inglesi, che indicano che il desametasone 0.15 mg/kg induce una buona riduzione del PONV senza effetti collaterali, le conclusioni degli autori sono che, a fronte della riduzione dose-dipendente di episodi di PONV dopo tonsillectomia e dell’uso di ibuprofene nell’analgesia post-operatoria, l’uso di desametasone è associato ad un significativo aumento del rischio di sanguinamento post-operatorio. Questa osservazione è stata inaspettata,
anche se altri studi avevano suggerito un’associazione tra esposizione
a steroidi e aumento del rischio di sanguinamento dopo tonsillectomia.
Altri studi avevano tuttavia dimostrato che l’uso di desametasone
dopo tonsillectomia non aumentava il rischio di sanguinamento, limitando
pero il follow-up alle 24 ore successive all’intervento e non
per 10 giorni come nello studio qui presentato.
Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: desametasone, tonsillectomia pediatrica, RCT. Riferimento bibliografico
La sindrome del colon irritabile è un disturbo della funzionalità gastrointestinale caratterizzato da dolore addominale e situazione di disagio accompagnati da alterazione della motilità e conseguente cambio delle abitudini intestinali. Le cause del disturbo, che colpisce dal 5 al 20% della popolazione (Agreus L et al. Scand J Gastroenterol 2000; 35: 142-51; Hungin APS et al. Aliment Pharmacol Ther 2003; 17: 643-50), rimangono ancora sconosciute. In generale il paziente affetto da tale sindrome, caratterizzata da un cronico alternarsi di situazioni di malessere e stadi asintomatici, si rivolge al proprio medico solo in presenza di sintomi. Il trattamento tradizionale prevede, inizialmente, l’incremento del consumo giornaliero di fibre con la dieta, grazie ai loro potenziali benefici sul transito intestinale. In caso di fallimento, si ricorre a farmaci miorilassanti e antispastici, in grado di migliorare sintomi quali gonfiore e dolore e, più recentemente, ha guadagnato un posto tra i farmaci da banco anche l’olio di menta piperita per le sue proprietà antispastiche. Alla luce dell’enorme confusione
sul ruolo di questi agenti, emersa da risultati controversi di trial
clinici e revisioni sistematiche, è stata condotta una revisione
sistematica e una metanalisi per determinare gli effetti delle fibre,
degli antispasmodici e dell’olio di menta piperita nel trattamento
della sindrome del colon irritabile. L’outcome primario della metanalisi era l’efficacia dei singoli trattamenti rispetto al placebo o a nessun trattamento, sul totale dei sintomi caratteristici del colon irritabile o soltanto sul dolore addominale. Gli outcome secondari includevano l’efficacia di uno specifico tipo di fibra o di agente antispastico e gli eventi avversi. I dati estrapolati dagli studi selezionati sono stati raggruppati utilizzando un modello a effetti random per ottenere una stima più conservativa dell’effetto di un singolo trattamento e l’effetto terapeutico rispetto al placebo o a nessun trattamento è stato calcolato come rischio relativo (95% CI) dei sintomi persistenti. Su un totale di 615 studi selezionati, solo 35 sono stati inclusi nella revisione: 9 studi hanno confrontato le fibre con il placebo o con nessun trattamento, 19 gli antispastici con il placebo, 4 l’olio di menta piperita con il placebo e 3 studi hanno analizzato entrambi i trattamenti, fibre e antispastici, con il placebo. Fibre Antispastici Complessivamente, i più comuni eventi avversi, manifestatisi sul 14% dei pazienti in trattamento con antispastici rispetto al 9% dei pazienti nel gruppo placebo, sono stati secchezza delle fauci, vertigini e visione offuscata. Olio di menta piperita La presente revisione e metanalisi ha
evidenziato che il consumo di fibre, il trattamento con agenti antispastici
e con olio di menta piperita sono tutti più efficaci del placebo
nella sindrome del colon irritabile. Gli eventi avversi, nessuno dei
quali grave, sono stati più frequenti nei pazienti in trattamento
con antispastici rispetto al placebo. I limiti della presente revisione sono strettamente legati alla qualità degli studi inclusi che, secondo la scala Jadad, nella maggior parte dei casi, oscillava da moderato a buono. Inoltre, solo 9 trial sono stati pubblicati dopo la prima proposta della classificazione Rome (1990), che stabiliva i criteri per condurre studi sul trattamento dei disordini gastrointestinali. Tuttavia, gli autori hanno sottolineato anche i limiti di molte revisioni sistematiche realizzate precedentemente con lo stesso obiettivo: la mancanza della sintesi dei dati in alcune e la presenza di numerosi errori metodologici in altre avrebbe condotto ad una sovrastima o sottostima dei dati. Le raccomandazioni emerse dai trial clinici
pubblicati sono in conflitto con le attuali linee guida sulla gestione
della sindrome del colon irritabile. In Gran Bretagna, le linee guida
del NICE (National Institute for Health and Clinical Excellence),
in accordo con quelle stabilite dalla British Society of Gastroenterology,
raccomandano come trattamento di prima linea l’uso degli agenti
antispastici, in particolare quando dolore e gonfiore addominale sono
sintomi predominanti. L’uso di fibre insolubili è invece
controindicato perché potrebbe esacerbare la sintomatologia.
Infine, nessun ruolo è stato stabilito per l’olio di
menta piperita.
Conflitto di interesse: diversi autori hanno ricevuto onorari per consulenze da varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: fibre/antispastici/olio di menta, sindrome colon irritabile, metanalisi/revisione sistematica. Riferimento bibliografico
Il vaccino quadrivalente contro il papilloma virus umano (HPV) è stato introdotto nel programma nazionale australiano di immunizzazione nell’aprile 2007 per le giovani donne di età compresa tra i 12 e i 26 anni. Studentesse adolescenti che avevano ricevuto il vaccino nell’ambito del programma di vaccinazione per la scuola secondaria avevano segnalato precocemente gli eventi avversi correlati all’uso del vaccino (Tanne JH. BMJ 2007; 334: 1182-3). Alcuni costituenti del vaccino quadrivalente, quali sali di alluminio, polisorbato 80 e lieviti, sono stati associati a reazioni di ipersensibilità. Il vaccino bivalente contro l’HPV manca di tali costituenti e potrebbe essere utilizzato come alternativa nelle pazienti con ipersensibilità al vaccino quadrivalente. L’obiettivo dello studio è stato descrivere gli esiti delle valutazioni cliniche, dei test cutanei e della somministrazione del vaccino a studentesse adolescenti con sospetta ipersensibilità al vaccino quadrivalente anti HPV. Questo studio retrospettivo di coorte
è stato condotto in due centri terziari di allergologia pediatrica
situati negli Stati australiani Victoria e South Australia. Sono state
arruolate studentesse adolescenti che hanno manifestato sospette reazioni
di ipersensibilità all’HPV quadrivalente quali orticaria,
rash generalizzato, angioedema o anafilassi e che, successivamente,
sono state indirizzate ai centri terziari di allergologia pediatrica
per ulteriori valutazioni. Nello studio sono state incluse solo ragazze
che erano state vaccinate a scuola. Dopo la somministrazione di 380.000 dosi
di vaccino nelle scuole di Victoria e del Sud Australia, nel corso
del 2007, sono state segnalate al servizio specializzato di immunizzazione
35 studentesse con sospetta ipersensibilità al vaccino quadrivalente
anti HPV. Delle 35 studentesse, 25 hanno accettato di sottoporsi ad
un’ulteriore valutazione e sono state esaminate tra agosto 2007
e febbraio 2008, per un periodo medio di 5.7 mesi dopo la comparsa
della reazione. I dati ricavati da questo studio suggeriscono
che le reazioni di ipersensibilità al vaccino quadrivalente
sono poco comuni e che le reazioni sospette quali l’orticaria,
sono spesso idiosincrasiche e solitamente non rappresentano delle
controindicazioni ad ulteriori vaccinazioni.
Conflitto di interesse: alcuni autori hanno dichiarato di avere ricevuto finanziamenti dalla GlaxoSmithKline. Parole chiave: reazioni ipersensibilità, vaccino quadrivalente anti HPV, studio retrospettivo di coorte. Riferimento bibliografico
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
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Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Ilaria Campesi (Università di Sassari) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Gennaio 2009 |