
Newsletter numero 29 del 01-02-2009
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| Sommario - Dispositivi medici in evidenza
- Gli antipsicotici tipici bloccano le
correnti di ripolarizzazione mediate dal potassio e prolungano l’intervallo
QT, importante meccanismo causale per l’insorgenza di tachiaritmie
ventricolari che spesso causano morte cardiaca improvvisa. Alcuni
studi epidemiologici controllati hanno mostrato che il rischio di
cardiotossicità da antipsicotici convenzionali è dose-dipendente.
Sebbene siano stati segnalati dei casi
di torsioni di punta tra gli utilizzatori di antipsicotici atipici,
non è noto però se questi farmaci possano incrementare
il rischio di morte cardiaca improvvisa nella stessa misura dei tipici.
I pazienti inclusi nella coorte erano
di età compresa tra 30 e 74 anni, arruolati nel Medicaid Tennessee
da almeno 734 giorni e con accesso regolare alle cure sanitarie, definito
come la presenza di almeno una prescrizione ed una visita medica extraospedaliera
in ciascuno dei due anni precedenti. Sono stati esclusi i pazienti
ad alto rischio di morte per cause non cardiache. L’end point primario è stato
la morte cardiaca improvvisa avvenuta in comunità, definita
come una condizione fatale improvvisa compatibile con tachiaritmia
ventricolare e che si fosse verificata in assenza di altre cause non
cardiache. I dati relativi alla mortalità sono stati ottenuti
tramite i certificati di morte computerizzati collegati ai file presenti
nella bancadati Medicaid . L’analisi primaria ha considerato 44.218 e 46.089 pazienti in trattamento, rispettivamente, con un singolo farmaco antipsicotico tipico ed atipico, confrontati con 186.600 non utilizzatori di antipsicotici. I partecipanti allo studio, di età media pari a 45,7 anni e prevalentemente di sesso femminile (65,2%), avevano caratteristiche demografiche sovrapponibili. Durante il periodo di follow-up di 1.042.159 anni-persona, sono stati registrati 1.870 casi di morte cardiaca improvvisa. Gli utilizzatori correnti di antipsicotici tipici e atipici hanno mostrato frequenze più elevate dell’evento rispetto ai non utilizzatori, con rapporti dei tassi di incidenza aggiustati pari a 1,99 (95% CI 1,68-2,34) e 2,26 (95% CI 1,88-2,72), rispettivamente. L’analisi ha rivelato un aumento significativo del rischio di morte per ciascun principio attivo in studio. Il rapporto del tasso di incidenza degli
utilizzatori di antipsicotici atipici confrontati ai trattati con
i tipici è risultato pari a 1,14 (95% CI 0,93-1,39). Non è
stato evidenziato un aumento significativo del rischio di morte cardiaca
improvvisa per i vecchi utilizzatori rispetto ai non utilizzatori
(rapporto del tasso di incidenza, 1,13; 95% CI 0,98-1,30). Il principale limite di questo studio
è il potenziale di confondimento dei risultati dovuto alla
presenza di svariati fattori associati all’impiego di farmaci
antipsicotici. Per pazienti con gravi patologie psichiatriche, i fattori
di maggiore rilevanza includevano: patologie cardiovascolari o somatiche;
uso concomitante di farmaci proaritmici; disturbi dell’umore;
fattori di rischio comportamentali, quali abuso di droghe, scarsa
cura della persona, fumo; altri effetti dei disturbi mentali. Il disegno
e l’analisi dello studio hanno in ogni modo preso in considerazione
alcuni accorgimenti per poter minimizzare i bias dovuti ai citati
fattori di confondimento.
Nell’editoriale di accompagnamento allo studio, vengono illustrati alcuni aspetti che dovrebbero essere presi in considerazione al fine di interpretare correttamente i risultati ottenuti. - I farmaci antipsicotici sono ampiamente utilizzati in tutte le fasce d’età e per numerose indicazioni sia autorizzate che off-label. Gli antipsicotici atipici olanzapina, risperidone, e quetiapina sono tra i primi 10 farmaci venduti a livello mondiale. La valutazione dei rischi è particolarmente importante nel caso di principi attivi che siano utilizzati così frequentemente ed in diverse categorie di pazienti, alcuni dei quali particolarmente vulnerabili (es. bambini e anziani). - L’analisi è limitata ai nuovi utilizzatori dei farmaci in studio; questo disegno rivela esclusivamente gli eventi insorti a breve termine dall’inizio della terapia, eventi che potrebbero essere, tra l’altro, sottostimati includendo nell’analisi statistica anche gli utilizzatori a lungo termine meno suscettibili all’outcome in studio. - La morte cardiaca improvvisa è un evento difficilmente rilevabile nei database di tipo sanitario ed il confronto tra utilizzatori e non utilizzatori eseguito negli studi osservazionali risulta piuttosto problematico a causa della carenza di informazioni relative a differenze di severità o prognosi della patologia. - A fronte dell’assenza di chiare evidenze di efficacia in pediatria e negli anziani con demenza, il rischio di una reazione avversa fatale è probabilmente non accettabile. Sarebbe auspicabile una riduzione dell’impiego di questi farmaci nei pazienti vulnerabili, tranne in condizioni come schizofrenia e disturbo bipolare, per le quali i medici ritengano indispensabile la prescrizione di un antipsicotico. - Il tasso di agranulocitosi fatale da clozapina, corrispondente a circa 0,2 per 1000 anni-persona, è di gran lunga inferiore alla stima del rischio di morte cardiaca improvvisa nei pazienti trattati con antipsicotici. Analogamente a quanto è già stato fatto per l’agranulocitosi da clozapina, sarebbe necessario mettere a punto un programma di risk-management che prenda in considerazione la possibilità di effettuare un elettrocardiogramma prima e subito dopo l’inizio della terapia con antipsicotici. Questo piccolo accorgimento potrebbe permettere la diagnosi precoce del prolungamento dell’intervallo QT nei pazienti trattati con alte dosi di antipsicotici. Conflitto di interesse: alcuni autori hanno ricevuto finanziamenti dalla ditta farmaceutica Pfizer e da svariate compagnie assicurative. Parole chiave: antipsicotici atipici, morte cardiaca improvvisa, studio osservazionale. Riferimenti bibliografici
Sono state selezionate (utilizzando il registro del Cochrane Schizophrenia Group, il website della FDA e precedenti revisioni di RCT in cui formulazioni orali di antipsicotici atipici venivano messe a confronto con antipsicotici tipici) 239 pubblicazioni relative a 150 studi in doppio cieco (per l’81% di durata =12 settimane) per un totale di 21533 pazienti (età media 36,2 anni [DS 7,1]; durata media di malattia 11,8 anni [DS 7,7]), nel periodo di riferimento agosto 2005-ottobre 2006. Per quanto concerne l’efficacia complessiva ed il miglioramento dei sintomi negativi, 5 antipsicotici atipici (aripiprazolo, quetiapina, sertindolo, ziprasidone e zotepina) non risultavano differire significativamente dagli antipsicotici tipici, mentre gli altri 4 (amisulpride, clozapina, olanzapina e risperidone) si sono dimostrati più efficaci. Il NNT per un responder aggiuntivo era compreso tra il 6 (95% CI 4-10) di amisulpride ed il 15 (9-36) di risperidone. Questi 4 farmaci sono risultati anche più efficaci di quelli di prima generazione nel trattamento di sintomi positivi e negativi. L’eventuale ricaduta è stata
riportata solo in 14 studi a lungo termine. Olanzapina (4 studi, 1008
soggetti, RR 0,67 [0,49-0,92], NNT 17 [8-100]), risperidone (5, 1174,
0,74 [0,63-0,87], 11 [7-33]) e sertindolo (1, 282, 0,17 [0,04-0,73],
14 [8-50]) hanno dimostrato di essere significativamente migliori
rispetto agli antipsicotici di prima generazione, mentre per amisulpride,
aripiprazolo e clozapina non è stata evidenziata alcuna differenza
significativa (per gli altri atipici non erano disponibili studi valutabili). Tutti gli antipsicotici di seconda generazione
sono stati associati ad un minor numero di effetti extrapiramidali
rispetto ad aloperidolo; tuttavia, ad eccezione di clozapina, olanzapina
e risperidone, È stato inoltre riscontrato che
l’unica differenza significativa tra studi sponsorizzati e non
sponsorizzati riguardava l’effetto della clozapina sui sintomi
positivi. Quando gli studi sponsorizzati sono stati esclusi dall’analisi,
l’efficacia di questo farmaco risultava ridotta (es. un effetto
inferiore di -0,22 rispetto al -0,52 rilevato quando venivano considerati
tutti gli studi), pur rimanendo significativa.
I risultati della metanalisi sono stati anche rapportati a 2 studi di efficacia: lo studio CATIE (Lieberman JA et al. N Engl J Med 2005; 353: 1209–23) e lo studio CUtLASS (Jones PB et al. Arch Gen Psychiatry 2006; 63: 1079–86), in cui l’attenzione era stata focalizzata sull’efficacia clinica in un contesto più realistico. I risultati degli studi CATIE e CUtLASS suggeriscono che gli antipsicotici di prima generazione di media potenza (es. perfenazina, sulpride) potrebbero essere più appropriati, perché meno propensi a dare effetti extrapiramidali, aumento di peso o sedazione. Inoltre, come sottolinea l’editoriale
di accompagnamento, l’uso di aloperidolo come comparator negli
studi selezionati potrebbe aver costituito un bias a favore degli
antipsicotici di seconda generazione. Ad esempio, paragonare gli antipsicotici
di seconda generazione a quelli di prima ad elevata potenza potrebbe
aver determinato una maggiore frequenza di effetti extrapiramidali,
è stato evitato il confronto con gli antipsicotici di media
potenza (tendenzialmente efficaci quanto gli antipsicotici di seconda
generazione, ma meno propensi rispetto all’aloperidolo ad indurre
parkinsonismo). Inoltre le alte dosi a cui sono stati somministrati
gli antipsicotici di prima generazione potrebbero aver ulteriormente
favorito (in termini di effetti avversi) gli antipsicotici di seconda.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dal National Institute of Mental Health. Parole chiave: antipsicotici atipici/tipici, schizofrenia, metanalisi. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo principale di questo studio è stato quello di identificare i possibili fattori, legati ai pazienti o alla metodologia, predittivi della risposta al placebo in pazienti pediatrici con diagnosi di depressione maggiore. Secondariamente, è stata quantificata l’entità della risposta ai principi attivi che poteva essere spiegata dall’effetto placebo e l’impatto dell’effetto placebo sulla differenza di efficacia farmaco-placebo. Inoltre è stato valutato se la crescente risposta al placebo rilevata negli ultimi anni nei pazienti pediatrici con depressione maggiore fosse estensibile anche ai pazienti adulti ambulatoriali con depressione maggiore. Sono stati inclusi studi clinici randomizzati svolti nel periodo gennaio 1988-luglio 2006 su pazienti di età compresa tra 6 e 18 anni, con diagnosi di depressione maggiore e trattati con SSRI o con altri nuovi antidepressivi. Gli studi clinici dovevano valutare la risposta al trattamento in base alle variazioni della scala CGI (Clinical Global Impression). I potenziali fattori predittivi di risposta al placebo valutati sono stati: l’età (bambini vs adolescenti), il sesso, l’etnia, il numero di pazienti randomizzati, il numero dei centri coinvolti, il numero medio di pazienti per ciascun centro, la durata del trattamento in settimane, la locazione dello studio (USA vs non-USA), uso di placebo nel periodo di run-in, la durata dell’episodio depressivo, il tasso di soggetti che presentavano il primo episodio depressivo rispetto a quelli con più episodi, la gravità della malattia, diagnosticata con le scale CGI o CDR-S (Children’s Depression rating Scale- Revised). Sono stati identificati 12 studi, su
un totale di 2862 pazienti. L’età mediana era di 12.3
anni e il tasso mediano di pazienti di sesso femminile era 0.53. La
media dei pazienti che rispondevano al placebo era 0.46 ± 0.08
mentre quella dei responder al farmaco era 0.59 ± 0.07. Analizzando 9 studi nei quali erano disponibili
i dati stratificati per gruppi di età, non è stato osservata
alcuna differenza significativa nella risposta al placebo fra i bambini
(<12/13 anni) e gli adolescenti [49,6% (95%CI 43.7-55.5) vs 44.5%
(95%CI 40.9-48,2)]. L’entità della risposta
al placebo sembrava giocare un ruolo importante nel predire la differenza
tra principio attivo e placebo in termini di efficacia, rispetto all’entità
della risposta al farmaco attivo, nonostante la correlazione tra la
risposta al placebo e quella al farmaco non fosse significativa (95%
CI da -0.14 a 0.82, p=0.13).
I limiti di questo studio consistono
nel fatto che i risultati sono stati ottenuti da un metanalisi,
che potrebbe non aver identificato importanti fattori correlati
al singolo paziente che possono influenzare la risposta al placebo.
L’editoriale di accompagnamento sottolinea il dilemma etico degli studi clinici vs placebo nei soggetti in età pediatrica, ossia evitare l’esposizione dei pazienti a rischi non necessari confrontata alla necessità di ottenere informazioni valide per la pratica clinica. Pur riprendendo i limiti dello studio, viene sottolineato che questo lavoro ha numerose implicazioni sia dal punto di vista metodologico che per i clinici che dovrebbero potere disporre di una valutazione accurata del paziente con una diagnosi di depressione di tale severità da rendere necessario un trattamento farmacologico. Conflitto di interesse: alcuni autori hanno ricevuto finanziamenti da diverse aziende farmaceutiche. Parole chiave: pazienti pediatrici, antidepressivi, placebo. Riferimenti bibliografici
L’uso di steroidi anabolizzanti (AAS, Anabolic Androgenic Steroids) nei paesi occidentali è stato fino ad oggi ritenuto una pratica ben più diffusa presso il sesso maschile rispetto a quello femminile (prevalenza negli adolescenti rispettivamente dell’1-5% e dello 0.1%), sebbene evidenze degli ultimi due anni (Anti-doping Hotline) indichino un forte aumento nelle giovani donne. In letteratura sono presenti già alcuni studi che riportano gli effetti avversi degli AAS nelle donne (irsutismo, alterazioni mestruali, acne, etc.) ma, diversamente dal sesso maschile, non è mai stato descritto alcun caso di decesso che possa essere messo in relazione con l’abuso di tali sostanze. Si riporta di seguito il seguente case report. Una donna di 29 anni, brillante atleta
di fitness e vincitrice di una gara nazionale, tre giorni prima
della sua morte è stata ritrovata in posizione prona sul
pavimento accanto al suo letto. In base ad alcune annotazioni della
donna, si è potuto stabilire che essa aveva assunto in diverse
combinazioni dal settembre al maggio dell’anno della morte
nove steroidi anabolizzanti in diverse combinazioni; le sostanze
ritrovate nel suo appartamento sono risultate essere clenbuterolo
e, in confezioni non identificabili, efedrina, tadalafil, metandienone,
mestanolone e stanozololo. L’esame tossicologico ha rilevato nel sangue la presenza di efedrina e norefedrina e nelle urine di 31.4 ng/ml di testosterone (range di riferimento nelle femmine: 2-3 ng/ml), metaboliti dello stanozololo e boldenone. Il rapporto testosterone/epitestosterone è risultato di 28.3 (circa sette volte maggiore del cutoff indicativo di assunzione esogena di AAS nelle femmine). La causa di morte ritenuta più
probabile è stata un’aritmia cardiaca improvvisa, verosimilmente
dovuta all’azione congiunta di un processo infiammatorio cardiaco
altrimenti non specificato e all’assunzione di AAS ed efedrina. I limiti del case report si possono
così sintetizzare: 1) se è stato possibile documentare
con precisione l’intake regolare di AAS nei mesi precedenti
il decesso, lo stesso non si può dire per l’efedrina
o per qualsiasi altra sostanza assunta in tale periodo di tempo
(es: è noto che la cocaina può determinare micro-infarti
cardiaci, che l’assunzione di diuretici può determinare
disturbi elettrolitici). Di conseguenza non si può concludere
con sicurezza che le alterazioni morfologiche cardiache siano dovute
esclusivamente all’assunzione di AAS; 2) non si può
escludere che l’infiltrazione linfocitaria possa essere in
relazione con una miocardite virale, in quanto non è stato
condotto alcun esame dirimente in tale direzione; 3) il prelievo
di solo quattro biopsie non ha permesso l’analisi dello stato
del tessuto di conduzione.
Parole chiave: steroidi anabolizzanti, efedrina, case report. Riferimento bibliografico
La metodologia seguita è stata
quella indicata dalla Cochrane Collaboration per le revisioni sistematiche.
Nel novembre 2006 è stata effettuata una ricerca in Medline
(1966-2006), Embase (1988-2006), Cochrane Library, PubMed, CINHAL;
(1982-ottobre 2006); IPA (1970-ottobre 2006), Web of Science, Scopus,
Pascal (1987-settembre 2006), Allied and Complementary Medicine (1985-ottobre
2006), Academic OneFile, ProQuest Dissertation and Theses, Evidence-Based
Complementary Medicine e LILACS. Gli outcome primari erano la comparsa di aritmia dopo intervento di defibrillatori cardiaci impiantabili (confermato da elettrocardiogramma) e di morte cardiaca improvvisa. Gli outcome secondari comprendevano la mortalità da tutte le cause e da cause cardiache. La revisione è stata effettuata
su 12 studi, condotti su un totale di 32.779 pazienti. Relativamente agli outcome secondari,
i decessi da cause cardiache sono stati valutati in 11 studi per un
totale di 32.519 pazienti e hanno mostrato un significativo decremento
degli eventi (OR 0.80; 0.69-0.92). La revisione sistematica presenta alcuni
limiti: il bias di pubblicazione dovuto al fatto che i trial con esito
neutrale o negativo non sono stati pubblicati; l’ampia variabilità
(0-2000 mg/die) dei dosaggi giornalieri di EPA e DHA utilizzati nei
vari studi, rendendo difficile determinare la dose ottimale; l’eterogeneità
statistica tra i vari outcome misurati.
Questa revisione sistematica è basata principalmente sull’analisi di due trial: GISSI-Prevenzione -studio italiano completato 10 anni fa che ha riscontrato una sostanziale riduzione della mortalità totale e da patologie cardiovascolari ma non degli eventi cardiovascolari non fatali - e lo studio giapponese JELIS i cui risultati indicano che l’aggiunta di acido eicosapentaenoico riduce gli eventi coronarici maggiori di circa 1/5. L’editoriale di accompagnamento sottolinea che, a causa della scarsa disponibilità di evidenze scientifiche di alta qualità, questa revisione sistematica non chiarisce se i risultati ottenuti siano riproducibili, se EPA o DHA, associati o meno, abbiano un effetto protettivo nei confronti delle patologie cardiovascolari ricorrenti e se i benefici riscontrati con l’uso di olio di pesce siano maggiori rispetto a quelli ottenuti mediante trattamenti medici e chirurgici utilizzati in prevenzione secondaria. Nuove evidenze scientifiche relative all’uso di olio di pesce come prevenzione secondaria delle patologie cardiovascolari potranno emergere dallo studio OMEGA i cui risultati saranno pubblicati a breve. Il tasso maggiore di eventi fatali nella popolazione tedesca potrà fornire un utile aggiornamento alla revisione sistematica. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: olio di pesce, aritmie, revisione sistematica. Riferimenti bibliografici
Nel periodo 1980-2003 i reiterati ricoveri ospedalieri e i prolungamenti dell’ospedalizzazione causati ripetutamente da reazioni avverse da farmaci (ADR), sono aumentati nella popolazione anziana australiana in misura maggiore rispetto a quelli causati dalle “first time” ADR. Inoltre, nell’Australia occidentale, più del 30% delle ADR si sono manifestate in persone che ne avevano sofferto in precedenza (Zhang M et al. Br J Clin Pharmacol 2007; 63: 163-70). Questo studio di coorte retrospettivo è stato condotto per capire se comorbidità, età, altri fattori demografici, nonchè determinate classi di farmaci, siano associate o meno ad una re-ospedalizzazione per ADR in pazienti di età =60 anni. Sono stati analizzati i dati amministrativi
provenienti da tutti gli ospedali pubblici e privati dell’Australia
occidentale. La popolazione dello studio consisteva di tutti i residenti
di età =60 anni con almeno un ricovero ospedaliero causato
da ADR, identificati tramite un sistema probabilistico di data linkage
che raggruppava 7 differenti database amministrativi che comprendevano
dati su: mortalità (provenienti sia dalle motivazioni di dimissione
ospedaliera, che dal registro di mortalità), natalità
(data di inizio della gravidanza, del travaglio e di nascita), stato
di salute mentale, registro dei tumori, registro elettorale (che fornisce
campioni randomizzati di popolazione). Questo sistema è stato
precedentemente testato ed ha rilevato solo lo 0,11% di errori nel
record linkage (falsi positivi e falsi negativi) (Holman CDJ et al.
Aust N Z J Public Health 1999; 23: 453-9). Per questo studio sono
stati estratti i dati correlati di ospedalizzazione e mortalità
di tutti i pazienti con età =60 anni ricoverati per ADR, tra
il 1980 ed il 2003 in Australia Occidentale. Durante i tre anni di follow-up, 5056
pazienti (17,7%) sono stati ricoverati nuovamente a causa di un’ADR.
L’analisi multivariata ha rilevato un Hazard ratio di 1,08 (95%
CI 1,02-1,15) per il sesso maschile, di 0,87 (0.80-0.93) per i ricoveri
in ospedali privati, di 1.11 (1.05-1.18) per un’ospedalizzazione
=14 giorni, di 2.34 (2.00-2.73) per i ricoveri effettuati dal 1995
al 1999 rispetto agli anni precedenti, di 1.71 (1.46-1.99) per i pazienti
con Charlson comorbidity index score =7. I residenti in aree metropolitane
hanno mostrato un rischio marginalmente significativo (1.10, 1.01-1.19,
p=0.03). Non è stato invece rilevato nessun effetto dell’età,
razza, tipologia di ricovero e stato socioeconomico.
Tra i diversi limiti dello studio, si potrebbe ipotizzare un Berkson bias, per cui le ADR sono più facili da diagnosticare in un soggetto con comorbidità, perché questo verrà più frequentemente a contatto con il sistema sanitario. Inoltre, lo studio è carente di informazioni legate ai farmaci che hanno realmente causato l’ADR: l’analisi è stata infatti effettuata considerando tutti i farmaci assunti dal paziente nel periodo del ricovero o del prolungamento dello stesso. Infatti, mentre l’alto rischio associato ad ormoni e farmaci sistemici (inclusi gli antineoplastici) è prevedibile, data la loro intrinseca tossicità, l’elevata associazione con i vaccini batterici pone qualche quesito in più ed è messa in dubbio dalla presenza di patologie maligne nel 38% dei soggetti trattati con Bacillo di Calmette-Guerin od altri vaccini non virali. Anche l’aumentato rischio di reiterate ADR notato negli uomini può essere inficiato dall’aumentato rischio di tumori riportato nei pazienti di sesso maschile. È noto infine che solo il 60% delle 17 condizioni concomitanti descritte da Charlson è stata correttamene codificata nei database amministrativi ospedalieri utilizzati per questo studio (Preen DB et al. J Clin Epidemiol 2004; 57: 1295-304). Comunque, gli autori affermano che la presenza di falsi positivi è marginale (0-1,5%) e non c’è motivo di pensare che ci sia una diversa distribuzione di codifica delle patologie concomitanti tra i pazienti con reiterata ADR rispetto a quelli con singola ADR. L’editoriale di accompagnamento allo studio, riferisce dati dello studio che gli autori non menzionano: il tasso di mortalità è risultato più alto nei pazienti re-ospedalizzati per ADR rispetto a quelli con “first time” ADR (68.1% vs 59.3%). Inoltre suggerisce di interpretare questi dati con cautela, per almeno due motivi. Il primo riguarda aspetti generali sulle difficoltà di riconoscere le ADR e di come la loro incidenza possa essere influenzata da una serie di fattori, quali definizioni, differenze nella popolazione in studio, pubblication bias. La variabilità finora registrata dagli studi che analizzano i ricoveri ospedalieri causati da ADR ne è la controprova più importante. Il secondo riguarda la natura intrinseca dei dati analizzati. Infatti l’analisi è stata retrospettivamente effettuata su dati in cui solo il 60% delle comorbidità sono riportate. Inoltre, l’associazione può rappresentare semplicemente la maggiore fragilità dei soggetti re-ospedalizzati. Infatti, la fragilità è strettamente correlata ad un peggiore stato di salute, incluso un aumentato rischio di sviluppare ADR (Schneider JK et al. Am J Hosp Pharm 1992; 49: 90-6.). Nonostante ciò, questo studio costituisce uno dei primi passi verso l’identificazione dei fattori di rischio che portano a re-ospedalizzazione per ADR. Infine, viene sottolineato come il lavoro di Zhang et al sia importante dal punto di vista culturale in quanto prova a richiamare l’attenzione sul rischi della politerapia cronica cui sono esposti i pazienti affetti da pluripatologia. Conflitto di interesse: il primo autore è supportato economicamente dal National Health and Medical Research Council australiano. Parole chiave: comorbidità, ADR, studio di coorte retrospettivo. Riferimenti bibliografici
Infliximab, anticorpo monoclonale chimerico diretto contro la citochina tumor necrosis factor alpha (TNF-a) è inserito nelle linee guida per il trattamento di pazienti affetti da malattia infiammatoria intestinale (inflammatory bowel disease – IBD). Tuttavia l’associazione di questo farmaco con lo sviluppo di eventi avversi gravi a lungo termine quali infezioni opportunistiche (es. tubercolosi, polmonite da Pneumocystis jiroveci e actinomicosi polmonare) e neoplasie (soprattutto linfomi) rappresenta un argomento attualmente molto dibattuto. L’obiettivo di questo studio di coorte retrospettivo della durata di 9 anni, è stato quello di valutare l’insorgenza di eventi avversi gravi durante il trattamento con infliximab in pazienti affetti da IBD. Nello studio sono stati arruolati pazienti >18 anni di età con diagnosi di IBD che avevano iniziato il trattamento con infliximab presso il Dipartimento di Gastroenterologia ed Epatologia dell’Università Radboud di Nijmegen (Olanda), tra giugno 1999 e ottobre 2007. Pazienti che avevano già assunto in precedenza il farmaco sono stati esclusi dallo studio. Infliximab è stato somministrato alla dose di 5 mg/kg con infusioni endovenose della durata di 2 ore. Nelle cartelle cliniche sono state registrate le seguenti informazioni relative alla terapia con infliximab: indicazione, dose, durata, farmaci concomitanti (corticosteroidi e immunosoppressori) e il tipo di trattamento (al bisogno vs trattamento di mantenimento programmato). Gli eventi avversi sono stati suddivisi per intensità e causalità. Il grado di intensità degli eventi avversi è stato assegnato facendo riferimento ai criteri adottati dal National Cancer Institute (da grado 0 ossia assenza di eventi avversi a grado 5 ossia decesso). La causalità della reazione (non correlata, dubbia, possibile e probabile) è stata attribuita utilizzando una versione modificata dell’algoritmo proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità - Uppsala Monitoring Centre. Tutti gli eventi sono stati correlati al trattamento con infliximab se la causalità della reazione risultava almeno possibile. I pazienti che hanno sviluppato neoplasie durante il follow-up sono stati confrontati con i rimanenti pazienti per gravità dell’IBD (definita dalla presenza di fistole), durata della malattia, dose cumulativa di infliximab e uso di farmaci concomitanti. La mortalità annuale e l’incidenza di infezioni sono state ottenute dividendo il numero di pazienti deceduti o con infezione per la durata del follow-up in anni. Centoquarantasette pazienti (33% maschi;età media 38 anni e con una durata media della malattia di 16 anni,) hanno ricevuto un totale di 1924 infusioni di infliximab (numero mediano di infusioni per paziente: 10; range: 1-70; follow-up mediano: 59 mesi; range 1-99). Le indicazioni principali sono state morbo di Crohn fistolizzante (80 pazienti; 54%), morbo di Crohn luminale (55 pazienti; 37%), colite ulcerosa (9 pazienti, 6%) e colite indeterminata (3 pazienti, 2%). Sono state registrate 16 reazioni acute correlate all’infusione, la maggior parte insorte tra la 5° e la 6° infusione, che hanno richiesto sospensione della somministrazione e trattamento con corticosteroidi o antistaminici. In questi pazienti, infliximab è stato somministrato ad una velocità di infusione ridotta nelle sedute successive di trattamento e definitivamente sospeso in caso di ricomparsa dei sintomi. Ottantanove pazienti (61%) sono stati ricoverati durante il follow-up, per un totale di 300 ospedalizzazioni. Di queste, 60 ospedalizzazioni (20%) sono state attribuite all’uso di infliximab (periodo mediano di degenza: 8 giorni; range 1-48). Su un totale di 57 ricoveri (36 pazienti) avvenuti per insorgenza di infezione grave, 21 sono stati associati all’uso di infliximab. Le infezioni sono state classificate come ascesso (58%), gastroenterite (16%), infezione delle vie urinarie (11%), polmonite (5%), sepsi (9%), e non classificabili (5%). Di tutti i pazienti ospedalizzati, 70 (79%) sono stati sottoposti a 139 interventi chirurgici dei quali il 50% ha interessato il tratto gastrointestinale. Nove pazienti (6%) hanno sviluppato neoplasie durante il follow-up: 4 casi di carcinoma colon-rettale, 1 tumore carcinoide con un altro carcinoma primario con cellule ad anello con castone del piccolo intestino, 1 cancro della mammella, 2 cutanei (1 carcinoma delle cellule basali e 1 delle cellule squamose) e 1 melanoma superficiale. Tutti gli eventi neoplastici eccetto 1 (adencarcinoma nella regione ileo-rettale) sono stati giudicati correlati all’uso di infliximab. L’insorgenza di tumore non è risultata correlata all’età di insorgenza dell’IBD, ai farmaci concomitanti, alla presenza di fistole o alla dose cumulativa di infliximab ricevuta. Al contrario, i pazienti che hanno sviluppato neoplasie presentavano una durata media dell’IBD superiore rispetto ai pazienti che non avevano sviluppato tumori (29 vs 15; p < 0.001) Durante il follow-up, 8 pazienti (5%) sono deceduti: 6 in seguito allo sviluppo di neoplasia, uno a causa di una complicanza della sindrome dell’intestino corto e un paziente per cause sconosciute. La mortalità è stata del 1.2% in accordo con altri studi clinici condotti su infliximab. L’incidenza di eventi avversi osservati
in questo studio è certamente elevata. Tuttavia la mancanza
di una popolazione di controllo (pazienti con caratteristiche patologiche
simili ma trattati con farmaci diversi da infliximab) rende impossibile
una stima corretta del rischio. Inoltre non è possibile escludere
il contributo di farmaci concomitanti (principalmente corticosteroidi
e immunosoppressori) allo sviluppo di almeno una parte degli eventi.
Infine la natura retrospettiva del protocollo ha reso impossibile
la raccolta di informazioni sulla risposta al trattamento con infliximab
nei singoli pazienti.
Parole chiave: infliximab, eventi avversi gravi, studio di coorte. Riferimento bibliografico
L'obiettivo del presente studio è stato quello di valutare i possibili effetti connessi all’utilizzo degli antagonisti dell'acido folico nelle gravidanze con esiti negativi dipendenti dalla placenta. È stato condotto uno studio retrospettivo
di coorte, utilizzando i dati del database materno-infantile della
provincia canadese del Saskatchewan. Sono state identificate tutte
le donne in stato di gravidanza con una singola nascita (sia i nati
vivi che morti) dal 1 gennaio 1980 al 31dicembre 2000. Le informazione
sui farmaci non erano disponibili per il periodo 1 luglio 1987-31
dicembre 1988. Sono state, pertanto, escluse le nascite che si sono
verificate durante questo periodo o nell’anno successivo (fino
al 31 dicembre 1989). Inoltre, sono stati esclusi i neonati nati da
madri indiane, per le quali non erano disponibili informazioni sui
farmaci. Sono stati esaminati i seguenti outcome
negativi della gravidanza: preeclampsia, grave preeclampsia, distacco
placentare, crescita limitata del feto e morte fetale. Sono state esaminate un totale di 14982
donne esposte ad antagonisti dell'acido folico e 59825 donne non esposte.
L’inibitore della diidrofolato riduttasi più frequentemente
prescritto è stato il trimetoprim-sulfametossazolo (per un
totale di 12546 esposizioni durante il periodo di preconcepimento
e durante tutti i 3 trimestri), mentre il fenobarbital è stato
il più prescritto tra gli altri antagonisti dell'acido folico
(per un totale di 1565 esposizioni). Lo studio ha dimostrato che le esposte
ad antagonisti dell'acido folico rispetto alle non esposte presentavano
un rischio maggiore di preeclampsia, distacco della placenta, crescita
limitata del feto e morte fetale. Il rischio sembrava essere maggiore
per le forme gravi di preeclampsia e di riduzione della crescita fetale
e dose-dipendente per tutti gli esiti avversi. Questi dati, inoltre,
rilevano un ampio uso degli antagonisti dell’acido folico nella
pratica clinica di routine, costituendo un utile feedback per i medici.
Parole chiave: sicurezza in gravidanza, antagonisti dell’acido folico, studio di coorte. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
Il dolore postoperatorio in seguito a frattura dell’anca raggiunge livelli elevati durante la deambulazione e può peggiorare l’esito dell’intervento chirurgico. Studi recenti hanno dimostrato che l’analgesia regionale facilita la riabilitazione e diminuisce la morbilità, mentre l’analgesia epidurale riduce il dolore, fattore limitante nella fisioterapia postoperatoria (Singelyn FJ et al. Anesth Analg 1998;87:88–92; Capdevila X et al. Anesthesiology 1999;91:8–15; Matot I et al. Anesthesiology 2003; 98: 156–63; Foss NB et al. Anesthesiology 2005;102:1197–204). Tuttavia, i pazienti con frattura dell’anca sono un gruppo eterogeneo trattato chirurgicamente con impianti paralleli, artroplastica, viti dinamiche per anca (DHS) o perni intramidollari (IMHS) a seconda del tipo di frattura, età del paziente e stato funzionale prima della frattura. Dal momento che non è mai stata valutata l’influenza della procedura chirurgica sui livelli di dolore nel periodo postoperatorio, questo studio si è focalizzato sull’analisi del dolore a riposo e durante il movimento nel periodo postoperatorio in seguito a chirurgia per frattura dell’anca in pazienti trattati secondo un programma perioperatorio standardizzato multimodale comprendente analgesia epidurale continua. Questo studio prospettico descrittivo ha selezionato 117 pazienti estratti da una popolazione di 981 individui, sottoposti a intervento per frattura dell’anca all’Ospedale Hvidovre (Copenhagen, Danimarca) da gennaio 2003 a giugno 2006. I criteri di esclusione sono stati: labile salute mentale, primo ricovero in altro ospedale, domicilio presso strutture di ricovero, presenza di altre fratture, assenza di autonomia nella deambulazione, tossicodipendenza o terapia con oppioidi, analgesia epidurale controindicata, impossibilità alla fisioterapia, partecipazione ad altre ricerche o incapacità degli autori dello studio a seguirne il decorso perioperatorio. All’arrivo in pronto soccorso i
pazienti sono stati trattati con analgesia regionale (blocco della
fascia iliaca con 40 mL bupivacaina 0.25% o mepivacaina 1% ed epinefrina
1:200000) e dopo verifica radiografica della frattura dell’anca,
sono stati sottoposti ad analgesia epidurale (bolo di 25 mg di bupivacaina
0.25% seguito da infusione continua epidurale a 4 mL/h di bupivacaina
0.125% e morfina 50 µg/mL) sia prima che dopo l’intervento
chirurgico. L’anestesia è stata effettuata per via epidurale
aggiungendo 50 mg di bupivacaina 0.5% (con eventuali incrementi di
5 mL) e 1 mg di morfina (2 mg per pazienti con età <70 anni).
A richiesta del paziente è stata indotta una leggera sedazione
con propofol (10-40 µg/kg/min). Dopo l’operazione i pazienti
hanno ricevuto bupivacaina 0.125% e morfina 50 µg/mL in continuo
(4 mL/h) fino alle 8 della mattina del quarto giorno postoperatorio.
Fin dal ricovero, ai primi 28 pazienti è stato somministrato
rofecoxib (25 mg/die poi abbandonato, causa ritiro dal commercio),
mentre ai successivi paracetamolo (1 g/6 h). In relazione alla procedura chirurgica,
i livelli cumulativi di dolore sono risultati significativamente differenti
sia nella flessione dell’anca (p=0.002) che nella deambulazione
(p=0.02). Le procedure con maggior dolore postoperatorio sono risultate
DHS o IMHS rispetto ad artroplastica o impianti paralleli. Inoltre
è stata individuata una correlazione negativa tra intensità
del dolore e prestazioni a flessione (r=-0.43, p=0.001) e deambulazione
(r=-0.36, p=0.004).
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: frattura dell’anca, dolore, procedura chirurgica. Riferimento bibliografico
Le attuali linee guida sugli interventi coronarici percutanei (PCI) e la sindrome coronarica acuta (ACS) raccomandano una terapia combinata a base di aspirina e clopidogrel per =12 mesi. Tuttavia, tale regime terapeutico è associato ad un incremento del rischio di emorragia, che aumenta ulteriormente nei pazienti che necessitano di anticoagulanti orali (triplice terapia). Finora, la maggior parte delle segnalazioni relative alla triplice terapia è limitata ad esiti a breve termine e pochi sono i dati relativi all’impatto dell’INR sulle complicanze di tipo emorragico in questi pazienti. Inoltre, nessuno studio ha valutato quanto influisca una riduzione dell’INR sul rischio di sviluppare emorragie. Questo studio, condotto da ricercatori
italiani in collaborazione con un’Università della Florida,
è stato disegnato allo scopo di valutare gli outcome a lungo
termine in pazienti sottoposti a stent in trattamento con la triplice
terapia e quanto questi outcome possano risultare influenzati da valori
di INR mantenuti al range terapeutico inferiore. Al momento dell’intervento, tutti
i pazienti hanno ricevuto una dose da carico di 300 mg di clopidogrel.
La duplice terapia antiaggregante è stata prescritta secondo
le linee guida: (a) 12 mesi nei pazienti con ACS, indipendentemente
dal tipo di stent; (b) 12 mesi nei pazienti con stent medicati; (c)
1 mese nei pazienti con stent metallici, ma senza ACS. Dopo l’impianto
di stent medicati, la durata più lunga (=24 mesi) della duplice
terapia antiaggregante è stata utilizzata nei pazienti a rischio
più elevato (es. con stent a livello dell’arteria coronarica
principale sinistra). L’end point primario era rappresentato
dalle complicanze emorragiche maggiori e minori a 18 mesi. L’end
point secondario era definito come l’insorgenza di eventi avversi
cardiaci maggiori (MACE) a 18 mesi. Le complicanze emorragiche sono
state classificate come maggiori o minori secondo i criteri del Thrombolysis
in Myocardial Infarction. Su 102 pazienti, 64 sono stati dimessi
con una triplice terapia; 34 di questi pazienti erano già in
trattamento con un anticoagulante per via orale da >1 mese al momento
del ricovero. La terapia anticoagulante è stata interrotta
nei pazienti che già l’assumevano, eccetto che in quelli
con infarto del miocardio con elevazione del tratto ST (n=11) e la
PCI è stata effettuata quando è stato raggiunto un valore
<1,5. Dopo 18 mesi di follow-up, è stato
osservato un aumento non significativo delle emorragie nel gruppo
con triplice terapia vs duplice. L’incidenza di sanguinamenti
maggiori era simile nei due gruppi e non si sono verificati episodi
fatali. In pazienti sottoposti ad impianto di stent, l’interruzione della terapia antiaggregante aumenta il rischio di trombosi dello stent; anche una sospensione temporanea di anticoagulanti può determinare un incremento del rischio di eventi tromboembolici. Di contro, l’aggiunta di un anticoagulante orale ad un regime terapeutico a base di due antiaggreganti può aumentare il rischio di emorragie.
Complessivamente, questi dati supportano le recenti linee guida su PCI (King SB III et al. J Am Coll Cardiol 2008; 51: 172–209) in cui si raccomanda di mantenere i livelli di INR tra 2 e 2,5 in pazienti trattati con warfarin, clopidogrel e aspirina dopo la procedura. In uno studio retrospettivo (Ruiz-Nodar JM et al. J Am Coll Cardiol 2008; 51: 818–25), che ha valutato l’importanza dell’aggiunta di un anticoagulante alla terapia antiaggregante in pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a PCI (n=426), è stata osservata un’incidenza inferiore di MACE, così come una riduzione della mortalità, anche se l’uso di anticoagulanti orali in aggiunta ad una terapia antiaggregante è stato associato ad aumento non significativo di sanguinamenti maggiori. Questo studio prospettico è il
primo che correla l’INR agli outcome in pazienti in triplice
terapia; la maggior parte delle complicanze emorragiche si è
verificata in pazienti con valori di INR superiori a quelli raccomandati.
Recenti studi (Rao SV et al. Eur Heart J 2007; 28; 1193–204;
Eikelboom JW et al. Circulation 2006; 114: 774–82) hanno sottolineato
che ridurre questo tipo di complicanze può avere un’importante
implicazione prognostica, compresa la mortalità.
Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave: stent, terapia antiaggregante, studio prospettico di coorte. Riferimento bibliografico
Gli agenti di contrasto ultrasonici sono indicati per meglio definire il bordo endocardiale in pazienti con esami ecocardiografici tecnicamente difficili e si sono dimostrati utili nella diagnosi e nel trattamento di pazienti critici. Il 10 ottobre 2007 l’FDA ha emesso nuovi avvertimenti e controindicazioni su Optison e su una sospensione iniettabile con microsfere lipidiche di perflutren (PLM), basati su report di 4 morti avvenute entro 30 minuti dall’iniezione di PLM. Sebbene questi decessi fossero temporalmente correlati alla somministrazione dell’agente di contrasto, le evidenze di causalità erano limitate e gli eventi fatali sono quindi stati attribuiti all’aggravarsi di patologie pregresse. Il 17 luglio 2008 l’FDA ha quindi attenuato questi avvertimenti, ma rimangono dubbi sulla sicurezza di questi composti, soprattutto in pazienti critici. Scopo di questo studio osservazionale,
retrospettivo, è stato stabilire la mortalità a breve
termine (1 giorno) in una grande coorte multicentrica di pazienti
ospedalizzati, sottoposti a ecocardiografia transtoracica a riposo,
clinicamente indicata, in presenza o meno dell’agente di contrasto
PLM. Tra gennaio 2002 e ottobre 2007 sono
stati sottoposti a ecocardiografia durante l’ospedalizzazione
4.300.966 pazienti (senza contrasto: 4.242.712 pazienti, 65,05±20,50
anni, 46,80% maschi, 63,74% caucasici; con contrasto: 58.254 pazienti,
65,57±14,28 anni, 61,06% maschi, 74,86% caucasici). I pazienti
sottoposti a ecocardiografia con mezzo di contrasto hanno avuto una
degenza più lunga (8,40 vs 7,85 giorni) e, al momento del ricovero,
una maggiore gravità della malattia e un più alto rischio
di mortalità.
Questo studio ha diverse limitazioni, la prima legata al disegno dello studio, retrospettivo; gli autori sottolineano però che, visto la bassa frequenza di eventi avversi gravi attribuita a composti contenenti perflutrene e il grande numero di pazienti necessario per evidenziare differenze tra ecocardiografia con e senza agente di contrasto, uno studio prospettico non sarebbe stato fattibile. Inoltre, al momento in cui lo studio è stato disegnato, la maggioranza dei pazienti non poteva ricevere un agente di contrasto ultrasonico viste le controindicazioni cliniche. Infine è stato possibile determinare solo la mortalità cruda e non la causa del decesso. Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: agenti di contrasto ultrasonici, ecocardiografia, mortalità. Riferimento bibliografico
La LMA Supreme™ è un nuovo dispositivo extra-glottico che mette insieme le caratteristiche di: LMA ProSeal™ (cuffia ad alta tenuta per facilitare la ventilazione, accesso gastrico per la protezione delle vie aeree e blocca-morso per l’ostruzione delle vie aeree), LMA Fastrach™ (tubo di ventilazione curvo per facilitare l’inserzione e manico guida per il fissaggio), LMA Unique™ (monouso per prevenire la trasmissione di malattie). Le nuove caratteristiche consistono nel fatto che il tubo di ventilazione incorpora un tubo di drenaggio nel suo lume per accorciare e rinforzare il suo percorso, la forma ricurva del tubo stesso per incontrare quella della bocca e ridurre la rotazione della faringe, la cuffia interna rinforzata per prevenire l’ostruzione delle via aeree da ripiegamenti e l’aggiunta di alette epiglottiche per prevenire l’ostruzione da parte dell’epiglottide. Scopo dello studio, randomizzato, in cross-over, è stato valutare se vi erano differenze nella facilità di inserimento, perdita di pressione orofaringea, posizione fibro-ottica e facilità di posizionamento del tubo gastrico tra la LMA ProSeal™ e la LMA Supreme™ in pazienti paralizzati ed anestetizzati. Sono state incluse 94 donne (classe I-II
dell’American Society of Anesthesiologists status; in media
età 39 [range 19-71]; altezza 166 cm [150-179] e peso 63 kg
[45-95]) sottoposte ad intervento ginecologico elettivo in posizione
supina. Entrambi i dispositivi sono stati posizionati in ogni paziente
secondo un ordine random (per primo LMA ProSeal™ in 47 pazienti
e LMA Supreme™ in 46 pazienti). I criteri di esclusione sono
stati: età <19 anni, difficoltà respiratoria nota
o prevedibile, BMI >35 kg/m2, rischio di aspirazione. Gli end point primari sono stati: la facilità di inserzione, la perdita di pressione orofaringea (determinata ad un volume di cuffia di 0-40 ml con incrementi di 10 ml chiudendo la valvola espiratoria del sistema circolare ad un flusso di gas fisso di 3 L/min registrando la pressione delle vie aeree a cui veniva raggiunto l’equilibrio – massimo consentito 40 cmH2O - e ascoltando dalla bocca), la pressione interno della cuffia, la posizione fibro-ottica (determinata ad un volume di cuffia di 0-40 ml con incrementi di 10 ml inserendo la sonda attraverso il tubo di ventilazione e quello di drenaggio) e il posizionamento del tubo gastrico. Inoltre, sono state valutate la perdita di aria gastrica (posizionando uno stetoscopio sopra l’epigastrio) e dal tubo di drenaggio (lubrificando l’estremità prossimale del tubo di drenaggio). Non sono state rilevate differenze nei dosaggi dei farmaci anestetici somministrati o dei valori cardiorespiratori. L’inserzione guidata ha sempre avuto successo. La perdita di pressione orofaringea è risultata 4-8 ml più alta del range di inflazione (p<0.001) per la LMA ProSeal™, ed è stata >40 cmH2O in 27/93 e in 10/93 pazienti trattate con LMA ProSeal™ e LMA Supreme™, rispettivamente. La pressione interna della cuffia è stata 16-35 cm più alta per la LMA ProSeal™ quando il volume della cuffia era di 20-40 ml (p<0.001). Inoltre, è stata registrata un’aumentata perdita di pressione orofaringea con un aumento del volume della cuffia da 10 a 30 ml per entrambi i dispositivi, ma nessuna variazione per volumi pari a 0-10 ml e 30-40 ml. La posizione fibro-ottica del tubo di ventilazione e di quello di drenaggio non hanno mostrato differenze. La percentuale di posizionamento riuscito al primo tentativo e complessivo, è stata simile (LMA ProSeal™ 91% e 100%; LMA Supreme™ 92% e 100%). Non si sono verificati episodi di ipossiemia (SpO2 <90%) o altre reazioni avverse. Inoltre, la frequenza di sanguinamento (la presenza di sangue visibile o occulto) è stata simile per entrambi i dispositivi. I più alti valori della pressione
interna alla cuffia per la LMA ProSeal™ sono probabilmente legati
alle proprietà della cuffia più che all’aumentata
pressione mucosale: la LMA ProSeal™ è di silicone, mentre
la LMA Supreme™ è di polivinilcloruro che possiede una
minore elasticità.
Conflitto di interesse: il progetto è stato in parte sponsorizzato dalla Laryngeal Mask Company. Parole chiave: LMA Supreme™, maschera laringea, studio randomizzato in cross-over. Riferimento bibliografico |
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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA’ ITALIANA DI FARMACOLOGIA
http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Prof.
Massimo Baraldo (Università di Udine) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
Contatti: sif@unito.it
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Ultimo aggiornamento: 01 Febbraio 2009 |