
Newsletter numero 31 del 01-03-2009
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Sommario o Aumento della mortalità e della morbidità cardiovascolare associate all’impiego di FANS nell’insufficienza cardiaca cronica o Terapia continuata con statine e mortalità da tutte le cause o Cancro al seno dopo utilizzo di estroprogestinici in donne in menopausa o Uso di multivitaminici e rischio di cancro e di patologie cardiovascolari nelle coorti dello studio WHI (Women's Health Initiative) o Effetto e costo-efficacia del trattamento step-up versus step-down con antiacidi, antagonisti del recettore H2 ed inibitori di pompa protonica in pazienti con dispepsia di nuova insorgenza: i risultati dello studio DIAMOND (Dutch study on Initial Management Of Newly diagnosed Dyspepsia) o Incidenza di suicidio in pazienti in trattamento con montelukast o Chemioterapia, bevacizumab e cetuximab nel carcinoma colorettale metastatico: lo studio CAIRO (CApecitabine, IRinotecan, Oxaliplatin)-2 - Dispositivi medici in evidenza - o Citotossicità in vitro di un nuovo innesto iniettabile e biodegradabile sostitutivo dell’osso alveolare o Confronto tra stent medicati con sirolimus vs paclitaxel in pazienti con diabete mellito: lo studio randomizzato di confronto angiografico DiabeDES (Diabetes and Drug-Eluting Stent) o Conflitto di interesse nello sviluppo di nuovi dispositivi medici interventivi o Valutazione di
biocompatibilità e citotossicità mediante
colture di cheratinociti e fibroblasti
La sicurezza degli antidepressivi
inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI),
in termini di rischio di suicidio, rimane a tutt’oggi una
questione aperta. La metanalisi della Food and Drug Administration
(FDA) pubblicata nel 2006, sui dati di 372 RCT sugli antidepressivi
versus placebo condotti su un totale di circa 100.000 pazienti,
ha dimostrato che l’incidenza di comportamenti correlati al
suicidio era fortemente associata all’età. Rispetto
a placebo, è stato osservato un aumento del rischio per i
pazienti di età =25 anni e una riduzione in soggetti =65
anni; il rischio era neutro per la fascia di età compresa
tra i 25 e i 64 anni. Nel maggio 2007, questi risultati hanno indotto
la FDA ad implementare il black-box warning presente sui foglietti
illustrativi di tutti gli antidepressivi, relativo all’aumento
del rischio di suicidio fra i 18 e i 24 anni di età. Tuttavia,
un aspetto controverso dell’analisi della FDA consisteva nel
fatto che gli studi esaminati non erano stati disegnati principalmente
per misurare i comportamenti suicidari (end point composito che
include ideazione suicidaria, atti preparatori, tentativi di suicidio
e decessi per suicidio).
Questa revisione sistematica si colloca in quest’ambito
ed aveva l’obiettivo di quantificare il rischio di suicidio
portato a termine o tentato in soggetti depressi, di diverse età
e in trattamento con SSRI. I risultati hanno evidenziato che, tra gli adolescenti,
l’esposizione agli SSRI ha aumentato in maniera statisticamente
significativa il rischio di suicidio compiuto o tentato (OR 1.92,
95% CI 1.51-2.44). Fra gli studi considerati, 2 hanno
analizzato il ruolo dei singoli SSRI rispetto al rischio di suicidio
portato a termine o tentato. Per gli adulti, nessuno specifico principio
attivo è stato associato significativamente all’evento
mentre per gli adolescenti, l’esposizione alla paroxetina
(OR 1.77, 1.05-2.99) e alla venlafaxina (OR 2.43, 1.47-4.02) è
stata correlata in maniera statisticamente significativa all’aumento
del rischio.
Questa differenza fra le due metanalisi è stata sottolineata dall’editoriale di accompagnamento allo studio, evidenziando la necessità di tenere in considerazione i possibili limiti degli studi osservazionali e la necessità di trial randomizzati sull’impiego degli SSRI negli adolescenti con diagnosi di depressione maggiore. Viene quindi raccomandato un attento monitoraggio dei bambini e degli adolescenti depressi in terapia con SSRI, in particolare con paroxetina e venlafaxina, in base al dimostrato aumento del rischio di suicidio, rassicurando però i medici sulla sicurezza di questa classe di antidepressivi nelle altre fasce di età considerate. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: SSRI, rischio di suicidio, revisione sistematica di studi osservazionali. Riferimenti bibliografici:
Alla luce dell’ampio utilizzo di questa classe di farmaci, alcuni dei quali disponibili anche in formulazioni da banco, in Danimarca è stato condotto uno studio osservazionale su una coorte di 107.092 pazienti sopravvissuti ad una prima ospedalizzazione per IC, con l’obiettivo di valutare la mortalità e il rischio di ospedalizzazione da FANS. I partecipanti allo studio sono stati
individuati dal registro “Danish National Patient Registry”,
che include i dati relativi a tutte le ospedalizzazioni avvenute in
Danimarca a partire dal 1978. Sono stati reclutati pazienti di età
=30 anni sopravvissuti alla prima ospedalizzazione per IC nel periodo
compreso tra il 1 gennaio 1995 ed il 31 dicembre 2004. La banca dati
dei ricoveri ospedalieri è stata accoppiata al registro nazionale
di prescrizione, dove sono stati recuperati i dati di utilizzo dei
FANS per ciascun soggetto. Un totale di 36.354 pazienti (33,9%) ha ricevuto almeno 1 prescrizione di un FANS non selettivo o di un COXIB dopo la dimissione ospedaliera; la durata mediana del trattamento con i singoli antinfiammatori variava tra 42 e 97 giorni. Durante lo studio, un totale di 60.974
pazienti (56,9%) è deceduto. È stato osservato un aumento
della mortalità con la maggior parte degli antinfiammatori,
con un rischio più elevato per rofecoxib, celecoxib e diclofenac.
Il valore di Hazard Ratio (HR) relativo alla mortalità è
risultato pari a 1,70 (95% CI 1,58-1,82) per il rofecoxib, 1,75 (1,63-1,88)
per il celecoxib, 1,31 (1,25-1,37) per l’ibuprofene, 2,08 (1,95-2,21)
per il diclofenac, 1,22 (1,07-1,39) per il naprossene e 1,28 (1,21-1,35)
per gli altri FANS. Il principale limite dello studio
consiste nel suo disegno di tipo osservazionale. La ricerca dei casi
di insufficienza cardiaca, attraverso la diagnosi alla dimissione
ospedaliera, è stata ricavata dal registro nazionale danese
ed, in accordo con altri studi, la metodica ha mostrato un’alta
specificità a fronte di una bassa sensibilità. Le diagnosi
codificate alla dimissione permettono, infatti, di individuare correttamente
i pazienti affetti da insufficienza cardiaca, ma non consentono di
valutare né l’incidenza né la prevalenza della
patologia nella popolazione.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: antinfiammatori, rischio cardiovascolare, studio osservazionale. Riferimento bibliografico
Questo studio retrospettivo di coorte si basa sui dati provenienti dal Maccabi Healthcare Services (MHS), un’organizzazione per il controllo della salute israeliana cui appartiene un database, già utilizzato in altri studi (Heymann AD et al. Diabetes Care 2004;27: 2581-84; Shalev V et al. J Clin Epidemiol 2007; 60: 86-93.), che contiene dati di prescrizione, dimissioni ospedaliere e dati di laboratorio di circa 1.700.000 pazienti. Per questo studio sono stati selezionati, nel periodo compreso tra l’1 gennaio 1998 e il 31 dicembre 2006, i nuovi utilizzatori di statine >18 anni che avessero ricevuto almeno 1 prescrizione di statine. Con tali criteri, gli autori sono stati in grado di formare una coorte di 229.918 pazienti, poi suddivisa in due coorti separate: una in prevenzione primaria e l’altra in prevenzione secondaria. In quest’ultima sono stati inseriti tutti i pazienti con una diagnosi precedente di ischemia cardiaca, scompenso cardiaco congestizio, malattie vascolari periferiche, malattie cerebrovascolari, fibrillazione atriale o i pazienti che erano già stati sottoposti ad un intervento di bypass coronarico o cui era stato applicato uno stent coronarico. La prima prescrizione di statine è stata utilizzata come index date. La persistenza alla terapia è stata calcolata in PDC (proportion of days covered) che è un valore ricavato dal rapporto tra la quantità di statine dispensate e l’intervallo di tempo tra l’index date e la morte del paziente o fino al 31 Dicembre 2006. I dati di mortalità sono stati
ricavati dall’Israel Population Registry e lo stato socio-economico
dal censimento nazionale del 1995. L’analisi sulle variabili
demografiche è stata effettuata utilizzando età, sesso,
stato civile, luogo di residenza e nazionalità registrate all’index
date. Il dato è stato inoltre aggiustato anche per lo status
di cittadino israeliano od immigrato: un paziente è stato definito
israeliano se aveva vissuto stabilmente in Israele per venti anni
prima dell’index date. Le statine, sono state classificate in base ai dati di efficacia provenienti da trial clinici già pubblicati (Valuck R et al. Clin The. 2003; 25: 2936-57; Meyer JW et al. Value Health 2005;8: 601-12; Jones P et al. Am J Cardio 1998; 81: 582-7; Dujovne CA et al. Mayo Clin Proc 2000;75:1124-32) in: • bassa efficacia (riduzione
<=30% dei livelli basali di colesterolo LDL): fluvastatina fino
a 40 mg/die; pravastatina fino a 40 mg/die; cerivastatina 0,2 mg/die;
simvastatina fino a 10 mg/die; lovastatina fino a 40 mg/die o 20 mg/2
volte/die; A seguito dell’applicazione dei criteri di inclusione ed esclusione, sono state selezionate le due coorti di pazienti: 93.866 pazienti in prevenzione secondaria e 136.052 in prevenzione primaria, che costituivano insieme il 21.6% dell’intera popolazione dell’MHS. Durante il periodo dello studio 13.165 persone sono decedute e 3745 hanno lasciato l’MHS. I pazienti in prevenzione secondaria erano più anziani (61,5 vs 54,8 anni), più frequentemente maschi (55,7% vs 44.3%), israeliani da più tempo ed appartenenti al quintile più alto nella stratificazione dello stato sociale (22,7% vs 13.1%). Inoltre, erano più frequentemente trattati con statine ad elevata efficacia, più ospedalizzati, più visitati nel territorio ed avevano in media un livello più basso di colesterolo rispetto ai pazienti in prevenzione primaria (154.8 vs 162.5). Ipertensione, diabete ed obesità patologica sono state riscontrate frequentemente. Inoltre, in entrambe le coorti la simvastatina era il farmaco più utilizzato. Durante il periodo medio di 4.0 e 5.0 anni di follow-up, ci sono stati 4259 decessi (7.8 per 1000 anni-persona) nella coorte di pazienti in prevenzione primaria e 8906 (19,0 per 1000 anni-persona) tra quelli in prevenzione secondaria. Le caratteristiche basali dei pazienti associate con un aumentato rischio di mortalità erano diabete mellito, neoplasie e >=1 comorbidità cronica (prevenzione primaria), uso di antipertensivi o diuretici, ricoveri ospedalieri nell’anno precedente all’index date e livelli di colesterolo >=190 mg/dl (prevenzione primaria). Di contro, una maggiore frequenza di visite nel territorio nell’anno precedente all’index date così come l’uso di statine altamente efficaci erano associate ad una riduzione significativa del rischio di mortalità. Nell’analisi stratificata per PDC (10% per gruppo), la maggiore riduzione del rischio è risultata tra i pazienti di età compresa tra i 55 ed i 64 anni (HR 0.91; 95% CI 0.89-0.93) in prevenzione primaria, mentre tra i pazienti in prevenzione secondaria, si è rivelato un trend significativo (p<0.01) di riduzione di mortalità nei pazienti più giovani all’index date, raggiungendo un HR di 0.86 (0.80-0.93) per 10% PDC in pazienti <45 anni. In entrambe le coorti, è stata
riscontrata una forte riduzione del rischio in pazienti con un livello
basale <=190 mg/dl di colesterolo LDL e nei trattati con statine
altamente efficaci. Dopo aver aggiustato i dati per sesso ed età,
una PDC compresa tra 10% e 20% è stata associata ad un aumento
della mortalità, rispetto ad una PDC <10%, sia in prevenzione
primaria che secondaria. Di contro, valori maggiori di PDC hanno esitato
in un’associazione significativamente negativa con il rischio
di mortalità.
I dati di questo studio, così
come quelli provenienti da altri studi osservazionali, rilevano
differenze considerevoli rispetto agli esiti provenienti dai trial
clinici. Infatti, nei primi la riduzione di mortalità si
attesta attorno al 40-50% (Hippisley-Cox J et al. Hearth 2006; 92:
752-8; Anker SD et al. Int J Cardiol 2006;112: 234-42), nei secondi
intorno al 12% (Abramson J et al. Lancet 2007; 369: 168-9). Il limite maggiore dello studio, come per tutti gli studi osservazionali, è la mancanza di randomizzazione. Inoltre la PDC non è una misura diretta di persistenza al trattamento e potrebbe essere inficiata da variabili difficilmente misurabili quali una migliore qualità di assistenza, ed una strategia terapeutica più aggressiva. Inoltre, è ben noto che l’aderenza alla terapia, sia al farmaco che al placebo, causa di per sé una forte riduzione del rischio di mortalità indicando che il “comportamento virtuoso” dei pazienti complianti è per se stesso associato all’outcome in studio (Granger BB et al. Lancet 2005; 366: 2005-11). Inoltre, lo studio è stato effettuato partendo da dati di dispensazione dei farmaci, il che non assicura che il paziente abbia effettivamente assunto il farmaco. Uno studio precedente ha comunque indicato una leggera differenza, peraltro non significativa, tra il numero medio di pillole dispensate (82.3) ed assunte (78.7) in 12 mesi (Lee JK et al. Ther Clin Risk Manag 2007;3:685-90). Parole chiave: statine, prevenzione primaria/secondaria, studio di coorte. Riferimento bibliografico
I criteri originari di eleggibilità
dello studio WHI comprendevano donne di 50-79 anni di età,
con una sopravvivenza prevista di almeno 3 anni, senza storia di
cancro al seno invasivo o di isterctomia, con mammografia di base
ed esame obiettivo non indicativi di reperti patologici. Nel trial clinico sono state effettuate
mammografie ed esame obiettivo con cadenza annuale mentre nello
studio osservazionale questa procedura diagnostica non faceva parte
del protocollo. Trial clinico Studio osservazionale
Parole chiave: terapia ormonale sostitutiva, cancro al seno, studio WHI. Riferimento bibliografico
Lo studio WHI, il cui obiettivo era
valutare stato di salute, fattori di rischio per cancro, patologie
cardiache e problemi ossei in donne in post menopausa, era costituito
da un trial clinico controllato e randomizzato e da uno studio osservazionale.
Il periodo di arruolamento delle pazienti ha avuto la durata di 5
anni (1993-1998), la raccolta dei dati relativi alle patologie e agli
end point è stata effettuata fino al 2005. Gli outcome clinici valutati erano:
patologie cardiovascolari (malattia coronarica, stroke, insufficienza
cardiaca congestizia, angina, malattia vascolare periferica, malattia
arteriosa carotidea e rivascolarizzazione coronarica); cancro (seno,
colon-retto, endometrio, ovaie e altri tipi di cancro), fratture causate
da osteoporosi (anca e altre sedi) e altre condizioni (diabete, trombosi
venosa profonda, embolia polmonare e mortalità totale). Delle 161.806 donne dello studio WHI
che avevano completato il modulo di raccolta dati relativo ai supplementi
dietetici, il 41.5% aveva segnalato l’uso di multivitaminici.
La categoria più comune era quella dei multivitaminici con
minerali (35%), seguita dai multivitaminici da soli (3.5%) e dai multivitaminici
antistress (2.3%). Questo studio presenta alcuni punti
di forza: si tratta di uno degli studi più ampi condotti sulle
donne in post-menopausa; sono stati raccolti dati dettagliati relativi
all’esposizione ai multivitaminici utilizzando protocolli standardizzati;
è stata valutata l’attendibilità di queste misure;
sono stati raccolti tutti i dati dettagliati relativi a dose, frequenza
e durata del trattamento; gli esiti sono stati valutati dai medici
minimizzando errori di classificazione che si sarebbero potuti originare
dalla sola auto-segnalazione.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: supplementi multivitaminici, cancro/patologie cardiovascolari, studio WHI. Riferimento bibliografico
Nel tentativo di ampliare le conoscenze
su quale possa essere il miglior trattamento iniziale nella gestione
della dispepsia in medicina generale, in Olanda è stato condotto
uno studio randomizzato in doppio cieco per mettere a confronto le
strategie di trattamento step-up e step-down. Sono stati considerati eleggibili i pazienti (=18 anni) che si sono rivolti al proprio medico per una dispepsia di nuova insorgenza. La dispepsia è sta definita come dolore o discomfort localizzato all’addome superiore (epigastralgia), che il medico abbia ritenuto originato dal tratto gastroenterico superiore, eventualmente accompagnato da sintomi come rigurgito, pirosi, nausea ed eruttazione. Per essere sicuri che si trattasse di sintomi di nuova insorgenza, sono stati esclusi i pazienti sottoposti a gastroscopia nell’ultimo anno o cui erano stati prescritti farmaci acido-soppressori nei precedenti 3 mesi. Altri criteri di esclusione erano sintomi di allarme (disfagia, calo ponderale non intenzionale, anemia, ematemesi), gravidanza o scarsa conoscenza della lingua olandese. I pazienti erano stati addestrati a compilare un apposito questionario. Il trattamento era suddiviso in 3
step: si poteva passare allo step successivo solo se i sintomi non
si erano risolti o erano ricomparsi nelle 4 settimane successive,
in base sia al parere del paziente che del medico. I pazienti potevano
passare prima allo step successivo in caso di peggioramento della
sintomatologia o insorgenza di effetti avversi. Prima di iniziare il trattamento,
sono stati stabiliti tipo e gravità dei sintomi gastrointestinali
(es. rigurgito, pirosi, dolore epigastrico, nausea ed eruttazione)
secondo un’apposita scala di validazione, mentre la qualità
di vita è stata valutata con la EuroQol-5D. È stata
anche valutata, mediante test sierologico, la presenza di H pylori. Sono stati reclutati 664 pazienti
da parte di 150 medici di medicina generale (48% dei partecipanti).
Durante il periodo di studio, 139 (41%), 84 (25%) e 118 (35%) dei
341 pazienti del gruppo step-up e 153 (47%), 57 (18%) e 113 (35%)
dei 323 del gruppo step-down hanno ricevuto, rispettivamente, uno,
due o tre step di trattamento, mentre 7 pazienti del gruppo step-up
e 4 del gruppo step-down non hanno assunto alcun farmaco. Nella fase iniziale dello studio,
gli effetti del trattamento sono stati riportati più dai pazienti
del gruppo step-down che da quello step-up a 2 settimane (step-up
42%, 95%CI 36-47%; step-down 55%, 50-61%) ed un mese (step-up 55%,
50-61%; step-down 66%, 61-71%). Il costo medio complessivo era più
basso nei pazienti del gruppo step-up rispetto al gruppo step-down
(€ 426 vs € 460; p=0,02). Il costo più alto e la
non significativamente più bassa percentuale di successo nella
strategia step-down, hanno determinato un più alto profilo
costo/efficacia della strategia step-up.
Finanziamento: lo studio è stato finanziato dal Netherlands Organisation for Health Research and Development. Parole chiave: dispepsia, antiacidi/antagonisti anti-H2/inibitori di pompa protonica, RCT. Riferimenti bibliografici
Nel Marzo 2008, la Food and Drug Administration (FDA) ha comunicato di aver dato avvio ad una revisione dei dati di sicurezza disponibili sulla possibile associazione tra l’uso di montelukast e lo sviluppo di disturbi comportamentali e dell’umore, pensieri e comportamenti suicidi e suicidio. Infatti, in seguito ad osservazioni raccolte nel periodo post-marketing, la ditta produttrice aveva aggiornato la scheda tecnica di montelukast con l’inserimento, tra gli eventi avversi, di tremore (marzo 2007), depressione (aprile 2007), pensieri e comportamenti suicidi (ottobre 2007) ed ansia (febbraio 2008). La FDA aveva quindi richiesto la trasmissione dei dati di sicurezza sui disturbi psichiatrici, con particolare enfasi per quelli relativi al suicidio, ottenuti da tutti gli studi clinici su montelukast confrontato con placebo. La richiesta era stata estesa anche alle aziende produttrici di altri farmaci antiasmatici che agiscono attraverso la via dei leucotrieni, zafirlukast e zileuton*. Il 13 gennaio 2009 la FDA ha pubblicato un aggiornamento dei dati ricevuti: Montelukast: in 41 studi clinici controllati con placebo, 9929 pazienti di età =6 anni sono stati trattati con montelukast e 7780 con placebo. Un paziente adulto (0.01%) ha manifestato ideazione suicida mentre non sono stati osservati casi di suicidio. Nessun paziente nel gruppo placebo ha sviluppato ideazione suicida o suicidio. Zafirlukast: in 45 studi clinici controllati con placebo, 7540 pazienti di età =5 anni sono stati trattati con zafirlukast e 4659 con placebo. Non sono stati osservati casi di ideazione suicida o di suicidio nel gruppo trattato con zafirlukast. Due pazienti nel gruppo placebo (0.04%) hanno sviluppato comportamenti suicidi (un caso di tentativo di suicidio e uno di ideazione suicida). Zileuton*: in 11 studi clinici controllati con placebo, 1745 pazienti di età =12 anni sono stati trattati con zileuton e 1063 con placebo. In nessuno dei due gruppi sono stati osservati casi di ideazione suicida o di suicidio. Poiché questi studi non erano stati disegnati specificamente per rilevare disturbi neuropsichiatrici, la FDA ritiene che alcuni eventi potrebbero non essere stati registrati. Per questo motivo sono stati avviati ulteriori approfondimenti e la decisione definitiva relativa alla possibile associazione tra eventi psichiatrici e trattamento con farmaci antiasmatici attivi sulla via dei leucotrieni è stata rimandata. Uno studio di coorte basato sulla popolazione, ha valutato il rischio di suicidio in pazienti trattati con montelukast utilizzando il “General Practice Research Database” (GPRD) del Regno Unito. Attraverso questa banca dati è stata identificata una coorte di pazienti esposti a =1 prescrizione di montelukast nel periodo febbraio 1998-marzo 2007. Il tempo-persona di esposizione a montelukast è stato ottenuto per ciascun paziente come durata cumulativa di tutte le prescrizioni. Sono stati identificati tutti i casi registrati nel database che riportavano la diagnosi di suicidio. Il rischio di suicidio è stato calcolato dividendo il numero dei casi di suicidio per il tempo-persona a rischio. Lo studio ha incluso 23.500 pazienti tra il 1998 e 2007 che avevano ricevuto 252.593 prescrizioni di montelukast per un totale di 21.050 anni-persona a rischio di suicidio. E’ stata registrata una sola prescrizione di montelukast nel 32% dei casi, mentre nel 17% dei pazienti le prescrizioni erano state =20. Più del 95% dei pazienti assumeva montelukast e altri farmaci antiasmatici in concomitanza. Fra i 23.500 pazienti che assumevano
montelukast, è stato registrato un unico caso di suicidio
in una donna di 61 anni, affetta da 29 anni da asma e da 10 da depressione.
La paziente era stata trattata per 28 giorni con montelukast due
anni prima della sua morte. Valutando la relazione temporale e la
storia medica della paziente, la somministrazione di montelukast
non è stata considerata una possibile causa del suicidio.
Pertanto, non sono stati identificati casi esposti al rischio di
suicidio tra coloro che assumevano montelukast nei quali il limite
superiore dell’intervallo di confidenza al 95% per una frequenza
di 0 su 21050 anni-persona era di 3.87 casi per 100.000 anni-persona.
La frequenza di suicidio nei pazienti inseriti nel GPRD con diagnosi
di asma che assumevano =1 farmaci antiasmatici nel periodo 1998-2007
è stata stimata di 1.02 casi per 100.000 anni-persona (95%
CI 0.6 -1.5 per 100.000 anni-persona).
*Non in commercio in Italia Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: montelukast, suicidio, studio di coorte basato sulla popolazione. Riferimenti bibliografici
Nello studio, condotto in 79 ospedali olandesi tra giugno 2005 e dicembre 2006, 736 pazienti (età media 62 anni) con carcinoma colorettale metastatico non precedentemente trattato sono stati randomizzati a ricevere il regime CB (n=368), capecitabina per os (1000 mg/m2 2 volte/die nei giorni 1-14) + oxaliplatino ev (130 mg/m2 il giorno 1) + bevacizumab ev (7,5 mg/kg il giorno 1) o il regime CBC (n=368), in cui a CB è stato aggiunto cetuximab ev (400 mg/m2 il giorno 1 del primo ciclo di terapia e 250 mg/m2 alla settimana nei cicli successivi). Ogni ciclo è stato somministrato ogni 3 settimane. I principali criteri di inclusione sono stati: età >18 anni, diagnosi istologica di carcinoma colorettale, con malattia metastatica non operabile, tumore misurabile, nessuna precedente chemioterapia sistemica per tumore metastatico, grado 0 o 1 della scala di valutazione dello stato di validità generale di un paziente (WHO), nessuna chemioterapia adiuvante nei 6 mesi prima della randomizzazione e funzioni midollari, epatiche e renali adeguate. I principali criteri di esclusione sono stati: neuropatia sensoriale di grado >1, precedente intolleranza alla chemioterapia adiuvante, metastasi sintomatiche a carico del SNC, diatesi emorragiche, disturbi coagulativi, patologie cardiovascolari clinicamente significative o altri tumori negli ultimi 5 anni ad eccezione di carcinoma basocellulare o squamoso della cute adeguatamente trattato o carcinoma in situ della cervice. L’end point primario era la
sopravvivenza libera da progressione mentre quelli secondari erano
la sopravvivenza totale, la sicurezza, la percentuale di risposta,
la qualità della vita e la valutazione della mutazione del
gene KRAS come fattore predittivo di outcome. L’end point primario è
stato raggiunto in 293 pazienti del gruppo CB e in 316 di quello CBC.
L’aggiunta di cetuximab ha significativamente ridotto il tempo
mediano di sopravvivenza libera da progressione (10,7 mesi nel gruppo
CB vs 9,4 nel CBC; p=0,01). L’incidenza di reazioni avverse
di grado 3-4 (secondo i National Cancer Institute Common Toxicity
Criteria) è stata significativamente più alta nel gruppo
CBC rispetto a quello CB (81,7% vs 73,2%, p=0,006), differenza attribuita
alla tossicità cutanea del cetuximab (definita come qualsiasi
reazione cutanea ad eccezione della sindrome mano-piede). Infatti,
escludendo la tossicità cutanea, l’incidenza di tossicità
di grado 3-4 è risultata simile nei 2 gruppi. Tale tossicità
ha rappresentato la ragione di interruzione della somministrazione
di tutti i farmaci in studio in 12 pazienti appartenenti al gruppo
CBC. Le altre ragioni di interruzione del trattamento (313 pazienti
nel gruppo CB vs 334 in quello CBC) sono state: progressione della
malattia (54,0% vs 48,5%; p=0,16), eventi avversi (25,9% vs 29,6%;
p=0,28), rimozione delle metastasi (4,2% vs 5,4%; p=0,46), rifiuto
del trattamento da parte dei pazienti (6,1% vs 7,5%; p=0,48).
L’editoriale di accompagnamento allo studio, sottolinea che l’effetto negativo causato dalla combinazione di anticorpi monoclonali anti-VEGF e anti-EGFR (somministrati in concomitanza alla chemioterapia a base di oxaliplatino e irinotecan) non è attribuibile alla limitata intensità del trattamento dovuta agli eventi avversi, dal momento che non ci sono state differenze di tollerabilità del trattamento nei 2 gruppi in studio. È stata quindi ipotizzata un’interazione inaspettata tra i 2 anticorpi monoclonali che, tuttavia, non è stata ancora identificata. Uno studio attualmente in corso, condotto dal Cancer and Leukemia Group B, potrà forse fornire maggiori informazioni a riguardo. I dati forniti dal CAIRO-2 suggeriscono che la combinazione di forme multiple di targeted therapies potrebbe non essere analoga alla combinazione di diversi farmaci citotossici, presumibilmente a causa di un’impercettibile interazione tra le vie di segnale intracellulari. A questo proposito, l’editorialista conclude che “più non è sempre meglio”. Conflitto di interesse: lo studio ha ricevuto finanziamenti da diverse aziende farmaceutiche. Parole chiave: cetuximab, trattamento di prima linea del carcinoma colorettale metastatico, RCT in aperto. Riferimenti bibliografici - Dispositivi medici in evidenza -
La parodontite è definita come la perdita dei tessuti a sostegno dei denti causata da un’infezione batterica nell’area dentale circostante. L’obiettivo della terapia consiste nella rigenerazione dell’attacco parodontale a livello della radice del dente colpita da flogosi. Attualmente, diversi polimeri sintetici biodegradabili sono stati studiati come possibile cura per la riparazione dell’osso alveolare in corso di parodontite. I polimeri biodegradabili di polifosfoestere (PPE) sono stati largamente studiati per la potenziale biocompatibilità e analogia a bio-macromolecole quali gli acidi nucleici. Recentemente gli autori hanno sviluppato nel loro laboratorio un nuovo PPE insaturo (UPPE) costituito da bis(1,2-propilen glicole) fumarato ed etil-diclorofosfato. La reazione di UPPE con un agente reticolante (N-vinil pirrolidone, NVP), un iniziatore (benzoil perossido, BPO) e un attivatore (N,N-dimetilanilina, DMA) permette di formulare una pasta iniettabile polimerizzabile in situ e biodegradabile. La successiva incorporazione di una matrice osteoconduttiva (ß-tricalciofosfato, ß-TCP) ed un porogeno filtrante (cloruro di sodio) aumenta significativamente le proprietà meccaniche del materiale, che solidifica nell’arco di 1.95-10.28 min. Inoltre, UPPE/ß-TCP è in grado di rilasciare tetracicline secondo una cinetica di ordine zero per oltre due settimane, periodo di tempo sufficiente per la cura delle parodontite. Scopo dello studio è stato valutare la citotossocità del nuovo composito. In particolare per esaminare il potenziale uso dei polimeri formulati come paste iniettabili è stata studiata la citotossicità dei singoli costituenti di UPPE/ß-TCP, del composito strutturato e dei suoi eventuali prodotti di degradazione. Le molecole di UPPE e ß-TCP
sono state sintetizzate presso la Huazhong University of Science
and Technology (Wuhan, Hubei, Cina). I risultati ottenuti dagli esperimenti
di vitalità cellulare condotti sulle L929 hanno dimostrato
che tutti i singoli costituenti, ad esclusione di ß-TCP, e
tutti i prodotti della degradazione in vitro di UPPE/ß-TCP
presentano un effetto citotossico dose-dipendente. Tuttavia, una
volta reticolato, il composito non mostra significative proprietà
tossiche sulle L929, probabilmente perché la reticolazione
limita la diffusione dei costituenti nell’ambiente circostante
e il processo di degradazione di UPPE/ß-TCP è molto
lento. In entrambi i casi, i prodotti non raggiungono una concentrazione
tale da indurre tossicità.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: parodontite, polimero biodegradabile, osso alveolare. Riferimento bibliografico
L’arteriopatia coronarica rappresenta la principale causa di morbilità e mortalità nei pazienti con diabete. L’impianto di stent metallici in pazienti diabetici è associato ad un elevato rischio di restenosi dello stent per esagerata iperplasia neointimale, problema che è stato nettamente ridotto con l’introduzione di stent medicati, grazie ai quali è diminuita anche la necessità di rivascolarizzazione ripetuta. In pazienti diabetici, gli stent medicati hanno ridotto anche la rivascolarizzazione della lesione target (TLR) ad un livello simile a quello dei pazienti senza diabete. I primi RCT di ampie dimensioni (Moses JW et al. N Engl J Med 2003; 349: 1315–23; Stone JW et al. N Engl J Med 2004; 350: 221–31) che hanno confrontato gli stent ad eluizione di sirolimus (Cypher, prodotto da Cordis Corporation, Florida) vs paclitaxel (Taxus, prodotto da Boston Scientific Corporation, Massachusetts) sembravano indicare che in pazienti diabetici gli stent medicati con paclitaxel fossero più efficaci di quelli medicati con sirolimus per quanto riguarda la restenosi, mentre in una metanalisi (Stettler C et al. Heart 2006; 92: 650–7) che utilizzava un metodo comparativo indiretto, gli outcome in pazienti diabetici risultavano simili per i due tipi di stent medicati. Tuttavia, due recenti RCT (Tomai F et al. Diabetes Care 2008; 31: 15–9; Dibra A et al. N Engl J Med 2005; 353: 663–70) hanno confrontato questi due tipi di stent in pazienti diabetici, evidenziando che la riduzione della perdita tardiva del lume era superiore con lo stent medicato con sirolimus. L’obiettivo dello studio DiabeDES, un trial multicentrico, randomizzato, in aperto era quello di valutare la perdita tardiva del lume a livello dello stent visualizzata angiograficamente dopo impianto di stent medicati con sirolimus vs paclitaxel in pazienti diabetici. Lo studio è stato condotto
in 4 centri danesi tra febbraio 2005 e marzo 2006 su 153 pazienti
con diabete mellito e stenosi coronarica significativa visualizzata
angiograficamente nelle arterie coronarie native. I pazienti sono
stati arruolati nell’ambito del Danish Organization for Randomized
Trials With Clinical Outcome (SORT OUT II trial), condotto su 2.098
pazienti (303 con diabete) tra 11.766 (1.343 con diabete) selezionati
tra agosto 2004 e gennaio 2006. I pazienti sono stati pretrattati
con una dose da carico di 300 o 600 mg di clopidogrel e aspirina
300 mg. La terapia antitrombotica periprocedurale consisteva nella
somministrazione endovenosa di eparina come trattamento di base,
mentre gli inibitori della glicoproteina IIb/IIIa sono stati raccomandati,
ma somministrati a discrezione dell’operatore. L’end point primario era rappresentato
dalla perdita tardiva del lume a livello dello stent in un’analisi
specifica per il paziente, cioè quando sono state trattate
più lesioni, la lesione con la maggiore perdita era rappresentativa
del paziente. Tuttavia, sono state analizzate tutte le lesioni.
I 153 pazienti arruolati nello studio
sono stati randomizzati a ricevere uno stent medicato con sirolimus
o con paclitaxel. Tutti i pazienti sono stati seguiti per 8 mesi.
I risultati clinici e angiografici del follow-up erano disponibili,
rispettivamente, per 153 e per 130 pazienti. Le caratteristiche
cliniche e i fattori di rischio basali erano ben bilanciati nei
due gruppi. Il sesso maschile rappresentava l’84% e il 74%,
rispettivamente, nel gruppo randomizzato a sirolimus ed a paclitaxel.
L’età media era 65 e 66 anni, rispettivamente. Al follow-up, nel gruppo sottoposto a stent medicato con sirolimus, si evidenziava un trend superiore nella MLD a livello dello stent (p=0,08), mentre l’end point primario (perdita tardiva massima del lume a livello dello stent) risultava statisticamente inferiore (p=0,025), così come uno degli end point secondari, la perdita tardiva del lume a livello dello stent, che comprendeva tutte le lesioni trattate (p=0,002). La restenosi angiografica ad 8 mesi di follow-up era presente in 14 pazienti ed era localizzata a livello della sede dello stent in 12 pazienti ed entro 5-mm dai margini dello stent in 2 pazienti. Tra i due gruppi, non è stata osservata una differenza statisticamente significativa nell’end point secondario, relativo alla restenosi all’interno del segmento, anche se numericamente era superiore nel gruppo con stent medicato con sirolimus. Per quanto riguarda gli end point clinici, si sono verificati 2 casi di trombosi dello stent (entrambi in pazienti con stent medicato con sirolimus) il giorno del PCI e 7 giorni dopo PCI. Un paziente è deceduto per cancro al pancreas, non riconosciuto al momento del PCI. Altri due pazienti, 1 in ogni gruppo, sono morti improvvisamente (86 giorni e 285 dopo PCI) e in 2 casi la trombosi da stent è stata classificata come possibile. In 3 pazienti del gruppo con stent medicato con paclitaxel si è verificato un infarto del miocardio senza innalzamento del tratto ST, correlato al segmento trattati in 2 pazienti (1 trombosi dello stent, 1 restenosi a livello dello stent), mentre in 1 paziente in un segmento non trattato. Nel gruppo sottoposto a stent medicato con sirolimus, è stata effettuata la TLR in 5 pazienti (6,5%) vs 9 pazienti (11,8%) con paclitaxel; rispettivamente, 4 e 5 di queste procedure sono state effettuate il giorno del follow-up angiografico. In questo studio è stato osservato che, rispetto al paclitaxel, lo stent medicato con sirolimus era associato ad una riduzione superiore della perdita tardiva del lume a livello dello stent, senza che siano state evidenziate differenze nell’incidenza di MACE. L’ipotesi precedentemente
supposta (Carter AJ et al. Catheter Cardiovasc Interv 2004; 61:
233–6. Daemen J et al. Eur Heart J 2007; 28: 26–32),
ossia che in pazienti diabetici lo stent medicato con paclitaxel
potesse essere superiore a quello con sirolimus per quanto riguarda
l’inibizione della formazione neointimale, non è stata
confermata in questo studio nè in altri (Tomai F et al. Diabetes
Care 2008; 31: 15–9. Dibra A et al. N Engl J Med 2005; 353:
663–70. Billinger M et al. Eur Heart J 2008; 29: 718–25)
nè in una metanalisi di confronto tra stent medicati con
sirolimus e con paclitaxel in pazienti con e senza diabete (Stettler
C et al. Heart 2006; 92: 650–7). Nè questo studio nè
altri erano dotati di potere statistico tale da rilevare gli end
point clinici e non è stato indicato un aumento del rischio
di eventi avversi associati ad impianto di uno stent che determina
una minore perdita tardiva del lume.
Parole chiave: stent medicati, diabete mellito, studio randomizzato in aperto. Riferimento bibliografico
L’articolo in oggetto si inserisce nel dibattito, sempre più attuale, dell’eticità del rapporto medico-industria e di come il conflitto di interesse possa avere conseguenze sulla perdita di oggettività nella cura del paziente (ad es., influenzare la scelta di uno schema prescrittivo o di un dispositivo medico). In particolare, l’attenzione degli autori è rivolta ad un campo relativamente nuovo: la radiologia interventiva alla luce della recente creazione, da parte della Standards Division of the Society of Interventional Radiology (SIR), dell’Emerging Technologies Workroup della Tecnology Assessment Commitee. Gli autori sottolineano che, se il problema del conflitto di interesse è ben dimostrato per quanto riguarda i farmaci, sono sempre maggiori le evidenze della sua esistenza anche nel campo dei dispositivi medici e che quanto riportato per i farmaci costituisce un modello replicabile anche in altri settori sanitari (ad es., radiologia interventiva). In particolare, è stato dimostrato che il comportamento prescrittivo dei medici è notevolemente influenzato dall’industria e dall’informatore farmaceutico, quale mediatore del loro rapporto. Rapporto che si concretizza non solo in vantaggi economici o intrattenimenti lussuosi (ad es., nel pagamento per partecipare o intervenire a simposi, spesso in località esotiche, o per condurre ricerche scientifiche) ma anche con modalità meno tangibili come promozioni accademiche o fama. L’effetto del rapporto medico-industria, trova spesso un immediato riflesso nelle pubblicazioni, è stato infatti dimostrato che esiste un conflitto di interesse sia nella conduzione di trial che nella stesura di linee guida, che, come affermato dagli autori stessi, rende il problema ancora più stringente: le linee guida hanno lo scopo di influenzare la pratica clinica. Inoltre, non bisogna dimenticare che questa discussione deve essere estesa ai congressi (con particolare riferimento ai moderatori) e alle Società di Specialisti. Nell’articolo viene fatto riferimento specifico a 3 esempi di conflitto di interesse nel campo dei dispositivi medici che ha suscitato grande clamore da parte dei mass-media. In primis, il caso riportato dal BusinessWeek in merito ad una dimostrazione dal vivo, nel corso di un congresso di cardiologia interventiva, del posizionamento di un dispositivo sperimentale. Nel corso di questa dimostrazione il paziente è morto, ma il collegamento satellitare in atto è stato interrotto prima del suo decesso. È stato quindi contestato il fatto che l’organizzatore del congresso fosse cofinanziatrice dell’industria che aveva sviluppato le componenti del dispositivo, poi venduto ad una industria biomedica. Un secondo esempio riguarda il campo delle pubblicazioni. In particolare, viene riportato quanto suscitato da un articolo pubblicato sul N Engl J Med (Yadav JS. N Engl J Med 2004, 351: 1493-1501). In questo caso le problematiche inerenti l’arruolamento dei pazienti (criteri di inclusione/esculsione), il follow-up e le tempistiche della registrazione degli eventi avversi, ma soprattutto la non del tutto chiara ed esaustiva dichiarazione del conflitto di interesse, hanno avuto notevole risonanza da parte dei mass-media e ciò ha comportato che l’FDA, ma anche la rivista, imponessero una regolamentazione più rigida per quanto attiene la dichiarazione di conflitto di interesse sia esplicito che apparente. Infine, gli autori ricordano quanto accaduto alla fine del 2007 nel New Jersey quando è stato denunciato il pagamento alla United States federal prosecutors da parte di diverse industrie di protesi e dispositivi ortopedici in risposta alle indagini da parte del Dipartimento di Giustizia. Accanto ai numerosi esempi di conflitto
di interesse all’interno delle industrie di dispositivi medici,
recentemente sono state condotte alcune ricerche in tal senso anche
nel campo della radiologia. In particolare, è stato suggerito
(Brown et al. Radiology 2006, 239:849-55) che nel corso del congresso
della Radiological Society of North America (RSNA) del 2003, è
stato più facilmente discusso l’uso non autorizzato
dall’FDA di prodotti commerciali quando presente un rapporto
finanziario con l’industria rispetto a quando questo rapporto
era assente.
Conflitto di interesse: alcuni autori hanno ricevuto finanziamenti e/o sponsorizzazioni da diverse aziende. Parole chiave: conflitto di interesse, dispositivi medici, radiologia interventiva. Riferimento bibliografico
La determinazione della biocompatibilità e della citotossicità è parte fondamentale del processo di valutazione iniziale di un dispositivo medico secondo gli standard ISO. Sono stati sviluppati diversi test di biocompatibilità in vitro per studiare le reazioni biologiche a farmaci, biomateriali e tecniche di trattamento e le colture cellulari permettono di misurare direttamente la citotossicità, la crescita cellulare e le interazioni tessuto/materiale. Le colture cellulari più appropriate per studiare la compatibilità cutanea locale sono i fibroblasti dermici e i cheratinociti epidermici umani. Le linee cellulari primarie non possono però essere mantenute in coltura all’infinito perché dopo pochi passaggi perdono la capacità proliferativa, probabilmente a causa di alterazioni cromosomiche. Molto usati sono quindi i cheratinociti immortalizzati spontaneamente, come le cellule HaCaT, originate dalla periferia di un melanoma localizzato nella parte superiore della schiena di un uomo di 62 anni, descritte in dettaglio da Boukamp (Boukamp P et al. J Cell Biol 1998, 106:761-71). I cheratinociti umani HaCaT sono coltivati nel medium Eagle, modificato da Dulbecco, con supplemento di siero al 10% e una miscela antibiotico/antimicotico all’1% a 37°C in atmosfera umidificata al 5% di CO2; i fibroblasti (NHDF) e i cheratinociti primari (NHEK) possono essere mantenuti nelle stesse condizioni con un medium appropriato arricchito in fattori di crescita, ma privo di antibiotici. I metodi di misurazione della crescita
cellulare, basati sulla determinazione degli acidi nucleici, dell’attività
metabolica, del contenuto in proteine o dell’integrità
della membrana, sono in generale più sensibili e discriminanti
rispetto a quelli in cui il materiale da testare è posto
direttamente a contatto con la coltura cellulare per determinare
la zona di inibizione della crescita. I saggi di proliferazione permettono
di valutare gli effetti tossici attraverso la perdita della capacità
di proliferazione o la riduzione delle cellule vitali; questi effetti
negativi possono essere quantificati attraverso la valutazione della
morte cellulare, per esempio usando sonde fluorescenti, come SYTO-13
e etidio omodimero-2, in grado di legare gli acidi nucleici. La
prima, verde, è in grado di entrare nelle cellule vitali,
mentre la seconda, rossa, con più alta affinità per
il DNA, non è in grado di attraversare la membrana cellulare
e entra solo nelle cellule morte. Con questo metodo, gli autori
hanno dimostrato che una soluzione antisettica ha effetti negativi
sulla vitalità delle cellule HaCaT. Esistono però delle differenze
di comportamento tra le cellule in monostrato e quelle in vivo,
nell’ambiente tridimensionale: per esempio le prime hanno
una maggiore velocità di proliferazione e più elevati
livelli di sintesi proteica. Si stanno conducendo ricerche considerevoli
per produrre una matrice tridimensionale che rispecchi l’impalcatura
tissutale, con architettura ben definita (dimensione e densità
dei pori, topografia e chimica di superficie), per ottimizzare la
crescita cellulare e tissutale, per esempio usando il collagene,
principale componente della matrice extracellulare. Si possono usare
matrici di collagene in cui vengono disseminate le cellule, sia
i fibroblasti da soli per mimare il derma, sia in associazione ai
cheratinociti per il tessuto cutaneo. In queste colture tridimensionali
è possibile studiare la degradazione così come la
polimerizzazione e la deposizione di nuovo collagene, ma anche diversi
processi biologici come le interazioni cellula-cellula e cellula-ambiente.
E’ però un problema valutare il numero di cellule,
poiché per solubilizzare il collagene è necessario
riscaldare a 60°C, con degradazione dell’ATP.
Parole chiave: biocompatibilità e citotossicità, colture cellulari, biomateriali. Riferimento bibliografico |
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SIF – FARMACI IN EVIDENZA n°31 del 01-03-2009 Registrazione
del Tribunale di Milano n° 710 del 27/11/2008 http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Responsabile Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Anna Bin (Università di Padova) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 01 Marzo 2009 |