
Newsletter numero 38 del 15-06-2009
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Sommario o Ruolo degli antipertensivi nella prevenzione delle malattie cardiovascolari: metanalisi di 147 studi randomizzati nel contesto delle aspettative provenienti dagli studi epidemiologici prospettici o Aspirina in prevenzione primaria e secondaria della malattia vascolare: una metanalisi collaborativa di dati relativi ai singoli partecipanti di trial randomizzati o Dose di beta-bloccanti, riduzione della frequenza cardiaca e mortalità in pazienti con insufficienza cardiaca: una metanalisi o Rischi e benefici delle epoetine nel trattamento dell’anemia associata al cancro: una metanalisi o Uso di farmaci inibitori della secrezione acida e rischio di polmonite acquisita in ospedale o Integrazione con folato prima del concepimento e rischio di parto pretermine spontaneo: uno studio di coorte o Trattamento con gomme da masticare alla nicotina prima dell’interruzione del consumo di sigaretta: un trial randomizzato o Efficacia clinica
della ciprofloxacina per via endovenosa in pazienti con
infezione al tratto biliare un RCT di confronto con carbapenemi
RECORD è uno studio prospettico, multicentrico (sono stati
coinvolti 364 centri in 25 paesi, compresa l’Italia), randomizzato
in aperto versus comparator attivo che ha valutato gli effetti
della terapia con il rosiglitazone in combinazione con un secondo
antidiabetico orale su outcome cardiovascolari. L’obiettivo dello studio era valutare la non inferiorità del rosiglitazone in associazione a metformina o una sulfanilurea rispetto alla terapia combinata di metformina+sulfanilurea su outcome cardiovascolari. Da aprile 2001 sono stati reclutati pazienti (età
40-75 anni) con diabete di tipo 2, BMI >25 kg/m2, in monoterapia
con metformina o con una sulfanilurea (a scelta dello sperimentatore
glimepiride, gliclazide o glibeclamide) e con controllo della
glicemia non ottimale (HbA1c >7,0-9,0%). I pazienti sono stati randomizzati a ricevere
rosiglitazone o metformina (se stavano già assumendo la
sulfanilurea), rosiglitazone o una sulfanilurea (se stavano già
assumendo metformina). Un valore confermato del HbA1c >=8,5% è stato il criterio per il passaggio alla terapia di salvataggio: aggiunta di un terzo antidiabetico orale nel gruppo rosiglitazone e lo switch ad insulina nel gruppo metformina+sulfanilurea. In caso di ulteriore persistenza di valori di HbA1c >=8,5% i pazienti nel gruppo rosiglitazone hanno interrotto l’assunzione del rosiglitazone e sono passati alla terapia con insulina. L’outcome primario è stato il tempo al primo ricovero o alla decesso per cause cardiovascolari. L’ipotesi primaria da valutare è stata la non inferiorità del rosiglitazone rispetto al controllo attivo, con un margine di non inferiorità di HR di 1,20. Dei 7428 pazienti arruolati, 4458 sono stati randomizzati
ai trattamenti: rosiglitazone+meformina (n=1117), rosiglitazone+sulfanilurea
(n=1103), metformina+sulfanilurea (n=2227). Il follow-up medio
è stato di 5,5 anni corrispondente a 12338 e 12272 anni-persona,
rispettivamente per il gruppo rosiglitazone e per il coontrollo.
L’end point primario si è verificato
in 321 pazienti del gruppo rosiglitazone e in 323 pazienti di
quello di controllo (HR 0,99, CI 95% 0,85-1,16), soddisfacendo
il criterio di non inferiorità. L’incidenza degli eventi avversi dovuti
all’ipoglicemia è stata più alta nei pazienti
che hanno assunto le sulfaniluree (sulfanilurea+metformina 18%,
metformina+sulfanilurea 13% e rosiglitazone+sulfanilurea 16%)
rispetto all’associazione di rosiglitazone con metformina
(5%). L’incidenza totale di fratture è
risultata maggiore nel gruppo rosiglitazone rispetto al controllo
(RR 1,57; CI 95% 1,26-1,97; p<0,0001). Il rischio è
stato maggiore per le donne (RR 1,82; 1,37-2,41) rispetto agli
uomini (RR 1,23; 0,85-1,77).
Punti di forza dello studio sono la cecità nel reclutamento e nella valutazione degli end point in una popolazione clinicamente rappresentativa arruolata in diversi paesi tra Europa e Oceania. Inoltre, i comparator scelti, cardioprotettivi e alternative di scelta al rosiglitazone, offrono un contesto clinico significativo per l’interpretazione dei risultati. Da rilevare la limitata potenza statistica per le componenti individuali dell’end point primario. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla GSK, ditta produttrice del rosiglitazone. Alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti dalla GSK e da quelle produttrici di metformina e sulfanilurea. Parole chiave: rosiglitazone,
esiti cardiovascolari, studio RECORD. Riferimento bibliografico
1) i beta-bloccanti offrono vantaggi
rispetto agli altri antipertensivi nella prevenzione della cardiopatia
coronarica in pazienti con storia positiva per questa patologia? Gli autori di questo studio hanno dato risposta a queste domande grazie ai risultati provenienti da una metanalisi di 147 trial clinici randomizzati che hanno valutato la correlazione tra pressione arteriosa e cardiopatia coronarica (22000 eventi) e stroke (12000 eventi). Tali studi sono stati esaminati considerando il contesto clinico emerso da un’ampia metanalisi di studi prospettici di coorte che valutavano la medesima correlazione (Prospective Studies Collaboration. Lancet 2002;360:1903-13). Gli studi sono stati individuati grazie ad una revisione sistematica di trial clinici randomizzati pubblicati tra il 1996 ed il 2007. Sono stati esclusi tutti gli studi che riportassero meno di 5 eventi di cardiopatia coronarica, quelli effettuati in pazienti con insufficienza renale o che assumevano farmaci anticolesterolemici e gli studi che includevano pazienti con un alto grado di compromissione cardiovascolare, dal momento che in questi ultimi lo schema terapeutico può essere variabile e dunque non standardizzabile. Sono stati estratti i dati di tutti i pazienti con >=1 eventi coronarici (infarto del miocardio non fatale, morte cardiaca improvvisa) manifesti e dei pazienti con >=1 stroke (sia emorragico che ischemico). Inoltre, sono stati estratti i dati dei pazienti con nuova diagnosi di scompenso cardiaco o con esacerbazione dello stesso che ne aveva causato l’ospedalizzazione o la morte. I trial sono stati suddivisi in tre
categorie in base alle caratteristiche cliniche dei pazienti: Inoltre gli studi sono stati differenziati in quelli che valutavano la differenza dei livelli di pressione arteriosa e quelli impostati come trial di confronto d’efficacia tra due diversi antipertensivi. Complessivamente, 147 trial sono stati inclusi nell’analisi (108 valutavano la differenza dei livelli di pressione arteriosa, 46 erano trial di confronto, 7 appartenevano ad entrambe le categorie). I beta-bloccanti offrono vantaggi rispetto agli altri antipertensivi nella prevenzione delle cardiopatia coronarica in pazienti con storia positiva per questa patologia? Trial disegnati per valutare i
differenti livelli di pressione arteriosa Trial di confronto L’effetto degli antipertensivi
nella prevenzione di cardiopatia coronarica e stroke è differente
nei pazienti con storia positiva per patologie cardiovascolari rispetto
a quelli con storia negativa? Può la sola riduzione della pressione arteriosa spiegare l’effetto degli antipertensivi nella prevenzione di cardiopatia coronarica e stroke? Trial disegnati per valutare i
differenti livelli di pressione arteriosa Trial di confronto Gli antipertensivi dovrebbero essere utilizzati solo nei pazienti con elevati valori pressori o anche in quelli a rischio cardiovascolare ma con valori pressori nella norma? Nel complesso, il rischio relativo di cardiopatia coronarica e di stroke era simile in tutti gli studi che reclutavano pazienti che prima del trattamento presentavano valori pressori fino a 110/70 mmHg. Una differenza si osservava nella prevenzione dello stroke nei soggetti con elevati livelli pressori all’inclusione. Questa differenza era dovuta allo schema terapeutico più aggressivo. Esistono differenze relative a mono e politerapia, dosaggio del farmaco ed età del paziente nella riduzione dei valori pressori e nella prevenzione della cardiopatia coronarica e dello stroke? Un antipertensivo assunto a dosi normali
riduceva del 24% l’incidenza di cardiopatia coronarica e del
33% quella di stroke in pazienti di 60-69 anni. Di contro, 3 farmaci
assunti alla metà del dosaggio normale, riducevano del 45%
l’incidenza di cardiopatia coronarica e del 60% quella di stroke.
Scompenso cardiaco e mortalità
non vascolare o da tutte le cause
Nelle conclusioni, gli autori cercano di interpretare questi risultati in base a tre ulteriori fattori: comorbidità, effetti indesiderati, costi del trattamento. Per quel che riguarda le comorbidità, tutti i farmaci e basse dosi di calcio antagonisti prevengono la cefalea (Law M et al. Circulation 2005;112:2301-6; Law MR et al. BJCP 2007;63:157-8). È inoltre da ricordare la controindicazione relativa dei beta-bloccanti in pazienti con ostruzioni delle vie aeree o arteriopatie periferiche, anche se una recente metanalisi ha mostrato come i beta-bloccanti cardioselettivi non producano alterazioni respiratorie in pazienti con lieve o moderata ostruzione repiratoria (Salpeter SR et al. Cochrane Database Syst Rev 2002:(4);CD002992). Gli autori sottolineano anche come i diuretici tiazidici prevengano la formazione di calcoli renali e come possano prevenire la frattura del femore (Schoofs MWCJ et al. Ann Intern Med 2003;139:476-82), i beta-bloccanti siano utili nel glaucoma (J Hypertens 2007;25:1105-87), gli ACE inibitori ed i sartani riducano l’incidenza di diabete e della nefropatia diabetica e non-diabetica (J Hypertens 2007;25:1105-87). Usare questi farmaci in combinazione, piuttosto che da soli, può dunque dare diversi benefici clinici. Per quel che riguarda le reazioni avverse, impiegare
più farmaci a dosi inferiori aiuta a minimizzare il rischio
di comparsa di un effetto indesiderato.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: antipertensivi, cardiopatia coronarica/stroke, metanalisi. Riferimenti bibliografici
Nella prevenzione secondaria, quindi, i benefici della terapia antiaggregante eccedono sostanzialmente i rischi. Per la prevenzione primaria, invece, il bilancio è meno chiaro per quanto riguarda i rischi in assenza di aspirina, e quindi il beneficio assoluto dell’aspirina è generalmente più basso rispetto alla prevenzione secondaria. Precedenti metanalisi di trial sulla
prevenzione primaria non si sono basate sui dati dei singoli partecipanti
e quindi non è stato possibile fare un confronto attendibile
tra rischi e benefici dell’aspirina in gruppi importanti sotto
il profilo prognostico (es. anziani, soggetti con aumento del rischio
di malattie coronariche) né una stima realistica di quanti
pazienti a maggior rischio di malattia coronarica siano anche a maggior
di rischio di emorragia. Le attuali linee guida spesso trascurano
la diversificazione nel rischio emorragico e raccomandano il ricorso
all’aspirina nella prevenzione primaria nei pazienti a rischio
moderatamente aumentato di malattie coronariche. Considerati i limiti delle attuali
linee guida e la vastità della popolazione a cui esse sono
dirette, una recente metanalisi collaborativa sui dati dei singoli
partecipanti a trial sulla prevenzione primaria ha cercato di valutare
rischi e benefici dell’aspirina in questo ambito, anche mediante
il confronto con precedenti metanalisi di trial sulla prevenzione
secondaria. Gli outcome principali erano rappresentati
da: grave evento vascolare, definito come infarto miocardico, stroke
o mortalità per cause vascolari (morte cardiaca improvvisa,
embolia polmonare, emorragia e, solo per i trial sulla prevenzione
secondaria, mortalità per cause non note); evento coronarico
maggiore (infarto miocardico, mortalità per cause coronariche
o morte cardiaca improvvisa); qualsiasi tipo di stroke (emorragico
o ischemico); mortalità da tutte le cause; emorragia extracranica
maggiore (soprattutto gastrointestinale e di solito definita come
un’emorragia che ha richiesto una trasfusione o che ha determinato
il decesso del paziente). Sono stati selezionati 6 trial sulla prevenzione primaria (95.000 soggetti, 3554 eventi vascolari gravi), di cui uno aveva reclutato soggetti ipertesi e 2 soggetti con fattori di rischio coronarico (sebbene senza malattia manifesta). I risultati di questi studi sono stati confrontati con quelli di 16 trial sulla prevenzione secondaria (17.000 soggetti, 3306 eventi vascolari). Nei trial sulla prevenzione primaria,
si sono verificati 1671 eventi vascolari gravi in 330.000 anni-persona
(0,51% per anno) in soggetti randomizzati ad aspirina rispetto ai
1883 eventi in 330.000 anni-persona (0,57% per anno) dei controlli.
Questa piccola riduzione assoluta (solo 0,07% per anno) equivale ad
una riduzione percentuale del 12% (RR 0,88; IC 95% 0,82-0,94; p=0,0001).
La riduzione percentuale sembrava simile (p=0,9) tra uomini e donne.
Per gli eventi coronarici maggiori, solo uno degli 11 test statistici utilizzati per valutare l’eterogeneità dell’effetto tra uomini e donne nei trial sulla prevenzione primaria ha rilevato una differenza marginalmente significativa (p=0,03); anche i 16 trial sulla prevenzione secondaria non hanno suggerito alcuna eterogeneità nell’effetto sugli eventi coronarici maggiori tra uomini e donne. Invece, per lo stroke ischemico, i 6 trial sulla prevenzione primaria hanno suggerito una maggiore riduzione del rischio percentuale nelle donne rispetto agli uomini, non confermato dai trial sulla prevenzione secondaria; per l’aggregato di eventi vascolari gravi, il sesso non sembrava avere rilevanza nelle 2 tipologie di trial nella riduzione percentuale. L’aspirina sembrava aumentare
l’incidenza di stroke emorragico sia nei trial sulla prevenzione
primaria che in quelli sulla secondaria (rispettivamente, p=0,05 e
p=0,07), ma ridurre quella dello stroke ischemico (rispettivamente,
p=0,05 e p=0,04). La percentuale di stroke emorragici da causa nota
era maggiore nei trial sulla prevenzione primaria (23% vs 15%), probabilmente
anche riferibile agli stroke di causa non nota. Almeno l’84%
degli stroke nei trial sulla prevenzione secondaria si è verificato
in pazienti con anamnesi positiva per stroke ischemico o attacco ischemico
transitorio e che quindi potevano essere ad alto rischio di ricaduta.
Poichè la maggior parte degli
stroke non causa decesso e lo stroke emorragico può essere
più pericoloso dello stroke ischemico, gli effetti dell’aspirina
sullo stroke fatale e non fatale potrebbero differire. Considerando
entrambe le tipologie di trial, si evidenzia un effetto avverso sullo
stroke emorragico (RR 1,39 IC 95% 1,08-1,78; p=0,01) ma protettivo
su quello ischemico (RR 0,83; 0,73-0,95; p=0,005).
Il rischio principale correlato all’aspirina è l’emorragia e, a prescindere da qualsiasi effetto su quella intracranica, l’aspirina aumenta gli eventi emorragici maggiori gastrointestinali ed extracranici di circa la metà nei trial sulla prevenzione primaria (0,10% vs 0,07% per anno; RR 1,54; 1,30-1,82; p<0,0001). Il rischio riguarda soprattutto le emorragie non fatali. Eventi emorragici maggiori sono stati registrati solo in 5 dei 16 trial sulla prevenzione secondaria e quindi la metanalisi potrebbe non essere realistica. Esiste tuttavia un eccesso significativo di rischio emorragico maggiore nei pazienti randomizzati ad aspirina (RR 2,69; 1,25-5,76; p=0,01), con una non significativa eterogeneità tra i valori di rischio relativo nei 6 trial sulla prevenzione primaria e nei 5 sulla secondaria. L’incidenza annuale assoluta di eventi vascolari e di emorragie extracraniche maggiori variava sostanzialmente tra i partecipanti ai trial sulla prevenzione primaria. La regressione di Poisson in 93.918 soggetti senza malattia vascolare nota all’ingresso nei trial sulla prevenzione primaria indica che età, sesso maschile, diabete, abitudine al fumo e pressione arteriosa media si associano ad un aumento del rischio di 2 volte di eventi coronarici maggiori, mentre il colesterolo totale e l’indice di massa corporea sono associati più debolmente agli eventi. I principali fattori di rischio per eventi coronarici sono anche associati agli eventi emorragici, sebbene per la maggior parte le associazioni risultano più deboli per gli eventi emorragici che per quelli occlusivi.
Per quanto riguarda la differenziazione tra uomini e donne, il commento alla metanalisi fa alcune precisazioni: a livello di singoli confronti diversi test per i gli effetti dell’aspirina in uomini e donne risultano significativi, mentre le informazioni sulla prevenzione secondaria sono state ottenute da trial in cui le differenze di effetto dell’aspirina tra i sessi erano virtualmente assenti; infine, i tassi di incidenza di infarto miocardico, stroke ischemico emorragia intracranica e gastrointestinale differiscono tra i sessi, influenzando di conseguenza il bilancio tra benefici e rischi. È anche possibile che i trial
sulla prevenzione primaria possano aver sottostimato i principali
effetti sulla mortalità nelle popolazioni esaminate, così
come è possibile che in particolari categorie la prevenzione
primaria con aspirina possa determinare un chiaro beneficio.
Conflitto di interesse: non sono stati erogati finanziamenti da ditte farmaceutiche per la stesura di questa metanalisi. Parole chiave: aspirina,
prevenzione primaria e secondaria, metanalisi.
Diversi RCT hanno dimostrato i benefici dei beta-bloccanti nell’insufficienza cardiaca. Tuttavia, non è chiaro se tali vantaggi siano correlati al grado di riduzione della frequenza cardiaca o alla dose somministrata. Ciò è particolarmente importante in quanto gli effetti avversi dei beta-bloccanti sono dose-dipendenti. Sebbene le linee guida raccomandino di aumentare gradualmente la dose di beta-bloccanti fino alla dose target utilizzata negli studi clinici, è stato osservato che solo alcuni pazienti raggiungono tali dosi in ambiti diversi dai centri specializzati. L’obiettivo di questa metanalisi è stato quello di esaminare l’eterogeneità tra gli studi nei trial condotti su pazienti con insufficienza cardiaca trattati con beta-bloccanti. In particolare è stato valutato se la dose di beta-bloccanti o l’entità della riduzione della frequenza cardiaca potessero giustificare le differenze tra i diversi studi negli effetti del trattamento. La ricerca bibliografica è
stata effettuata su MEDLINE (1966-2008), EMBASE (1980-2008), CINAHL
(1982-2008), SIGLE (1980-2008), Web of Science e Cochrane Central
Register of Controlled Trials, senza restrizioni di lingua, ma limitandosi
ai trial clinici e agli RCT. Inoltre, sono stati inclusi i riferimenti
bibliografici degli studi identificati, le metanalisi recenti sui
beta-bloccanti impiegati nell’insufficienza cardiaca e le
linee guida. Su 23 RCT inclusi nella metanalisi,
3 hanno riportato i dati in funzione della dose di beta-bloccanti
nei diversi sottogruppi. In assenza di dati sulla frequenza cardiaca,
4 studi sono stati esclusi. Oltre alla terapia standard per
l’insufficienza cardiaca, eccetto i beta-bloccanti, il gruppo
di controllo ha ricevuto placebo in tutti i trial tranne che in
2 nei quali venivano somministrati ACE-inibitori. L’uso di
ACE-inibitori (mediana 93%) e di digossina (mediana 75%) era elevato.
Su 23 trial, 4 hanno riportato una differenza statisticamente significativa nella mortalità tra pazienti che hanno ricevuto beta-bloccanti vs placebo. Per tutti i 23 trial (19.209 pazienti), l’RR era pari a 0,76 (0,68-0,84; p=0,09). Valutando ogni beta-bloccante separatamente,
è stato evidenziato che la scelta del farmaco era associata
all’entità del beneficio sulla sopravvivenza. Ad esempio,
i pazienti trattati con bucindololo presentavano un beneficio inferiore
del 36% (9-69%; p=0,009) rispetto al carvedilolo (RR nei confronti
contro placebo, rispettivamente, 0,91 vs 0,66; 0,82-1,02 vs 0,51-0,87).
Con altri farmaci, non sono state osservate differenze statisticamente
significative rispetto al carvedilolo (p=0,85 vs metoprololo, 0,68
vs bisoprololo; 0,83 vs atenololo; 0,056 vs nebivololo). L’associazione tra riduzione
della frequenza cardiaca e benefici dovuti al blocco dei recettori
beta è stata confermata utilizzando la riduzione della frequenza
cardiaca come variabile lineare nella meta-regressione (p=0,006)
che ha evidenziato che per ogni riduzione della frequenza cardiaca
pari a 5 battiti/minuto, il rischio relativo di decesso diminuiva
del 18% (6-29%).
Questi risultati sono coerenti con quelli dello studio BEAUTIFUL (Fox K et al. Lancet 2008; 372: 817-21), che ha riportato un aumento dell’8% della mortalità cardiovascolare e del 16% dei ricoveri per insufficienza cardiaca per ogni aumento della frequenza cardiaca pari a 5 battiti/minuto in pazienti con disfunzione del ventricolo sinistro di natura ischemica. Tuttavia, la metanalisi presenta
alcuni limiti. Innanzitutto, la valutazione è stata ristretta
alla misurazione di frequenze cardiache a riposo al basale e dopo
la fase di aumento graduale della dose di farmaco, poiché
questi erano i parametri più spesso riportati. È innegabile
che la misurazione della frequenza cardiaca dopo attività
fisica o nelle 24 ore avrebbe fornito una valutazione più
accurata.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: beta-bloccanti, insufficienza cardiaca, metanalisi. Riferimento bibliografico
È stata condotta una ricerca elettronica degli articoli pubblicati su MEDLINE (dal 1950 al 22 ottobre 2007) ed EMBASE (dal 1988 al 22 ottobre 2007), di tutte le revisioni EBM (pubblicate fino al 22 ottobre 2007) e dei registri di trial clinici mediante l’uso di termini correlati ad eritropoietina, anemia e cancro. Sono stati inclusi tutti gli RCT a gruppi paralleli (pubblicati e non) che includevano soggetti di età >=18 anni con anemia cancro-correlata ed un numero minimo di 30 partecipanti per ciascun braccio di trattamento. Sono stati considerati gli studi che confrontavano pazienti esposti a epoetine (alfa o beta) o darbepoetina alfa con soggetti non esposti ad alcun trattamento (gruppo controllo), per valutare uno o più outcome clinici, quali mortalità da tutte le cause, eventi cardiovascolari (stroke, infarto miocardico, insufficienza cardiaca o rivascolarizzazione), ricoveri ospedalieri, qualità della vita, ipertensione, trasfusioni, eventi avversi. Sono state incluse le pubblicazioni redatte in lingua inglese, francese, spagnola o cinese. Sono stati identificati 52 trial (n=12.006)
conformi ai criteri di selezione, di cui 42 (n=7356) confrontavano
l’uso delle epoetine (alfa o beta) con il non trattamento e
10 (n=4650) l’uso della darbepoetina alfa con il non uso. Quattro
trial includevano pazienti oncologici anemici che si dovevano sottoporre
ad interventi chirurgici e che avevano ricevuto terapia perioperatoria
con agenti stimolanti l’eritropoiesi. Rispetto al controllo, nel gruppo
che ha ricevuto epoetine, la mortalità da tutte le cause durante
il trattamento era statisticamente maggiore (RR 1,15; IC 95% 1,03-1,29).
Nell’analisi di meta-regressione,
sono state prese in considerazione alcune variabili di potenziale
rilevanza, quali durata del trattamento con epoetine, limite superiore
dei livelli di emoglobina al momento del reclutamento nello studio,
livelli basali di emoglobina, uso di agenti stimolanti l’eritropoiesi
conformemente alle linee guida dell’American Society of Oncology,
livelli di emoglobina ottenuto dopo il trattamento, tipo di farmaco
(epoetina vs darbepoetina) e suo dosaggio settimanale, tipo di cancro,
somministrazione di trattamento chemioterapico, età media dei
pazienti, percentuale dei soggetti di sesso maschile e indici di qualità
degli studi. Quattordici RCT (n=3281) hanno confrontato
la frequenza di eventi cardiovascolari tra gruppo di trattamento e
controllo e 17 RCT (n=3792) hanno valutato la frequenza di ipertensione.
Non è stata osservata una variazione nel rischio di insorgenza
di questi eventi nei pazienti trattati rispetto ai controlli (RR per
eventi cardiovascolari 1.12, 0,83-1,50; RR per ipertensione 1,41,
0,94-2,12). Gli autori riconoscono alcune limiti
della revisione sistematica. Innanzitutto, la qualità metodologica
degli studi analizzati era scarsa o moderata. La maggior parte dei
trial non specificava i criteri di somministrazione delle trasfusioni,
il che riduceva la validità interna della revisione. Sono stati
esclusi gli studi con meno di 30 pazienti per ciascun braccio di trattamento
ma, in considerazione del numero complessivo di partecipanti abbastanza
cospicuo, ciò sembrerebbe non influire sulle conclusioni finali.
Gli effetti clinici degli agenti stimolanti l’eritropoiesi risultano
omogenei sulla base dell’analisi di meta-regressione, ma questa
tecnica possiede di per sè un basso potere statistico; il rapporto
rischio-beneficio delle epoetine può inoltre variare in alcuni
sottogruppi di popolazione.
Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti dalla ditta farmaceutica Amgen. Parole chiave: epoetine, anemia cancro-correlata, metanalisi. Riferimento bibliografico
Durante gli ultimi anni, con l’avvento degli inibitori di pompa protonica, l’uso di farmaci inibitori della secrezione acida è aumentato significativamente, in particolare nei pazienti ospedalizzati. Alcuni studi hanno valutato la prevalenza d’uso di questi farmaci ed è stato stimato che tra il 40% e il 70% dei pazienti ospedalizzati li riceve durante il ricovero e nel 50% dei casi si tratta di un trattamento iniziale (Pham CQ et al. Ann Pharmacother 2006; 40: 1261-66). Inoltre, circa la metà dei pazienti che iniziano la terapia in ospedale, riceve una prescrizione di questi farmaci alla dimissione. Poiché non esistono studi che mettano in relazione l’uso di questi farmaci con il rischio di polmonite acquisita in ospedale, l’obiettivo di questo ampio studio prospettico, di coorte, è stato valutare l’associazione tra i farmaci che inibiscono la secrezione acida e la polmonite in pazienti non in ventilazione assistita. Lo studio, della durata di 4 anni (gennaio 2004 – dicembre 2007) è stato condotto utilizzando i dati estratti da un database gestito da un centro medico di Boston che contiene informazioni specifiche per ciascun paziente correlate ad ogni ricovero registrato durante il periodo di studio, compresi i dati sui farmaci prescritti. I criteri di inclusione dello studio
erano: età >=18 anni, durata del ricovero >=3 giorni.
Il limite di 3 giorni è stato scelto considerando che sono
necessarie almeno 24 ore di esposizione per attribuire realisticamente
la polmonite all’esposizione a farmaci inibitori della secrezione
acida e almeno 48 ore di ricovero ospedaliero per classificare la
polmonite come acquisita in ospedale. L’outcome primario era la
polmonite acquisita in comunità definita dal codice di dimisione
ICD9-CM (International Classification of Disease, Ninth Revision,
Clinical Modification) per le polmoniti batteriche classificate
come diagnosi secondaria alla dimissione. La coorte finale comprendeva 63.878
ricoveri. Queste ospedalizzazioni sono state registrate per 42.093
pazienti singoli, il che indicava ricoveri ripetuti compresi tra
1 a 61 per paziente durante il periodo dello studio. L’età
media della coorte era di 54 anni e il 37% del campione era di sesso
maschile. L’outcome primario ossia la
polmonite acquisita in ospedale si è verificato nel 3.5%
dei ricoveri (n=2219 ). Il corrispondente tasso di incidenza è
risultato maggiore nel gruppo esposto ad inibitori della secrezione
acida rispetto a quello non esposto (4.9% vs 2.0%; odds ratio [OR]
2.6; 95% CI 2.3–2.8). Lo studio presenta alcuni limiti
quali possibile assenza del codice ICD9 della diagnosi alla dimissione
nel caso in cui il ricovero ha avuto inizio verso la fine del periodo
di studio, difficoltà di interpretazione delle codifiche,
mancanza di informazioni sull’associazione temporale tra assunzione
del farmaco e data di diagnosi della polmonite acquisita in ospedale,
difficoltà di misurazione dei fattori confondenti.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: inibitori della secrezione acida, polmonite acquisita in ospedale, studio di coorte. Riferimento bibliografico
La nascita pretermine è la causa principale di mortalità neonatale e di morbidità a breve o a lungo termine. Diversi studi hanno dimostrato l’associazione tra basse concentrazioni plasmatiche di folato in gravidanza e parto pretermine. Dagli studi osservazionali emerge come le donne che hanno partorito prima del termine della gravidanza presentavano una minore concentrazione di folato nel plasma o nei globuli rossi. Dai trial interventistici, invece, emergono dati poco conclusivi. L’integrazione di acido folico durante la gravidanza ha determinato una maggiore durata della gravidanza in alcuni ma non in tutti gli studi. L’obiettivo di questo studio è stato quello di testare l'ipotesi che la supplementazione di folato prima del concepimento sia associata ad una riduzione del rischio di parto pretermine spontaneo. È stata effettuata un’analisi secondaria su una coorte di 34.480 gravidanze non gemellari precedentemente descritte in uno studio prospettico di corte (Malone FD et al. N Engl J Med 2005; 353: 2001–11), che hanno partorito tra la 20a e la 42a settimana. I criteri di inclusione comprendevano: età
materna >=16 anni, singolo feto vivo e la misura CRL (Crown
Rump Length-lunghezza del feto dal capo al sacro) relativa ad
un’età gestazionale compresa tra la decima settimana
e 3 giorni e tra la tredicesima settimana e 6 giorni. Sono state
escluse le donne sottoposte alla valutazione per la traslucenza
nucale e o con diagnosi di anencefalia del feto. La durata della gravidanza è stata stimata
in base all’esame ecografico del primo trimestre. Il parto
pretermine spontaneo era definito come la durata della gravidanza
compresa tra la 20a e 36a settimana e 6 giorni senza complicazioni. Sul totale delle 34.480 donne, 6.777 (19,6%) hanno
assunto integratori di acido folico prima del concepimento per
una durata pari a =1 anno, 12.444 (36,1%) per <1 anno e 15.259
(44,3%) non hanno assunto nessun integratore di folato. L’integrazione pre-concepimento con folato
non è stata associata ad un aumento significativo del rischio
di parto pretermine spontaneo oltre la 32a settimana. L’associazione
tra un’integrazione <1 anno e il rischio di parto pretermine
non è risultata significativa dopo aggiustamento per le
caratteristiche materne. Tuttavia, il rischio si è ridotto
in proporzione alla durata dell’integrazione ed è
stato più basso nelle donne con integrazione >= 1 anno.
Tra i limiti dello studio gli autori riportano: la possibilità che i fattori confondenti non siano stati conteggiati; la non associazione tra l’uso di folati prima del concepimento e il rischio di altre complicazioni della gravidanza; l’uso dei folati in combinazione con altri micronutrienti come potenziale fattore confondente dei risultati; il fatto che i dati relativi alla supplementazione pre-concepimento derivino da un test di autovalutazione compilato dalle donne nel primo trimestre di gravidanza. Questi risultati, nonostante i loro limiti, hanno fornito ulteriori informazioni sulla integrazione pre-concepimento di acido folico nella prevenzione della nascita spontanea pretermine. Parole chiave: supplementazioni di folato in gravidanza, parto-pretermine, studio di coorte. Riferimento bibliografico
Sono stati arruolati (attraverso il sito internet http://www.stop-tobac.ch) 314 medici di base (età media di 43 anni) che fumavano almeno 15 sigarette/die (in media 23,7 sigarette/die) con l’impegno di smettere di fumare in una precisa data nei due mesi successivi l’arruolamento e di usare almeno 10 gomme da masticare di nicotina/die nel periodo prestabilito dallo studio. Criteri di esclusione sono stati: gravidanza in corso o pianificata, allattamento, angina pectoris instabile, infarto del miocardio o ictus negli ultimi 3 mesi. I partecipanti sono stati quindi randomizzati ad assumere nicotina sotto forma di gomma da masticare (4 mg per unità posologica; 10 unità/die) nelle 4 settimane antecedenti e nelle 8 successive la data di sospensione dal fumo con l’indicazione di dimezzare il consumo di sigarette prima della completa sospensione (gruppo pre-sospensione; n=154) o nelle 8 settimane successive alla data di sospensione dal fumo con l’indicazione di una interruzione drastica del consumo di sigarette (gruppo trattamento usuale; n=160). Il farmaco, accompagnato dalle istruzioni
d’uso, è stato loro inviato per posta evitando contatti
diretti al fine di valutarne l’efficacia in un contesto di automedicazione
(*). Ai partecipanti è stato sottoposto un
questionario: al momento dell’arruolamento; 3 giorni dopo la
data di sospensione, momento in cui la sintomatologia da astinenza
è maggiore (percentuale di partecipazione: 96,5%); dopo 8 settimane
dalla data di sospensione (fine del trattamento; percentuale di partecipazione:
94,6%) e dopo 12 mesi dalla data di sospensione stessa (percentuale
di partecipazione: 88,2%). I due gruppi, omogenei per caratteristiche
demografiche ed anamnestiche, hanno presentato percentuali di partecipazione
simili. Delle 3 ipotesi postulate, solo la prima è stata pienamente verificata: il consumo giornaliero di sigarette nella settimana precedente la data di sospensione è stata più bassa nel gruppo pre-sospensione (12,4 vs 21,3 sigarette/die, p<0,001). La percentuale di consumatori di gomme da masticare (92,5% vs 86,9%; p=0,21), così come il numero giornaliero di gomme consumate (9,2 gomme/die; p=0,90), è stato simile nei due gruppi. Novantadue partecipanti hanno continuato a fumare dopo la data di interruzione prestabilita. In seguito all’interruzione
del fumo è stato riscontrato, dopo 12 mesi, un aumento di peso
pari a 3,8 kg nei partecipanti che hanno smesso di fumare vs 0,9 kg
in quelli che non hanno smesso. Dopo 12 mesi il 9,2% dei partecipanti,
indistintamente dal gruppo di appartenenza, utilizzava quotidianamente
le gomme da masticare alla nicotina con una media di 5 gomme/die.
(*) In Italia le tavolette
da masticare di nicotina sono dispensate come OTC.
Parole chiave: nicotina, sospensione del fumo, RCT in aperto. Riferimento bibliografico
Le infezioni del tratto biliare spesso evolvono
in sepsi; una diagnosi precoce, il posizionamento di un drenaggio
chirurgico ed una tempestiva terapia antibiotica sono elementi
fondamentali per un trattamento efficace. L’obiettivo di questo RCT era stabilire l’efficacia terapeutica della ciprofloxacina endovena, utilizzando come controllo imipenem/cilastatina. Lo studio ha arruolato 114 pazienti randomizzati a ciprofloxacina ev 300 mg ogni 12 ore oppure imipenem/cilastatina 500 mg ogni 12 ore. Entrambi i farmaci sono stati somministrati per via endovenosa per 3 giorni, e in caso di miglioramento clinico la terapia poteva essere completata o proseguita per un massimo di 7 giorni, a discrezione dello sperimentatore. Se, al contrario non si osservava un miglioramento, si poteva associare un altro antibiotico o cambiare approccio terapeutico. I criteri di esclusione erano un pregresso trattamento
con fluorochinoloni o carbapenemi, un’anamnesi positiva
per gravi patologie concomitanti, grave compromissione cardiaca,
renale o epatica (con la sola esclusione per la colangite), epilessia,
allergia o reazioni avverse a fluorochinoloni o carbapenemi, gravidanza
o presunta tale, allattamento. Rilievi clinici sulla sintomatologia sono stati
effettuati prima dell’inizio della terapia, dopo 24 ore
(giorno 2), dopo 72 ore (giorno 4) ed al termine del trattamento.
Sono stati valutati i parametri vitali, la pentade di Reynolds
(dolore all’ipocondrio destro, febbre con brivido, ittero,
confusione mentale e stato di shock), l’esame obiettivo
addominale, gli esami di laboratorio (conta dei leucociti, proteina
C reattiva, tempo di protrombina e bilirubina). La terapia è stata definita efficace in
caso di miglioramento clinico in 4 giorni, inefficace in caso
di peggioramento o stazionarietà dopo 4 giorni dall’inizio
della terapia oppure non valutabile. I risultati dello studio sono stati valutati in
termini di non inferiorità tra i due regimi terapeutici.
La non inferiorità di ciprofloxacina rispetto a imipenem/cilastatina
veniva dimostrata se il limite inferiore del CI 90% era maggiore
di -15%.
Gli eventi avversi sono verificati nel 5,4% dei trattati con ciprofloxacina vs il 5,2% con imipenem/cilastatina. Non sono state segnalate reazioni avverse gravi o non note in nessuno dei due gruppi. Le reazioni avverse riportate nel gruppo ciprofloxacina sono state eruzione cutanea, disturbi renali e cefalea con torpore alle estremità superiori mentre tra i trattati con imipenem/cilastatina eruzione cutanea e colite pseudomembranosa. Parole chiave: ciprofloxacina, carbapenemi, infezioni del tratto biliare. Riferimento bibliografico |
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del Tribunale di Milano n° 710 del 27/11/2008 http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
Direttore Responsabile Prof Achille Caputi (Presidente SIF, Università di Messina)
Coordinatori Dott.ssa Maria Rosa Luppino (Università di Messina) Dott.
Federico Casale (Università di Torino)
Hanno contribuito a questo numero: Dott.ssa
Daniela Carli (Università di Brescia) Prof.ssa Elisabetta Cerbai (Università di Firenze) Prof. Roberto Fantozzi (Università di Torino) |
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Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2009 |