
Newsletter numero 34 del 15-04-2009
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Sommario o Aspirina nella prevenzione delle malattie cardiovascolari: associazione tra dose di aspirina+clopidogrel e trombosi ed emorragia. Analisi post hoc dello studio CHARISMA (Clopidogrel for High Atherothrombotic Risk and Ischemic Stabilization, Management and Avoidance) o Effetti a lungo termine della metformina sul metabolismo e sulle patologie micro e macrovascolari in pazienti con diabete mellito di tipo 2: lo studio HOME (Hyperinsulinemia: the Outcome of its Metabolic Effects) o Controllo della glicemia standard vs intensivo in pazienti critici: studio Normoglycemia in Intensive Care Evaluation-Survival Using Glucose Algorithm Regulation (NICE-SUGAR) o Prevenzione delle fratture non vertebrali con assunzione orale di vitamina D e dose dipendenza: una metanalisi di RCT o Allucinazioni ed altri sintomi psicotici associati all’uso dei farmaci per il disturbo da deficit di attenzione/iperattività nei bambini o Valutazione della sicurezza e degli esiti a lungo termine del trattamento iniziale con placebo: lo studio TADS (Treatment for Adolescents with Depression Study) o L'accesso alle informazioni sulle prescrizioni dei farmaci pediatrici negli Stati Uniti o Reazioni avverse al trattamento con farmaci tocolitici nel parto pretermine: uno studio di coorte prospettico o Imatinib mesilato
nella terapia adiuvante dopo resezione di un “GastroIntestinal
Stromal Tumor” (GIST) primario e localizzato: uno studio randomizzato,
in doppio cieco, controllato vs placebo
Le malattie cardiovascolari (Cardiovascular Disease, CVD) rappresentano la principale causa di morte negli Stati Uniti. Già nel 2002, la U.S. Preventive Services Task Force (USPSTF) aveva fortemente raccomandato ai medici di discutere l’uso di aspirina con i pazienti adulti a rischio di malattie coronariche (U.S. Preventive Services Task Force. Ann Intern Med 2002;136:157-60). Queste raccomandazioni si basavano sui dati provenienti da 5 RCT in cui veniva dimostrata una riduzione del 28% di manifestare un infarto del miocardio in pazienti che assumevano aspirina. Solo 2 dei 5 studi analizzati includevano le donne. Grazie alla pubblicazione dei dati del Women’s Health Study (WHS, Ridker PM et al. N Engl J Med 2005; 352: 1293-304), che ha seguito per 10 anni gli eventi cardiovascolari in 39.876 donne randomizzate ad aspirina o a placebo, è stato possibile acquisire importanti informazioni sui benefici dell’aspirina nelle pazienti di sesso femminile. Grazie alla disponibilità di questi nuovi dati, le precedenti raccomandazioni della USPSTF sono state aggiornate, rivalutando le evidenze sull’impiego dell’aspirina in prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari, con particolare attenzione ai benefici e ai rischi in funzione del sesso. Gli autori di questa revisione,
in collaborazione con la USPSTF, hanno stilato una struttura analitica
utile nella prevenzione degli eventi cardiovascolari, basata sui
seguenti quesiti chiave: Per rispondere a queste domande,
gli autori hanno effettuato una ricerca in letteratura (PubMed).
limitandola agli studi pubblicati nel periodo 1 Gennaio 2001-28
Agosto 2008. Per valutare i benefici dell’aspirina sono stati
considerati RCT, metanalisi e revisioni sistematiche pubblicate
in lingua inglese, i cui criteri di esclusione comprendevano la
gravidanza. Sono stati selezionati gli studi che valutavano l’aspirina rispetto ad un controllo in pazienti adulti in prevenzione primaria di eventi cardiovascolari, senza storia di CVD e non ad alto rischio (es. con fibrillazione atriale) e che fossero in qualche modo sovrapponibili alla popolazione americana. In funzione dell’efficacia, gli studi dovevano avere valutato uno dei seguenti outcome: infarto del miocardio, stroke, morte per infarto del miocardio o per stroke o mortalità da tutte le cause. In relazione alla sicurezza gli eventi valutati includevano: sanguinamenti gastrointestinali, gravi episodi di sanguinamento, stroke emorragico od emorragia cerebrale. Dai 726 studi considerati potenzialmente rilevanti, la maggior parte è stata esclusa perché includeva pazienti ad alto rischio di CVD o con storia di CVD. In totale, sono stati inclusi 4 studi che fornivano informazioni sia sui benefici che sui rischi della terapia con aspirina in prevenzione primaria. Quesito chiave 1.
L’aspirina è utile nelle donne e negli uomini, senza
precedenti cardiovascolari, nel ridurre gli eventi coronarici, gli
stroke, la morte per eventi coronarici e stroke o la mortalità
da tutte le cause? Una recente metanalisi di buona
qualità ha suggerito differenze nei benefici dell’aspirina
in base al sesso (Berger JS et al. JAMA 2006; 295: 306-13). Tra
gli uomini è stata riscontrata una riduzione del rischio
di infarto del miocardio mentre tra le donne una riduzione degli
stroke ischemici. Questa metanalisi ha analizzato i dati di 51.342
donne e 44.114 uomini arruolati in 6 distinti trial clinici. L’uso
di aspirina nelle donne è stato associato ad una riduzione
statisticamente significativa degli eventi cardiovascolari (OR 0.88;
0.79-0.99) e di stroke ischemici (OR 0.76; 0.63-0.93) mentre non
è stato riscontrato alcun beneficio su infarto del miocardio
e mortalità cardiovascolare. Una sottoanalisi dello studio WHS
ha mostrato come l’efficacia del farmaco sia maggiore nelle
donne non fumatrici e con età >=65 anni, sia nel prevenire
stroke ischemici che infarto del miocardio (RR 0.66; 0.44-0.97).
Quesito chiave 2.
Nelle donne e negli uomini. l’aspirina aumenta il rischio
di emorragie gastrointestinali o di stroke emorragico?
Le ragioni di questa differenza tra i sessi non sono ancora note, anche se sono state fatte diverse ipotesi che includono differenze nel metabolismo dell’aspirina, nel tasso di infarto e stroke ed un’aumentata possibilità di resistenza all’aspirina nelle donne (Ridker PM et al. N Engl J Med 2005;352: 1293-304; Berger JS et al. JAMA 2006; 295: 306-13). Grazie ai risultati di questo studio, l’update del 2009 delle linee guida USPSTF (U.S. Preventive Services Task Force. Ann Intern Med 2009; 150: 396-404), raccomanda l’uso dell’aspirina in prevenzione primaria, quando i potenziali benefici superano i rischi di emorragie gastrointestinali: - negli uomini tra 45 e 79 anni ad aumentato rischio di infarto del miocardio; - nelle donne tra 55 e 79 anni ad aumentato rischio di stroke ischemico. Le evidenze sono invece insufficienti per valutare il rapporto rischio/beneficio in soggetti ≥80 anni. Non viene incoraggiato l’impiego dell’aspirina nelle donne con <55 anni e negli uomini con <45 anni.
Le sottoanalisi effettuate in pazienti diabetici o ipertesi non permettono, vista la bassa qualità degli studi dai quali prevengono questi dati, di avanzare conclusioni definitive sul ruolo protettivo dell’aspirina in questi pazienti.
L’editoriale d’accompagnamento
all’articolo, cerca di rispondere alla domanda se sia o
meno ragionevole raccomandare l’uso di aspirina in prevenzione
primaria negli uomini tra 45 e 79 anni negli uomini e nelle donne
tra 55 e 79 anni. Lo studio WHS ha dimostrato che, anche nelle
donne a basso rischio, lo stroke era più frequente dell’infarto
(circa 1.4 stroke per ogni infarto). In altre parole, prescrivere
aspirina nelle donne a rischio di stroke favorirebbe la prevenzione
degli altri eventi cardiovascolari quali l’infarto. Le linee guida enfatizzano il ruolo dell’affrontare
l’argomento con il paziente in modo da prendere una decisione
condivisa, individualizzando al meglio la terapia in base alle
specifiche condizioni cliniche: l’uso di aspirina nei pazienti
ad alto rischio di emorragia intracranica deve essere assolutamente
evitato. Parole chiave: aspirina, prevenzione primaria, metanalisi. Riferimenti bibliografici
La lunga tradizione dell’aspirina
ha favorito la sottostima dei rischi, senza considerare che più
di 1/3 di americani adulti la assume quotidianamente e che, quindi,
anche un’incidenza molto piccola di complicanze emorragiche
mette a rischio un numero considerevole di pazienti. In diversi studi osservazionali, dosi
più basse di aspirina (<162 mg/die) sono state associate
ad una minore incidenza di eventi trombotici e, tendenzialmente, ad
un minor numero di eventi emorragici. Questo trend favorevole in efficacia
e sicurezza è stato confermato dallo studio CURE (Clopidogrel
in Unstable angina to prevent Recurrent Events; Circulation 2003;
108: 1682-87) in cui l’associazione clopidogrel + aspirina veniva
confrontata versus placebo + aspirina. Il CHARISMA è un RCT multicentrico
in doppio cieco, placebo-controllato, che ha valutato il trattamento
a lungo termine con clopidogrel (75 mg/die) verso placebo in pazienti
=45 anni con malattia aterosclerotica accertata o asintomatici ma
ad alto rischio. Tutti i pazienti ricevevano anche aspirina a basse
dosi (75-162 mg/die). Sono stati esclusi i pazienti con una indicazione
stabilita per la terapia con clopidogrel, come recente sindrome coronarica
acuta o inserimento di uno stent. L’end point primario di efficacia
era la prima insorgenza di infarto miocardico, stroke o decesso cardiovascolare.
I pazienti (n=15.595) sono stati suddivisi
prospetticamente in 3 gruppi in base alla dose di aspirina al basale:
<100 mg/die (quasi sempre 75 o 81 mg/die; n=7180), 100 mg/die (n=4961)
e >100 mg/die (150 o 162 mg/die; n=3454). I pazienti con malattia
cardiovascolare nota erano più rappresentati nel gruppo trattato
con >100 mg/die. L’incidenza dell’end point
primario combinato alla fine del follow-up (in media 28 mesi) non
differiva in base alla dose di aspirina. L’aumento della dose
giornaliera sembrava associarsi ad un incremento dell’incidenza
dell’end point primario, ma questa tendenza non è stata
confermata dopo l’aggiustamento per le caratteristiche basali
(<100 mg, 9,4%; 100 mg, 8,9%; >100 mg, 9,2%; p=0,99 per il trend).
In un modello multivariato che non ha incluso un termine di interazione per il trattamento assegnato, non sono state evidenziate associazioni tra dose di aspirina e l’end point primario di efficacia (HR aggiustato 0,95 [IC 95%, 0,80-1,13] per la dose giornaliera di 100 mg e 1,00 [0,85-1,18] per le dosi >100 mg, confrontate con le dosi <100 mg). Lo stesso risultato è stato ottenuto quando sono stati considerati termini di interazione tra dose e randomizzazione (HR aggiustato per il gruppo placebo, 1,06 [0,86-1,32] per 100 mg/die e 0,86 [0,68- 1,08] per >100 mg/die; HR aggiustato per il gruppo clopidogrel, 0,82 [0,65- 1,04] per 100 mg/die e 1,16 [0,93-1,44] per >100 mg/die). L’incidenza di emorragie gravi o pericolose per la vita tendeva ad aumentare con la dose giornaliera di aspirina più alta (p=0.20). Tra i pazienti randomizzati a placebo, non è stata evidenziata alcuna associazione tra dose di aspirina ed incidenza di emorragie gravi o pericolose, rilevata invece nei pazienti randomizzati a clopidogrel con le dosi >100 mg/die rispetto a <100 mg/die (2,6% vs 1,7%; p=0,040). In un modello multivariato che non
ha incluso un termine di interazione per il trattamento assegnato,
non sono state evidenziate associazioni tra dose giornaliera di aspirina
ed end point primario di sicurezza (HR aggiustato 0,85 [0,57-1,26]
per la dose di 100 mg/die e 1,05 [0,74-1,48] per quella >100 mg/die,
entrambe rispetto alla dose <100 mg/die).
Questi risultati confermano quelli ottenuti da precedenti analisi post hoc di ampi RCT, come gli studi BRAVO (Blockade of the glycoprotein IIb/IIIa Receptor to Avoid Vascular Occlusion; Circulation 2003; 108: 399-406), CURE, GUSTO-IIb (Global Use of Strategies To Open occluded coronary arteries; Diabetes 2007;56:3014-9) e PURSUIT (Platelet glycoprotein IIb/IIIa in Unstable angina: Receptor Suppression Using Integrelin Therapy; J Am Coll Cardiol 2004;43:972-8). Le differenze tra queste analisi e quella dello studio CHARISMA consistono nel fatto che, in quest’ultimo, la dose giornaliera massima di aspirina era stata fissata a 162 mg contro i 325 mg dei precedenti trial e nella maggiore durata del follow-up. Pur con un range di dosi più ristretto, la dose più bassa tendeva ad essere quella più efficace nonché la più sicura. Nonostante ciò, la dose ottimale per il trattamento a lungo termine con aspirina nella prevenzione primaria e secondaria rimane controversa. Considerando che nello studio CHARISMA il trattamento con l’aspirina non è stato randomizzato ed i fattori di rischio al basale tra le coorti a dosi differenti erano evidentemente sbilanciati, è possibile che i medici abbiamo preferito le dosi più alte per i pazienti a maggior rischio, dando così contezza del significativo incremento del rischio di eventi trombotici ed emorragici prima che i risultati venissero aggiustati per le differenze al basale. Possibili spiegazioni (che necessitano di ulteriori
chiarimenti) per l’associazione tra le dosi più alte
di aspirina e l’aumento degli eventi trombotici potrebbero
essere l’inibizione dose-dipendente delle prostacicline
vascolari, che hanno attività vasodilatatrice ed antiaggregante
o la correlazione tra emorragie e trombosi. In alternativa, alte
dosi di aspirina potrebbero essere meno tollerate e quindi ridurre
la compliance dei pazienti.
Infine, come sottolinea l’editoriale di accompagnamento allo studio, questa analisi si basa su un confronto post hoc, non randomizzato e soggetto a bias (per indicazione e per selezione della dose di aspirina) e quindi necessita di ulteriori conferme. Ulteriori informazioni potrebbero derivare dal CURRENT- OASIS 7 (Clopidogrel optimal loading dose Usage to Reduce Recurrent Events and Optimal Antiplatelet Strategy for Interventions; Am Heart J 2008;156:1080-8.e1), il primo trial su vasta scala di confronto diretto delle dosi di aspirina, i cui risultati sono attesi per la fine di quest’anno (Clopidogrel Optimal Loading Dose Usage to Reduce Recurrent Events/Optimal Antiplatelet Strategy for Interventions [CURRENT/OASIS7]. Accessed at on 17 February 2009). Conflitto di interesse: lo studio CHARISMA è stato sponsorizzato da ditte farmaceutiche, ma per questa analisi gli autori non hanno ricevuto alcun finanziamento né lo sponsor ha influito sul disegno dell’analisi stessa. Parole chiave: aspirina, clopidogrel, trombosi, emorragia. Riferimenti bibliografici
Lo studio HOME, un RCT multicentrico
vs placebo, è stato disegnato per valutare i benefici della
metformina sul metabolismo e sul sistema cardiovascolare durante un
follow-up di 4,3 anni. Gli end point metabolici includevano il peso corporeo, l’indice di massa corporea (body mass index, BMI), il rapporto vita/fianchi (waist-to-hip ratio, WHR), l’emoglobina glicosilata (HbA1c), la glicemia pre e post-prandiale monitorata a livello domiciliare, l’insulina plasmatica a digiuno e la dose giornaliera di insulina. Inoltre sono stati raccolti i dati sulla pressione arteriosa (PA), sui lipidi plasmatici e sull’incidenza di eventi ipoglicemici (definiti come livelli di glicemia <68,5 mg/dL associati a sintomi oppure <54,1 mg/dL con o senza sintomi). L’end point primario includeva una combinazione di patologie macro e microvascolari, mentre gli end point secondari erano la patologia micro e macrovascolare valutate separatamente. Per studiare più adeguatamente gli end point metabolici, i pazienti continuavano a partecipare al trial dopo l’insorgenza di un end point non fatale, tranne nei casi di controindicazione all’assunzione di metformina. Su 390 pazienti inclusi, 277 (72%)
hanno completato il trial. I due gruppi randomizzati presentavano
caratteristiche simili. Tuttavia, rispetto al placebo, nel gruppo
trattato con metformina l’età dei pazienti era lievemente
superiore (età media 63,6 vs 59,1 anni), con un’incidenza
maggiore di storia cardiovascolare (1,17 vs 0,92) e una minore frequenza
di abitudine al fumo. End point metabolici End point primario: nessuna
riduzione del rischio End point secondario: riduzione
degli eventi macrovascolari ma non microvascolari Dopo aggiustamento per le variazioni
ponderali, l’HR per l’end point secondario a livello macrovascolare
era pari a 0,77 (0,55-1,09; p=0,33) rispetto a 0,60 (0,40-0,92; p=0,04)
senza aggiustamento per questa variabile, mentre l’HR non si
modificava se l’aggiustamento comprendeva altri fattori metabolici
(es. pressione arteriosa e profilo lipidico) modificati dalla terapia
con metformina.
Fino a questo momento non erano stati condotti RCT versus placebo sugli effetti della metformina sulle patologie macro e microvascolari in pazienti diabetici trattati con insulina. È probabile che l’assenza di effetti della metformina sulla pressione arteriosa possa spiegare gli esiti , non migliorati durante il follow-up di 4,3 anni. Lo studio HOME presenta diversi
limiti. Innanzitutto, la dimensione del campione relativamente limitata;
per compensare questo limite, gli end point includevano eventi clinici
separati relativi a patologie micro e macrovascolari. Inoltre, potrebbe
non essere corretta l’ipotesi che la metformina influenza
il sistema micro e macrovascolare con meccanismi fisiopatologici
comuni. In secondo luogo, dopo la randomizzazione i due gruppi non
erano equilibrati. Per questo motivo è stato effettuato un
aggiustamento in tutte le analisi; per aggiustare per le differenze
relative agli eventi cardiovascolari (CVD) precedenti, è
stato utilizzato un metodo di misurazione della storia cardiovascolare
dei pazienti che poteva non riflettere la storia medica e la severità
di CVD al basale. Conflitto di interesse: il trial è stato supportato da finanziamenti di diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: metformina, patologie micro/macrovascolari, RCT. Riferimento bibliografico
L’iperglicemia, in particolare l’iperglicemia grave, è associata ad un aumento della morbilità e della mortalità in vari gruppi di pazienti. I trial che hanno esaminato gli effetti di un più stretto controllo glicemico hanno fornito risultati contrastanti e sia le revisioni sistematiche sia le metanalisi effettuate sono giunte a conclusioni differenti. Ciò nonostante, molte società scientifiche raccomandano lo stretto controllo glicemico per i pazienti trattati nelle unità di terapia intensiva (UTI). Lo studio NICE-SUGAR, a gruppi paralleli,
randomizzato e controllato, ha valutato l’ipotesi che un controllo
glicemico intensivo possa ridurre la mortalità a 90 giorni.
L’outcome primario era la
morte per qualsiasi causa entro 90 giorni dalla randomizzazione,
aggiustato per le caratteristiche basali. Gli outcome secondari
erano il tempo di sopravvivenza a 90 giorni, le specifiche cause
di morte, la durata della respirazione meccanica e delle terapie
di renal replacement, la permanenza nella UTI e in ospedale. Gli
outcome terziari sono stati la morte per qualsiasi causa entro 28
giorni dalla randomizzazione, il luogo dove il paziente è
deceduto (UTI, ospedale o altro), l’incidenza di una nuova
insufficienza d’organo, di colture ematiche positive a patogeni,
di trasfusioni di eritrociti e il volume delle trasfusioni. Tra dicembre 2004 e novembre 2008,
6104 pazienti sono stati arruolati e assegnati ai gruppi “controllo
glicemico intensivo” (n=3054) o “controllo glicemico
convenzionale” (n=3050). Per le analisi sono stati considerati
i dati di 3016 pazienti nel gruppo “controllo intensivo”
e 3014 in quello “controllo convenzionale”. A 90 giorni dalla randomizzazione
il 27,5% dei pazienti nel gruppo “controllo intensivo”
e il 24,9% di quelli nel gruppo “controllo convenzionale”
è deceduto (OR per il decesso nel gruppo “controllo
intensivo 1,14; CI 95% 1,02–1,28; p=0,02). Anche il tempo
di sopravvivenza mediano è risultato inferiore nel primo
gruppo rispetto al secondo (HR, 1,11; CI 95% 1,01–1,23; p=0,03).
Limiti dello studio comprendevano l’aver adottato un criterio soggettivo per l’inclusione (la prevista durata di permanenza nelle UTI), la non cecità e il raggiungimento di un livello glicemico inferiore all’intervallo prefissato in una percentuale significativa dei pazienti nel gruppo “controllo intensivo”. Punti di forza sono l’aver utilizzato un algoritmo standardizzato e accessibile per via informatica per la gestione della glicemia e la potenza statistica superiore a quella di studi precedenti. Nell’editoriale di accompagnamento
allo studio, sono stati evidenziati ulteriori punti di forza: l’ampio
e rappresentativo spettro di malattie e di pazienti considerati
e l’uso di un outcome primario preciso e significativo. Vanno
considerati, invece, ulteriori limiti come la differenza tra i gruppi
nell’uso di corticosteroidi. Inoltre, il 10% dei pazienti
randomizzati al gruppo “controllo intensivo” ha interrotto
prematuramente il trattamento, tuttavia non è chiaro quanto
questi pazienti abbiano contribuito alla differenza tra i gruppi
in termini di mortalità. Un ulteriore aspetto non chiaro
è relativo all’assenza di differenze tra i gruppi nella
durata di permanenza nelle UTI o in ospedale e nella percentuale
di disfunzioni d’organo, nonostante l’alta mortalità
nel gruppo “controllo intensivo”. Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da aziende farmaceutiche. Parole chiave: controllo glicemico; insulina; RCT. Riferimento bibliografico
Alla luce di queste controverse evidenze, l’obiettivo principale di questa revisione sistematica e metanalisi di RCT in doppio cieco e di elevata qualità, è stato quello di determinare l’efficacia nella prevenzione delle fratture degli integratori di vitamina D somministrati per via orale in soggetti di età =65 anni. In secondo luogo, è stata valutata l’efficacia di questi prodotti in funzione della dose, dei livelli plasmatici di 25-idrossi vitamina D raggiunti e in sottogruppi predefiniti. Sono state interrogate le banche dati
MEDLINE, del Cochrane Controlled Trials Register ed EMBASE fino all’agosto
2008; ulteriori studi sono stati identificati attraverso le voci bibliografiche
e gli abstarct presentati all’American Society for Bone and
Mineral Research fino al 2007. Sono stati inclusi solo gli RCT sull’uso
di integratori orali di vitamina D (colecalciferolo [vit. D3] o ergocalciferolo)
con un follow-up minimo di 1 anno e con più di una frattura
in totale per ogni trial su una popolazione di età media >=65
anni, un disegno in doppio-cieco, report sull’aderenza alla
terapia e la documentazione della diagnosi della frattura. È
stata condotta anche un’analisi separata degli studi sull’impiego
della vitamina D 1-a-idrossilata, compresi i trial sulla 1-a-idrossil
vitamina D3, 1,25-idrossi-vitamina D3 e 1-a,25-diidrossi-2b (3-idrossipropossi)
vitamina D3. La principale misura di esito è stata definita come il rischio relativo (RR) della prima o reiterata frattura non-vertrebale o del bacino in soggetti in trattamento con integratori di vitamina D, con o senza supplementazione di calcio, rispetto a pazienti in trattamento con placebo o con la sola integrazione di calcio. Per determinare il rapporto dose-effetto, è stata calcolata la dose ricevuta di integratore di vitamina D come prodotto tra dose e percentuale di aderenza. Sono stati identificati 12 RCT in doppio cieco che rispondevano ai requisiti di inclusione dell’analisi primaria della prevenzione di fratture non vertebrali, 8 dei quali sono stati considerati anche per la valutazione dell’efficacia nelle fratture dell’anca. La popolazione totale dei 12 studi era di 42.279 soggetti, con età media di 78 anni e prevalentemente di sesso femminile (89%). In 3 trial la dose di vitamina D ricevuta era <=400 UI/die mentre nei rimanenti 9 studi la dose media di assunzione variava da 482 UI/die a 770 UI/die. La durata del trattamento variava da 12 a 84 mesi.
Prevenzione delle fratture
dell’anca Prevenzione delle fratture non vertebrali
con vitamina D 1-a-idrossilata
Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave:
fratture non vertebrali/fratture dell’anca, vitamina D, metanalisi.
Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività
(ADHD, Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) viene sempre
più frequentemente diagnosticato negli Stati Uniti tra
i bambini in età scolare, molti dei quali trattati con
terapia farmacologica. L’idea di eseguire una prima revisione degli eventi psichiatrici
da farmaci utilizzati nei bambini con ADHD nasce da un dibattito
pubblico avvenuto nel 2005 durante un meeting organizzato dal
Pediatric Advisory Committee (PAC) della FDA. I risultati dell’analisi,
presentati nel 2006, hanno mostrato un aumento del rischio di
psicosi e mania correlato all’impiego di questi farmaci.
La FDA ha richiesto alle aziende farmaceutiche di ricercare all’interno delle banche dati elettroniche degli RCT tutti gli eventi avversi correlabili a mania o psicosi indotti da farmaci psicostimolanti per ADHD di loro produzione. La ricerca degli eventi è stata eseguita utilizzando i seguenti termini predefiniti: allucinazioni (di qualsiasi tipo, es. visive, uditive, tattili, miste), disturbi deliranti (di qualsiasi tipo, es. somatici, di persecuzione, di grandezza, di riferimento), schizofrenia (di qualsiasi tipo), disturbo psicotico, psicosi transitoria, psicosi acuta, paranoia, psicosi infantile, disturbo schizofrenoide/schizoaffettivo, catatonia, mania ed ipomania. Sono state incluse nell’analisi le seguenti molecole: amfetamina
(capsule a rilascio prolungato), desmetilfenidato (compresse,
capsule a rilascio prolungato), metilfenidato (capsule a rilascio
prolungato, formulazione long-acting e transdermica), atomoxetina
(capsule), modafinil (compresse). Per quest’ultima molecola,
l’impiego nell’ADHD non è stato autorizzato
negli Stati Uniti, a causa della possibile insorgenza di gravi
reazioni dermatologiche. Complessivamente, sono stati analizzati 49 RCT sugli psicostimolanti per l’ADHD ed eseguiti nell’ambito di programmi pediatrici. Un totale di 11 casi di psicosi/mania si sono verificati in associazione ai principi attivi in studio (eccetto l’amfetamina) durante un trattamento in doppio cieco complessivo di 743 anni-persona. Il tasso di eventi per 100 anni-persona nel gruppo in trattamento attivo è risultato pari a 1,48 (IC 95% 0,74-2,65). Al contrario, tra tutti i bambini con ADHD inseriti nel gruppo placebo, in un periodo di esposizione pari a 420 anni-persona, non sono stati osservati eventi avversi sovrapponibili a psicosi/mania. I risultati ottenuti dalla revisione delle segnalazioni spontanee
post-marketing provenienti dall’AERS o dalle banche dati
delle ditte produttrici dei farmaci sono stati sovrapponibili.
In aggiunta alle limitazioni intrinseche
alle analisi di sicurezza, esistono delle problematiche specifiche
di questo studio. In primo luogo, un ampio numero di RCT ha reclutato
soggetti con alta probabilità di risposta alla terapia farmacologica,
mentre sono stati esclusi coloro che avessero avuto in precedenza
episodi di intolleranza a psicostimolanti. Secondariamente, il tempo
di esposizione ai farmaci di molti studi clinici (23 giorni in media)
non era sufficiente per individuare eventi avversi non frequenti.
Tale durata di osservazione poteva infatti risultare adeguata, nel
caso in cui l’insorgenza dei sintomi psichiatrici si verificasse
a distanza di giorni o qualche settimana dall’inizio del trattamento
per l’ADHD, come osservato in circa 2/3 delle segnalazioni post-marketing,
ma non lo era nel caso della rilevazione di altri eventi che mostrassero
tempi di latenza più lunghi. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: farmaci per ADHD, RCT in pediatria, sorveglianza post-marketing. Riferimento bibliografico
Gli studi controllati con placebo sono necessari per stabilire
l'efficacia e la sicurezza dei farmaci, ma sono state sollevate
perplessità sull'impatto a lungo termine del ritardare,
con l’utilizzo del placebo, l’inizio del trattamento
attivo. In letteratura sono pubblicati molti meno studi controllati
versus placebo sugli antidepressivi condotti nei bambini e negli
adolescenti rispetto alla popolazione adulta e solo in un quarto
dei trial è stata dimostrata la superiorità del
farmaco rispetto al placebo (Emslie GJ et al, J Clin Psychiatry
2005; 66:14-20). Lo studio TADS è un trial randomizzato
e controllato che ha confrontato il trattamento attivo con fluoxetina,
la terapia cognitivo-comportamentale, l’associazione di
fluoxetina+terapia cognitivo-comportamentale rispetto a placebo
in adolescenti con disturbo depressivo maggiore. Il trattamento previsto dallo studio consisteva di 3 stadi: stadio 1, fase acuta (12 settimane); stadio 2, fase di consolidamento (6 settimane); stadio 3, fase di mantenimento (18 settimane). Ai pazienti randomizzati a placebo che al termine della fase 1 non avevano mostrato miglioramenti venivano proposte 12 settimane di trattamento attivo in aperto; a quelli che avevano risposto positivamente al placebo venivano offerte 12 settimane di follow-up telefonico o il passaggio a trattamento attivo nel caso di ricadute. Sono state condotte valutazioni ogni 6 settimane per 36 settimane. Outcome primario era la risposta al trattamento e la remissione dei sintomi basati sui punteggi delle scale “Children’s Depression Rating Scale–Revised” (CDRS-R) e “Clinical Global Impression (CGI) improvement subscale”. Dei 112 partecipanti al gruppo placebo, 98 (87,5%)
erano inclusi nello stadio 2 e 90 (80,4%) erano ancora nello studio
all’inizio dello stadio 3. Alla fine dello stadio 1 i pazienti che hanno risposto al placebo erano 39 e i non responder 73; questi ultimi, nello stadio 2 hanno ricevuto fluoxetina nel 24,7% dei casi, terapia psicologica nel 2,7%, l’associazione delle due nel 45,2% e il 27,4% non ha ricevuto trattamento. Dei 39 pazienti placebo-responder, il 20,5% ha ricevuto fluoxetina, il 7,7% terapia psicologica e il 5,4% fluoxetina+ terapia psicologica nello stadio 2. Alla 12° settimana non è emersa alcuna differenza significativa tra il placebo ed il trattamento attivo (5,3% vs 7,3%) così come alla 24° settimana (15,6% vs 15,9%). Alla 36° settimana, invece, il gruppo trattato inizialmente con placebo ha mostrato un maggiore ricorso a servizi esterni rispetto al gruppo in trattamento attivo (34,3% vs 18,1%; p<0,004). I tassi di risposta, valutati con la scala CGI, per i pazienti del gruppo placebo-trattamento in aperto rispetto al gruppo in trattamento attivo erano rispettivamente: 35% vs 58% alla settimana 12; 67% vs 67% alla settimana 18; 72% vs 75% alla 24; 70% vs 80% alla 30 e 82% vs 83% alla 36; alla 36° settimana quindi i risultati erano comparabili (OR 1,22; 95% CI 0,62-2,40, p=0,86). Sebbene le differenze fra le varie valutazioni parziali non fossero significative. alla 12° settimana il gruppo in trattamento attivo aveva un tasso di risposta significativamente più alto (p <0,001). I tassi di remissione, valutati mediante CDRS-R, tra il gruppo placebo-trattamento in aperto rispetto al gruppo trattato erano: 17% vs 26% alla settimana 12, 34% vs 39% alla 18, 45% vs 49% alla 24°, 39% vs 56% alla 30° e 48% vs 59% alla 36°. Anche per i tassi di remissione, a 36 settimane, i risultati erano simili (OR 1,71; 1,01-2,89, p=0,06); ma alla settimana 30 il gruppo trattato aveva una probabilità di remissione significativamente più alta (p <0,010). Sono stati calcolati i tassi di remissione alla 36° settimana per i pazienti identificati come placebo-responder alla fine della fase 1: per i responder è stato stimato un tasso di remissione del 61% alla 36° settimana rispetto al 39,7% dei non-responder (p=0,07). A 36 settimane, il tasso di eventi avversi gravi
non è stato statisticamente differente tra il gruppo placebo
e i trattati (13,4% vs 11,3%). Dei 112 soggetti del gruppo placebo-trattamento
in aperto, 12 (10,7%) hanno avuto un evento suicidario (tentativo
di suicidio, azione preparatoria o ideazione suicidaria) tra la
settimana 12 e la 36, rispetto a 32 su 327 (9,8%) dei pazienti
in trattamento attivo, con una differenza non statisticamente
significativa. L’obiettivo dello studio era quello di valutare
la sicurezza dell’utilizzo di placebo come controllo negli
studi clinici su adolescenti con depressione maggiore. I limiti dello studio, rilevati dagli stessi autori,
risiedono nell’esiguità numerica del campione esaminato
e nella difficoltà ad interpretare i risultati correlati
ad un determinato trattamento: infatti essendo uno studio focalizzato
su risultati a lungo termine, alla fine tutti i partecipanti erano
in trattamento in aperto e molti non erano più nelle condizioni
della randomizzazione iniziale.
Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: placebo, depressione in adolescenti, RCT. Riferimento bibliografico
L'obiettivo di questo studio è stato quello di esaminare il Physicians’ Desk Reference (PDR) per valutare le variazioni dell’elenco dei medicinali autorizzati per i bambini negli Stati Uniti nel corso di un periodo di 10 anni (1998-2007) e determinare le variazioni nel numero e nelle percentuali delle formulazioni adeguate di tali farmaci. Sono stati individuati ed esaminati
tutti i prodotti elencati nei PDR USA nel 1998, 2002 e 2007 per estrarre
le seguenti informazioni: nome del principio attivo, salificazione,
dosaggio, nome della specialità, idoneità della formulazione,
informazioni sull’autorizzazione pediatrica e età più
bassa per la quale è stata concessa autorizzazione del farmaco.
Più di 2000 prodotti con le relative informazioni prescrittive complete sono state elencati in ogni PDR per anno: 2577 prescrizioni nel 1998, 2139 nel 2002 e 2894 nel 2007. Tra le prescrizioni, quelle autorizzate nei bambini sono state il 55,9% nel 1998, il 54,3% nel 2002 e il 51,3% nel 2007. Nel 2007, 684 prescrizioni non erano più presenti nell’elenco del PDR e 327 di queste erano autorizzate nella popolazione pediatrica. Il numero di prescrizioni presenti nell’elenco in formulazioni adatte per i bambini fino al 2007 è diminuito, ma le percentuali sono rimaste simili nel corso del decennio. I tre principali tipi di formulazione per tutto il periodo analizzato comprendevano: prodotti non adatti alla via orale (>57%), iniettabili (>38%) e adatti per la via orale (>17%). Nel corso del decennio, il numero
di prescrizioni in elenco in ogni PDR relative a prodotti autorizzati
nei bambini è diminuito di circa un terzo.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: farmaci per uso pediatrico, tassi di prescrizione, PDR. Riferimento bibliografico
I farmaci autorizzati come tocolitici comprendono l’agonista ß-adrenergico ritodrina e l’antagonista dell’ossitocina atosiban. Gli inibitori della ciclossigenasi e i calcio antagonisti sono anch’essi utilizzati per evitare il parto pretermine, ma non sono attualmente registrati per questa indicazione. Pochi studi clinici hanno confrontato in maniera diretta il profilo di tollerabilità di questi trattamenti. La scelta dei farmaci tocolitici di prima linea per il trattamento del parto pretermine è pertanto dibattuta poiché non esistono evidenze conclusive sulla sicurezza delle varie terapie. Questo studio di coorte prospettico, in aperto, ha valutato l’incidenza di complicanze materne gravi associate all’uso di farmaci tocolitici utilizzati nel parto pretermine in situazioni cliniche routinarie. Sono state arruolate pazienti consecutive trattate
con farmaci tocolitici secondo il protocollo utilizzato a livello
locale in 28 ospedali dei Paesi Bassi e in Belgio, tra Gennaio
2006 e Luglio 2007. Alla fine del periodo di registrazione tutti gli
eventi avversi sono stati valutati e classificati da un gruppo
di esperti costituito da 5 membri: tre ostetriche e due farmacologi.
Al gruppo di esperti è stato inizialmente richiesto di
stabilire se gli eventi avversi registrati rispettavano il criterio
di essere insorti durante la tocolisi e di aver richiesto la sospensione
del trattamento secondo l’opinione dell’ostetrica
e, successivamente, di classificare gli eventi avversi in termini
di intensità (grave o lieve). La somministrazione di tocolitici è stata classificata in base a tre modalità di trattamento: singola (un farmaco tocolitico), sequenziale (più tocolitici somministrati in periodi separati) o combinata (più tocolitici simultaneamente). L’outcome primario dello studio era l’incidenza di reazioni avverse gravi ai tocolitici (generale e relativa alle singole categorie di trattamento). Per ogni modalità di trattamento gli autori hanno condotto un’analisi separata per ogni tipo di tocolitico. Mediante regressione logistica è stata effettuata un’analisi di sottogruppo per la verifica di possibili fattori relativi all’aumento dell’incidenza di reazioni avverse ai tocolitici, quali gestazione multipla, storia medica o qualsiasi altra patologia ginecologica. Lo studio ha arruolato 1920 donne. L’età materna media è stata di 29.8 anni e l’età media gestionale di 29 settimane. I farmaci tocolitici utilizzati (singoli, combinati o sequenziali) sono stati il calcio antagonista nifedipina (n=1022; 34,3%), l’antagonista dell’ossitocina atosiban (n=1248; 41,9%), gli agonisti ß-adrenergici ritodrina e fenoterolo (n=411; 13,8%), l’inibitore della ciclossigenasi indometacina (n=261; 8%), solfato di magnesio (n=18; 0,6%) e nitroglicerina per via transdermica, un donatore di ossido nitrico (n=4). Eventi avversi sono stati registrati in 38 donne, 16 le reazioni gravi e 15 quelle lievi. Tra le reazioni materne gravi sono stati riportati: per gli agonisti ß-adrenergici 5 casi di dispnea (2 in trattamenti combinati), 1 insufficienza cardiaca (trattamento sequenziale), 1 ipossia (trattamento combinato), 1 edema polmonare (trattamento combinato), 1 dispnea (associazione con il trattamento improbabile), e 1 trombosi venosa profonda (trattamento combinato, associazione con il trattamento improbabile); per atosiban 2 casi di dispnea (entrambi in trattamento combinato), 1 insufficienza cardiaca (trattamento sequenziale), 2 edemi polmonari (trattamento combinato); per nifedipina 2 casi di dispnea (1 in trattamento combinato), 4 ipotensioni, 1 ipossia (trattamento combinato), 2 edemi polmonari (trattamento combinato) e 1 trombosi venosa profonda (trattamento combinato, associazione con il trattamento improbabile). Non sono state riportate reazioni gravi per l’indometacina. Non sono state riportate morti fetali durante il trattamento e nessuno degli eventi lievi o gravi è stato seguito da morte fetale o neonatale. Tra le 575 donne trattate con atosiban in monoterapia, nessuna aveva manifestato un evento avverso grave e 1 aveva avuto una lieve reazione avversa (0,2%). Delle 542 donne trattate con nifedipina, 5 avevano manifestato una grave reazione avversa (0,9%) e 6 lieve (1.1%). Tra le 175 donne trattate con un agonista ß-adrenergico, 3 avevano manifestato una grave reazione avversa (1.7%) e 4 lieve (2.3%). Il numero necessario di pazienti da trattare con
atosiban rispetto agli agonisti ß-adrenergici e alla nifedipina
per prevenire una reazione avversa grave era rispettivamente di
59 (limite inferiore del 95% CI: 35) e 108 (limite inferiore del
95% CI: 56 . In confronto ad atosiban, il rischio relativo di
un evento avverso (lieve e grave combinati) con gli agonisti ß-adrenergici
era 22.0 (95% CI da 3.6 a 138) mentre con nifedipina era 12 (da
1.9 a 69.0). Dieci differenti combinazioni di atosiban, agonisti
ß-adrenergici, nifedipina e inibitori delle ciclossigenasi
sono state registrate in 311 casi. Nelle pazienti trattate con
queste combinazioni, sono state osservate 5 reazioni avverse gravi
(1.6%) e 1 lieve (0.3%). Non sono state riportate reazioni avverse
gravi nelle combinazioni con l’uso degli inibitori delle
ciclossigenasi (n=143). In 282 donne che ricevevano la terapia
tocolitica sequenziale sono state osservate 1 reazione avversa
grave e 2 lievi (0.7%), tutte durante la somministrazione del
secondo farmaco; una volta con un farmaco ß-mimetico e due
con nifedipina. L’assunzione di tocolitici è stata
registrata in 414 donne con gravidanza multipla. Quattro di queste
donne hanno manifestato una grave reazione avversa da tocolitico
in confronto alle donne con una gravidanza singola (RR 1.5, 95%
CI da 0.39 a 5.0). Due delle donne (2.0%) sono state trattate
con terapia singola di nifedipina (n=101) e due (2.4%) con terapia
combinata (n=84). La regressione logistica ha dimostrato che la
rottura pretermine delle membrane, la perdita di sangue e altre
patologie ostetriche non erano associate in modo indipendentemente
ad alcun evento avverso.
L’editoriale di accompagnamento allo studio può essere riassunto nei seguenti punti chiave: - Beta-agonisti, atosiban e indometacina
riducono l’incidenza del parto fino a 48 ore rispetto a placebo,
ma nessuno di questi farmaci ha dimostrato di migliorare gli esiti
neonatali. Nifedipina non è mai stata confrontata a placebo
per questa indicazione, ma è risultata più efficace
dei beta-agonisti nel ritardare il parto con evidenza di miglioramento
degli esiti neontali. Atosiban e nifedipina non sono mai stati confrontati
in maniera diretta. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da Ferring Pharmaceuticals BV, che commercializza atosiban. Uno degli autori ha ricevuto un finanziamento dalla stessa azienda per uno studio precedente. Parole chiave: reazioni avverse, tocolitici, studio di coorte prospettico. Riferimenti bibliografici
Il GIST è il sarcoma del tratto intestinale più comune. La terapia principale per questo tipo di tumore è l’asportazione chirurgica ma, sfortunatamente, i risultati che si ottengono con la sola chirurgia sono inadeguati: il 50% dei pazienti sviluppano recidive tumorali entro 5 anni. L’imatinib mesilato è un inibitore selettivo delle tirosin-kinasi KIT, PDGFRalfa, ABL e BCR-ABL, somministrato per via orale la cui efficacia nei confronti del GIST è nota fin dal 2000. In considerazione dell’attività di questo farmaco, della tendenza alle recidive tumorali in seguito all’asportazione chirurgica e della scarsità d’effetto degli agenti chemioterapici convenzionali, esiste un solido razionale per valutare i benefici dell’imatinib come trattamento adiuvante del GIST. Lo scopo di questo studio è stato quello di valutare se il trattamento adiuvante con imatinib possa avere, rispetto al placebo, un effetto positivo sulla comparsa di recidive nei soggetti sottoposti all’asportazione chirurgica di un GIST primario e localizzato. Lo studio, di fase III, randomizzato, in doppio cieco, controllato vs placebo e multicentrico è stato condotto tra luglio 2002 e aprile 2007, in 230 centri degli USA e del Canada. I criteri di inclusione sono stati: diagnosi istologica di GIST primario e localizzato di almeno 3 cm e positivo per la proteina KIT; età >=18 anni; un Eastern Cooperative Oncology Group (ECOG)/Zubrod performance status <= 2. I pazienti dovevano essere stati registrati entro 70 giorni dall’asportazione del tumore e iniziare il trattamento il giorno 84. Ventotto giorni prima della registrazione, i pazienti sono stati sottoposti ad un’analisi radiologica postoperatoria che rilevasse l’assenza di tumori. Ulteriori criteri di inclusione erano: un’adeguata funzionalità epatica, renale ed ematologica e la risposta negativa al test di gravidanza. Nella fase antecedente l’inizio dello studio non era consentito l’uso di imatinib, chemioterapia, radioterapia o di altri trattamenti successivi alla chirurgia. Sono stati anche esclusi pazienti con un’infezione attiva richiedente antibiotici nei 14 giorni precedenti la registrazione nello studio; donne in fase di allattamento; pazienti con una patologia cardiaca di classe 3 o 4 secondo la classificazione della New York Hearth Association e pazienti in trattamento con dose massima di warfarin. I pazienti (n=713) sono stati randomizzati
a ricevere imatinib (n=359) alla dose orale di 400 mg/die o placebo
(n=354) per 1 anno; le visite sono state alla settimana 1, 2, 4,
6, 8, 12, 16, 20, 24 e poi ogni 3 mesi per 2 anni e ogni 6 mesi
fino al 5° anno. L’8% (n=30) dei pazienti del
gruppo imatinib e il 20% (n=70) del gruppo placebo hanno avuto una
recidiva tumorale o sono deceduti. Dopo 1 anno, l’imatinib
ha significativamente aumentato la sopravvivenza libera da recidive
rispetto al placebo (98% vs 83%, HR 0.35 [0.22-0.53; p<0.0001]).
Il follow-up mediano è stato di 19.7 mesi (minimo 0, massimo
56.4). La terapia adiuvante risulta particolarmente
importante per i pazienti ad alto rischio, per cui il rischio di
recidive a due anni dall’intervento supera il 50% in assenza
di trattamento. Ad oggi non vi sono altri farmaci approvati dall’FDA
contro i GIST, quindi la possibilità di ritardare o prevenire
le recidive tramite la terapia adiuvante è cruciale dal momento
che la resistenza acquisita nei confronti degli inibitori delle
tirosin chinasi si verifica nella maggior parte dei pazienti con
tumore metastatico. La sopravvivenza globale tra i gruppi in studio
è risultata simile e questo non sorprende se si considera
il tempo di follow-up relativamente breve e il disegno dello studio
in base al quale è permesso ai pazienti del gruppo placebo
di ricevere l’imatinib in caso di comparsa di recidive. Un
follow-up più lungo è necessario al fine di stabilire
se la terapia adiuvante con imatinib incrementi la frequenza di
guarigione relativa alla chirurgia. Sono necessari ulteriori studi
per stabilire se potranno essere usate dosi superiori ai 400mg/die
nella terapia adiuvante.
L’editoriale di accompagnamento al lavoro, sottolinea che lo studio suggerisce che tutti i pazienti dovrebbero essere trattati per un anno con imatinib dopo la resezione di un GIST di almeno 3 cm. Per questo tipo di pazienti l’imatinib è stato approvato nel dicembre 2008 dall’FDA per un trattamento di durata illimitata. L’editorialista sottolinea che i ricercatori hanno riscontrato un miglioramento solo marginale nella sopravvivenza libera da recidive in pazienti con un tumore <10 cm, a 3 anni il miglioramento era quasi nullo nei pazienti con una massa tumorale compresa tra 3 e 6 cm e a 2 anni la riduzione del rischio nei pazienti con un tumore compreso tra 6 e 10 cm era solo del 10%. Inoltre, poiché i pazienti con metastasi saranno trattati con imatinib, potrebbe essere più interessante valutare come end point la sopravvivenza in assenza di terapia antitumorale in termini di effetti tossici e di costi. L’editoriale solleva anche la questione della scelta dei criteri di stratificazione, infatti il rischio di recidive è influenzato oltre che dalla dimensione tumorale anche dall’indice mitotico e dalla localizzazione del tumore primario. Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: imatinib, GIST, terapia adiuvante. Riferimenti bibliografici |
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del Tribunale di Milano n° 710 del 27/11/2008 http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Responsabile Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Elisa Benetti (Università di Torino) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Aprile 2009 |