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CENTRO DI INFORMAZIONE SUL FARMACO della SOCIETA' ITALIANA DI FARMACOLOGIA |
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Newsletter numero 40 del 15-07-2009
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Sommario Si riportano di seguito i quattro studi epidemiologici pubblicati dalla rivista Diabetologia il 26 giugno 2009, attualmente oggetto di revisione da parte dell’EMEA e della FDA in merito alla potenziale correlazione tra gli analoghi dell’insulina, in particolare insulina glargine, e il rischio di cancro. European Medicines Agency update on safety of insulin glargine, 29 June 2009..
L’insulina esplica prevalentemente degli effetti metabolici, ma possiede anche delle deboli proprietà mitogene dirette ed indirette. Revisioni sistematiche e studi osservazionali hanno riscontrato, nei pazienti affetti da diabete, un rischio più elevato di sviluppare diversi tipi di neoplasie (a carico di colon-retto, vescica, endometrio, mammella, pancreas ecc). Per valutare il rischio di neoplasie maligne in pazienti diabetici trattati con insulina umana o un suo analogo, è stato condotto uno studio di coorte che ha attinto ai dati del più grande database tedesco di assicurazione sanitaria (AOK, Allgemeine Ortskrankenkasse, rappresentativo di 17,9 milioni di persone). Nella coorte sono stati inseriti 127.031 pazienti diabetici (≥18 anni) senza malattie neoplastiche note che hanno iniziato la terapia esclusivamente con insulina umana o con un suo analogo (le insuline rapide lispro ed aspart e l’insulina ritardo glargine). La diagnosi di diabete mellito (senza distinzioni tra tipo 1 e tipo 2) è stata evinta dai dati di prescrizione. Sono stati definiti 4 gruppi in base al trattamento ricevuto: insulina umana, aspart, lispro e glargine. Sono stati considerati eleggibili i pazienti esposti solo ad uno di questi agenti durante il follow-up, mentre sono stati esclusi i pazienti che hanno ricevuto prescrizioni concomitanti di insulina, compresa quella porcina o bovina. Il follow-up è stato in media di 1.63 anni per le neoplasie maligne e di 1.67 anni per la mortalità dopo l’avvio della terapia con insulina umana o un suo analogo. La durata media del follow-up è stata più breve per i pazienti trattati con glargine o aspart, in quanto autorizzate più tardi sul mercato tedesco (rispettivamente nel 1999 e nel 2000). Su 127.031 pazienti diabetici trattati con insulina, le neoplasie maligne sono state osservate in 5009 pazienti; i soggetti deceduti sono stati 18.253. Il tasso grezzo di incidenza (per 100 anni-paziente) per le neoplasie maligne è stato di 2.50 nei pazienti trattati con insulina umana, 2.16 per i trattati con aspart, 2.13 per i trattati con lispro e 2.14 per i trattati con glargine. Il tasso grezzo di incidenza per la mortalità è stato rispettivamente di 9.24, 5.75, 6.91 e 6.30.
In questo studio di coorte le differenze tra le caratteristiche al basale dei gruppi trattati erano notevoli: i pazienti trattati con glargine sembravano essere in uno stato di salute migliore rispetto a quelli trattati con insulina umana (ricoveri meno frequenti e più brevi) e la dose giornaliera media era significativamente più bassa nel gruppo trattato con glargine, portando ad un rischio significativamente più basso sia nell’analisi non aggiustata che in quella aggiustata per età e sesso, in cui l’effetto della dose non è tenuto in considerazione. Dopo l’aggiustamento per la dose, è stato osservato un rischio significativamente più alto per glargine rispetto all’insulina umana. Questo vuol dire che la glargine si associa ad un rischio più alto di neoplasie maligne quando il rischio viene aggiustato per le caratteristiche dei pazienti e per il dosaggio dell’insulina, confermando quanto precedentemente dimostrato in vitro sul suo potere mitogeno. Il principale punto di forza di questo studio è la valutazione di un database assicurativo molto ampio, che può essere considerato rappresentativo dei pazienti diabetici insulino-trattati in Germania.
Il tasso grezzo di incidenza di neoplasie maligne leggermente più basso associato a glargine rispetto ad insulina umana sembra essere almeno in parte il risultato di dosi differenti nei gruppi trattati. Glargine consente la monosomministrazione giornaliera in pazienti che non hanno raggiunto l’obiettivo terapeutico con i soli antidiabetici orali e questo potrebbe aver portato ad un aumento dell’uso di dosi più basse di glargine. La rivista Diabetologia dedica un ampio editoriale al lavoro di Hemkens et al, senza nascondere le difficoltà che la sua pubblicazione ha comportato. Infatti, i referee hanno espresso diverse riserve, come la implausibilità biologica visto il breve periodo di esposizione media ad ogni insulina, la limitata sovrapposizione tra i range di dosi, il non spiegato effetto di glargine sulla mortalità per tutte le cause, la mancanza di una differenza complessiva nel rischio di cancro tra le 4 insuline nell’analisi grezza, la mancata correzione per l’indice di massa corporea nell’analisi dose-risposta e diverse considerazioni di tipo tecnico. Conflitto di interesse:nessuno dichiarato. Parole chiave:, insulina, cancro, studio di coorte. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo del presente studio è stato quindi quello di esaminare se i pazienti diabetici trattati con insulina glargine presentassero un rischio maggiore di cancro rispetto ai pazienti trattati con altri tipi di insulina. Per l’analisi è stato utilizzato il SCI-DC database, che registra, a partire dal 2000, i dati relativi al 99% della popolazione adulta scozzese con diagnosi di diabete di tipo 1 e 2. All’interno della banca dati è stata definita una coorte di pazienti diabetici esposti a qualsiasi tipo di insulina nel periodo compreso tra il 1 gennaio 2002 ed il 31 dicembre 2005. I dati di prescrizione sono stati incrociati con quelli del registro nazionale del cancro, The Scottish Cancer Registry. Sono state quindi confrontate le incidenze di tutti i tipi di cancro e di neoplasie a siti specifici (seno, colon, prostata, pancreas, polmone) dei pazienti esposti a insulina glargine con quelle degli esposti ad altri tipi di insuline. Sono stati estratti dal registro nazionale della mortalità tutti i casi di decesso con menzione di cancro come causa contribuente all’evento. Un totale di 36254 pazienti ha ricevuto una terapia insulinica nel quadrimestre indicato. Di questi, 715 hanno avuto una diagnosi di cancro durante il periodo di follow-up. Non è stata osservata alcuna differenza dell’incidenza di tutti i tipi di cancro tra i pazienti che avevano ricevuto la glargine a qualsiasi intervallo di dosaggio (n=3959) rispetto ai non trattati con tale insulina (HR 1,02; IC 95% 0,77-1,36; p=0,99). Inoltre, in associazione all’insulina glargine non è stato osservato un aumento dell’incidenza di cancro al seno (HR 1,49; 0,79-2,83) o ad altri siti specifici. Il fattore di confondimento per indicazione (confounding by indication) rappresenta una delle limitazioni dello studio. I pazienti in condizioni cliniche peggiori vengono trattati più frequentemente con la glargine rispetto ad altre insuline che richiedono somministrazioni giornaliere multiple o a rischio maggiore di ipoglicemia notturna. Tali pazienti non ricevono inoltre terapie aggiuntive con altri analoghi insulinici. Il confounding by indication potrebbe rappresentare quindi la causa più probabile dell’osservazione di un maggior numero di casi di cancro nel gruppo degli utilizzatori di insulina glargine in monoterapia. Inoltre, non può essere esclusa l’influenza di altri farmaci comunemente usati in questo gruppo di pazienti sui risultati dell’analisi. Il periodo di follow-up della presente analisi è stato tra l’altro troppo breve per lo studio degli effetti di carcinogenicità, considerato che l’insulina glargine è stata introdotta in commercio nel 2002 e che il registro dei tumori include i dati soltanto fino alla fine del 2005. Infine, sarebbe stato molto utile effettuare un confronto dei dati di incidenza del cancro anche con i pazienti diabetici non trattati con insuline e con la popolazione generale.
L’editoriale di accompagnamento allo studio sottolinea alcune criticità. Il cancro insorge generalmente in maniera graduale e può impiegare molti anni per svilupparsi; è quindi sorprendente come questo studio, insieme ad altri pubblicati sullo stesso argomento, pretendano di individuare differenze nelle frequenze di eventi neoplastici entro pochi anni di esposizione a diversi agenti terapeutici. L’osservazione di un aumento dei casi di cancro, se confermata, suggerisce che potrebbe esistere una differenza nella frequenza di sviluppo di pre-esistenti focolai neoplastici piuttosto che della formazione di nuove cellule cancerose. L’aspetto rilevante dello studio osservazionale scozzese consiste nell’esistenza di nette differenze delle caratteristiche basali tra i tre sottogruppi di pazienti diabetici trattati, rispettivamente, con insulina glargine in monoterapia, glargine con altre insuline ed analoghi insulinici diversi dalla glargine. Ad esempio, il primo sottogruppo è costituito da soggetti più anziani che presenta nel 97% dei casi una diagnosi di diabete di tipo 2. Si tratta, inoltre, di pazienti che risultano in maggior misura ipertesi o in sovrappeso rispetto agli altri gruppi e che sono più frequentemente trattati con ipoglicemizzanti orali. Sebbene il numero di pazienti trattati con insulina glargine al momento dell’analisi fosse piuttosto esiguo, lo studio evidenzia una maggiore incidenza di casi di cancro nel sottogruppo di pazienti che utilizza il farmaco in monoterapia, anche dopo aggiustamento per alcune variabili di confondimento. Gli autori attribuiscono questi risultati al confounding by indication piuttosto che ad un effetto biologico dell’insulina glargine. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: insulina glargine, cancro, studio osservazionale. Riferimenti bibliografici
Lo studio, di coorte di tipo retrospettivo, è stato effettuato su pazienti presenti nel database britannico THIN (The Health Information Network) che contiene le prescrizioni di 300 medici. I pazienti selezionati per l’analisi avevano ricevuto la diagnosi di diabete oltre i 40 anni di età e almeno sei prescrizioni consecutive di un ipoglicemizzante orale. L’outcome principale dello studio era la prima diagnosi di qualsiasi tumore solido. Tra gli outcome secondari è stata valutata la progressione di uno di quattro tumori specifici (seno, pancreas, colon-retto e prostata). Tra i 62.809 pazienti eleggibili, il 50% apparteneva alla prima coorte (metformina in monoterapia), il 12% alla seconda (sulfonilurea in monoterapia), il 22% alla terza (metformina+sulfonilurea) e il 16% alla quarta (insulina). Sull’intera coorte selezionata, in 2.106 pazienti è stata rilevato un primo tumore solido (incidenza annuale 1,1%). L’incidenza grezza di tumore è stata dello 0,9% nella coorte metformina, 1,6% in quella sulfonilurea, 1,1% con metformina+sulfonilurea, 1,3% con le insuline. Dopo aggiustamento per fattori di confondimento (età, sesso, fumo, diagnosi precedente di cancro), la coorte trattata con metformina da sola continuava a presentare il rischio minore mentre quella che riceveva i regimi a base di insulina mostrava il rischio più alto di sviluppare un tumore solido (HR 1.42, 95% CI 1.27-1.60). L’aumento del rischio è stato osservato anche tra i trattati con una sulfonilurea in monoterapia (HR 1.36; 1.19-1.54) ma non con la terapia combinata sulfonilurea+metformina (HR 1.08; 0.96-1.21). I valori di HR rilevati tra i soggetti fumatori rispetto ai pazienti che non avevano mai fumato erano di 1.35 (1.22-1.49). Quando sono stati considerati i risultati per ciascun tipo di cancro (al seno, prostatico, colorettale o pancreatico) non sono state riscontrate differenze con gli esiti relativi a tutti i tumori solidi. Infatti, rispetto alla terapia con metformina, sia quella con una sulfonilurea (HR 1.62; 1.30-2.01) che la terapia a base di insulina (HR 1.55; 1.27-1.89) hanno mostrato un aumento del rischio, mentre la terapia di associazione sulfonilurea+metformina non ha mostrato nessuna differenza (HR 1.07; 0.87-1.31). I sottogruppi di pazienti in trattamento con le differenti tipologie di insulina erano troppo ristretti per riuscire a fornire informazioni attendibili rispetto ad ogni singolo tumore solido.
I risultati di questo studio sono in linea con precedenti evidenze che suggeriscono un ruolo dell’insulina esogena nell’aumento del rischio di mortalità da tutte le cause nei pazienti con diabete di tipo 2 (Eurich DT et al. BMJ 2007; 335:497; Margolis DJ et al. Pharmacoepidemiol Drug Saf 2008; 17:753–59). L’editoriale di accompagnamento allo studio analizza diversi aspetti. Il più significativo è che i pazienti trattati con metformina hanno riportato lo stesso livello di rischio dei diabetici non ancora trattati farmacologicamente. Inoltre, lo studio conferma l’associazione tra insulina e rischio di cancro ma indica che anche le sulfoniluree potrebbero associarsi ad un rischio equivalente. Parole chiave: cancro, insulina, diabete di tipo 2. Conflitto di interessi: alcuni autori hanno ricevuto precedentemente fondi da parte di diverse ditte produttrici di farmaci antidiabetici. Riferimenti bibliografici
La Svezia offre una serie di condizioni favorevoli per la valutazione degli eventi avversi da farmaci nella popolazione generale: infatti, è disponibile sia un Registro di Prescrizione dei Farmaci che fornisce una conoscenza quasi completa dei pazienti con prescrizioni di insulina, sia un Registro Tumori che contiene dati relativi a tutti i nuovi casi di cancro (Rosèn M. Scand J Public Health 2002, 30: 81-85). Alla luce di alcune segnalazioni che hanno avanzato l’ipotesi di un aumento dei casi di cancro in seguito all’uso di insulina glargine, questo studio ha valutato il tasso di incidenza di cancro al seno, gastrointestinale, prostatico e di qualunque altro tipo di cancro associato all’uso di insulina glargine e ha confrontato questi tassi con quelli associati all’uso di altri tipi di insuline. Nell’ambito di questo studio, condotto su mandato della Società Europea di Diabetologia (EASD), sono stati utilizzati i dati di prescrizione reperiti da 7 registri nazionali al fine di ottenere informazioni sull’esposizione all’insulina, sugli esiti e sui possibili fattori confondenti. Sono stati arruolati 141.481 pazienti di età compresa tra 35 e 84 anni a cui è stata dispensata almeno una prescrizione di insulina nel periodo 1 luglio-31 dicembre 2005 e che risultavano in vita all’inizio del follow-up. Il periodo di follow-up andava dal 1 gennaio 2006 fino al 31 dicembre 2007. Il numero di anni-persona di follow-up per ciascun paziente comprendeva il periodo dal 1 gennaio 2006 fino al momento del decesso o fino alla perdita al follow-up o all’analisi degli esiti o alla fine dello studio. Di conseguenza il numero di anni persona osservato variava in base alla particolare tipologia di tumore considerato. Gli outcome dello studio comprendevano l’insorgenza di cinque tipi di cancro, la mortalità da qualunque causa e l’infarto acuto del miocardio. In particolare, gli outcome sono stati definiti per tre aree anatomiche diverse: “cancro al seno”, “cancro alla prostata” e “cancro gastrointestinale”, sono stati considerati solo i tumori classificati istopatologicamente come adenocarcinomi. Dei 114.841 soggetti seguiti, 5.970 (5.2%) sono stati classificati come utilizzatori di insulina glargine in monoterapia, 20.316 (17.7%) come utilizzatori di insulina glargine in associazione ad altri tipi di insulina e 88.555 (77.1%) come utilizzatori di altri tipi di insulina. La maggior parte (90%) degli utilizzatori di glargine in monoterapia sono stati classificati come affetti da diabete di tipo 2 o con informazioni mancanti sul tipo di diabete. Il rischio relativo (RR) di cancro al seno tra gli utilizzatori di insulina glargine in monoterapia rispetto ai trattati con altri tipi di insuline era 1.91 (CI 95% 1.25-2.89) valore non aggiustato; 1,99 (1,31-3,03) quando aggiustato per età e 1.97 (1.30-3.00) quando aggiustato per diverse variabili quali età, fumo, BMI, prima diagnosi di diabete, età alla nascita del primo figlio, malattie cardiovascolari e uso di estrogeni. I valori di RR corrispondenti e riguardanti donne trattate con insulina glargine in associazione ad altri tipi di insulina confrontate con donne trattate con altri tipi di insulina era 0.92 (0.66-1.29), 1.10 (0.77-1.56) e 1.17 (0.81-1.68). Il RR di cancro gastrointestinale era 0.93 (0.61-1.40); 1,27 (0.89-1.82) per cancro alla prostata e di 1.07 (0.91-1.27) per tutti gli altri tipi di cancro. Dopo l’estensione del periodo di esposizione ad 1 anno, dal 1 luglio 2005 al 30 giugno 2006 con inizio del follow-up il 1 luglio 2006, tra gli utilizzatori di insulina glargine in monoterapia il RR di cancro al seno era 2.14 (1.24-3.71) per le donne con tre o più prescrizioni di glargine e 1.53 (0.49-4.79) nelle donne con 1 o 2 prescrizioni di insulina glargine rispetto a quelle che non avevano avuto alcuna prescrizione di insulina glargine. Per l’outcome di infarto acuto del miocardio aggiustato per età, età di insorgenza del diabete, BMI e fumo, il RR era 0.77 (0.59-1.00) per le utilizzatrici di insulina glargine in monoterapia e 0.88 (0.74-10.05) per le utilizzatrici di glargine in associazione ad altri tipi di insuline, confrontati con le utilizzatrici di altri tipi di insuline. Le donne che utilizzavano insulina glargine in monoterapia mostravano un tasso di mortalità di 0.83 (0.71-0.96) mentre quelle che utilizzavano glargine in associazione ad altri tipi di insulina avevano un tasso di mortalità di 0.87 (0.77-0.97) rispetto alle donne utilizzatrici di altri tipi di insulina. L’insulina glargine è stata introdotta nel mercato svedese nel 2003. Il breve intervallo di tempo trascorso tra l’immissione in commercio dell’insulina glargine e l’aumento del tasso di incidenza di cancro al seno sembrerebbe suggerire un errore di randomizzazione poichè dai dati disponibili non è possibile verificare se l’aumento del tasso di incidenza nei pazienti in monoterapia con la glargine rispetto ai pazienti trattati con glargine in associazione ad altri tipi di insuline possa essere dovuto a fluttuazioni nella randomizzazione, ad un’interazione tra glargine e altri tipi di insulina o alla presenza di un fattore non ancora identificato che modificherebbe l’effetto nel gruppo in monoterapia con la glargine.
L’editoriale di accompagnamento ha messo in evidenza che lo studio presenta alcuni limiti. La durata della terapia con insulina e l’esposizione ad altri tipi di insulina prima del 2005 non sono stati tenuti in considerazione; sono stati valutati tutti i tumori gastrointestinali in generale mentre non è stato considerato specificamente il cancro al colon che sembra essere quello maggiormente correlato all’uso di insulina; il numero di casi di cancro al seno è risultato relativamente basso (25 casi con insulina glargine rispetto a 183 casi con altri tipi di insulina); gli effetti avversi riportati sono limitati al gruppo trattato con la sola insulina glargine ma non con la glargine in associazione ad altre insuline; nel gruppo trattato con la glargine in associazione ad altre insuline era presente un maggior numero di pazienti giovani rispetto agli altri due gruppi (solo glargine e solo altre insuline) il che potrebbe indicare una forte probabilità di bias di allocazione (counfounding by indication). Parole chiave: cancro, diabete mellito, insulina glargine.
Sono stati arruolati 285 pazienti di età >18 anni, con diabete di tipo 1 di durata 2-20 anni. Criteri di esclusione sono stati: ipertensione (valori pressori >135/85 mmHg o assunzione di antipertensivi), tasso di escrezione di albumina >20 mg/min, gravidanza, mancata aderenza alla terapia con placebo del 85% durante il periodo di run-in della durata di2 settimane e una velocità di filtrazione glomerulare (GFR) <20 mL/min/1,73 m2 di superficie corporea (<80 ml/min nei pazienti sotto regime di dieta vegana). I pazienti con fondo oculare al basale senza retinopatia diabetica proliferativa sono stati inclusi nel protocollo per la retinopatia diabetica. Gli end point primari sono stati una variazione rispetto al basale nella frazione di volume glomerulare occupata dal mesangio in campioni bioptici renali ed un aumento rispetto al basale della severità della retinopatia di almeno 2 gradi di una scala a 15 punti rilevata attraverso l’osservazione del fondo oculare. Il 90% e l’82% dei pazienti aveva rispettivamente dati completi di biopsia renale e di fondo oculare sia al basale che al follow-up di 5 anni. L’aderenza alla terapia è stata approssimativamente dell’85% e quella relativa alle visite è stata superiore al 93% (p=0,87 e p=0,92). Non sono state riscontrate differenze significative tra i 3 gruppi sia nelle variazioni del volume della frazione mesangiale del glomerulo nei 5 anni (0,016 unità vs 0,005, p=0,38 per placebo vs enalapril; 0,016 unità vs 0,026, p=0,26 per placebo vs losartan), sia in altre variabili strutturali delle biopsie renali. In confronto a placebo, la probabilità di progressione di almeno 2 gradi di retinopatia è risultata ridotta del 65% con enalapril (OR 0,35, 95% CI 0,14-0,85) e del 70% con losartan (OR 0,30, 95% CI 0,12-0,73), indipendentemente dalle variazioni nella pressione; mentre si è presentata nel 38% con placebo, 25% con enalapril (p=0,02) e 21% con losartan (p=0,008). Gli autori concludono che l’aumentata incidenza di microalbuminuria nel gruppo losartan è un risultato inaspettato ed inspiegabile e sottolineano che, al basale, i pazienti non presentavano nessun segno di malattia renale, e pertanto è probabile che lo studio abbia incluso pazienti a basso rischio di nefropatia diabetica.
L’editoriale di accompagnamento allo studio sottolinea come il paradossale incremento del rischio di microalbuminuria in seguito al trattamento, a lungo termine, con sartani, evidenziato dal presente studio, metta in dubbio la considerazione favorevole dell’inibizione del sistema renina-angiotensina nell’ambito della nefropatia diabetica. L’editorialista specifica che, se per salvare questa visione si potrebbe proporre l’uso di dosi molto alte, varie combinazioni di farmaci, o di vari target terapeutici, è necessario, alla luce degli effetti collaterali e delle prove di efficacia, spostare la ricerca verso nuovi protocolli terapeutici e farmaci per il trattamento della nefropatia diabetica allo stadio iniziale. Inoltre, l’importanza dello studio risiede anche nella variazione del concetto generale di sviluppo naturale della nefropatia diabetica che ne deriva. L’associazione tra le variazioni del grado di microalbuminuria e il declino della funzione renale o la progressione di lesioni morfologiche risulta inconsistente. Questo solleva il dibattito della validità dell’escrezione urinaria di albumina quale unico end point per la nefropatia diabetica iniziale, al posto di una valutazione del declino della funzione renale. Inoltre, sebbene lo studio dimostri chiaramente l’efficacia dell’inibizione del sistema renina-angiotensina nella prevenzione della retinopatia diabetica, sono necessari ulteriori studi che valutino la durata della terapia ed i pazienti che meno verosimilmente beneficeranno del trattamento (ad es. quelli con miglior controllo glicemico e quelli con stadio più avanzato di retinopatia) prima che questa strategia trovi impiego nella pratica clinica. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Merck che ha fornito i farmaci, ma non ha partecipato al disegno dello studio ed alla elaborazione dei dati. Parole chiave: enalapril/losartan, diabete di tipo 1, nefropatia/retinopatia. Riferimenti bibliografici
Anche se diversi trial clinici e metanalisi hanno dimostrato l’efficacia delle statine in prevenzione secondaria, i dati relativi all’impiego di questa classe di farmaci in pazienti senza malattia cardiovascolare definita (prevenzione primaria) sono ancora controversi. Inoltre, l’appropriatezza del trattamento in particolari sottogruppi come gli anziani (>65 anni), le donne e i soggetti diabetici rimane incerto a causa della mancanza o dell’inconsistenza delle evidenze in questi sottogruppi di popolazione. L’obiettivo di questa metanalisi di studi randomizzati condotti in prevenzione primaria era quello di valutare se le statine riducono la mortalità da tutte le cause e l’incidenza di eventi coronarici e cerebrovascolari maggiori in pazienti senza malattie cardiovascolari ma con fattori di rischio. Gli esiti sono stati valutati anche in funzione del sesso, dell’età e della presenza di diabete. La ricerca è stata effettuata su Cochrane Central Register of Controlled Trials, Medline (1990-Novembre 2008), Embase (1980-Novembre 2008), DARE e ACP Journal Club. Sono stati identificati 1230 studi, di cui 10 rispondevano ai criteri di inclusione. La qualità dello studio è stata valutata tramite la scala di Jadad (range 0-5, punteggi più elevati indicano una qualità migliore), risultata sufficiente (punteggio >4) per tutti gli RCT inclusi. L’end point primario era la mortalità da tutte le cause. Gli outcome secondari includevano l’end point composito di eventi coronarici maggiori definiti come decesso da coronaropatia e infarto del miocardio non fatale e l’end point composito di eventi cerebrovascolari maggiori definiti come stroke fatale e non fatale. È stata valutata anche la mortalità da coronaropatia, infarto miocardico non fatale, rivascolarizzazione (intervento coronarico percutaneo o bypass coronarico) e cancro (fatale e non fatale). Sui 10 trial inclusi, per un totale di 70.388 soggetti, 35.138 erano trattati con statine rispetto a 35.250 controlli. L’età media dei pazienti era di 63 anni e il follow-up medio è stato di 4,1 anni. Durante il follow-up medio di 4,1 anni, la mortalità è stata del 5,7% nel gruppo di controllo rispetto al 5,1% nel gruppo trattato con statine. La terapia con le statine è stata associata ad una riduzione della mortalità da tutte le cause del 12% rispetto al controllo (OR 0,88; 95% CI 0,81-0,96). Nel gruppo di controllo il 5,4% ha sviluppato un evento coronarico maggiore rispetto al 4,1% nel gruppo trattato con statine, con una riduzione del rischio pari al 30% (OR 0,70; 0,61-0,81). Nel gruppo di controllo il 2,3% ha sviluppato un evento cerebrovascolare maggiore vs l’1,9% nel gruppo trattato con statine, con una riduzione del rischio pari al 19% (OR 0,81; 0,71-0,93). Con placebo il tasso annuale di eventi cerebrovascolari maggiori era lo 0,6%. L’incidenza annuale di mortalità per coronaropatia associata a placebo era pari a 0,3%, di infarto miocardico non fatale a 0,6%, di rivascolarizzazione a 0,6% e di cancro a 1,2%. L’associazione tra terapia con statine e rischio di cancro non è risultata statisticamente significativa (0,97; 0,89-1,05). I risultati evidenziati nella metanalisi sono in linea con quelli precedentemente pubblicati sugli effetti delle statine in prevenzione secondaria (Baigent C et al. Lancet 2005; 366: 1267-78. The Scandinavian Simvastatin Survival Study. Lancet 1994; 344: 1383-9). Tuttavia, questa metanalisi si distingue dalle precedenti in quanto ha incluso diversi studi recenti sulla prevenzione primaria che hanno arruolato un ampio numero di donne e di pazienti diabetici. Per stabilire i benefici dell’uso di statine in prevenzione primaria, è opportuno anche valutare la tollerabilità. Relativamente di frequente sono stati riportati alcuni effetti collaterali, come l’aumento dei livelli di creatina chinasi e la miopatia, mentre raramente la rabdomiolisi e l’epatotossicità.
La metanalisi presenta alcuni limiti. Innanzitutto, sono stati inclusi 3 trial con una piccola percentuale (circa 6%) di pazienti con malattie cardiovascolari. Tuttavia, l’esclusione di questi trial non ha variato gli outcome della metanalisi. In secondo luogo, la dose e il tipo di statine differiva tra i trial inclusi e ciò può essere associato ad una diversa efficacia nella riduzione dei livelli lipidici. Tuttavia, in base alle linee guide dell’Adult Treatment Panel III, le statine incluse nella metanalisi alle loro rispettive dosi presentano un’efficacia clinica simile. In terzo luogo, il livello di rischio dei partecipanti era clinicamente eterogeneo e, quindi, il beneficio osservato poteva essere di entità diversa in base al livello del rischio. L’esclusione di studi con una piccola percentuale di pazienti a maggiore rischio non ha influito sugli outcome della metanalisi, in quanto l’analisi per sottogruppi non ha indicato la presenza di eterogeneità in sottogruppi predefiniti come gli anziani o pazienti diabetici che hanno un rischio relativamente maggiore. Conflitto di interesse: gli autori hanno dichiarato di aver ricevuto finanziamenti da ditte farmaceutiche. Parole chiave: statine, prevenzione primaria, metanalisi.
Studi preclinici e clinici hanno suggerito il potenziale delle statine nel diminuire la morbilità e la mortalità da infezioni. I limiti di questi studi indicano, tuttavia, la necessità di interpretare con cautela i dati relativi agli effetti delle statine sugli outcome associati alle infezioni.
Analizzando i dati di uno studio caso-controllo in persone anziane, immunocompetenti e residenti presso il loro domicilio è stata esaminata l’ipotesi che l’uso di statine possa essere associato alla diminuzione del rischio di polmonite acquisita in comunità. Lo studio ha coinvolto soggetti (età 65-94 anni) che per almeno due anni consecutivi (2000-2002) sono stati inclusi nel Group Health, un ampio e integrato sistema di assistenza sanitaria dello stato di Washington (USA). Sono stati esclusi i pazienti immunocompromessi: con storia di cancro grave, trattamento recente di cancro (irradiazione o chemioterapia nei 3 mesi precedenti) o insufficienza renale cronica (creatinina >3 mg/dl, dialisi, o diagnosi di malattia renale cronica); o con prescrizione di farmaci immunosoppressivi (metotrexato, azatioprina, ciclosporina o muromonab-CD3) o di farmaci utilizzati per il trattamento dell’infezione da HIV nei due anni precedenti il 1 settembre di ciascuno degli anni considerati. L’eleggibilità è stata determinata in base alla documentazione relativa alle prescrizioni dei farmaci, agli esami di laboratorio, e alle visite, ed è stata confermata tramite revisione dei referti medici. I casi presunti sono stati identificati utilizzando i codici ICD-9, 480-487.0 o 507.0, relativi alla polmonite, e sono stati validati revisionando i referti delle radiografie del torace e quelli ospedalieri. Sono stati esclusi i casi di polmonite nosocomiale o da aspirazione massiva. Per i soggetti con più episodi di polmonite, è stato considerato solo il primo. Per ogni caso sono stati selezionati due controlli dalla popolazione eleggibile della stessa età, genere e durata del follow-up senza polmonite. In base ai dati disponibili, 46824 soggetti, dei 53929 inclusi nel Group Health nel periodo considerato, sono risultati eleggibili. Durante il follow-up sono stati identificati 4006 casi presunti di polmonite acquisita in comunità, 1481 dei quali sono stati validati. Di questi 308 sono risultati non eleggibili in base all’esame della documentazione, mentre 48 sono stati esclusi poiché presenti in più di un anno. Per l’analisi è stata considerata una popolazione composta da 1125 casi di polmonite validata e 2235 controlli. Il 35,1% dei casi è stato ricoverato in ospedale, il 5,5% è deceduto entro 30 giorni dalla index date. Rispetto ai controlli, i pazienti con polmonite presentavano malattie croniche polmonari e cardiache con maggiore frequenza e gravità. Inoltre, nel gruppo dei casi è stata rilevata una maggiore frequenza di fumatori e di compromissione funzionale o cognitiva. Tra tutti i partecipanti, 636 hanno ricevuto in totale 6176 prescrizioni di una statina nei 12 mesi precedenti la index date. La simvastatina è stato il farmaco utilizzato più comunemente (76% delle prescrizioni), seguita dalla lovastatina (19%) e dall’atorvastatina (3,5%). La pravastatina e la fluvastatina sono state utilizzate raramente. Il 16,1% dei casi sono stati utilizzatori correnti di statine, contro il 14,6% dei controlli: l’OR aggiustato per la polmonite negli utilizzatori di statine rispetto ai non utilizzatori era di 1,26 (CI 95% 1,01-1,56). L’analisi limitata ai casi di polmonite che hanno richiesto il ricovero in ospedale ha mostrato che gli utilizzatori di statine hanno avuto un maggior rischio, rispetto ai non utilizzatori: il 17,2% dei casi ricoverati sono stati utilizzatori correnti di statine contro il 14,2% dei controlli (OR 1,61; CI 95% 1,08-2,39). Tra i soggetti che hanno utilizzato le statine nell’ambito della prevenzione primaria, il 4,4% dei casi e il 5,4% dei controlli sono risultati utilizzatori correnti (OR 0,81; CI 95% 0,46-1,42). Tra quelli che hanno usato i farmaci come prevenzione secondaria, sono risultati utilizzatori correnti il 25,2% dei casi e il 25,7% dei controlli (OR 1,25; CI 95% 0,94-1,67).
L’aver cercato di minimizzare i fattori di confondimento, compresi i bias legati alla selezione di soggetti healthy user, alle indicazioni e di aver validato gli outcome associati alla polmonite, rappresenta un punto di forza dello studio. I limiti sono stati l’aver ricavato le informazioni relative all’esposizione ai farmaci da dati amministrativi. Ciò potrebbe aver causato errori sia nel caso di prescrizioni al di fuori del Group Health sia nel caso di mancata assunzione dei farmaci prescritti. Inoltre, poiché i soggetti inclusi nel Group Health erano in gran parte caucasici, le conclusioni non sono generalizzabili ad altri gruppi etnici. Infine, l’aver coinvolto una popolazione relativamente sana, non consente di stabilire se le statine possano svolgere effetti benefici in pazienti anziani fragili o malati. Conflitto di interesse: alcuni autori dichiarano di avere collaborazioni con ditte farmaceutiche.
Lo studio è stato realizzato utilizzando dati raccolti tramite il Record Linkage System PHARMO che comprende numerosi database collegati, fra i quali i registri di dispensazione dei farmaci e quelli ospedalieri, relativi ad una popolazione di più di tre milioni di individui distribuiti in aree definite dei Paesi Bassi. La coorte in studio ha compreso i nuovi utilizzatori di corticosteroidi per via topica in terapia fra Gennaio 1992 e Dicembre 2004 per i quali erano disponibili informazioni di follow-up per un periodo di almeno 4 anni e non affetti da diabete nell’anno precedente l’inizio della terapia con i corticosteroidi (assenza di malattia valutata come non prescrizione di farmaci antidiabetici o assenza di ospedalizzazione associata al diabete). Qualsiasi individuo nella coorte degli utilizzatori di corticosteroidi topici è stato ritenuto un caso di diabete se erano rispettate le seguenti condizioni: 1) prescrizione di farmaci antidiabetici seguiti da una seconda prescrizione entro un anno. La data di dispensazione del primo farmaco antidiabetico dispensato è stata considerata come data della diagnosi di diabete e utilizzata nello studio come data indice; 2) data-indice preceduta da un periodo di almeno 4 anni nella coorte; 3) presenza di almeno due dispensazioni di corticosteroidi topici prima della data-indice. Ogni caso è stato associato con quattro controlli omogenei per età (± 2 anni) e sesso. I controlli sono stati selezionati tra i pazienti inclusi nella coorte, che non avevano sviluppato diabete durante il follow-up, presenti al momento della data indice del relativo caso e per i quali era disponibile evidenza di almeno due dispensazione di corticosteroidi topici precedenti la data indice. La durata del follow-up tra casi e relativi controlli doveva essere la stessa. L’esposizione ai corticosteroidi per via topica è stata valutata in base all’intensità del trattamento, inteso come uso recente o meno, durata cumulativa, potenza media e carico cumulativo. Come utilizzatori correnti di corticosteroidi topici sono stati definiti tutti quei pazienti che avevano ricevuto una dispensazione di almeno un corticosteroide per via topica durante i due anni precedenti la data indice. Tra gli utilizzatori recenti sono stati compresi tutti i pazienti che avevano ricevuto una prescrizione nei 4 anni precedenti, ma non durante i due anni precedenti la data-indice. Infine, gli utilizzatori storici quei pazienti che avevano assunto corticosteroidi per via topica esclusivamente prima dei 4 anni precedenti la data indice. Assumendo una dose giornaliera media di 1 g, la durata dell’uso di un corticosteroide per via topica dispensato (in giorni) era calcolata come la dose totale dispensata (in grammi) in rapporto alla dose media giornaliera (1 g/die). Per ognuno degli utilizzatori di corticosteroidi per via topica correnti o recenti, la durata cumulativa dell’uso nei 4 anni precedenti la data indice è stata calcolata come la somma di tutti i corticosteroidi topici utilizzati in quel periodo. Per gli utilizzatori storici, la durata cumulativa durante i 4 anni precedenti la data indice, era pari a zero. Nel calcolo della durata cumulativa non è stato considerato l’uso continuo, ma sono stati sommati solo i giorni di impiego nei 4 anni precedenti la data indice. I corticosteroidi topici sono stati classificati in gruppi di potenza secondo l’indice ATC – WHO, con il quarto livello ATC che indica la potenza del corticosteroide (D07AA: debole; D07AB: moderatamente potente; D07AC: potente; D07AD: molto potente) con punteggi da 1 (debole) fino a 4 (molto potente). L’analisi ha considerato infine le seguenti covariate: uso di corticosteroidi sistemici o per via inalatoria, sesso, età alla data indice, anno alla data indice, medico prescrittore del primo corticosteroide per via topica dispensato, durata del follow-up, numero di ospedalizzazioni nell’anno precedente la data indice e l’uso di farmaci concomitanti assunti nei 4 anni precedenti la data indice. L’associazione tra corticosteroidi per via topica e l’insorgenza di diabete è stata studiata utilizzando l’analisi monovariata e multivariata mediante regressione logistica condizionale. Le variabili descritte precedentemente associate in monovariata con l’insorgenza di diabete sono state incluse nel modello di analisi multivariata. Dei 192.893 utilizzatori di corticosteroidi per via topica, 7.862 pazienti hanno sviluppato diabete. Di questi 2.212 casi avevano avuto almeno 4 anni di follow-up dall’inizio della terapia con corticosteroidi topici e almeno due corticosteroidi sono stati dispensati prima della data indice. I 2.212 casi sono stati appaiati con un totale di 8.582 controlli. Il rischio di nuova insorgenza di diabete fra gli utilizzatori correnti di corticosteroidi topici è aumentato di 1,2 volte in confronto agli utilizzatori storici (OR 1,24; 95%CI: 1,11–1,40). Una durata cumulativa maggiore dell’uso di corticosteroidi topici è stata associata con un rischio significativo di nuova insorgenza di diabete (p < 0,02). Incrementando la durata cumulativa dell’uso da 1 a > 180 giorni, l’OR aumentava da 1,14 (95%CI: 1,00–1,29) a 1,32 (95% CI 1,14 – 1,54). Non è stata osservata una associazione tra aumento della potenza media del corticosteroide e rischio di diabete (p > 0,05). Un carico cumulativo elevato di corticosteroidi topici è stato associato ad un incremento statisticamente significativo del rischio di diabete (p < 0,001). Un carico cumulativo pari a 181-365 mg è stato associato ad un aumento del rischio di insorgenza di diabete (OR 1,29; 95% CI 1,11–1,50). Un rischio significativo di insorgenza di diabete è stato osservato per un carico cumulativo di 731 – 1460 mg (OR 1,44; 95%CI: 1,21-1,72). Nel sottogruppo che comprendeva utilizzatori storici e non utilizzatori di corticosteroidi per via sistemica e/o inalatoria, l’uso corrente di corticosteroidi per via topica risultava associato ad un aumento del rischio di diabete di 1,27 volte (OR 1,27; 95%CI: 1,10–1,47) rispetto agli utilizzatori storici.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Novartis Pharma.
Il 15 giugno scorso la FDA ha reso noti gli esiti dello studio di seguito riportato, sponsorizzato dall’Agenzia statunitense stessa e dal National Institute of Mental Health. I rischi dell’uso dei farmaci psicostimolanti nella popolazione pediatrica sono attualmente in revisione da parte della FDA che sta esaminando ulteriori studi epidemiologici. La descrizione di casi di morte improvvisa tra i bambini e gli adolescenti in terapia con farmaci stimolanti per il trattamento del disturbo da deficit d'attenzione ed iperattività (ADHD) ha sollevato delle preoccupazioni sulla sicurezza di queste sostanze. Il sistema di monitoraggio delle segnalazioni di reazioni avverse della FDA ha rilevato 11 casi di morte improvvisa in bambini in terapia con metilfenidato dal gennaio 1992 al febbraio 2005. In studi caso-controllo sono stati riportati anche effetti cardiovascolari meno seri associati all’utilizzo di psicostimolanti come, per esempio, un incremento medio di 4 mmHg nella pressione diastolica in pazienti trattati con queste sostanze rispetto al gruppo di controllo trattato con placebo. Nel 2006, la FDA aveva raccomandato di aggiungere un alert, soprattutto per i bambini ad alto rischio cardiovascolare, per esempio quelli con difetti strutturali cardiaci, cardiomiopatia o aritmie. Nel 2008, l’American Heart Association ha raccomandato di effettuare un ECG prima che i bambini iniziassero la terapia con metilfenidato o con altre terapie psicostimolanti. Questo articolo fornisce dati empirici sul rischio di morte improvvisa e l’uso di farmaci psicostimolanti in bambini ed adolescenti. Alla luce della rarità della morte improvvisa in questa fascia di età (circa 0.8-8.5 casi su 100.000 pazienti/anno) il disegno dello studio è stato di tipo caso-controllo. Sono stati raccolti casi di morte improvvisa in giovani dai 7 ai 19 anni dal 1989 al 1996 negli Stati Uniti. Sono stati esclusi i decessi per causa nota, i pazienti che erano stati ospedalizzati oltre 48 ore prima del decesso o che hanno avuto complicanze mediche, disordini fisici esistenti o sospetti che potessero giustificare il decesso, comorbidità che potessero essere associate alla morte improvvisa ma non dichiarate come cause del decesso sul certificato di morte o sul referto dell’autopsia. Come gruppo di controllo sono stati scelti individui della stessa età deceduti in incidenti stradali. I giovani soggetti considerati eleggibili per lo studio sono stati 564 confrontati con altri 564 controlli (soggetti deceduti in un incidente automobilistico). Questo studio ha importanti limiti. Uno studio caso controllo è un metodo potenzialmente valido per rilevare la correlazione tra due eventi ma non può stabilirne il rapporto di causalità. Inoltre non è stato possibile ottenere indicazioni precise sullo stato psichiatrico dei pazienti, inclusa la loro diagnosi clinica. Un terzo possibile bias è dato dal fatto che non sono state raccolte adeguatamente le informazioni sull’assunzione di eventuali terapie al momento del decesso relative alle vittime di incidenti stradali (passeggeri). Infine le analisi tossicologiche effettuate non sono così sensibili da poter ottenere una misurazione dei livelli ematici di metilfenidato al momento del decesso.
Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: metilfenidato, morte improvvisa, ADHD. Riferimento bibliografico |
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Ultimo aggiornamento: 15 Luglio 2009 |
