
Newsletter numero 30 del 15-02-2009
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Sommario o Batteri antibiotico-resistenti nel 21° secolo: una “super” sfida clinica o Escitalopram nei pazienti anziani con disordine di ansia generalizzata: un RCT o Efficacia comparativa e tollerabilità di 12 antidepressivi di nuova generazione: i risultati di una multiple-treatments metanalisi o Trattamento della fibromialgia con antidepressivi: una metanalisi o Prednisolone per via orale in bambini di età pre-scolare con asma indotto da infezioni virali o Uso preventivo di fluticasone ad alte dosi nell’asma indotto da infezioni virali nei bambini di età pre-scolare o Un intervento per migliorare l’attività di segnalazione spontanea delle reazioni avverse da farmaci da parte dei medici ospedalieri o Uso dei diuretici dell’ansa e fratture in donne in postmenopausa: evidenze dal Women’s Health Inititative o Uso di aspirina, altri antinfiammatori non-steroidei, paracetamolo e rischio di cancro al seno in donne in premenopausa nel Nurses’ Health Study II o Dementia antipsychotic
withdrawal trial (DART-AD): follow-up a lungo termine
di un trial randomizzato e controllato versus placebo
Da quando le statine sono state commercializzate, non è stato effettuato nessun trial clinico versus placebo nei pazienti affetti da ipercolesterolemia familiare, in quanto considerato non etico. In questo studio è stato analizzato l’effetto delle statine sul rischio di sviluppare coronaropatie nei pazienti affetti da ipercolesterolemia familiare. Tra il 1989 ed il 2002 sono stati reclutati
2400 pazienti affetti da ipercolesterolemia familiare provenienti
da 27 centri olandesi, già precedentemente valutati (Jansen
AC et al. J Intern Med 2004;256:482-90). In particolare, sono stati
analizzati i dati dei pazienti arruolati a partire dal 1 Gennaio 1990,
data in cui è stata commercializzata in Olanda la prima statina
(simvastatina). Le coronaropatie identificate come outcome principale sono state: infarto del miocardio (con sintomi classici per più di 15 min o tipiche anomalie elettrocardiografiche o aumento degli enzimi cardiaci >2 volte i limiti superiori alla norma), angioplastica o bypass coronarico. L’angina non è stata considerata un outcome principale, dal momento che nel Rotterdam Study non erano disponibili tali dati. I pazienti con precedenti eventi coronarici sono stati esclusi. Dei 2400 pazienti disponibili per lo
studio dal 1990, 254 sono stati esclusi per la presenza di coronaropatie
ed altri 188 perché i dati erano incompleti. Dei 1950 pazienti
rimasti, 413 assumevano statine all’inizio dello studio mentre
1294 hanno cominciato ad assumerle durante il follow-up. Nei pazienti con ipercolesterolemia familiare,
il rischio assoluto di manifestare un evento coronarico è risultato
di 11/1000 anni-persona nei pazienti trattati con statine e di 119/1000
anni-persona nei non trattati. Tra i soggetti non trattati, i nuovi
eventi coronarici si sono manifestati più precocemente (48,6
vs 50,9 anni, p=0.05). Inoltre, il gruppo trattato mostrava nel tempo
una riduzione significativa degli eventi coronarici (p<0,001).
I fattori di rischio per coronaropatia (fumo, ipertensione, diabete, livelli elevati di LDL) erano ovviamente più frequenti nei pazienti con eventi coronarici. Una sottoanalisi per questi gruppi ha suggerito che non esistevano differenze di efficacia tra le statine in questi soggetti. La numerosità del campione era comunque troppo esigua per poter trarre delle conclusioni significative. I pazienti >55 anni con infarto del
miocardio (n=261, 64 uomini) sono stati confrontati con 1975 infartuati
ricavati dal Rotterdam Study, matchati per età e sesso. Il
rischio assoluto dei pazienti della coorte in oggetto era di 6.7/1000
anni-persona nei pazienti trattati, di 60.5/1000 anni-persona nei
soggetti non trattati e di 4.1/1000 anni-persona nel Rotterdam Study.
Il periodo di tempo tra l’inizio del trattamento e l’insorgenza
dell’evento coronarico (event-free survival) non differiva in
maniera significativa nei pazienti trattati con statine rispetto a
quello del Rotterdam Study (p=0.07).
Tra i limiti dello studio gli autori sottolineano la mancanza di randomizzazione dei pazienti. Inoltre, i pazienti che hanno iniziato il trattamento dopo il 1990 potrebbero rappresentare un sottogruppo di soggetti a maggior rischio; potrebbero cioè essere stati selezionati perché si temeva una più rapida progressione del loro stato patologico. Comunque, alla luce dei dati prodotti, sembra inverosimile aver sottostimato una riduzione del rischio in questi pazienti. L’approccio utilizzato dagli autori potrebbe aver sovrastimato l’effetto dei farmaci, dal momento che lo studio non è controllato con placebo. Inoltre, i pazienti potrebbero aver cambiato il loro stile di vita in coincidenza con l’inizio del trattamento, anche se i dati sui fumatori sembrano non suggerirlo. Nella discussione dello studio, vengono enfatizzati alcuni punti cruciali. In primo luogo, le dosi utilizzate dai pazienti erano più basse di quelle raccomandate (80 mg sia per atorvastatina che simvastatina) (AbramsonJ, Wright JM. Lancet 2007;369:168-9). Di contro, questi risultati non possono essere applicati anche in prevenzione secondaria, appunto per l’esclusione dallo studio dei pazienti con precedenti eventi coronarici. In secondo luogo, al contrario di ciò che raccomanda l’American Academy of Pediatrics, si rileva che il trattamento aggressivo con statine non sembra necessario nei giovani adolescenti (Daniels SR et al. Pediatrics 2008; 122: 198-208). Gli autori concludono che le statine, a dosi ancora minori di quelle comunemente raccomandate, determinano un’impressionante riduzione del rischio di coronaropatie in pazienti affetti da ipercolesterolemia familiare. Raccomandano dunque di iniziare immediatamente il trattamento con statine subito dopo la diagnosi di ipercolesterolemia familiare, dal momento che il trattamento riduce il rischio di avere un evento coronarico, portandolo a livelli sovrapponibili a quelli della popolazione generale. L’editoriale di accompagnamento
allo studio, richiama l’attenzione sui risultati dello studio,
in particolare rispetto alla dosi utilizzate ed al punto riguardante
i pazienti pediatrici. Per quel che riguarda le dosi, il raggiungimento
di una riduzione del 44% dei livelli di colesterolo LDL con soli 33
mg/die di simvastatina è in contrasto con i risultati di una
recente metanalisi che mostra come la massima dose/die in commercio
di simvastatina (80 mg/die) utilizzata a breve termine causi una riduzione
del 42% del colesterolo LDL (Law M et al. BMJ 2003; 326: 1423-9).
Dal momento che la curva dose-risposta nell’ipercolesterolemia
familiare è simile a quella dei soggetti non affetti (Mol MJTH
et al. Lancet 1986; i: 936-9), lo studio sembra sottostimare le dosi
di statine utilizzate, forse a causa di un aumento progressivo del
dosaggio nel corso del follow-up di 8,5 anni o a causa dello switch
verso statine più potenti per cui è richiesto un dosaggio
più contenuto. Conflitto di interesse: due autori hanno ricevuto fondi da industrie farmaceutiche, ma non per questo studio. Parole chiave: statine, prevenzione primaria, studio di coorte. Riferimenti bibliografici
Lo S. aureus ha sviluppato velocemente resistenza nei confronti dei ß-lattamici e, dal 2003, più del 50% dei ceppi isolati negli ospedali USA sono MRSA. Questi ultimi hanno acquisito resistenza anche nei confronti dei glicopeptidi e, in particolare, della vancomicina, a causa di un processo evolutivo del batterio che, a partire dall’ispessimento della parete cellulare (resistenza di basso livello), ha portato allo sviluppo di S. aureus con resistenza intermedia alla vancomicina (VISA) e quindi di ceppi ad alto livello di resistenza (S. aureus vancomicina-resistente, o VRSA) per l’acquisizione del gruppo genico del vanA. Da un lato, ciò ha portato alla necessità di nuovi test di screening per i VISA, di difficile identificazione da parte dei laboratori clinici e, dall’altro, a mettere in discussione l’utilità della vancomicina nel trattamento di infezioni gravi da MRSA. Inoltre, i VRSA pongono il problema della resistenza multipla a farmaci quali clindamicina, aminoglicosidi, trimetoprim-sulfametossazolo, rifampicina e fluorochinoloni. Gli autori sottolineano come il problema delle infezioni da MRSA non sia solo ospedaliero, rappresenta infatti la causa principale di infezioni della pelle e dei tessuti molli acquisite in comunità. Questi MRSA causano frequentemente gravi infezioni simili a morsi di ragno, fascite necrotizzante grave, polmoniti e producono tossine come la leucocidina di Panton-Valentine e peptidi citolitici. Un singolo clone, l’USA300, è ritenuto responsabile delle maggiori infezioni da MRSA acquisite in comunità negli USA. Sebbene questo sia comunemente suscettibile ad antibiotici orali quali clindamicina, fluorochinoloni, trimetropim-sulfametossazolo, tetracicline e rifampicina, stanno emergendo alcuni ceppi con resistenza multipla. Gli enterococchi, la terza causa al mondo
di endocardite infettiva, pur essendo meno virulenti degli MRSA hanno
a lungo rappresentato problemi terapeutici, inizialmente a causa della
loro tolleranza alla penicillina e alla vancomicina (che li inibisce
ma non li uccide). L’effetto della tolleranza alla penicillina
sugli outcome terapeutici è emerso a partire dalla fine degli
anni ’40, quando la terapia combinata penicillina + aminoglicoside
per il trattamento dell’endocardite infettiva è diventata
routine. Inoltre, negli anni, è aumentata la resistenza verso
tutti gli aminoglicosidi così che l’attività sinergica
e battericida della combinazione di un agente attivo sulla parete
cellulare e un aminoglicoside non è più efficace contro
alcuni enterococchi isolati nell’endocardite. Più preoccupante
è l’aumento dell’incidenza di infezioni da E. faecium,
dal momento che la maggioranza dell’E. faecium isolato nelle
Unità di Terapia Intensiva è resistente alla vancomicina
(>90% di VRE isolati negli USA sono E. faecium) e all’ampicillina
(circa il 100% degli isolati sono resistenti). Inoltre, alcuni ceppi
hanno sviluppato resistenza agli antibiotici più nuovi. Nonostante la riduzione nella ricerca antibiotica da parte delle industrie farmaceutiche, diversi composti sono stati sviluppati o recuperati per trattare infezioni da gram-positivi. Tuttavia, i farmaci disponibili hanno importanti limiti: nessuno ha dimostrato una superiorità verso la vancomicina contro gli MRSA. Quinupristin-dalfoprist e linezolid hanno importanti effetti tossici, ed è stata osservata resistenza a ciascuno di questi (inclusi VRE resistenti al linezolid in pazienti che non hanno mai ricevuto il farmaco). La daptomicina ha talvolta fallito contro gli MRSA e gli enterococchi hanno sviluppato resistenza nei suoi confronti. Esigui sono i dati sulla tegiciclina nelle infezioni da enterococchi, i suoi bassi livelli plasmatici fanno dubitare sul suo uso nelle batteremie. Tra i farmaci nelle ultime fasi dello sviluppo clinico, è già noto che le nuove cefalosporine (ceftobiprole e ceftalorine) non saranno clinicamente utili contro l’E. faecium ampicillina-resistente. Dalbavancina, telavancina e oritavancina avranno importanti limitazioni per il trattamento dei patogeni vancomicina-resistenti e sebbene l’iclaprim potrebbe avere un ruolo nelle infezioni da MRSA, la sua utilità clinica contro gli enterococchi non è stata dimostrata. Questa situazione è ancora più
urgente quando si tratta di infezioni nosocomiali da gram-negativi;
al momento nessun nuovo antibiotico contro gram-negativi che abbiano
sviluppato resistenza multipla ai farmaci è in stadio avanzato
di sviluppo clinico. Sebbene lo Pseudomonas aeruginosa e gli acinobatteri
con resistenza multipla ai farmaci costituiscono la sfida terapeutica
più conosciuta tra i batteri gram-negativi (ad es. specie acinobatteriche
con resistenza multipla stanno causando enormi problemi in soldati
di ritorno dall’Iraq e dall’Afghanistan), la resistenza
ai più potenti antibiotici è stata recentemente estesa
ai membri della famiglia delle enterobatteriacee, inclusi ceppi ospedalieri
di Klebsiella, E. coli e enterobatteri. La situazione è ulteriormente
complicata dal fatto che la permeabilità della barriera e i
meccanismi di efflusso influenzano anche altre classi di antibiotici
(ad es. chinoloni, aminoglicosidi, tigecicline). Inoltre, la presenza
dei geni per queste ß-lattamasi in elementi mobili trasferibili
implica che questi geni possono raggiungere virtualmente qualsiasi
batterio gram-negativo e diventare una maggiore minaccia in futuro.
Pertanto, il riconoscimento della presenza di una carbapenemasi in
un gram-negativo è di estrema importanza per evitare epidemie
ospedaliere e la disseminazione di questi geni ad altre specie gram-negative.
Conflitto di interesse: gli autori hanno ricevuto finanziamenti da diverse aziende farmaceutiche. Parole chiave: antibiotico-resistenza, Stafilococcus aureus meticillino-resistente (MRSA), Enterococcus faecium vancomicina-resistente (VRE). Riferimento bibliografico Questo Perspective si inserisce nel contesto
di un interesse globale nei confronti dell’antibiotico-resistenza
che ha portato ad istituire in data 18 novembre 2008 la prima giornata
europea per sensibilizzare al corretto uso degli antibiotici.
Le metanalisi tradizionali finora condotte
non hanno prodotto risultati di rilievo in merito all’efficacia
degli antidepressivi di seconda generazione. È stata quindi
condotta una multiple-treatments metanalisi (metodologia che integra
dati provenienti da confronti diretti, quando cioè i farmaci
sono confrontati nell’ambito di uno stesso studio, che indiretti,
quando i trattamenti vengono confrontati in base all’associazione
dei risultati di vari RCT) per stabilire gli effetti sulla depressione
maggiore di 12 antidepressivi di nuova generazione e fornire delle
indicazioni utili ai fini della scelta terapeutica. Outcome primari sono state le percentuali
di risposta e di interruzione, che rappresentano le stime solitamente
riportate per indicare efficacia e tollerabilità di un trattamento
in acuto. La risposta al trattamento è stata definita come
la percentuale di pazienti con una riduzione di almeno il 50% rispetto
allo score basale calcolato con Hamilton depression rating scale (HDRS)
o Montgomery–Åsberg depression rating scale (MADRS) o
in base al miglioramento della Clinical global impression (CGI) ad
8 settimane. Nel caso in cui i trial considerati avessero utilizzato
tutte le scale sopra indicate, sono stati considerati i risultati
della HDRS. A fronte di 345 studi potenzialmente
rilevanti, nella metanalisi sono stati inseriti 117 RCT (25.928 pazienti,
64% donne) condotti dal 1991 al 30 novembre 2007, in larga parte (63%)
in Nord America ed Europa. Solo 14 studi (che mettevano a confronto
tutti gli antidepressivi oggetto dell’analisi, ad eccezione
di fluvoxamina e milnacipran) hanno avuto un follow-up >12 settimane.
Lo score medio al basale (al momento
di entrare nello studio) era 23,47 (DS 4,27) per HDRS-17, 25,72 (4,62)
per HDRS-21 e 30,09 (4,64) per MADRS. Escitalopram, mirtazapina, sertralina e venlafaxina sono risultati significativamente più efficaci di duloxetina, fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina e reboxetina (anche se il beneficio era meno evidente per sertralina rispetto ad escitalopram, venlafaxina e mirtazapina quando confrontati con duloxetina e fluvoxamina, con un intervallo OR leggermente >1). Reboxetina è stata significativamente meno efficace degli altri 11 antidepressivi, sulla scorta di 66 confronti. In termini di tollerabilità, duloxetina
e paroxetina sono state meno tollerate rispetto ad escitalopram e
sertralina, fluvoxamina meno tollerata di citalopram, escitalopram
e sertralina, venlafaxina meno tollerata di escitalopram, reboxetina
meno tollerata di diversi antidepressivi (bupropione, citalopram,
escitalopram, fluoxetina e sertralina) mentre escitalopram e sertralina
sono stati meglio tollerati di duloxetina, fluvoxamina, paroxetina
e reboxetina. La probabilità cumulativa di ricadere
tra i 4 trattamenti più efficaci è stata: mirtazapina
(24,4%), escitalopram (23,7%), venlafaxina (22,3%), sertralina (20,3%),
citalopram (3,4%), milnacipran (2,7%), bupropione (2,0%), duloxetina
(0,9%), fluvoxamina (0,7%), paroxetina (0,1%), fluoxetina (0,0%) e
reboxetina (0,0%). La probabilità cumulativa di ricadere tra
i 4 trattamenti più tollerati è stata: escitalopram
(27,6%), sertralina (21,3%), bupropione (19,3%), citalopram (18,7%),
milnacipran (7,1%), mirtazapina (4,4%), fluoxetina (3,4%), venlafaxina
(0,9%), duloxetina (0,7%), fluvoxamina (0,4%), paroxetina (0,2%) e
reboxetina (0,1%).
Non è stata effettuata una formale
analisi di costo-efficacia, ma dato che i brevetti dei nuovi antidepressivi
(fatta eccezione per escitalopram e duloxetina) sono scaduti ed
è dunque disponibile l’equivalente, il loro costo risulta
ridotto.
In merito a quest’ultima possibilità, è vero che sarebbero necessari campioni più ampi, ma aumenterebbe nel contempo l’applicabilità dei risultati al mondo reale. La necessità per i nuovi trattamenti di dimostrare una maggiore efficacia e/o tollerabilità nei confronti delle terapie esistenti, potrebbe servire a scoraggiare lo sviluppo di farmaci me-too, il cui costo elevato non è giustificato dal beneficio offerto. Conflitto di interesse: nessuno riportato Parole chiave: antidepressivi, depressione maggiore, metanalisi. Riferimenti bibliografici
Il disordine di ansia generalizzata (GAD) è il più comune disturbo d’ansia osservato in medicina generale e viene definito come uno stato cronico di inquietudine e ansia difficile da controllare. I sintomi somatici e psichiatrici comprendono tensione muscolare, disturbi del sonno e senso di affaticamento. La prevalenza di GAD è del 7,3% negli anziani residenti in comunità e superiore in medicina generale. Oltre alla scarsa qualità di vita degli anziani con GAD, in questi pazienti è presente un aumento del rischio e della severità di patologie quali le malattie cardiovascolari, l’asma e il cancro. Le opzioni terapeutiche efficaci comprendono
gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI), le
benzodiazepine, il buspirone, la venlafaxina, la duloxetina e la
psicoterapia. Per valutare il profilo dell’escitalopram
in questo contesto, è stato condotto un RCT vs placebo che
ha coinvolto pazienti >60 anni la cui diagnosi principale era
il GAD, secondo i criteri del DSM-IV (Diagnostic and Statistical
Manual of Mental Disorders, Fourth Edition), con sintomi di ansia
clinicamente significativi definiti con uno score >17 in base
alla scala di Hamilton Anxiety Rating. L’outcome principale era la valutazione del grado di miglioramento tramite la scala Clinical Global Impressions-Improvement. Le altre misure di esito erano rappresentate dalla scala di Hamilton Anxiety Rating, dagli effetti avversi valutati dalle risposte dei pazienti ad un quesito non specifico, dalla misurazione della frequenza cardiaca e della pressione e dal peso corporeo. Su 179 soggetti randomizzati al trattamento,
2 hanno ritirato il consenso prima di ricevere il farmaco e sono
stati esclusi da tutte le analisi. Inoltre, 7 hanno interrotto lo
studio dopo aver ricevuto il farmaco in studio ma senza fornire
dati sul follow-up. Rispetto al placebo, è stata
osservata una risposta maggiore nel gruppo trattato con escitalopram
(incidenza media di risposta 69% [95% CI 58-80%] vs 51% [40-62%],
p=0,03). Nell’analisi intention-to-treat (ITT), la risposta
non è stata differente tra i due gruppi (57%; per escitalopram
[46-67%] vs 45% con placebo [35-55%], p=0,11). Tuttavia, in un’analisi
ITT modificata, la risposta era superiore nel gruppo escitalopram
vs placebo (60% [50-71%] vs 45% [36%-56%], p=0,048). La maggior parte dei soggetti ha riportato
almeno 1 effetto avverso durante lo studio. Le reazioni più
spesso associate a escitalopram erano rappresentate dal senso di
affaticamento e dalla sonnolenza. L’unico momento in cui una
percentuale statisticamente superiore rispetto a placebo di pazienti
trattati con escitalopram ha manifestato effetti avversi (p=0,007)
è stata a 6 settimane, cioè subito dopo che il dosaggio
era stato aumentato da 10 a 20 mg/die. Non si è verificato
nessun evento avverso grave o inatteso. Solo 1 paziente che ha ricevuto
escitalopram è stato ricoverato per endocardite batterica,
per cui ha dovuto interrompere lo studio dopo la terza settimana. Questo RCT ha evidenziato esiti migliori
con escitalopram rispetto placebo in termini di risposta cumulativa,
di miglioramento dei sintomi di ansia e nella funzionalità
riportata dai pazienti stessi. Il senso di affaticamento e la sonnolenza
sono stati gli effetti avversi più comuni con l’escitalopram
e sono degni di nota perché non rilevati in altri studi su
giovani adulti affetti da GAD o negli anziani con disordini depressivi.
Questo RCT è uno dei pochi studi
vs placebo sull’impiego di un SSRI negli anziani. Poichè
le variazioni nella farmacocinetica e farmacodinamica legate all’età
possono alterare i rischi e i benefici degli psicofarmaci, i trial
effettuati in giovani sani non possono essere necessariamente estesi
agli anziani. Il campione preso in considerazione in questo RCT
può essere rappresentativo degli anziani tipici con GAD,
in termini di patologie concomitanti e origini dell’arruolamento.
Conflitto di interesse: gli autori hanno dichiarato di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: escitalopram, disordine di ansia generalizzata (GAD), RCT. Riferimento bibliografico
Recentemente, un gruppo di ricerca della clinica Saarbrücken (Germania) ha condotto questa metanalisi con l’obiettivo di valutare gli effetti del trattamento con antidepressivi sui sintomi correlati alla FMS, esaminare le possibili differenze di efficacia terapeutica tra i vari agenti antidepressivi e analizzare l’attendibilità (validità interna) e la rilevanza clinica (validità esterna o generalizzabilità) dei precendi studi controllati e randomizzati sulla terapia antidepressiva nella FMS. Tramite una ricerca sulle banche dati
MEDLINE, PsycINFO, Scopus e Cochrane Library, fino ad agosto 2008,
sono stati inclusi nella metanalisi solo gli studi che presentavano
i seguenti criteri di eleggibilità: uso di criteri validati
per definire la FMS, trial clinici randomizzati il cui gruppo di controllo
era il placebo e studi sulla terapia antidepressiva (antidepressivi
triciclici e tetraciclici [TCA], inibitori selettivi della ricaptazione
della serotonina [SSRI], inibitori della ricaptazione della serotonina
e della noradrenalina [SNRI] o inibitori delle mono ammino-ossidasi
[I-MAO]). Dolore, affaticamento, sonno e depressione,
quali espressioni della fibromialgia, sono stati misurati come outcome
della metanalisi. La qualità della vita rispetto allo stato
di salute é stata valutata come outcome aggiuntivo. Complessivamente, l’uso di antidepressivi in pazienti affetti da FMS ha mostrato una forte riduzione del dolore (SMD -0,43; 95% CI da -0,55 a -0,30), dell’affaticamento (SMD -0,13; da -0.26 a -0.01), della depressione (SMD -0,26; da -0,39 a -0,12), un miglioramento del sonno (SMD -0,32; da -0,46 a -0,18) e dell’HRQOL (SMD -0,31; da -0,42 a -0,20). É stata, quindi, confrontata l’efficacia
terapeutica tra le varie classi di antidepressivi. Infine, tra il gruppo trattato e il placebo,
non sono emerse differenze sulla percentuale di comparsa di eventi
avversi e della sospensione della terapia per queste cause.
I maggiori limiti della metanalisi sono legati principalmente alla mancanza delle caratteristiche demografiche e di comorbidità della popolazione arruolata negli studi selezionati, oltre all’assenza di dati sulle terapie concomitanti.
Conflitto di interesse: gli autori hanno dichiarato di avere ricevuto onorari per comunicazioni orali e consulenze da diverse ditte farmaceutiche. Lo studio é stato sponsorizzato da: German Rheumatology League e German Fibromyalgia Association, German Ministry of Education and Research, German Research Network on Neuropathic Pain e dall’University of Würzburg (Germania). Parole chiave: fibromialgia, antidepressivi, metanalisi. Riferimento bibliografico
Gli attacchi d’asma indotti da
infezioni virali delle alte vie respiratorie sono frequenti nei bambini
di età pre-scolare (età 10 mesi-6 anni). Nel presente studio è stata valutata
l’efficacia di un breve ciclo di terapia con prednisolone per
via orale in bambini che accedevano in ospedale a causa di asma indotto
da infezioni virali. È stata accertata l’avvenuta somministrazione
di almeno una dose di prednisolone orale ed è stata effettuata
una validazione accurata della severità dei sintomi. Sono stati reclutati i bambini che si
sono presentati in 3 ospedali del Regno Unito con un attacco di asma
associato a pregressi sintomi e segni di infezione virale del tratto
respiratorio superiore e che fossero stati indirizzati dal medico
al controllo ospedaliero o condotti al pronto soccorso da un familiare.
Sono stati esclusi i bambini con evidenza clinica di sepsi batterica,
shock, patologie polmonari e cardiache, infezione da varicella attiva
o recente esposizione al virus, immunodeficienza o terapia con immunosoppressori.
L’outcome primario dello studio
era la durata del ricovero ospedaliero, che è stata ulteriormente
suddivisa in due periodi: il tempo compreso tra l’arruolamento
e l’effettiva dimissione ospedaliera ed il periodo intercorrente
tra l’arruolamento ed il momento in cui il paziente poteva essere
considerato “idoneo alla dimissione” (l’effettiva
dimissione poteva infatti avvenire successivamente per fattori non
clinici). Nell’analisi intention-to-treat
sono stati inclusi 687 pazienti dei 700 reclutati inizialmente, di
cui 343 sono stati assegnati alla terapia con prednisolone e 344 a
placebo. Lo studio presenta alcuni limiti che
dovrebbero essere presi in considerazione al fine di interpretarne
correttamente i risultati.
Conflitto di interesse: alcuni autori hanno ricevuto finanziamenti da svariate ditte farmaceutiche per partecipazione a congressi ed attività di ricerca. Parole chiave: prednisolone, asma, RCT pediatrico. Riferimento bibliografico
Alcuni trial clinici randomizzati, controllati verso placebo, hanno valutato l’efficacia delle principali strategie farmacologiche per la prevenzione secondaria di attacchi asmatici ricorrenti indotti da virus. Si è osservato che l’impiego di corticosteroidi orali al momento della comparsa di infezione respiratoria non è risultato più efficace del placebo, suscitando tra l’altro alcune perplessità circa il loro profilo di sicurezza. L’uso preventivo di antagonisti del recettore dei leucotrieni ha ridotto i sintomi ed il numero di accessi al pronto soccorso e la terapia di mantenimento ha diminuito la frequenza delle esacerbazioni; in ogni caso né l’uso preventivo né quello di mantenimento hanno limitato il ricorso alla terapia d’emergenza con corticosteroidi orali nei bambini di età scolare o affetti da asma persistente. Una revisione Cochrane (McKean M, Ducharme F. Cochrane Database Syst Rev 2000; 2: CD001107) ha inoltre esaminato l’efficacia dei corticosteroidi inalatori; la terapia di mantenimento non è risultata superiore al placebo, ma l’impiego preventivo ad alte dosi è apparso promettente, con una riduzione clinicamente importante (dal 20% al 50%) del ricorso alla somministrazione di steroidi sistemici. Il presente studio randomizzato, controllato verso placebo in triplo cieco (familiari, medici ed infermieri, e biostatistici) è stato condotto in 5 istituzioni del Quebec nel periodo novembre 1999–aprile 2005, con l’obiettivo di valutare se la somministrazione di fluticasone propionato per via inalatoria ad alte dosi al momento della comparsa di infezioni del tratto respiratorio superiore potesse ridurre la severità degli attacchi asmatici indotti da virus nei bambini di età pre-scolare. Sono stati inclusi nello studio i bambini
(età 1-6 anni) che presentavano i seguenti requisiti: precedente
comparsa di almeno tre episodi asmatici indotti da infezioni virali
delle alte vie respiratorie; assenza di sintomi intercorrenti; trattamento
d’emergenza con corticosteroidi sistemici nei sei mesi precedenti
(o due nei 12 mesi precedenti). L’ospedalizzazione a causa di
esacerbazione dell’asma non era un prerequisito essenziale per
il reclutamento. In base al protocollo, al primo segno di infezione respiratoria delle alte vie aeree (es. rinorrea, congestione nasale, mal di gola, otalgia), i familiari dovevano effettuare tre somministrazioni di fluticasone propionato 250 µg o placebo due volte al giorno. Se dopo 48 ore persistevano ancora tosse, asma o dispnea, venivano somministrate da due a quattro inalazioni di salbutamolo HFA 100 µg ogni 4 ore. Al perdurare dei sintomi oltre i 10 giorni, veniva effettuata una visita medica. L’unica terapia antiasmatica aggiuntiva era rappresentata da corticosteroidi sistemici di emergenza. L’outcome primario era la frequenza
d’uso di brevi cicli di corticosteroidi per via orale. Gli outcome
secondari relativi all’efficacia del trattamento erano le infezioni
delle vie aeree superiori caratterizzate da tosse, asma o dispnea;
le visite mediche in acuto oppure l’ospedalizzazione a causa
di attacchi asmatici; l’interruzione del farmaco in studio;
la durata e l’intensità dei sintomi; l’impiego
di terapia d’emergenza con beta2-agonisti. I pazienti reclutati nello studio sono stati 129, di cui 62 sono stati randomizzati a fluticasone propionato 750 µg 2 volte/die e 67 a placebo 2 volte/die. Il trattamento è stato somministrato al momento della comparsa di infezioni del tratto respiratorio superiore per un massimo di 10 giorni, nell’arco di 6-12 mesi. La terapia farmacologica è stata interrotta prematuramente in 35 bambini e 9 pazienti sono stati persi al follow-up. Non sono emerse differenze significative tra i due gruppi relativamente alla frequenza globale di interruzione del trattamento (p=0.54). In un periodo mediano di 40 settimane,
l’8% delle infezioni delle alte vie aeree nel gruppo trattato
con fluticasone ha portato alla terapia d’emergenza con corticosteroidi
sistemici rispetto al 18% nel gruppo placebo (OR 0,49; 95% CI 0,30-0,83).
È stata osservata una percentuale significativamente ridotta
di utilizzo complessivo di corticosteroidi sistemici nei pazienti
in terapia con fluticasone rispetto a quelli trattati con placebo
(OR 0,54; 0,32-0,91). I risultati di questo RCT dovrebbero
essere interpretati alla luce dei seguenti limiti. Nonostante i tentativi
di includere esclusivamente bambini affetti da asma di origine virale,
durante il trial il 7% dei pazienti ha sviluppato sintomi sovrapponibili
ad asma atopico o asma persistente.
Conflitto di interesse: gli autori hanno ricevuto un finanziamento dalla GlaxoSmithKline e da altre aziende farmaceutiche. Parole chiave: fluticasone, asma, RCT pediatrico. Riferimento bibliografico L’editoriale di accompagnamento
sottolinea che i risultati dei due RCT modificano radicalmente il
modello di trattamento dell’asma di origine virale nei bambini
di età pre-scolare. L’approccio terapeutico finora adottato,
estrapolato da dati provenienti dagli adulti, si è rilevato
infatti inadeguato. Paradossalmente, la terapia con corticosteroidi
inalatori presenta una maggiore efficacia nei bambini che non hanno
ottenuto benefici da quella orale. Prima di adottare questo approccio
preventivo nella pratica clinica, è però indispensabile
acquisire rigorose informazioni di safety e definire la dose minima
efficace. Riferimento bibliografico
L'obiettivo di questo studio è stato quello di valutare l'effetto dei vari interventi, in base agli accordi gestionali dell’assistenza sanitaria ospedaliera, progettati per stimolare la segnalazione di ADR da parte dei medici. Dal 1998 al 2005 è stato condotto uno studio ecologico (analitico osservazionale basato su dati non aggregati) di serie temporale. I dati selezionati e inseriti nello studio sono stati raccolti dalla banca dati delle segnalazioni spontanee di ADR, PhVP. Le variabili analizzate includevano: il numero di segnalazioni spontanee di ADR, la data di segnalazione, la gravità, la precedente conoscenza dell’ADR, così come il periodo di tempo intercorso dall'autorizzazione all'immissione in commercio del farmaco sospetto. Il metodo del “causality assessment” è stato utilizzato per valutare le segnalazioni individuali delle ADR, mentre la gravità dei casi (gravi e non gravi) è stata classificata, sulla base dei criteri di classificazione europei (Commission Directive 2000/38/EC of 5 June 2000 amending Chapter Va-Pharmacovigilance of Council Directive 75/ 319/EEC on the approximation of provisions laid down by law, regulation or administrative action relating to medicinal products. Official Journal of the European Communities 10.6.2000: L139/28-L139/30). Dal 2003 è stata promossa una
serie di interventi per aumentare il numero di segnalazioni spontanee
di ADR. Sono stati previsti degli incentivi economici, variabili a
seconda degli obiettivi raggiunti, paria a circa il 5-7% dello stipendio
del medico. Tali incentivi sono stati, in media, inferiori all’1%
dello stipendio. È stata analizzata la variazione
del numero di ADR segnalate tra i due periodi: il primo antecedente
all’intervento (dal 1998 al 2002) e il secondo durante l'intervento
(dal 2003 al 2005). L’intervento è stato svolto nel mese
di dicembre del 2002. In aggiunta sono state analizzate le variazioni
del numero di segnalazioni di ADR gravi, inattese e associate ai farmaci
nuovi. Numero di segnalazioni spontanee Gravità Nuovi farmaci sospettati di causare ADR
ADR già note I risultati indicano che vari interventi basati sull’accordo tra medici e direzione ospedaliera migliora la segnalazione spontanea di ADR. Durante l’intervento l'effetto è stato continuo e progressivo, con il conseguente aumento della quantità (il numero totale di segnalazioni di ADR), ma anche della qualità delle segnalazioni (il numero di segnalazioni di ADR gravi, inattese e associate a nuovi farmaci). Lo studio tuttavia presenta dei limiti.
In primo luogo la generalizzazione dei risultati: l'intervento è
stato effettuato in un solo ospedale e con particolari caratteristiche,
pertanto potrebbe non essere efficace in altri ospedali. In secondo
luogo, l’aumento del numero di segnalazioni spontanee non implica
necessariamente un sistema di identificazione del segnale più
efficiente.
Parole chiave: segnalazione spontanea, ADR, farmacovigilanza. Riferimento bibliografico
I diuretici dell’ansa aumentano l’escrezione del calcio e, in alcuni studi, l’ipercalciuria è stata associata a ridotta densità minerale ossea (DMO), un fattore di rischio di fratture. Questi farmaci, inoltre, potrebbero causare ipotensione ortostatica associata, in alcuni studi, a cadute. Ciò nonostante, i dati relativi all’associazione tra l’uso dei diuretici dell’ansa e la DMO, le cadute e le fratture sono conflittuali. Il presente studio prospettico ha esaminato
l’associazione tra l’uso dei diuretici d’ansa e
i cambiamenti del DMO (follow-up medio 3 anni), le cadute (follow-up
medio 7,7 anni) e le fratture (follow-up medio 7,7 anni) in pazienti
(età 50-79 anni) arruolate tra il 29 ottobre 1993 e il 31 dicembre
1998 nel Women’s Health Initiative (WHI). La DMO è stata valutata in un
sottogruppo costituito da 300 utilizzatrici e 9.124 non-utilizzatrici.
3.820 pazienti avevano un insufficienza cardiaca congestizia, di queste
842 erano utilizzatrici e 2.978 non-utilizzatrici. L’uso dei
farmaci è stato accertato al momento dell’arruolamento
e alla visita al terzo anno. Sono stati registrati i dati relativi
alla durata dei trattamenti, ma non quelli relativi alle dosi. L’assunzione
di calcio, di vitamina D e di alcool è stata misurata con un
semiquantitative food frequency questionnaire. L’assunzione
di vitamina D è stata determinata sommando la quantità
di vitamina D assunta dagli integratori e dalla dieta; l’assunzione
di calcio è stata determinata considerando l’assunzione
dello ione dai medicinali, dagli integratori e dalla dieta. Informazioni
quali l’età, l’etnia, il fumo, la storia familiare
di fratture al bacino, la prevalenza di fratture prima e dopo i 55
anni, l’età alla menopausa, lo stato di salute, la storia
d’insufficienza cardiaca congestizia e quella di malattia coronarica,
sono state raccolte attraverso la compilazione di questionari. La
presenza di condizioni croniche, comprese il diabete mellito trattato,
lo stroke, il cancro, le malattie cardiovascolari, l’artrite,
l’ipertensione, 2 o più cadute, l’enfisema e le
fratture del bacino dopo i 55 anni sono state stabilite al momento
dell’arruolamenti nel WHI e descritte da un punteggio (numero
di condizioni croniche 0-4). Il dispendio energetico per le attività
fisiche ricreative è stato utilizzato per determinare il livello
di attività fisica. Il Rand 36-Item Short Form Health Survey
è stato utilizzato per valutare la funzione fisica, un punteggio
più alto indicava una migliore funzione fisica. Al momento
dell’arruolamento sono state misurate statura e peso per il
calcolo del BMI. Nello studio le fratture totali sono state definite come tutte le fratture eccetto quelle delle coste, dello sterno, del cranio o della faccia, delle dita della mano, del piede e delle vertebre cervicali. Tutte le partecipanti sono state considerate con una storia di cadute se avevano avuto =2 cadute nell’anno precedente l’arruolamento. Utilizzando un modello di analisi aggiustato
per età, etnia e BMI, è stata rilevata un’associazione
significativa tra l’uso dei diuretici dell’ansa e le fratture
totali (HR, 1,31; CI 95% 1,20-1,42), quelle al bacino (HR, 1,75; CI
95%, 1,34-2,28), quelle vertebrali (HR, 1,68; CI 95% 1,35-2,10), altre
fratture (HR, 1,27; CI 95%, 1,15-1,41) e =2 cadute (HR, 1,37; CI 95%,
1,30-1,45). Nelle donne che avevano usato diuretici
per >3 anni è stato osservato un modesto aumento del rischio
per le fratture totali (HR, 1,16; CI 95%, 1,03-1,31) e altre fratture
(1,16; 1,01-1,33). I cambiamenti della DMO sono stati valutati
in un sottogruppo di 300 utilizzatrici di diuretici e 9124 non-utlizzatrici.
Utilizzando un modello aggiustato in toto, non è stata determinata
nessuna differenza statisticamente significativa tra le utilizzatrici
e le non-utilizzatrici nei valori di DMO al momento dell’arruolamento,
a 3 anni e nel cambiamenti dei valori di DMO tra le due visite.
Lo studio presenta diversi limiti: 1) lo stato di salute delle pazienti è stato valutato solo al momento dell’arruolamento; 2) bassi livelli di 25-idrossivitamina D potrebbero essere associati ai valori della DMO, alle cadute e alle fratture; i dati non sono stati però aggiustati per questa variabile; 3) non sono state considerati dati relativi alle dosi dei farmaci diuretici utilizzati; 4) non è stato possibile determinare se c’è stato un rischio residuo sui cambiamenti della salute ossea dopo la sospensione dei diuretici, dato che non erano disponibili le date di sospensione del trattamento; 5) i dati sulla storia di cadute possono essere stati non accurati poiché riportati dalle pazienti; 6) ci sono stati pochi casi di fratture al bacino e vertebrali nelle pazienti con insufficienza cardiaca congestizia; 7) l’assunzione di calcio è stata 1083 mg/die nella popolazione di utilizzatori di diuretici (1139 mg/die in quelli con insufficienza cardiaca congestizia), ne consegue che questi dati non possono essere applicati alle popolazioni con assunzione inferiore di calcio; 8) questo studio non è applicabile ai diuretici di tipo tiazidico che sono stati associati ad aumento della DMO e ad un più basso rischio di fratture del bacino e dell’avambraccio. Parole chiave: diuretici dell’ansa; fratture; studio prospettico. Riferimento bibliografico
L’aspirina e altri antinfiammatori non steroidei (FANS) come l’ibuprofene, sono usati frequentemente nel trattamento di disturbi molto comuni quali dolori muscolari, infiammazioni, mal di testa. Alcuni dati hanno messo in luce una riduzione del rischio di patologie cardiovascolari e di cancro al colon (Dubè C et al. Ann Intern Med 2007; 146: 365-75) pertanto, recentemente l’uso di questi farmaci come agenti chemoprotettivi è aumentato. Esiste la speranza che questi farmaci possano prevenire anche altri tipi di tumori, tra cui il cancro al seno. Nonostante le forti evidenze di un’associazione inversa tra l’assunzione di aspirina e di altri FANS e il rischio di cancro al seno, finora i dati epidemiologici hanno prodotto risultati contrastanti. L’uso di aspirina è stato inversamente associato con il rischio di cancro al seno in 6 studi prospettici, mentre nessuna associazione è stata osservata in altri 6 studi. Analogamente, sono state osservate associazioni inverse, positive e nulle con FANS e FANS non salicilati. La maggior parte degli studi prospettici ha incluso esclusivamente o prevalentemente donne in postmenopausa. Poiché non esistono studi che mettano in relazione l’uso di questi farmaci con il rischio di cancro al seno in donne in premenopausa, l’obiettivo di questa analisi, condotta all’interno dello studio di coorte prospettico Nurses’ Health Study II, è stato valutare l’associazione tra l’uso di aspirina, FANS non salicilati, paracetamolo e rischio di cancro al seno in queste donne. Lo studio Nurses’ Health Study
II, della durata di 14 anni (1989-2003), ha coinvolto 112.292 donne
di età compresa tra i 25 e i 42 anni, che all’inizio
non presentavano diagnosi di cancro (ad eccezione del tumore cutaneo
non melanoma) e al basale non si trovavano già in post menopausa
e che avevano compilato un questionario che riportava informazioni
relative allo stile di vita, inclusi i fattori di rischio per il cancro
al seno e alla diagnosi di nuove patologie. Durante i 14 anni di follow-up, tra le
donne in premenopausa, sono stati documentati 1345 casi di cancro
invasivo al seno. Nelle utilizzatrici attuali, il paracetamolo
non era associato al rischio di cancro al seno (RR 0.99; 95% CI, 0.84-1.16)
e neanche la durata d’uso (p=0.91) e la frequenza (p=0.60) risultavano
associate ad un incremento del rischio. Uno dei principali punti di forza di
questo studio è stato quello di focalizzarsi sulle donne in
premenopausa. I dati sono stati raccolti prospetticamente, le informazioni
riguardanti esposizione e covariate sono state aggiornate ogni 2 anni
per tutto il corso del follow-up.
Un commento allo studio ha messo in evidenza che alcuni aspetti del disegno dello studio stesso possono aver contribuito ai risultati negativi: 1) il rischio relativo di cancro invasivo al seno in premenopausa è inferiore rispetto alla postmenopausa; 2) una percentuale significativa di casi di cancro al seno nelle donne in premenopausa presenta i recettori per l’estrogeno, questo tipo di tumore non può essere prevenuto agendo su prostaglandine e aromatasi; 3) la carcinogenesi è un processo che può durare decadi e per intervenire in questo processo potrebbe essere richiesto un uso cronico di agenti che riducono il rischio di cancro. Inoltre, gli autori dello studio hanno
definito “uso regolare” di aspirina e altri FANS due o
più assunzioni a settimana; tale definizione è accettabile
per l’aspirina a causa del suo legame irreversibile con la COX
mentre non lo è per gli altri FANS, i quali, a causa della
reversibilità del legame, della loro farmacocinetica e dell’efficacia
relativa, sulla base di questa frequenza d’uso esercitano un’azione
saltuaria sulla COX e sull’aromatasi. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: FANS, premenopausa, cancro al seno. Riferimenti bibliografici
La prevalenza a livello mondiale della demenza è stimata attorno a 25 milioni di persone circa, nella maggior parte dei casi affette dalla Malattia di Alzheimer. Questa patologia devastante implica un progressivo declino delle funzioni cognitive associato a sintomi neuropsichiatrici, frequentemente trattata con farmaci antipsicotici. I risultati di 24 trial indicano un significativo, seppur modesto, miglioramento dei comportamenti aggressivi nei gruppi trattati con antipsicotici (sia tipici che atipici) per 6-12 settimane, rispetto al placebo e le evidenze più rilevanti sono per il risperidone. I risultati degli studi della durata
>=6 mesi suggeriscono solo modesti o nulli benefici per terapie
più prolungate. inoltre, esistono chiare evidenze di un aumento
significativo degli effetti avversi, come parkinsonismo, sedazione,
edema, infezioni polmonari, declino cognitivo accelerato ed eventi
cardiovascolari (odds ratio 2.5-3.0) in pazienti affetti da malattia
di Alzheimer trattati con antipsicotici. Una recente metanalisi di
trial controllati versus placebo della durata di 6-12 settimane ha
suggerito un aumento significativo del rischio di mortalità
(1.5-1.7 volte) (Schneider LS et al. JAMA 2005; 294: 1934–43). Alla luce delle nuove evidenze provenienti
da metanalisi che hanno rilevato un aumento della mortalità,
in questo studio randomizzato e in doppio cieco, è stata confrontata
la mortalità di pazienti con Alzheimer in terapia con antipsicotici
per >1 anno rispetto a placebo e sono stati raccolti dati ulteriori
sulla mortalità a lungo termine per un follow-up di 54 mesi. I criteri di inclusione erano i seguenti:
residenza in una casa di cura o casa di riposo; soddisfazione dei
criteri NINCDS/ADRDA (National Institute of Neurological and Communicative
Disorders and Stroke/Alzheimer’s Disease and Related Disorders
Association); un punteggio al “minimental state examination”
(MMSE) = 6 punti o >30 punti alla “severe impairment battery”
(SIB); l’assunzione di almeno 10 mg di clorpromazina o un dosaggio
equivalente di un altro antipsicotico o 0,5 mg/die di risperidone.
L’outcome primario era la mortalità
a 12 mesi. Sono poi stati effettuati follow-up supplementari per almeno
2 anni dall’arruolamento iniziale (24-54 mesi) per determinare
l’effetto sulla mortalità a lungo termine. Sono state
condotte valutazioni per mezzo del telefono per stabilire se ogni
partecipante era ancora in vita 24 mesi dopo l’arruolamento
dell’ultimo partecipante (intervallo di follow-up 24-54 mesi).
Le analisi principali sono state effettuate
su tutti i soggetti che avevano ricevuto almeno una dose di trattamento
(popolazione mITT, modified intention-to-treat), in linea con il disegno
dello studio principale (Ballard C et al. PLoS Med 2008; 5: e76);
inoltre sono state realizzate ulteriori analisi su tutti i soggetti
randomizzati (popolazione ITT), cioè sia i pazienti che non
hanno mai iniziato il trattamento sia quelli che avevano ricevuto
almeno una dose ma non quelli che hanno interrotto la terapia prima
di 12 mesi. A 12 mesi, il confronto tra i pazienti
che hanno proseguito il trattamento con antipsicotici o con placebo
ha evidenziato una sopravvivenza totale dell’89,7% (95% CI 71,3-96,5%)
versus il 97,1% (80,9-99 6%), rispettivamente; per la popolazione
mITT le percentuali erano 70,3% (57,5–79,9%) versus 76,6% (64,2-85,2%)
mentre per quella ITT i corrispondenti tassi erano 74,7% (63,9-82
7%) versus 79,3% (68,8-86 6%). La differenza in termini di mortalità
è risultata più evidente dopo il primo anno. Le differenze
in termini di sopravvivenza erano simili per l'analisi sulla popolazione
mITT, ITT o per i pazienti che hanno continuato il trattamento assegnato
per i primi 12 mesi dello studio (o fino al decesso, nel caso in cui
si fosse verificato precedentemente).
I tassi di sopravvivenza erano simili nelle ulteriori analisi sui pazienti che hanno continuato il trattamento per almeno 12 mesi. Questi risultati suggeriscono un aumento del rischio di mortalità che persiste nel lungo termine correlato all’uso di antipsicotici nella malattia di Alzheimer. Le ragioni per le quali le differenze più evidenti sulla mortalità si riscontravano dopo la fase dei 12 mesi di randomizzazione non sono chiare, anche se il rischio totale durante i primi 12 mesi era simile a quello riportato negli studi precedenti e ai dati estrapolati da una precedente metanalisi di trial di 12 settimane. Inoltre, le analisi sui pazienti che hanno continuato il loro trattamento per un periodo di almeno 12 mesi o fino alla morte, hanno mostrato una netta separazione delle curve di sopravvivenza tra 6 e 12 mesi di follow-up. Una possibile spiegazione può essere che la maggior parte dei partecipanti con demenza grave ha di base un rischio di mortalità più elevato indipendentemente dal trattamento assunto o che lo stretto monitoraggio nel corso dello studio sia stato in grado di attenuare gli effetti di importanti esiti avversi. Gli autori concludono che questi dati vanno interpretati con molta cautela, anche in considerazione del fatto che i pazienti analizzati all’ultimo step, cioè quelli che avevano mostrato le differenze maggiori in termini di sopravvivenza, erano in numero esiguo. Inoltre, prima della randomizzazione la maggior parte dei pazienti era in terapia con risperidone e aloperidolo e per questo motivo i risultati non possono essere generalizzati per tutta la classe degli antipsicotici. Conflitto di interesse: il primo autore ha ricevuto onorari e finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: antipsicotici, malattia di Alzheimer, RCT. Riferimento bibliografico |
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Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Febbraio 2009 |