
Newsletter numero 37 del 01-06-2009
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Lo studio ALLHAT (Antihypertensive and Lipid-Lowering Treatment to Prevent Heart Attack Trial) ha valutato l’insorgenza di patologie cardiovascolari (PCV) in 42418 pazienti ipertesi ed ad alto rischio cardiovascolare, comparando l’efficacia di 4 classi di farmaci antipertensivi utilizzati nel trattamento iniziale dell’ipertensione (ALLHAT Officers and Coordinators for the ALLHAT Collaborative Research Group. JAMA 2002;288:2981-2997). Alcuni risultati di questo studio erano del tutto inaspettati ed hanno generato un acceso dibattito scientifico (Antihypertensive and Lipid-Lowering Treatment to Prevent Heart Attack Trial Collaborative Research Group. Hypertension 2003;42:239-246; Davis BR et al. Ann Intern Med 2004;141:39-46). Lo studio ALLHAT è un trial multicentrico randomizzato in doppio cieco disegnato per determinare se l’incidenza di eventi coronarici maggiori (CHD) (end point primari: infarto del miocardio non fatale e morte per CHD) si riduceva nei pazienti ipertesi ad alto rischio cardiovascolare (di età >55 anni con almeno un fattore di rischio aggiuntivo per patologie CV [es ipertrofia ventricolare sinistra, diabete mellito (DM), fumo, livelli di colesterolo HDL <35 mg/dL o <0.91 mmol/L, storia positiva e documentata di malattia aterosclerotica)] in cui veniva iniziata per la prima volta la terapia antipertensiva con calcio antagonisti (CA, amlodipina), ACE-Inibitori (ACE-I, lisinopril) ed alfa-bloccanti (doxazosina) rispetto al trattamento con diuretici (clortalidone). Complessivamente, lo studio non ha mostrato nessuna superiorità dei tre antiipertensivi rispetto al clortalidone. Di contro il clortalidone si è dimostrato superiore a:
Amlodipina e lisinopril non mostravano nessuna superiorità al clortalidone nella prevenzione dell’insufficienza renale all’ultimo stadio (IRUS), sia complessivamente che dopo stratificazione per DM o per tasso di filtrazione glomerulare all’inclusione nel trial (Rahman M et al. Arch Intern Med 2005;165:936-46; Wright JT Jr et al. Arch Intern Med 2008;168:207-17). ALLHAT è ad oggi lo studio più esaustivo per quel che riguarda l’uso di antipertensivi in pazienti adulti con DM (n=13101) o con alterata glicemia a digiuno (n=1399). Lo studio non ha mostrato nessuna superiorità per alfa-bloccanti, CA ed ACE-I in confronto al diuretico in nessuno dei differenti livelli glicemici analizzati. Lo studio ALLHAT è stato il primo grande studio che ha effettuato una comparazione diretta delle differenti classi di antipertensivi nella popolazione afroamericana (n=15.094) e nei pazienti con più di 65 anni (n=24.330). In entrambi i sottogruppi non si è rilevata alcuna superiorità di alfa-bloccanti, CA e ACE-I rispetto al diuretico per gli outcome primari e per i principali outcome secondari. Di contro, rispetto agli ACE-I la terapia con diuretici è sembrata superiore nel ridurre la pressione arteriosa (PA) (4 mm Hg di differenza a 4 anni), incidenza di stroke e PCVC nella popolazione afroamericana. Inoltre, in tale popolazione i CA sono stati più efficaci degli ACE-I nel ridurre la PA e nel prevenire lo stroke. L’obiettivo di ridurre la PA al di sotto dei 140/90 mm Hg è stato raggiunto in tutti e 4 i gruppi. Il protocollo prevedeva un’intensificazione della terapia se la PA non era ben controllata. Tra i gruppi si sono comunque riscontrate differenze. In particolare, rispetto al clortalidone, la PA era più alta nel gruppo doxazosina (2-3 mm Hg; p<0.001 in tutte le visite annuali), lisinopril (2 mm Hg, p <0.001; 4 mm Hg negli afroamericani, p<0.001) ed amlodipina (<1 mm Hg; p <0.01-0.03). In base alle più recenti evidenze in cui tutti gli outcome, ad eccezione dello SC, sono stati correlati alla riduzione della PA (Turnbull F et al. Lancet 2003; 362:1527-35), si può affermare che le differenze pressorie riscontrate, possono spiegare solo alcuni, ma non tutti i benefici clinici osservati nei pazienti trattati con clortalidone. Uno dei punti più critici dell’ALLHAT era la scarsa utilizzazione del clortalidone in pratica clinica. Una metanalisi dei trial clinici che utilizzavano tutti gli altri diuretici, ha mostrato una sostanziale comparabilità sugli outcome cardiovascolari (Psaty BM et al. JAMA 2004; 292:43-4). Alle dosi utilizzate nello studio ALLHAT (20 mg/die) è plausibile estendere i risultati del clortalidone anche agli altri diuretici della sua stessa classe. Anche i risultati sullo SC hanno creato ampie discussioni scientifiche (Davis BR. Ann Intern Med 2004; 141: 39-46), in particolare per quel che riguarda la validità esterna dei risultati, vista la superiorità del clortalidone rispetto a tutti e tre gli altri farmaci. Dopo una rigorosa rivalutazione dei dati, eseguita da revisori indipendenti che valutavano in cieco gli outcome secondo diversi algoritmi clinici (SHEP/ALLHAT e Framingham), lo studio di validazione dei risultati sullo SC ha confermato i risultati dello studio originale (Einhorn PT et al. Am Heart J 2007; 153:42-53). Usando questi differenti criteri diagnostici, è risultato che, rispetto al clortalidone, il rischio relativo variava da: 1.41 a 1.46 per l’amlodipina, 1.12-1.21 per il lisinopril, 1.71-1.80 per la doxazosina. Dunque, i diuretici tiazidici sembrano essere associati ad una migliore protezione contro la nuova insorgenza di SC rispetto agli altri farmaci utilizzati nello studio in pazienti ipertesi ad alto rischio cardiovascolare. Nonostante ciò, in pazienti con SC già manifesto, il trattamento dovrebbe seguire le linee guida più appropriate (Hunt SA et al. Circulation 2005; 112:e154-e235; Heart Failure Society Of America. J Card Fail 2006;12:10-38). Altro punto importante è la proprietà dei diuretici tiazidici di aumentare i livelli di glucosio a digiuno. Nei pazienti senza DM inclusi nello studio ALLHAT, i livelli di glucosio aumentavano nel gruppo clortalidone fino a 104 mg/dL a 4 anni. Tale aumento era intermedio per l’amlodipina (102 mg/dL a 4 anni) e ancora minore per il lisinopril (100 mg/dL a 4 anni) e la doxazosina (99 mg/dL a 4 anni). La percentuale di pazienti che ha manifestato un aumento del glucosio a digiuno a 4 anni era del 11,6% nel gruppo clortalidone, 9,8% nel gruppo amlodipina (p=0,1) e 7,8% nel gruppo lisinopril (p<0,001). Nel gruppo doxazosina era dell’8,8%, ma il dato era disponibile per meno del 10% dei pazienti a 4 anni. Assumendo che i CA abbiano un effetto metabolico neutro, la comparazione di clortalidone ed amlodipina a 4 anni mostra come solo il 17% dei nuovi casi di DM nei pazienti trattati con diuretico sia dovuto effettivamente all’azione del farmaco (Cutler JA. Hypertension. 2006; 48: 198-200). Nello studio ALLHAT, circa il 55% dei pazienti era affetto da sindrome metabolica (MetS). L’uso di farmaci con profilo metabolico meno favorevole (come beta-bloccanti o diuretici) è stato successivamente sconsigliato (Giles TD, Sander GE. J Clin Hypertens 2005; 7:669-78). Una sottoanalisi nei pazienti con MetS ha mostrato come i pazienti trattati con gli alfa-bloccanti erano associati a livelli più bassi di glucosio e di colesterolo rispetto ai pazienti trattati con diuretici (10 mg/L e 9 mg/L, rispettivamente) od ACE-I (6mg/L e 2 mg/L). I livelli di HDL erano di 0,9 mg/L più alti nei pazienti con alfa-bloccanti che in quelli con diuretici. Nonostante queste differenze, non si è riscontrata nessuna differenza clinicamente rilevante sugli outcome PCV o renali. Nella popolazione afroamericana con MetS, la protezione verso stroke, SC, PCVC ed ERSD era inferiore nei pazienti trattati con alfa bloccanti e ACE-I rispetto a quelli con diuretici. Due studi clinici, con disegno simile a quello dello studio ALLHAT, supportano i suoi risultati (Black HR et al. JAMA 2003; 289: 2073-82; Brown MJ et al. Lancet 2000; 356: 366-72). Altri due sembrano contraddirlo (Dahlöf B et al. Lancet 2005; 366: 895-906; Jamerson K. N Eng J Med 2008; 359: 2417-28).
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di avere ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: eventi cardiovascolari, diuretici tiazidici, studio ALLHAT. Riferimento bibliografico
Nonostante la scarsità di dati a supporto della terapia con aspirina in pazienti con PAD, le principali linee guida internazionali e statunitensi citano la metanalisi ATC a supporto della prescrizione di aspirina come terapia di prima scelta nei pazienti con PAD. La FDA, peraltro, ha concluso che non ci sono sufficienti evidenze a favore dell’indicazione di aspirina nel trattamento della PAD e il Transatlantic InterSociety Consensus (TASC) II ha attribuito all’aspirina il livello C di raccomandazione per i pazienti con PAD isolata (senza evidenze cliniche di malattia coronarica o cerebrovascolare). Per stabilire il beneficio dell’aspirina nel trattamento della PAD, questa metanalisi ha valutato le evidenze provenienti da RCT prospettici sull’aspirina in monoterapia o in associazione ad altri antiaggreganti. è stata testata l’ipotesi nulla, cioè che l’aspirina non fosse differente dal placebo o dal controllo nel ridurre il rischio di un end point primario combinato di IM non fatale, stroke non fatale e morte per cause cardiovascolari. I criteri di inclusione erano i seguenti: RCT sia in aperto che in cieco; randomizzazione dei pazienti con PAD ad aspirina o placebo o controllo; disponibilità di dati su mortalità per tutte le cause, da cause cardiovascolari, IM, stroke ed eventi emorragici maggiori. L’outcome primario era la riduzione del rischio relativo (RR) da parte della terapia con aspirina sull’end point composito di IM non fatale, stroke non fatale e mortalità cardiovascolare in una popolazione trattata con aspirina (con o senza dipiridamolo). Sono stati selezionati 18 RCT che hanno coinvolto 5269 pazienti: 7 RCT hanno confrontato l’aspirina in monoterapia vs placebo o un controllo, 7 RCT hanno valutato l’associazione aspirina+dipiridamolo vs placebo o un controllo e 4 RCT prevedevano più bracci di trattamento (aspirina in monoterapia, aspirina+dipiridamolo e placebo). Per quanto riguarda l’effetto di aspirina vs placebo o controllo sull’end point primario, sono stati registrati 251 (8,9%) eventi cardiovascolari nei 2823 pazienti trattati con aspirina rispetto ai 269 (11,0%) eventi registrati nei 2446 controlli. Il RR aggregato ha evidenziato una riduzione del 12% del tasso di eventi cardiovascolari, non statisticamente significativa (RR 0,88; IC 95% 0,76-1,04). Il rischio di emorragia non è risultato significativamente aumentato (51 eventi su 2823 pazienti [1,8%] vs 44 eventi su 2446 pazienti [1,8%]; RR 0,99; IC 95% 0,66-1,50). Nella maggior parte degli studi, comunque, gli eventi emorragici non erano stati formalmente valutati o riportati, limitando quindi la possibilità di stabilire un’associazione con l’aspirina. Per quanto concerne gli effetti dell’aspirina in monoterapia sull’end point primario, sono stati registrati 125 eventi cardiovascolari su 1516 pazienti (8,2%) rispetto ai 144 su 1503 pazienti (9,6%) randomizzati a placebo o controllo (RR 0,75; IC 95% 0,48-1,18). La monoterapia con aspirina è stata associata ad una significativa riduzione del rischio di stroke non fatale (32 eventi su 1516 pazienti [2,1%] vs 51 eventi su 1503 pazienti [3,4%]; RR 0,64; IC 95% 0,42-0,99), mentre non ci sono state differenze significative in riferimento agli altri outcome secondari. Per quanto riguarda la variabilità della dose, 2 trial con aspirina in monoterapia vs placebo hanno impiegato dosi basse (100 mg/die), riportando 112 eventi cardiovascolari su 823 trattati con aspirina rispetto a 127 su 819 pazienti assegnati a placebo (13,6% vs 15,5%; RR 0,64; IC 95% 0,25-1,68). Anche se il beneficio derivante dall’impiego di una dose bassa non era significativo, la popolazione studiata era piuttosto piccola e l’intervallo di confidenza ampio, limitando così la possibilità di rilevare importanti effetti cardioprotettivi. Due trial inseriti in questa metanalisi, il Prevention of Progression of Arterial Disease and Diabetes (POPADAD, BMJ 2008; 337: a1840. doi: 10.1136/bmj.a1840) ed il VA-Cooperative (J Diabet Complications 1989; 3: 191-7) hanno arruolato esclusivamente pazienti affetti da diabete e PAD, dimostrando che il RR su end point cardiovascolari compositi era molto vicino ad 1,00. Sebbene la differenza nella riduzione del rischio tra questi 2 studi ed altri non sia statisticamente significativa, non può essere esclusa la possibilità di una diversificazione dell’effetto in popolazioni con o senza diabete. Questi 2 studi contribuiscono per circa il 60% dei dati dell’analisi per l’outcome primario, quindi i risultati potrebbero essere interpretati nel contesto di una popolazione totale con elevata prevalenza di diabete. Inoltre, il POPADAD trial includeva il campione più ampio ed il follow-up di maggior durata; quando le analisi sono state effettuate escludendo il contributo di questo trial, l’associazione tra aspirina ed outcome primario era la seguente: 146 eventi su 2185 pazienti trattati con aspirina (6,7%) vs 161 eventi su1808 controlli (8,9%) (RR 0,83; IC 95% 0,67-1,02).
Ci sono diverse possibili spiegazioni per questi risultati: i pazienti con PAD sono meno rappresentati nei trial rispetto a quelli con coronaropatia o malattia cerebrovascolare ed il trial più ampio relativo ad impiego di aspirina nella PAD ha incluso solo 1276 pazienti. Nonostante determini un’inibizione piastrinica irreversibile, l’aspirina è un farmaco antiaggregante più debole rispetto ad altri. Molti studi suggeriscono che l’aspirina ritardi la progressione della PAD, riduca la necessità di rivascolarizzazione degli arti inferiori ed il rigetto nei pazienti sottoposti a procedure di rivascolarizzazione; essa inoltre è raccomandata da molti medici e linee guida nazionali ed internazionali come terapia di prima scelta nei pazienti con PAD, poiché riduce la morbilità e mortalità cardiovascolare in altre popolazioni ad alto rischio e perché è meno dispendiosa. Tuttavia, sulla base dei risultati attuali, appare evidente la necessità di studi comparativi tra aspirina e nuovi e più potenti antiaggreganti in questo setting di pazienti. I principali limiti di questa metanalisi riflettono i limiti dei trial inclusi, spesso di piccole dimensioni e di breve durata e quindi con minore capacità di rilevare eventi cardiovascolari maggiori. La metanalisi, del resto, non è risultata in grado di rilevare riduzioni del rischio <25% né di stabilire l’impatto dell’aspirina sui singoli componenti dell’end point composito. Pur associando diversi studi, il numero complessivo di eventi in questa analisi è relativamente piccolo e sono stati inseriti trial non originariamente disegnati per esplorare outcome cardiovascolari. La definizione di eventi emorragici maggiori, poi, non è uniforme, rendendo difficile stabilire una misura accurata delle emorragie e del rischio approssimativo. La mancanza di dati per singolo paziente rende infine difficile accertare se sottogruppi specifici di pazienti con PAD possano trarre beneficio dalla terapia con aspirina.
L’editoriale di accompagnamento sottolinea che, nell’interpretare i risultati di questa metanalisi, dovrebbero esserne considerate diversi aspetti. Oltre ai già citati limiti relativi all’ampiezza del campione, è importante rilevare che una parte considerevole dei soggetti inclusi nell’analisi proveniva da 2 studi che comprendevano solo pazienti con PAD e diabete, che è un fattore di rischio maggiore per PAD ed è molto comune nei pazienti con questa patologia, ma i pazienti diabetici potrebbero trarre minori benefici dall’aspirina rispetto ai non diabetici.
Conflitto di interesse: non sono stati erogati finanziamenti per la stesura di questa metanalisi. Parole chiave: aspirina, arteriopatia periferica, prevenzione secondaria, metanalisi. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo dello studio era testare l’ipotesi che l'uso corrente, rispetto ad un impiego pregresso, di inibitori della COX-2 e di FANS possa essere associato ad un aumento del rischio di ospedalizzazione per infarto miocardico acuto (IMA), per eventi CV e GI, insieme ad una variazione dell'entità del rischio tra i singoli inibitori della COX-2 e i FANS. Si tratta di uno studio caso-controllo di tipo nested all'interno di una coorte storica. I dati sono stati ottenuti dal PHARMO Record Linkage System, che include i record della dispensazione dei farmaci da parte delle farmacie territoriali e all’atto delle dimissioni ospedaliere di oltre 2 milioni di pazienti dei Paesi Bassi. I soggetti sono stati seguiti dalla data di ingresso nella coorte fino alla comparsa del primo evento (ricovero in ospedale per IMA, eventi CV o GI), decesso, per l’assenza nel database o per la fine del periodo di studio. I soggetti sono stati definiti come utilizzatori correnti, pregressi e recenti. Per i primi, la durata della prescrizione dei COX-2 inibitori o dei FANS tradizionali era la più vicina o precedeva o si sovrapponeva alla “data evento”; per gli utilizzatori pregressi, la somministrazione del farmaco era stata sospesa 60 giorni prima di tale data; per gli utilizzatori recenti, la prescrizione dei COX-2 inibitori o dei FANS tradizionali si concludeva entro 1 e 60 giorni prima della data evento. Per gli eventi di IMA e CV, il rischio CV basale è stato definito mediante uno score di rischio CV basato sulle prescrizioni di farmaci CV nell’anno precedente la data evento. Un totale di 485.059 soggetti hanno contribuito a 1.053.183 anni-persona di osservazione per lo studio di coorte. Sono stati prescritti i seguenti farmaci: ibuprofene (n=203.232), diclofenac (n=261.184), celecoxib (n=20.064), rofecoxib (n=56.009) e altri FANS (n=110.045). Durante il follow-up, 2196 casi hanno avuto una prima ospedalizzazione per IMA (2.09/1000 anni-persona), 5500 casi per un evento CV (5.22/1000) e 1793 casi per un evento GI (1.70/1000). Uso corrente vs pregresso di FANS tradizionali e inibitori della COX-2 e rischio di IMA, eventi CV e GI Il rischio di eventi CV con l’uso corrente di celecoxib, rofecoxib, diclofenac e altri FANS tradizionali, rispetto al pregresso, era statisticamente incrementato. Anche in questo caso il sesso maschile, l’aumento dello score di rischio CV e la presenza di diabete erano correlati in modo statisticamente significativo all’aumento del rischio di ospedalizzazione per cause CV. Il rischio GI era significativamente aumentato con l’uso corrente di rofecoxib (OR 1,99, 95% CI 1,51 a 2,63), naprossene (OR 4,44, IC 95%: 3,36 a 5,86), ibuprofene (OR 1,90, 95% CI 1,40 a 2,58), diclofenac (OR 4,77, 95% CI 3,94 a 5,76) e altri FANS tradizionali (OR 2,59, 95% CI 2,08 a 3,21), ma non per il celecoxib (O 1,36, 95% CI 0,70 a 2,66) o altri inibitori della COX-2. L’aumento del rischio GI era correlato in modo statisticamente significativo alla presenza di diabete e all’assunzione concomitante di paracetamolo, glucocorticoidi, SSRI, ASA e altri anticoagulanti. FANS tradizionali vs celecoxib: rischio di ospedalizzazione per IMA, eventi CV e GI
Tra i limiti dello studio gli autori sottolineano la mancanza di dati relativi ai farmaci OTC se non quando la dispensazione avveniva in una farmacia pubblica; la prescrizione dei COX-2 inibitori e dei farmaci gastroprotettori per gli individui con aumentato rischio GI e CV, come gli anziani; l’assenza di informazioni sul fumo, sull’ipercolesterolemia e sull’ipertensione. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da Pfizer. Lo sponsor ha partecipato all’interpretazione dei dati e alla stesura del lavoro, ma non del disegno dello studio, della raccolta, dell'analisi dei dati o nella decisione di pubblicare un articolo. Parole chiave: inibitori della COX-2, FANS tradizionali, eventi cardiovascolari e gastrointestinali, studio caso-controllo nested. Riferimento bibliografico
Nei paesi sviluppati lo stroke ischemico colpisce ogni anno 1.2 – 1.3 bambini/100.000: la mortalità si attesta al 10% dei casi, nel 20% dei casi si manifestano stroke ricorrenti e nel 70% deficit neurologici a lungo termine (Ganesan V. Ann Neurol 2003; 53: 167-73). Questo studio ha descritto la pratica clinica attuale e gli esiti dell’uso di alteplasi per via endovenosa o intrarteriosa nello stroke acuto nei bambini nell’ambito dello studio di coorte internazionale sullo stroke nei bambini IPSS (International Pediatric Stroke Study). Inoltre è stata confrontata l’attuale pratica clinica con i case-report pubblicati sull’uso di alteplasi nello stroke pediatrico e con le linee guida attuali sull’uso di alteplasi negli adulti con stroke. In questo studio multicentrico di coorte sono state analizzate le caratteristiche cliniche, la dose e il periodo di trattamento e gli esiti a breve termine di bambini trattati con alteplasi per stroke ischemico arterioso acuto, arruolati nello studio IPSS tra gennaio 2003 e luglio 2007. I dati di esito sono stati limitati a una valutazione descrittiva globale condotta dal medico responsabile sulla base di una scheda di valutazione clinica. Ciascun paziente trattato con alteplasi è stato classificato come affetto da deficit neurologico (lieve, moderato o severo), non affetto da deficit neurologico o deceduto al momento della dimissione dall’ospedale. Dei 687 bambini colpiti da stroke ischemico acuto arterioso arruolati nell’IPSS, 15 (2%) avevano ricevuto alteplasi: 9 per via endovenosa e 6 per via intrarteriosa. L’emorragia intracranica successiva alla somministrazione di alteplasi si era manifestata in 2 dei 9 bambini e in entrambi i casi è risultata asintomatica. Nell’ambito dello studio sono stati identificati 14 case-report pubblicati relativi a bambini con stroke trattati con alteplasi (in 10 casi per via endovenosa e in 4 per via intrarteriosa). Lo studio presenta alcuni limiti quali il numero ridotto di pazienti disponibili sia nel registro IPSS che in letteratura il che riduce la possibilità di trarre conclusioni su sicurezza ed esiti dell’uso di alteplasi nello stroke infantile. Inoltre, sono disponibili solo poche informazioni provenienti dal database IPSS e dalla letteratura relativi a pratica clinica, severità iniziale dello stroke, sviluppo dei deficit clinici post-trattamento e sintomi clinici associati a complicanze emorragiche successive.
L’editoriale di accompagnamento all’articolo sottolinea che fino a che non verranno stabiliti regimi di dosaggio ottimale, sicurezza ed efficacia, l’uso di alteplasi nello stroke ischemico arterioso infantile sembra essere un pò troppo azzardato. Per affrontare questi problemi è necessario condurre dei trial clinici. Probabilmente, solo un piccolo sottogruppo di bambini affetti da stroke ischemico arterioso potrebbe beneficiare della terapia con alteplasi, ad esempio nel caso di disordini cardiaci e protrombotici, mentre per una quota maggiore di bambini quali quelli affetti da arteropatia infiammatoria sembrerebbe essere più promettente un trattamento anti-infiammatorio, il quale a sua volta necessita di essere testato nei trial clinici. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: alteplasi, popolazione pediatrica, studio di coorte.
La sincope è un sintomo abbastanza comune che si manifesta con breve perdita di coscienza a risoluzione spontanea, spesso accompagnata da cadute. Gli episodi di sincope possono originare da molteplici fattori ed in alcuni casi la causa non è facilmente riconoscibile. L’obiettivo di questo studio di coorte basato sulla popolazione era valutare la relazione tra inibitori delle colinesterasi ed eventi correlati alla sincope, utilizzando i database sanitari dell’Ontario (Canada). Le misure di esito primarie sono state le visite ospedaliere per: (1) sincope, (2) bradicardia, (3) impianto di pacemaker permanente, (4) frattura dell’anca. Sono state condotte analisi secondarie per eliminare alcuni fattori di confondimento (es. comorbidità) tra gli utilizzatori dei farmaci in studio ed i controlli. Sono stati utilizzati cinque database amministrativi contenenti le prescrizioni farmaceutiche ricavate dall’Ontario Drug Benefit program (ODB), gli accessi ai Pronto Soccorsi dal National Care Reporting System (NACRS), i ricoveri ospedalieri dal Canadian Institute for Health Information Discharge Abstract Database (DAD), le prestazioni mediche rese ai pazienti in servizi ospedalieri ed extraospedalieri dall’Ontario Health Insurance Plan (OHIP) ed il registro dei dati demografici della popolazione dal Registered Persons Database (RPDB). Per l’analisi primaria, sono stati identificati 19.803 nuovi utilizzatori di inibitori delle colinesterasi (13641 trattati con donepezil, 3448 con galantamina, 2714 con rivastigmina) e 61.499 controlli (pazienti che non erano mai stati trattati con questi farmaci nell’anno precedente). Le due coorti sono risultate sovrapponibili per caratteristiche basali, tasso di impianti di pacemaker effettuati nei 5 anni precedenti ed accessi al pronto soccorso nell’ultimo anno. Lo studio presenta tuttavia alcuni potenziali limiti. Come per tutte le analisi di tipo osservazionale, i risultati possono essere alterati dall’esistenza di fattori di confondimento residui, talvolta non conosciuti o non misurabili. Inoltre, in questo studio non sono state determinate le frequenze degli eventi in correlazione ai singoli inibitori delle colinesterasi né è stata valutata la relazione dose-risposta. Tra i traumi da cadute, è stata considerata unicamente la frattura dell’anca.
Conflitto d’interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: inibitori delle colinesterasi, sincope ed eventi correlati, studio di coorte basato sulla popolazione. Riferimento bibliografico
I sintomi neuropsichiatrici sono altamente prevalenti nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer e gli antipsicotici di seconda generazione sono frequentemente utilizzati per il loro trattamento. Questo studio ha valutato gli effetti degli antipsicotici di seconda generazione sui fattori metabolici mediante un’analisi prospettica dello studio CATIE-AD (*), utilizzando le valutazioni metaboliche effettuate all’inizio e durante lo studio di origine. Sul totale dei 421 pazienti, non sono state rilevate differenze nelle caratteristiche basali tranne che per la pressione sistolica media (p=0,02). Circa la metà dei soggetti era in trattamento antipertensivo, il 60% assumeva anticolinesterasici o memantina, il 24% ipolipemizzanti e il 10% ipoglicemizzanti orali. Durante il trial 349 pazienti (83%) hanno ricevuto un antipsicotico di seconda generazione per almeno un giorno, mentre 72 (17%) non sono stati esposti a questi farmaci perché hanno assunto citalopram, placebo o trattamenti differenti da quelli in studio. Questi pazienti costituivano il gruppo di controllo. La durata del trattamento variava da 0 a 46 settimane, con una media di 12,1 settimane di terapia. Tra i soggetti sottoposti alla terapia con i farmaci in studio il 21% assumeva olanzapina, il 18% quetiapina e il 17% risperidone. Il 12% dei pazienti assumeva olanzapina e quetiapina, il 12% quetiapina e risperidone e il 7% tutti e tre gli antipsicotici. Dall’analisi statistica dei dati è emerso che la durata della terapia con antipsicotici era fortemente correlata all’incremento ponderale (p=0.02). Nei pazienti che hanno assunto antipsicotici atipici si è assistito ad un incremento del BMI di 0.02 kg/m2 per ogni settimana di trattamento (p=0.006) con una significativa correlazione tra la durata della terapia ed il sesso (p=0.005). Le donne hanno mostrato un incremento settimanale nel BMI di 0.03 kg/m2 (p=0.004) a differenza degli uomini (-0.003 kg/m2 ogni settimana, p=0.64). Questa differenza era verosimilmente dovuta al fatto che la donna anziana ha una maggiore massa grassa rispetto all’uomo, di conseguenza è più suscettibile all’incremento ponderale. Se confrontati con il gruppo di controllo i pazienti sottoposti a terapia con antipsicotici di seconda generazione dopo 24 settimane di trattamento presentavano maggiori probabilità di avere un incremento ponderale clinicamente significativo, definito come un aumento del 7% del peso originario. L’aumento ponderale era simile per olanzapina, quetiapina e risperidone. Il trattamento con olanzapina era inoltre associato ad aumento della circonferenza addominale e riduzione dei valori ematici di HDL. Non sono state notate influenze degli antipsicotici sui livelli di pressione arteriosa sistolica o diastolica, glicemia o trigliceridemia. Rappresenta un limite il fatto che molti pazienti hanno cambiato la loro terapia nel corso del trial, solo 78 soggetti hanno concluso il trial con lo stesso farmaco con il quale hanno iniziato. Inoltre il fatto che i dati di laboratorio siano stati raccolti ogni 12 settimane non ha permesso di rilevare le variazioni rapide di glicemia e trigliceridemia.
(*) Lo studio CATIE-AD, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato versus placebo ha valutato l’effetto di 36 settimane di trattamento con antipsicotici di seconda generazione sulla psicosi e sull’agitazione di pazienti affetti da malattia di Alzheimer. Era suddiviso in 4 fasi; nella fase 1, 421 pazienti (186 uomini e 235 donne, età media 77,9 anni) sono stati randomizzati ad olanzapina, quetiapina, risperidone o placebo secondo un rapporto 2:2:2:3; nella fase 2, i pazienti che non traevano giovamento dalla terapia in fase 1 venivano randomizzati in doppio cieco ad uno degli altri antipsicotici o all’antidepressivo citalopram. I pazienti che hanno interrotto la fase 2 entravano in fase 3 venivano randomizzati ad un farmaco in studio ma il disegno era in in aperto. I pazienti avevano anche la possibilità di passare da una qualunque delle 3 fasi ad una fase in aperto nella quale erano sottoposti a terapia con un farmaco non in studio. Conflitto di interesse: due ditte farmaceutiche hanno contribuito a finanziare lo studio. Diversi autori dichiarano di avere ricevuto fondi da varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: antipsicotici di seconda generazione, incremento ponderale, rischio metabolico Riferimento bibliografico
Numerosi studi, sia preclinici che clinici, suggeriscono che i farmaci antidepressivi possono indurre un aumento del peso corporeo ed un’alterazione dell’omeostasi glucidica. Il recente studio clinico Diabetes Prevention Program (Diabetes Care 2008, 31: 420-426) ha dimostrato, al reclutamento, un aumento del rischio di diabete in soggetti ad alto rischio in trattamento con antidepressivi, sia in modo continuo che intermittente e in quelli che hanno ricevuto placebo o interventi sullo stile di vita durante lo studio. L’aumento del rischio non è stato osservato nei pazienti in trattamento con metformina come antidiabetico. Lo scopo di questo studio era stabilire se l’uso di farmaci antidepressivi per il trattamento di disordini depressivi fosse associato ad un aumento del rischio di diabete mellito in pazienti oltre i 30 anni d’età ed osservare se il rischio fosse influenzato dalla posologia e dalla durata del trattamento. I criteri di inclusione erano: età >30 anni (per ridurre l’incidenza di pazienti con diabete mellito di tipo I), assenza di diagnosi di diabete o di compromessa tolleranza al glucosio, assenza di terapia con antidiabetici orali o insulina, diagnosi di depressione 180 giorni prima o 90 giorni dopo l’ingresso nella coorte, assenza di trattamenti antidepressivi nell’anno precedente la prima prescrizione di antidepressivi, almeno una registrazione del BMI. Tramite l’utilizzo del database GPRD, è stato osservato che 165.958 pazienti rispondevano ai criteri descritti precedentemente. Tra questi, sono stati identificati 2423 potenziali casi di diabete, fra i quali 2243 pazienti sono stati inclusi nell’analisi. Nella coorte dei pazienti, ai casi-soggetto sono stati assegnati mediante randomizzazione 8963 casi-controllo, identificando quindi per la quasi totalità dei casi (99.8%), 4 casi-controllo ogni caso-soggetto, analoghi per età, sesso e data di ingresso nella coorte. Valutando i singoli antidepressivi, l’aumento del rischio è stato osservato con l’uso recente di amitriptilina, fluvoxamina, paroxetina e venlafaxina. Anche in questo caso, il rischio è aumentato solo nell’utilizzo a lungo termine (oltre 24 mesi) ed il rischio stimato era 2.49 (95% CI 1.52 - 4.08) per l’amitriptilina, 9.05 (1.08 – 75.58) per la fluvoxamina, 1.75 (1.13 – 2.72) per la paroxetina e 3.01 (1.01 – 9.02) per la venlafaxina. I dati riportati in questo lavoro sono in accordo con i risultati del già citato Diabetes Prevention Program trial (Diabetes Care 2008, 31: 420-426), dove è stato dimostrato che l’uso continuo di antidepressivi è associato ad un aumentato rischio di diabete pari a 2.60 nel braccio placebo e 3.39 nel braccio con intervento sullo stile di vita. Nel braccio in trattamento con metformina, non è stato osservato questo aumento del rischio, probabilmente dovuto alla diminuzione del BMI che si osserva generalmente nei pazienti in trattamento con metformina. Viene riportato, tuttavia, che sono stati pubblicati altri lavori nei quali l’associazione uso di antidepressivi-aumentato rischio di diabete non è stata osservata. Gli autori sottolineano che in questi altri lavori, il disegno degli studi era diverso e meno accurato. Quali possono essere i meccanismi alla base di questa associazione? Sicuramente uno può essere l’aumento di BMI che si osserva in seguito all’uso di antidepressivi triciclici e talora con gli SSRI; è stato anche ipotizzato che l’attività noradrenergica degli antidepressivi, inducendo iperglicemia, possa giocare un ruolo nello sviluppo di diabete. Infine, sembra che anche la depressione come tale possa avere un ruolo; infatti è stato osservato che i pazienti con diagnosi di depressione hanno il 35% di aumento di rischio di sviluppare diabete, anche se i meccanismi che inducono questa associazione non sono ancora noti.
Conflitto di interesse: lo studio è stato in parte finanziato da Bayer Schering Pharma. Alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: antidepressivi, diabete, studio caso-controllo di tipo nested. Riferimento bibliografico
L’obiettivo di questo ampio studio caso-controllo di tipo nested era valutare la comparsa di eventi avversi gravi oftalmici dopo intervento di cataratta in pazienti esposti a tamsulosina o ad altri α-bloccanti nel periodo dell’intervento di cataratta. Per confermare la specificità dei risultati, è stata valutata anche l’esposizione agli inibitori di pompa protonica, farmaci per i quali non sarebbe previsto un incremento del rischio di eventi avversi. Utilizzando i dati estrapolati da tre differenti banche dati sanitarie dell’Ontario (Canada), è stata selezionata una coorte di pazienti di età ≥66 anni sottoposti ad intervento di cataratta tra il 2002 e il 2007. Dalla coorte sono state escluse le donne, i pazienti sottoposti ad altri interventi oculistici in concomitanza con la cataratta anche nei 5 anni precedenti, gli esposti a ciclosporina per uso topico nei 90 giorni precedenti l’intervento e quelli che nei 14 giorni successivi erano deceduti o avevano subito un altro intervento di cataratta. All’interno della coorte, è stato realizzato uno studio caso-controllo in cui i casi erano rappresentati dai pazienti che, tra il primo e il quattordicesimo giorno successivo alla cataratta, avevano manifestato un evento avverso oftalmico grave. All’interno dell’intera coorte (n=96.128, età media=77 anni), il 3,7% (n=3.550) era stato recentemente esposto a tamsulosina e l’1,1% (n=1.006) precedentemente esposto, mentre il 7,7% (n=7426) e l’1,1% (n=1.683), rispettivamente presentavano un’esposizione recente o pregressa ad altri α-bloccanti. Su un totale di 280 casi vs 1102 controlli, l’analisi degli eventi avversi rilevati in seguito all’intervento di cataratta ha evidenziato che 21 casi (7,5%) vs 30 controlli (2,7%) avevano ricevuto tamsulosina nei 14 giorni precedenti l’intervento di cataratta. Ciò corrispondeva a un OR aggiustato di 2,33 (CI 95% 1,22-4,43). Per gli esposti ad altri α-bloccanti, 21 casi rispetto a 88 controlli (7,5% vs 8,8%) hanno ricevuto il farmaco nei 14 giorni precedenti l’intervento (OR 0,91; 0,54-1,54). Precedenti esposizioni a tamsulosina e ad altri α-bloccanti non presentavano un rischio elevato di complicanze (OR 0,94; 0,27-3,34 e OR 1,08; 0,47-2,48, rispettivamente).
Non è chiaro se la sospensione del farmaco prima dell’intervento chirurgico riduca questo rischio. Nell’editoriale di accompagnamento, viene sottolineato che l’interruzione della somministrazione di tamsulosina non può essere considerata affidabile nel ridurre la gravità della IFIS e, pertanto, al fine di attenuare il potenziale rischio di complicanze intraoperatorie, sono state proposte diverse strategie farmacologiche e interventistiche. Inoltre, sebbene la scheda tecnica di tamsulosina includa il rischio di IFIS, dovrebbero essere riesaminati i dati relativi al rischio di questa complicanza per considerare la necessità di inserimento di un black box warning sui rischi di assunzione degli agenti α-bloccanti prima di un intervento di cataratta. Conflitto di interesse:lo studio è stato finanziato dal Canadian Institutes of Health Research (CIHR) Institute of Nutrition, Metabolism, and Diabetes, dal CIHR Institute of Gender and Health, e dal CIHR Institute of Aging. Alcuni autori hanno dichiarato di aver ricevuto finanziamenti da alcune ditte farmaceutiche. Parole chiave: tamsulosina, eventi avversi oftalmici, studio caso-controllo di tipo nested.
L’interferone-β è parzialmente efficace nel trattamento della sclerosi multipla recidivante-remittente (SMRR) e nuove strategie sono quindi necessarie. Lo studio, multicentrico (29 dipartimenti di neurologia in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia), randomizzato, in doppio cieco, a gruppi paralleli e contro placebo, è iniziato nell’agosto 2003 e si è concluso nel dicembre 2007. I pazienti hanno ricevuto metilprednisolone 200 mg o placebo per 5 giorni consecutivi ogni 4 settimane per almeno 96 settimane, in combinazione con interferone-β1a 44 µg 3 volte a settimana. Ogni 12 settimane i pazienti sono stati visitati, sono stati registrati gli eventi avversi, i trattamenti concomitanti e i risultati degli esami di laboratorio. Gli esami neurologici, comprese le valutazioni dei punteggi sulla EDSS e sulla scala Multiple Sclerosis Functiona Composite (MSFC), sono stati effettuati al basale, ad intervalli di 24 settimane (EDSS), alle settimane 48 e 96 (MSFC). Nel caso di sospetta recidiva i pazienti sono stati visitati entro 7 giorni dalla comparsa dei sintomi. Le concentrazioni degli anticorpi neutralizzanti sono state determinate alle settimane 24, 48, 72 e 96. Immagini di risonanza magnetica nucleare (RMN) del cervello sono state registrate al basale e alla settimana 96. L’outcome primario è stato la frequenza media annuale di recidive documentate durante l’intervallo 0-96 settimane. Un totale di 103 pazienti è stato randomizzato a ricevere metilprednisolone (n=66) o placebo (n=64). Il 26% dei pazienti nel gruppo metilprednisolone e il 17% in quello placebo hanno abbandonato lo studio prima della settimana 96. Sintomi psichiatrici (principalmente insonnia e nervosismo), gastrointestinali (in particolare dispepsia) e neurologici (maggiormente disgeusia e ageusia) sono stati riportati come eventi avversi più frequentemente nel gruppo metilprednisolone rispetto a quello placebo.
Nell’editoriale di accompagnamento, viene ribadita la necessità di ulteriori conferme ai dati del NORMIMS. Ad oggi, nonostante il razionale apparentemente forte, nessun ampio studio ha mostrato in modo definitivo i vantaggi apportati dai corticosteroidi al trattamento con interferone-β. Lo scorso aprile sono stati presentati all’American Academy of Neurology 2009 Annual Meeting (Abstract LB.002) i risultati di MECOMBIN, uno studio di 3 anni su 341 pazienti con SMRR che hanno ricevuto mensilmente metilprednisolone per os 500 mg per 3 giorni in aggiunta all’interferone-β1a im. Poiché i dati indicano un effetto benefico del glucocorticoide, l’analisi dei risultati dettagliati è di sostanziale interesse. - Dispositivi medici in evidenza -
La vena safena autologa (ASV) è considerata il materiale di scelta per il bypass crurale al fine di migliorare la sintomatologia o evitare l’amputazione in pazienti affetti da arteriopatia ostruttiva periferica (AOP); nella maggior parte dei casi tale procedura non è però applicabile per la bassa qualità della vena. L’innesto tubulare sintetico più ampiamente utilizzato è il politetrafluoroetilene espanso (ePTFE) che produce valori di pervietà paragonabili a quelli ottenuti con graft di materiale venoso in studi clinici randomizzati relativi a procedure con anastomosi distale a monte del ginocchio (above-knee, AK), ma esiti deludenti nel caso di interventi con anastomosi a valle del ginocchio (below-knee, BK). Questo studio retrospettivo ha valutato 350 pazienti con AOP (classificazione di Rutheford: ³3), ricoverati presso il Dipartimento di Chirurgia Vascolare, University Hospital Leuven, Belgio, sottoposti a bypass AK e BK nel periodo tra agosto 2002 e marzo 2006, con impianto di protesi ePTFE eparinata (n=240) o con ASV (n=110). Dalle cartelle cliniche sono state estratte le seguenti informazioni: età, sesso, fumo, valori preoperatori secondo la classificazione Rutherford e secondo quella della Società Americana di Anestesiologia, precedenti procedure di rivascolarizzazione, sito di anastomosi distale, grado di run-off, complicazioni operatorie, visite di controllo (fissate a 1 mese, 6 mesi e poi una volta l’anno), intervallo di tempo fra il bypass e la fine dello studio (1 febbraio 2007), mortalità, occlusione della protesi e amputazioni maggiori. Nelle visite di controllo è stato valutata la presenza di pulsazioni distali ed eseguita ecografia duplex nel caso di complicanze cliniche e dopo 1 o 2 anni dall’intervento. La pervietà del graft primario è stata definita come il valore di flusso sanguigno nell’impianto tubulare in assenza reintervento o solo nel caso di successiva chirurgia per stenosi/ostruzione di vasi distali o prossimali. Il recupero dell’arto è stato definito come assenza di maggiori amputazioni con livelli critici di ischemia (Rutherford=4,5,6 o ischemia acuta). Dopo un anno il tasso di pervietà primaria per gli impianti ePTFE eparinati è risultato essere del 92% per il bypass femoro-popliteo AK (AK-FP), del 92% per il bypass BK-FP e del 79% per innesti femoro-crurali (FC). Dopo due anni questi valori sono scesi rispettivamente a 83%, 83% e 69%. Nel gruppo ASV il tasso di pervietà primaria per bypass AK-FP, BK-FP e FC è stato rispettivamente pari a 91%, 72% e 69% dopo un anno e pari a 80%, 72% e 64% dopo due anni dall’intervento. Non sono state evidenziate differenze significative nei valori di pervietà dei gruppi quando sono state valutate singolarmente le diverse procedure di bypass. I pazienti con ePTFE eparinato sono risultati essere significativamente più soggetti (p<0.003) ad reintervento di bypass. Il tasso di recupero dell’arto dopo due anni è stato pari a 92% (AK-FP), 98% (BK-FP) e 87% (FC) per il gruppo ePTFE eparinato e pari al 100% (AK-FP), 91% (BK-FP) e 96% (FC) per il gruppo ASV, senza nessuna differenza significativa fra i due gruppi. Sono state rilevati due casi di infezione profonda dopo 5 e 6 mesi dall’impianto ePTFE eparinato. Questo studio retrospettivo, il primo per numerosità di pazienti valutati e per periodo di follow-up, ha dimostrato che gli impianti ePTFE eparinati sono paragonabili per valori di tasso primario di pervietà a quelli ASV sia dopo uno che due anni dall’intervento, con risultati promettenti nel caso di procedure BK-FP e FC.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: protesi di politetrafluoroetilene espanso eparinato, protesi venose, bypass femoro-crurale e femoro-popliteo.
Questo articolo si pone all'interno della problematica dell’aumento della spesa sanitaria che ha portato ad un elevato numero di interventi regolatori del mercato dei dispositivi medici negli ultimi anni. Pertanto, lo studio si occupa di descrivere e discutere gli attuali piani d'azione per regolamentare i dispositivi medici in Europa al fine di identificare il rapporto corretto tra il miglioramento dell'accesso ai nuovi dispositivi e la restrizione del mercato per contenere i costi e garantire la disponibilità dei dispositivi medici. L'analisi si è innanzitutto occupata dei piani d'azione sui dispositivi medici nei 4 paesi europei con la maggiore spesa per i dispositivi: Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna. Questi paesi, infatti, sono esemplificativi dei due principali sistemi sanitari in Europa: il sistema di assicurazione sanitaria nazionale, in Francia e Germania, e il sistema finanziato dalle tasse, in Italia e Gran Bretagna. Quindi gli autori confrontano gli approcci dei piani d'azione in Europa e negli USA. Infine, è stato discusso come questi piani d'azione tentino di bilanciare le adozioni tecnologiche e la disponibilità dei dispositivi medici prendendo in esame due casi: Italia e Germania. Dallo studio emerge che il mercato dei dispositivi medici in Europa è paragonabile a quello degli USA (63,6 vs 79,4 miliardi di euro). In entrambi i casi include prodotti estremamente eterogenei: dispositivi di primo soccorso (ad es., prodotti per la cura delle ferite), impianti o altre parti artificiali del corpo (ad es., endoprotesi dell'anca) ed equipaggiamento tecnico (ad es., MRI). I dispositivi, infatti, sono utilizzati per la diagnosi, la prevenzione, il monitoraggio, il trattamento o il sollievo di una malattia, ma, a differenza dei farmaci, non esplicano il loro principale effetto per una azione farmacologica, chimica, immunologica o metabolica. Dal confronto tra le direttive americane e europee emerge che, a differenza della FDA, l'Europa attualmente non richiede dati clinici di efficacia che dimostrino per un dispositivo di produrre un vantaggio per la salute; tuttavia, le nuove direttive richiederanno dati clinici per tutti i nuovi dispositivi. In Europa l'immissione in commercio dei dispositivi medici è regolamentata da tre direttive: la 90/385/ECC, la 83/42/EEC e la 98/8/EC che saranno aggiornate e modificate dalla direttiva 2007/47/CE che entrerà in vigore il 21 Marzo 2010. La vigilanza sui dispositivi viene affidata alle Agenzie Regolatorie dei singoli Stati. Per quanto concerne l’adozione dei dispositivi, mentre in Francia, Germania e Gran Bretagna la valutazione del rapporto costo/efficacia è centralizzata, in Italia le autorità nazionali sono responsabili di definire una struttura regolatoria, ma il vero potere decisionale è demandato alle Regioni. La regolamentazione della rimborsabilità e dei prezzi in tutte e quattro le nazioni esaminate rispecchia la suddivisione dei dispositivi nelle tre categorie: dispositivi di primo soccorso, inclusi nelle spese per i pazienti ospedalizzati e sottoposti a rigidi limiti di rimborso per quelli non ospedalizzati; impianti o altre parti artificiali del corpo, inclusi nelle spese per i pazienti ospedalizzati ma possono comportare un costo aggiuntivo in caso di tecnologie innovative e/o molto costose; equipaggiamento tecnico, i cui costi sono compresi nella parcella. Per quanto riguarda la rimborsabilità dei dispositivi medici innovativi, per i quali è difficile stabilire il rapporto costo/efficacia a causa dei pochi studi clinici condotti, gli autori evidenziano che il problema viene affrontato con due strategie: aggressiva e difensiva. La prima enfatizza una precoce adozione delle tecnologie innovative ed è associata ad una rapida diminuzione dei prezzi e ad un aumento dell’utilizzo; comporta però il rischio che il dispositivo medico in oggetto potrebbe non essere efficace nel mondo reale così come predetto dagli studi clinici. La seconda enfatizza il contenimento dei costi, ma può portare a prezzi più alti e ad un ritardo nell’adozione di nuove tecnologie. Dopo il lancio sul mercato, un nuovo dispositivo medico è inizialmente coperto da componenti aggiuntivi di rimborso, quindi, se viene riconosciuta una sufficiente efficacia, viene incorporato separatamente all’interno dei “Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi”. Questo approccio permette, ma non forza, l’adozione di dispositivi innovativi; inoltre, nonostante il deprezzamento, questo può avvenire più lentamente e le spese tendono ad essere maggiormente prevedibili e controllabili.
Parole chiave: dispositivi medici, spesa sanitaria, attività regolatorie. Riferimento Bibliografico
In pazienti con infarto miocardico con innalzamento del tratto ST, gli stent metallici riducono il rischio di ischemia ricorrente e di riocclusione e la conseguente rivascolarizzazione della lesione target con ripetuti interventi coronarici percutanei (PCI) o bypass. Nonostante ciò, in >20% dei pazienti con impianto di stent metallici si verifica una restenosi. Inoltre, in pazienti con infarto miocardico con innalzamento del tratto ST, rispetto all’angioplastica con palloncino, gli stent metallici non hanno ridotto la mortalità nè l’incidenza di reinfarto. Lo studio HORIZONS-AMI, un RCT multicentrico (tra cui gli Ospedali Riuniti di Bergamo), ha confrontato gli stent medicati con paclitaxel e quelli metallici in pazienti con infarto miocardico con innalzamento del tratto ST. Sono stati inclusi nello studio i pazienti (età >18 anni) che si sono presentati entro 12 ore dall’insorgenza dei sintomi e con innalzamento del tratto ST >1 mm in >2 derivazioni vicine, blocco di branca sinistra di nuova insorgenza o infarto miocardico posteriore. Sono stati esclusi i pazienti con controindicazioni ai farmaci in studio o con patologie che aumentano il rischio di emorragia e che non potevano assumere clopidogrel per 6 mesi dopo la procedura. I pazienti risultati eleggibili sono stati randomizzati secondo un rapporto 3:1 a stent medicato con paclitaxel (TAXUS Express, Boston Scientific) o stent metallici (Express, Boston Scientific). Tra il 25 marzo 2005 e il 7 maggio 2007, un totale di 3602 pazienti con infarto miocardico con innalzamento del tratto ST, sottoposti a PCI in 123 centri di 11 paesi, è stato randomizzato a ricevere un trattamento con eparina+inibitori della glicoproteina IIb/IIIa (n=1802) o bivalirudina da sola (n=1800). Su 3006 pazienti sottoposti ad impianto di stent, 2257 hanno ricevuto stent medicati con paclitaxel versus 749 stent metallici. Nel gruppo trattato con stent medicati con paclitaxel, l’incidenza dell’outcome primario di efficacia (rivascolarizzazione della lesione target guidata da ischemia a 12 mesi) era pari a 4,5% vs 7,5% con stent metallici (HR 0,59; 95% CI 0,43-0,83), che rappresentava un beneficio per altri 3 pazienti per 100 trattati per 1 anno con stent medicati con paclitaxel rispetto a quelli metallici (0,9-5,1; p=0,002), con una riduzione del rischio pari al 41%. Anche l’incidenza di rivascolarizzazione del vaso target guidata da ischemia a 12 mesi era inferiore tra i pazienti con stent medicati rispetto a quelli metallici (5,8% vs 8,7%; 0,65; 0,48-0,89; p=0,006). I dati di follow-up angiografici a 13 mesi erano disponibili per 910 pazienti che hanno ricevuto stent medicati con paclitaxel (1081 lesioni) e per 293 pazienti con stent metallici (332 lesioni). Nel gruppo con stent medicati con paclitaxel, l’incidenza di end point secondari maggiori di efficacia, restenosi binaria del segmento in analisi (incluse le misurazioni all’interno dello stent e 5 mm prossimali e distali allo stent) in tutte le lesioni, era pari al 10% vs 22,9% con stent metallici, con una differenza del 56% (RR 0,44; 0,33-0,57; p<0,001). Tuttavia, lo studio presenta diversi limiti. Innanzitutto, essendo stato necessario condurre uno studio in aperto, gli autori hanno cercato di ridurre i potenziali bias con un’elevata incidenza di compliance e tramite procedure di protocollo e valutazioni cliniche e di laboratorio in cieco. Inoltre, anche se, rispetto al gruppo con stent metallici, nel gruppo con impianto di stent medicati con paclitaxel, l’uso di tienopiridine tra 6 e 12 mesi era lievemente superiore, dopo aggiustamento delle variabili, la stima degli outcome di efficacia e sicurezza primaria non risultava statisticamente modificata. In terzo luogo, anche se tra i due gruppi l’incidenza degli eventi cardiovascolari maggiori era quasi identica, è necessario un follow-up a lungo termine per caratterizzare il profilo rischio/beneficio degli stent medicati, soprattutto perchè dopo l’impianto dello stent l’utilizzo della duplice terapia antiaggregante si riduce nel tempo e perchè l’aumento del rischio di trombosi dello stent può emergere solo dopo 1 anno dall’impianto. Inoltre, anche se erano limitati i criteri di esclusione, i risultati si possono applicare soltanto ai pazienti con le stesse caratteristiche di quelli arruolati nello studio e agli stent medicati con paclitaxel.
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Ultimo aggiornamento: 01 Giugno 2009 |