
Newsletter numero 44 del 15-10-2009
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Sommario
La rapida diffusione a livello mondiale del nuovo virus dell’influenza A (H1N1) 2009 ha indotto l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare, in data 11 giugno 2009, che è in atto la prima pandemia influenzale degli ultimi 41 anni. Nell’Emisfero Sud, l’infezione H1N1/2009 è risultata dominante durante l’attuale periodo dell’influenza stagionale. Di conseguenza, ci si aspetta che anche nell’Emisfero Nord l’incidenza dell’infezione H1N1 2009 possa aumentare in modo sostanziale alla comparsa imminente dell’influenza stagionale. La disponibilità immediata di vaccini sicuri ed efficaci costituisce quindi l’aspetto critico degli sforzi atti a prevenire e a mitigare gli effetti della pandemia. Subito dopo l’identificazione del virus, le ditte produttrici di vaccini, insieme alle istituzioni di sanità pubblica ed alle autorità regolatorie, hanno iniziato a sviluppare vaccini per il virus H1N1 2009. Il carattere di urgenza è stato particolarmente rilevante nell’Emisfero Sud, dove l’insorgenza della pandemia ha coinciso con l’inizio della stagione invernale. Idealmente, sarebbe necessario eseguire trial clinici al fine di stabilire il profilo di sicurezza dei nuovi vaccini e di confermare la posologia ed il dosaggio ottimale degli stessi. Al fine di esaminare l’immunogenicità e la tollerabilità di due differenti dosi di vaccino costituito da virus-split inattivato dell’influenza A/H1N1, in Australia è stato avviato un trial clinico randomizzato di fase 2, in doppio cieco, a gruppi paralleli, su soggetti sani tra 18 e 64 anni di età. Sono stati esaminati due diversi dosaggi somministrati mediante iniezione intramuscolare: 1) 15 μg di antigene emoagglutinina in 0,25 ml; 2) 30 μg di emoagglutinina in 0,5 ml. Le misure di esito co-primarie di immunogenicità erano rappresentate dalla proporzione dei soggetti con titolo anticorpale ≥1:40 o più sulla base del test HI, dalla proporzione dei soggetti con sieroconversione o aumento significativo del titolo anticorpale e dall’incremento fattoriale della media geometrica del titolo anticorpale. Il rapporto preliminare ha valutato l’immunogenicità e la sicurezza del vaccino a 21 giorni dalla somministrazione della prima delle due dosi programmate sui due gruppi in studio, costituiti ciascuno da 120 soggetti. Non sono stati riportati decessi, reazioni avverse gravi, o eventi di interesse speciale. Nel 46,3% dei soggetti sono state descritte reazioni di tipo locale (es. dolore o fragilità al sito di iniezione) e nel 45% dei soggetti sintomi sistemici (es. cefalea, malessere, mialgia). Tutti gli eventi erano di intensità da lieve a moderata. In questa analisi preliminare sono rimaste irrisolte alcune importanti questioni. Innanzitutto, poiché nel trial sono stati reclutati solo soggetti adulti sani, bisognerebbe eseguire studi analoghi su altri sottogruppi di popolazione, come anziani, bambini, pazienti immunocompromessi, in quanto questi soggetti potrebbero mostrare una risposta diversa al vaccino. Secondariamente, in considerazione della risposta immunitaria robusta ottenuta con la dose di 15 μg, dovrebbero essere studiate dosi di antigene ancora più basse. Inoltre, considerato che lo studio è stato eseguito in una località dell’Australia durante il periodo invernale nell’Emisfero Sud, non è detto che i risultati possano essere estesi a regioni dove l’epidemiologia della pandemia potrebbe essere diversa.
Conflitto di interesse: lo studio è stato supportato dalla ditta CSL Biotherapies. Parole chiave: influenza A(H1N1), vaccino tipo split inattivato, RCT. Riferimento bibliografico
In questo report preliminare, viene descritto il profilo clinico ed immunogenico del vaccino monovalente, in forma adiuvata con MF59, contenente antigeni di superficie dell’influenza A/California/2009 (H1N1) alla dose di 7,5 μg. Il vaccino, ottenuto da colture cellulari, è stato somministrato in due dosi a soggetti adulti tra i 18 ed i 50 anni di età. Lo studio clinico randomizzato di fase I monocentrico è stato condotto su 175 soggetti nel periodo compreso tra luglio e settembre 2009. Sono stati valutati i risultati preliminari di un’analisi ad interim delle risposte alla dose di 7,5 μg del vaccino adiuvato-MF59 al giorno 21 dalla prima vaccinazione (dati provenienti da quattro dei sette gruppi in studio, per un totale di 100 soggetti). La tollerabilità del vaccino è stata valutata entro 7 giorni dalla prima dose di vaccino adiuvato-MF59 7,5 μg. Complessivamente, l’86% dei soggetti ha riportato reazioni avverse (85% dei casi dopo la prima dose e 56% dopo la seconda). Tutte le reazioni auto-riportate erano classificabili come lievi-moderate, erano autolimitanti e si risolvevano entro un periodo di 72 ore. Per ciò che concerne l’immunogenicità, è stato osservato che i titoli anticorpali erano in genere più elevati al giorno 14 tra i soggetti che avevano ricevuto due dosi di 7,5 μg del vaccino adiuvato-MF59 rispetto a coloro che avevano avuto una singola somministrazione (p=0,04 tramite test HI e p<0,001 con test MN), ma la differenza nel titolo tra i gruppi non era significativa (p=0,34 tramite test HI e p=0,10 con test MN).
La principale limitazione dello studio consiste nella difficoltà interpretativa dei dati di immunogenicità, a causa della mancanza di componenti immunitari riconosciuti e della ampia variabilità dei risultati dei test di laboratorio. La sicurezza e l’immunogenicità dei vaccini per l’influenza A(H1N1) 2009 dovrebbero essere valutate nelle popolazioni ad alto rischio, inclusi bambini, anziani, e pazienti immunocompromessi. Inoltre, sebbene i vaccini dell’influenza stagionale abbiano un profilo di sicurezza ben definito, esistono casistiche sporadiche di reazioni non usuali, inclusa la vasculite. L’adiuvante MF59 è stato già utilizzato nei vaccini antiinfluenzali a partire dal 1997. Su 40 milioni di dosi distribuite in Europa e su oltre 16.000 dosi somministrate nei trial clinici, non è emerso un aumento delle segnalazioni di disturbi autoimmunitari. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla ditta farmaceutica Novartis. Parole chiave: influenza A(H1N1), vaccino adiuvato-MF59, RCT. Riferimento bibliografico L’editoriale di accompagnamento ai due lavori rileva che lo studio di Greenberg et al mostra che una dose singola di vaccino non adiuvato contenente 15 μg di antigene emoagglutinina induce immunogenicità in una grande percentuale di soggetti sani giovani e di mezza età. In assenza di un gruppo di controllo non immunizzato, è impossibile però determinare se l’infezione subclinica possa aver amplificato la risposta immunitaria indotta dal vaccino. Le risposte potrebbero, inoltre, essere inferiori, nel caso in cui il vaccino venga somministrato in condizioni epidemiologiche differenti da quelle del trial, che è stato condotto in Australia nel periodo pandemico. Lo studio di Clark et al dimostra che una o due dosi di vaccino adiuvato contenente 7,5 μg di emoagglutinina (50% della dose standard), somministrato in diversi schemi posologici, inducono titoli anticorpali molto robusti. Sebbene due dosi (per un totale di 15 μg di emoagglutinina) portino a titoli anticorpali maggiori di quelli indotti dalla dose singola, la sieroprotezione è comunque raggiunta in almeno l’80% dei soggetti in ciascun gruppo. I dati di immunogenicità dei vaccini per l’influenza A(H1N1) 2009 sono difficilmente estrapolabili per le popolazioni ad alto rischio, inclusi bambini, donne in gravidanza e pazienti immunocompromessi. Alla luce dell’esperienza con i vaccini antiinfluenzali stagionali, la somministrazione del vaccino H1N1 2009 alla dose standard di 15 μg di emoagglutinina dovrebbe comunque garantire l’immunogenicità anche in questi sottogruppi di pazienti. Riferimento bibliografico (*) L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) che, in base al Decreto legislativo 219/2006 gestisce il sistema nazionale di farmacovigilanza, in considerazione delle raccomandazioni europee sull’argomento, ha predisposto un Piano Nazionale di Farmacovigilanza per il monitoraggio della sicurezza dei vaccini pandemici e degli antivirali in corso di pandemia influenzale (Piano Nazionale di FV). Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito http://www.agenziafarmaco.it.
È stata condotta una ricerca in letteratura per individuare i report sull’impiego di oseltamivir e zanamivir durante la gravidanza e l'allattamento al seno utilizzando le banche dati MEDLINE ed EMBASE. Recenti metanalisi hanno suggerito che l'oseltamivir e lo zanamivir presentano un’efficacia modesta nell'alleviare i sintomi dell’influenza stagionale in adulti sani (Jefferson TO et al. Cochrane Database Syst Rev 2006; 3) e nei bambini (Matheson NJ et al. Cochrane Database Syst Rev 2007; 1). L'uso routinario di questi farmaci è sconsigliato nei pazienti a basso rischio di complicanze da influenza stagionale. I dati sull'efficacia di questi farmaci nelle popolazioni ad alto rischio, in particolare durante l’attuale pandemia, sono limitati. Oseltamivir Gravidanza Allattamento Zanamivir Gravidanza Allattamento Le donne in gravidanza, in particolare negli ultimi mesi di gestazione, sono ad alto rischio di complicanze da influenza, compresa la H1N1.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: influenza A H1N1, antivirali, gravidanza/allattamento. Riferimento bibliografico Le raccomandazioni del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali (http://www.normativasanitaria.it/normsan-pdf/0000/29449_1.pdf) del luglio 2009, prevedono l’impiego degli antivirali nelle donne in gravidanza e/o in allattamento sia come trattamento (somministrazione per 5 giorni) che come chemioprofilassi (10 giorni dall’ultima esposizione).
Più di 100 milioni di donne in tutto il mondo utilizzano contraccettivi orali (CO). Ne esistono diversi tipi, tutti quanti efficaci nel prevenire eventuali gravidanze. Di conseguenza la scelta di una formulazione rispetto ad un’altra dovrebbe basarsi più sul profilo di sicurezza che sull’efficacia. In merito alla sicurezza, uno degli eventi avversi più gravi associati all’utilizzo di CO è il tromboembolismo venoso che, seppur raro, può portare al decesso nel 1-2% dei casi. I due studi osservazionali, di seguito riportati, nonostante siano caratterizzati da un disegno diverso, hanno prodotto dei risultati sostanzialmente simili, confermando gli studi precedenti sul rischio tromboembolico associato all’uso della pillola. La componente progestinica è importante: il rischio con levonorgestrel e noretisterone è basso mentre con gestodene, desogestrel e norgestimato è di 1,5-2 volte maggiore rispetto al levonorgestrel. Come però questi risultati si traducono nella pratica clinica? Una revisione sulla contraccezione femminile pubblicata sullo stesso numero del BMJ (Amy J-J, Tripathi V. Contraception for women: an evidence based overview. BMJ 2009;339:b2895), raccomanda di utilizzare i CO contenenti levonorgestrel o noretisterone con la più bassa dose possibile di estrogeni. Contraccezione ormonale e rischio di tromboembolismo venoso: uno studio nazionale di follow-up Diversi studi hanno dimostrato l’associazione tra contraccettivi orali (CO) combinati ed aumento del rischio di trombosi venosa, soprattutto durante il primo anno di impiego di formulazioni a base di desogestrel o gestodene piuttosto che di levonorgestrel. Con il passaggio dalle pillole combinate contenenti una concentrazione inferiore di etinilestradiolo (da 50 μg a 30-40 μg), ci si aspettava una riduzione del rischio di trombosi venosa. Questo studio di coorte ha valutato il rischio di tromboembolismo venoso nelle utilizzatrici correnti di diversi tipi di contraccettivi, focalizzando l’attenzione su durata d’uso, regime terapeutico (CO combinati vs formulazioni progestiniche), effetto della dose di estrogeno, tipo di progestinico e via di somministrazione. Gli end point dello studio erano: primo episodio di trombosi venosa profonda, trombosi delle vene porta, cava e renale, trombosi venosa profonda non specificata ed embolia polmonare. I contraccettivi ormonali sono stati suddivisi in base ad uso (corrente, passato, non uso), regime (CO combinati, formulazione progestiniche, dispositivi intrauterini medicati), dose di estrogeni (50 μg, 30-40 μg e 20 μg), tipo di progestinico (noretisterone, levonorgestrel, norgestimato, desogestrel, L’analisi ha coinvolto 10,4 milioni di anni-persona (3,4 milioni per l’uso corrente, 2,3 per l’uso pregresso, 4,8 per il non uso) e sono stati registrati 4213 eventi trombotici, di cui 2045 tra le utilizzatrici correnti. In generale, le donne più giovani tendevano a non avere mai usato CO rispetto alle donne più anziane (che utilizzavano più spesso anche dispositivi intrauterini), ma erano più inclini ad usare contraccettivi per brevi periodi di tempo. L’incidenza di tromboembolismo venoso aumentava con l’età (da 1,84 per 10000 anni-persona nei soggetti di 15-19 anni a 6,59 per 10000 anni-persona nei soggetti di 45-49 anni). L’incidenza aumentava durante gli 11 anni dello studio, in media di 1,05 (IC 95% 1,04-1,06) per anno. L’incidenza grezza di tromboembolismo venoso era di 3,01 per 10.000 anni-persona per le non utilizzatrici e per le utilizzatrici correnti di 6,29 per 10.000 anni-persona. Il rischio tra le donne che utilizzavano CO combinati si riduceva con il protrarsi dell’uso, passando da 4,17 (IC 95% 3,73-4,66) nel primo anno di assunzione a 2,76 (2,53-3,02) dopo più di 4 anni. Il rischio tra le utilizzatrici correnti era anche influenzato dalla dose di estrogeni e dal tipo di progestinico. Per un dato progestinico e dopo aggiustamento per la durata d’uso, il rischio di tromboembolismo venoso diminuiva con la riduzione della dose di estrogeno: una riduzione da 50 μg a 30-40 μg ha ridotto il rischio del 17% (NS) per i CO contenenti levonorgestrel e del 32% (NS) per quelli contenenti noretisterone. Una riduzione da 30-40 μg a 20 μg per i CO contenenti desogestrel o gestodene ha ridotto il rischio di tromboembolismo venoso del 18% (7%-27%). Rispetto alle utilizzatrici correnti di CO contenenti levonorgestrel, usando la stessa dose di estrogeni e dopo aggiustamento per la durata d’uso, il tasso di tromboembolismo venoso nelle donne che assumevano CO contenenti noretisterone era 0,98 (0,71-1,37), norgestimato 1,19 (0,96-1,47), desogestrel 1,82 (1,49-2,22), gestodene 1,86 (1,59-2,18), drospirenone 1,64 (1,27-2,10) e ciproterone 1,88 (1,47-2,42). Le formulazioni esclusivamente progestiniche contenenti levonorgestrel 30 μg, noretisterone 350 μg o desogestrel 75 μg non aumentavano il rischio di tromboembolismo venoso rispetto alle non utilizzatrici di CO e le donne che utilizzavano dispositivi uterini avevano un tasso aggiustato per il tromboembolismo venoso di 0,89 (0,64-1,26). Le caratteristiche metodologiche dello studio (in particolare i criteri di inclusione e di esclusione) potrebbero spiegare i risultati di questo studio, apparentemente contraddittori rispetto ad altri, poiché indicano che il rischio stimato per CO contenenti levonorgestrel, desogestrel o gestodene è leggermente più basso rispetto a quanto precedentemente stimato. Per il resto, lo studio conferma che il rischio delle utilizzatrici di CO combinati dipende da dose di estrogeni, tipo di progestinico e durata d’uso.
Uno dei punti di forza di questo studio consiste nella elevata validità esterna, perché ha coinvolto tutte le donne danesi di 15-49 anni che soddisfacevano i criteri di inclusione. L’aver utilizzato i registri nazionali di prescrizione (in cui sono contenute informazioni dettagliate in merito all’uso dei contraccettivi), ha permesso di evitare eventuali recall bias; inoltre, questo approccio metodologico ha anche conferito all’analisi effettuata un elevato potere statistico. Per le donne normopeso e senza predisposizioni genetiche note, si raccomanda l’utilizzo di contraccettivi combinati a basse dosi come prima scelta. Per le donne con predisposizione genetica alla trombosi venosa sarebbe appropriato come prima scelta prescrivere una formulazione progestinica o un dispositivo intrauterino (anche se, prima di dare delle raccomandazioni definitive, sarebbe opportuno avere ulteriori dati sugli esiti arteriosi dei progestinici, specie del drospirenone). Per le donne con un indice di massa corporea aumentato la prima scelta dovrebbe cadere su una formulazione a basso dosaggio contenente levonorgestrel. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Gynaecological Clinic, Rigshospitalet; uno degli autori ha ricevuto grant da parte di ditte farmaceutiche. Parole chiave: contraccezione ormonale, tromboembolismo venoso, studio di coorte. Rischio di trombosi venosa associato ai contraccettivi orali: l’effetto della dose di estrogeni e del tipo di progestinico secondo lo studio caso-controllo MEGA (Multiple Environmental And Genetic Assessment) I contraccettivi orali (CO) sono stati associati al rischio di tromboembolismo venoso e tale rischio è differente tra le molecole di seconda generazione e quelle di terza. Infatti, molti sono stati i riscontri di aumento del rischio di trombosi venosa associato ai più nuovi CO di terza generazione; tuttavia, non tutti sono d’accordo su questa differenza e ritengono che sia sovrastimata. Per stabilire il rischio trombotico associato all’uso corrente di CO, con particolare attenzione alla dose di estrogeni ed al tipo di progestinico, è stata condotta un’analisi sui dati del MEGA, un ampio studio caso-controllo olandese. Tutte le partecipanti hanno compilato un questionario standardizzato sui fattori di rischio per trombosi venosa come familiarità, gravidanza ed uso di CO nell’anno precedente la data indice (data dell’evento trombotico o della compilazione del questionario). Su 1524 pazienti, 859 (56,4%) avevano avuto una trombosi venosa profonda della gamba, 495 (32,5%) un’embolia polmonare, 111 (7,3%) entrambe e 59 (3,9%) una trombosi venosa profonda del braccio. L’età media delle pazienti era 37,1 anni (range:18-49), pressoché sovrapponibile con quella dei controlli (37,4 anni; range:18-49). Il rischio si diversifica chiaramente in base al tipo di progestinico ed alla dose di estrogeni. L’uso di contraccettivi contenenti levonorgestrel è stato associato ad un aumento quasi 4 volte superiore del rischio di trombosi venosa (OR 3,6; 2,9- 4,6) rispetto al non uso, mentre il rischio di trombosi venosa, sempre rispetto al non uso, aumentava di 5,6 volte per gestodene (3,7-8,4), 7,3 per desogestrel (5,3-10,0), 6,8 per ciproterone acetato (4,7-10,0) e 6,3 per drospirenone (2,9-13,7). I risultati ottenuti confermano sostanzialmente quelli di precedenti studi.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato da Netherlands Heart Foundation, Dutch Cancer Foundation e Netherlands Organisation for Scientific Research. Parole chiave: contraccezione ormonale, tromboembolismo venoso, studio caso-controllo. Riferimenti bibliografici
Gli studi sono stati selezionati a partire da una ricerca bibliografica che ha utilizzato i motori di ricerca Medline, EmBase e Planet (database interno degli studi clinici dell’azienda produttrice di budesonide). La ricerca è stata ristretta a studi con follow-up di almeno 6 mesi perché il rischio complessivo di polmonite sarebbe risultato molto piccolo e i fattori di confondimento legati alle variazioni stagionali nell’insorgenza di polmonite sarebbero stati difficili da valutare negli studi di breve durata. Sono stati identificati sette studi eleggibili realizzati in 30 paesi. Tutti gli studi erano di elevata qualità (Jadad score ≥4) e le caratteristiche individuali dei pazienti arruolati erano registrate nel database Planet. L’analisi primaria sulla polmonite è stata limitata a 12 mesi poiché solo due studi erano di durata superiore. I partecipanti di tutti gli studi si trovavano in una fase stabile di malattia al momento dell’arruolamento e sono stati randomizzati in doppio cieco e valutati dagli sperimentatori dello studio almeno una volta ogni 3 mesi. Ad ogni visita, la diagnosi di polmonite riportata nel paziente, è stata verificata dallo sperimentatore e registrata nel database come evento avverso o grave evento avverso. Per l’analisi primaria, sono stati selezionati tutti gli eventi avversi che sono insorti durante lo studio o entro 15 giorni dalla fine dello studio. Il limite dei 15 giorni è stato stabilito in base: 1) alla durata degli effetti farmacodinamici dei glucocorticoidi; 2) alla storia naturale della polmonite batterica associata ai farmaci immunosoppressori, 3) per consentire un confronto tra questo studio e gli studi precedenti. Tra uno studio e l’altro sono state evidenziate eterogeneità nel metodo dal quale sono stati raccolti gli eventi avversi e gli eventi avversi gravi nel periodo successivo al trattamento. Per l’analisi primaria, gli autori hanno confrontato il rischio di polmonite come un evento avverso o evento avverso grave fra i pazienti trattati con budesonide per via inalatoria rispetto a quelli nel gruppo di controllo. I pazienti che non erano trattati con budesonide per via inalatoria sono stati considerati come gruppo controllo. I partecipanti di ciascun studio sono stati seguiti dalla data di arruolamento alla data di abbandono, insorgenza di polmonite o completamento dello studio. Lo studio ha analizzato i dati provenienti da più di 7000 partecipanti che avevano avuto più di 5000 anni-paziente di esposizione. L’età media dei partecipanti è risultata di 61.6 anni e la media dei valori FEV1 post-broncodilatatore di 45.5% del previsto. Complessivamente, il 22% (n=1523 pazienti) della coorte nel Global initiative for chronic Obstructive Lung Disease (GOLD) apparteneva allo stadio IV (FEV1 < 30% del previsto), il 52% (n= 3635) allo stadio III GOLD (FEV1 30 – 49% del previsto), il 16% (n=1148) allo stadio II (FEV1 50 – 79% del previsto), e il 10% (n=732) allo stadio I GOLD (FEV1 ≥ 80% del previsto); per quattro pazienti i dati FEV1 sono stati persi e perciò lo stato GOLD non poteva essere stabilito. Il 70% dei partecipanti (n=4914) erano uomini, e 51% (n=3617) erano fumatori correnti al momento dell’arruolamento. Nell’analisi primaria, 225 (3%) partecipanti hanno sviluppato polmonite come un evento avverso e 103 (1%) come un evento avverso grave durante il follow-up. Tutti i pazienti che hanno manifestato un evento avverso grave sono stati ricoverati in ospedale e tutti i decessi per polmonite sono avvenuti in ospedale. Il rischio di polmonite ha avuto alcune variazioni stagionali con picchi durante Febbraio-Aprile e Ottobre-Novembre. I pazienti con polmonite come evento avverso o evento avverso grave, rispetto ai non eventi, erano più anziani (63.2 anni vs 61.5 anni; p=0.014) e avevano un FEV1 post-broncodilatatore alla randomizzazione più basso (43.0% vs 45.6%, p=0.043). L’insorgenza di polmonite come evento avverso o evento avverso grave è stata simile nei pazienti che avevano ricevuto budesonide per via inalatoria e il trattamento di controllo sia nell’analisi primaria che per tutta la durata dello studio. Le curve di Kaplan-Meier mostrano che il tempo all’insorgenza di polmonite come evento avverso o evento avverso grave, non differisce significativamente tra i gruppi di trattamento (log-rank test 0.94 per evento avverso, 0.61 per evento avverso grave). In confronto al gruppo di controllo, i partecipanti assegnati a ricevere budesonide per via inalatoria hanno presentato un rischio simile di polmonite come evento avverso (p = 0.71) e come evento avverso grave (p = 0.66). Il 3% (51/1880) dei pazienti con lieve o moderata COPD (stadi I e II GOLD) e il 3% (174/5158) di quelle con grave COPD (stadi III e IV GOLD) avevano sviluppato polmonite come evento avverso; la gravità di COPD non è stata significativamente associata alla polmonite come evento avverso (p = 0.19). Contrariamente, la frequenza di polmonite come evento avverso grave è stata superiore nei pazienti con grave COPD (2% [90/5158] rispetto a quelli con lieve o moderata COPD (1% [13/1880]; p = 0.0017). Solamente due variabili sono state significativamente associate all’insorgenza di polmonite come evento avverso o evento avverso grave: l’aumento dell’età e la riduzione della percentuale di FEV1 previsto. Nell’analisi di sensibilità, sono stati utilizzati differenti definizioni di polmonite come evento avverso o evento avverso grave, ma i risultati non hanno subito variazioni. Per la fase di trattamento dello studio, l’hazard ratio è stato di 1.01 (95% CI 0.77-1.33) per la polmonite come evento avverso, e 0.86 (95%CI 0.57-1.31) per polmonite come evento avverso grave. Nella fase di trattamento dello studio e fino a due mesi dopo la fine dello studio, l’hazard ratio è stato di 1.06 (95%CI 0.82-1.36) per la polmonite come evento avverso e 0.87 (95%CI 0.60-1.27) per polmonite come evento avverso grave. La percentuale dei pazienti che ha sospeso il trattamento in studio per qualsiasi ragione è stata maggiore per il gruppo di controllo rispetto al gruppo budesonide per via inalatoria (30% [n=961] vs 23% [n=877]. Complessivamente, sette pazienti sono deceduti per polmonite (quattro nel gruppo budesonide per via inalatoria e tre nel gruppi controllo). I risultati di questo studio differiscono da quelli di meta-analisi precedenti che riportavano un aumento del rischio di polmonite come evento avverso o evento avverso grave nei pazienti con COPD trattati con corticosteroidi per via inalatoria. Sebbene la ragione di discordanza in queste ricerche sia sconosciuta, esistono alcune potenziali spiegazioni. Per prima cosa, nessuna meta-analisi ha avuto accesso ai dati inerenti alle caratteristiche dei pazienti e perciò non sono stati valutati adeguatamente o aggiustati per fattori di confondimento. Secondo, le meta-analisi precedenti avevano compreso tutti gli studi clinici controllati e randomizzati di corticosteroidi per via inalatoria, erano quindi pesantemente influenzate da studi su fluticasone e non potevano rilevare possibili differenze tra i singoli corticosteroidi. Gli autori hanno osservato che due dei più importanti segni clinici associati alla polmonite come evento avverso o evento avverso grave sono stati l’aumento dell’età e la riduzione della funzione polmonare, mentre il sesso, il fumo e l’indice di massa corporea non erano variabili significative. Alcune limitazioni di questo studio sono state:
Nell’editoriale di accompagnamento viene rilevato che la metanalisi, supera alcune delle limitazioni che hanno contraddistinto due metanalisi precedenti. Ciò è attribuibile principalmente al fatto che i dati sui pazienti hanno consentito il controllo di fattori di confondimento quali età, sintomi e funzionalità polmonare. Inoltre, nell’analisi è stato utilizzato un modello di effetti random che ha permesso di quantificare l’eterogeneità tra i vari studi. Comunque alcune limitazioni importanti nei metodi di tutti gli studi precedenti che hanno correlato polmonite acquisita in comunità e corticosteroidi per via inalatoria sono state riscontrate anche in questa metanalisi. Tutti gli studi includevano al massimo un periodo di osservazione di 1 anno mentre sarebbe auspicabile un periodo di osservazione maggiore perché variazioni stagionali incidono nella frequenza di polmonite acquisita in comunità. Un aspetto interessante è che nessuno degli studi ha richiesto l’RX toracico per valutare la diagnosi di polmonite acquisita in comunità. La sensibilità e la specificità delle variabili cliniche sono basse, e pertanto stabilire la diagnosi di polmonite acquisita in comunità sulla base delle sole osservazioni cliniche non è attendibile. In particolare, distinguere tra polmonite acquisita in comunità ed esacerbazione della COPD è molto difficile. Alcuni studi hanno osservato un aumento del rischio di polmonite in pazienti trattati con corticosteroidi per via inalatoria senza che questo abbia effetti sulla mortalità in questi pazienti. Questi risultati suggeriscono che i corticosteroidi per via inalatoria potrebbero causare polmonite più spesso ma che tali eventi avrebbero una gravità ridotta. Altri studi osservazionali suggeriscono che il decorso della polmonite acquisita in comunità è influenzato positivamente dalla somministrazione di corticosteroidi. L’inibizione precoce di alcune citochine pro-infiammatorie giocherebbe un ruolo chiave. Al momento non c’è ragione di modificare le linee guida attuali per l’uso di corticosteroidi per via inalatoria nel trattamento della COPD. Tuttavia per le future sperimentazioni sulla COPD sarà necessario introdurre una definizione riconosciuta di polmonite acquisita in comunità con conferma radiologica e valutare la funzionalità polmonare per facilitare il giudizio di gravità della COPD e permettere una correlazione tra gravità di malattia decorso clinico della polmonite. Il miglioramento della qualità dei dati clinici raccolti è l’unico modo per verificare adeguatamente la possibilità di un rischio di polmonite associata all’uso di corticosteroidi per via inalatoria. Conflitto di interesse: lo studio è stato sponsorizzato da AstraZeneca di cui alcuni autori sono dipendenti. Altri autori hanno ricevuto compensi per consulenze e altre prestazioni o fondi per ricerche da AstraZeneca e GSK, aziende produttrici di corticosteroidi per via inalatoria. Parole chiave: budesonide, polmonite, metanalisi Riferimenti bibliografici
Il trattamento del mal di gola con antibiotici fornisce solo modesti benefici nella riduzione dei sintomi e della febbre, tuttavia il tasso di prescrizione di tali farmaci rimane alto (Linder JA, Staffords RS. JAMA 2001; 286: 1181-6), determinando l’insorgenza di antibiotico resistenza e una eccessiva “medicalizzazione” della patologia, che può provocare un aumento del tasso di recidive. I corticosteroidi sono risultati efficaci nel trattamento di altre infezioni del tratto respiratorio superiore quali sinusite acuta, laringite difterica e mononucleosi infettiva. Questa revisione sistematica ha valutato l’effetto dell’uso sistemico dei corticosteroidi nel trattamento del mal di gola in adulti e bambini. La ricerca bibliografica ha utilizzato le banche dati Medline, Embase, Cochrane Library incluso il Cochrane Central Register of Controlled Trial e DARE, interrogate fino ad agosto 2008. L’outcome primario era la percentuale di partecipanti con miglioramento o risoluzione completa dei sintomi, tempo medio di sollievo dal dolore e sua risoluzione completa. La revisione ha incluso 8 studi su un totale di 743 pazienti (369 bambini, 374 adulti) di cui il 47% presentava mal di gola essudativo e il 44% risultava positivo allo streptococco β emolitico gruppo A. I corticosteroidi utilizzati erano: betametasone 2 ml (dose stimata 8 mg, 1 studio), desametasone (<10 mg, 6 studi), prednisone (60 mg, 1 studio). I dosaggi erano ragionevolmente comparabili in relazione alla potenza dei principi attivi che sono stati somministrati per via intramuscolare (3 studi), per via orale (4 studi) o mediante entrambe le vie di somministrazione (1 studio). In 6 trial è stata usata una singola dose di corticosteroide, mentre negli altri 2 trial è stata prescritta più di una dose a uno stesso sottogruppo di pazienti. Per quanto riguarda l’end point primario, l’analisi di 4 trial ha evidenziato che i trattati con corticosteroidi avevano mostrato una probabilità 3 volte maggiore di ottenere una risoluzione completa entro 24 ore (RR 3.2, 95% CI 2.0-5.1, p<0.001; NNT 3.7). Sono stati riscontrati effetti significativi solo nei pazienti adulti (RR 4.3, 2.3–8.1; p<0.001) e in quelli che hanno ricevuto corticosteroidi per via orale (RR 2.6, 1.6–4.3; p<0.001). In un solo trial, condotto su 125 soggetti, sono stati segnalati eventi avversi: 5 pazienti (3 trattati con corticosteroidi e 2 con placebo) sono stati ospedalizzati per reidratazione di fluidi e 3 pazienti (1 con corticosteroidi, 1 con placebo) hanno sviluppato un ascesso peritonsillare. Tre studi non hanno riportato differenze significative nel numero di giorni di assenza dal lavoro o da scuola, mentre 4 studi non hanno riportato differenze nell’incidenza di recidive. Lo studio presenta alcuni limiti: tutti i trial inclusi prevedevano la co-somministrazione di antibiotici; sono state riportate varie misure di esito, in alcuni casi in maniera inadeguata; alcuni studi presentavano una significativa eterogeneità; la misura di esito relativa al tempo medio di sollievo dal dolore era limitata da un bias di recall, poiché la stima del tempo in cui il dolore cominciava a diminuire era basata su una valutazione soggettiva del paziente; infine, il numero limitato di trial ha impedito di verificare il publication bias.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: mal di gola, corticosteroidi, revisione sistematica. Riferimenti bibliografici
Attualmente, per i pazienti con diagnosi di cancro della prostata (prostate cancer, PCa) localizzato sono a disposizione diverse opzioni terapeutiche. L’uso della brachiterapia, da sola o associata a radioterapia esterna ha dimostrato efficacia e sicurezza a lungo termine. La terapia ormonale (Hormonal Therapy, HT) neoadiuvante viene spesso utilizzata per ridurre il volume della prostata prima della radioterapia, facilitandone così l’applicazione terapeutica. L’obiettivo di questo studio era valutare se la HT neoadiuvante in pazienti con PCa trattati con brachiterapia influenzava la mortalità da tutte le cause in pazienti con anamnesi positiva per insufficienza cardiaca congestizia e infarto miocardio da coronaropatie ed in pazienti con fattori di rischio per coronaropatia quali diabete mellito, ipercolesterolemia e ipertensione oppure nessuna comorbidità. Lo studio, di tipo retrospettivo, comprendeva 5077 pazienti afferenti al Chicago Prostate Center di Westmont (IL) con diagnosi di adenocarcinoma prostatico allo stadio clinico T1-T3N0M0, nel periodo 1997-2006. Per quanto riguarda il protocollo terapeutico, in caso di terapia radiante combinata, i pazienti sono stati trattati con una dose esterna totale di 45 Gy applicata alla prostata ed alle vescicole seminali, divisa in 25 frazioni, 5 giorni la settimana per 5 settimane. Due-quattro settimane più tardi, è stata iniziata la brachiterapia, caratterizzata dall’impianto, sotto guida ecografica, di semi radioattivi nella prostata. L’end point primario era la mortalità da tutte le cause. Il tempo di sopravvivenza è stato definito come il tempo trascorso tra la brachiterapia e il decesso o l’ultima visita di follow-up. Lo studio comprendeva una coorte di 5077 pazienti (mediana d’età: 69,5 anni) che avevano ricevuto la brachiterapia. Fra questi, 1521 (30%) avevano ricevuto la HT neodiuvante per una mediana di 4 mesi, mentre 3566 soggetti (70%) non l’avevano ricevuta. La radioterapia esterna è stata effettuata in 555 pazienti (10.9%). Complessivamente 419 pazienti sono deceduti, dei quali 200 non presentavano comorbidità, 176 un fattore di rischio coronarico e 43 una patologia coronarica nota. Valutando l’intera coorte di soggetti, la HT neoadiuvante non è risultata associata ad un aumento della mortalità dopo un follow-up mediano di 4.8 anni. Quando i gruppi sono stati suddivisi per comorbidità, è stato osservato che la HT neoadiuvante non era associata ad un aumento di mortalità nei pazienti senza comorbidità o con un singolo fattore di rischio coronarico dopo un follow-up mediano pari a, rispettivamente, 5 e 4.4 anni.
Conflitto d’interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: adenocarcinoma prostatico, terapia ormonale, coronaropatia. Riferimenti bibliografici
Lo studio BIG 1-98 (Breast International Group), studio multicentrico che ha visto partecipare anche centri oncologici italiani, ha confrontato tamoxifene con un inibitore delle aromatasi, entrambi in monoterapia, rispetto a due trattamenti sequenziali: tamoxifene seguito da un inibitore delle aromatasi e un inibitore delle aromatasi seguito dal tamoxifene. Lo studio BIG 1-98 è un trial randomizzato in doppio cieco di fase III che ha coinvolto donne in post-menopausa affette da cancro precoce della mammella positivo ai recettori per gli estrogeni o progesterone. Le donne sono state divise in 4 gruppi: tamoxifene per 5 anni, letrozolo per 5 anni, letrozolo per 2 anni seguito da tamoxifene per 3 anni, tamoxifene per 2 anni seguito da letrozolo per 3 anni. L’end point primario dello studio era valutare la sopravvivenza libera da malattia, definita come l’intervallo di tempo tra la randomizzazione ed uno dei seguenti eventi: ricorrenza della malattia a livello locale, regionale o a distanza; diagnosi di un nuovo cancro invasivo nella mammella controlaterale; qualsiasi altro tipo di cancro; morte senza altri episodi cancerosi. Sono stati inoltre valutati altri end point, quali: il tempo di recidiva del cancro originale (inclusa l’invasione regionale della mammella controlaterale (ma non una nuova diagnosi tumorale o la morte non associata ad un evento canceroso precedente), il tempo della ricorrenza della malattia a distanza (definito come il tempo intercorso tra la randomizzazione e la comparsa di una metastasi del cancro mammario), la sopravvivenza totale. Le pazienti sono state valutare all’inizio dello studio, ogni sei mesi per i primi 5 anni, ed ogni anno negli anni successivi. La valutazione è stata effettuata grazie ad esami ematologici e mammografie bilaterali. L’analisi sul trattamento sequenziale è stata effettuata su 6182 donne che sono state assegnate ad uno dei 4 gruppi in studio. Le caratteristiche cliniche erano bilanciate tra i 4 gruppi. L’età mediana delle pazienti era di 61 anni (range 31-89) ed il tempo mediano di follow-up è stato di 71 mesi. Il tasso di sopravvivenza libera da malattia a 5 anni è stato di 87,9% nel gruppo trattato con letrozolo da solo, 87,6% nel gruppo trattato con letrozolo seguito da tamoxifene, 86,2% nel gruppo trattato con tamoxifene seguito da letrozolo e dell’84,6% nelle pazienti trattate solo con tamoxifene. L’incidenza cumulativa di tumore al seno ricorrente in donne trattate con tamoxifene dopo letrozolo, non differiva rispetto a quella nelle pazienti trattate con letrozolo in monoterapia. Per quanto riguarda la sicurezza, si sono verificati più eventi tromboembolici in ogni gruppo che prevedeva l’uso di tamoxifene rispetto al letrozolo in monoterapia (4,1%-4,9% vs 2,4% rispettivamente, p<0.001), mentre stroke ed attacchi ischemici transitori si sono manifestati con incidenze comparabili tra i gruppi (1,7%-1,9% vs 1,4%, p=0.74). L’incidenza di eventi cardiaci era anche in questo caso simile nei gruppi che prevedevano tamoxifene rispetto al letrozolo in monoterapia (6,1%-7,0% vs 5,7%, p=0.45). L’ipercolesterolemia si è verificata invece più frequentemente in ogni gruppo che prevedeva il letrozolo rispetto al tamoxifene in monoterapia (41,5%-53,2% vs 29,9%). L’emorragia vaginale è stata riportata nel 9,9% delle pazienti in monoterapia con tamoxifene, nel 5,1% nelle pazienti a letrozolo in monoterapia, e nel 6,4% e 7,5% con la terapia sequenziale (p<0.001). Caldane e sudorazione notturna si sono manifestate in tutti i gruppi, ma la loro frequenza era maggiore con tamoxifene rispetto al letrozolo in monoterapia (caldane: 41,7%-44,0% vs 37,7%, p=0.003; sudorazione notturna: 17,8%-19,4% vs 15,6%, p=0,04). Secondo gli autori né il tamoxifene seguito dal letrozolo né il letrozolo seguito dal tamoxifene sono superiori alla terapia con il solo letrozolo. Una precedente analisi dei dati del trial aveva inoltre mostrato che la frequenza delle ricadute dopo due anni dalla randomizzazione era ridotta nel gruppo letrozolo rispetto a quello a tamoxifene, in particolar modo nelle donne con metastasi linfonodali multiple, masse tumorali estese ed invasione vascolare (Mauriac L, et al. Ann Oncol 2007;18:859-67). Un pattern simile è stato riscontrato anche grazie all’analisi delle pazienti in terapia sequenziale. Lo studio ha inoltre evidenziato che il trattamento con letrozolo per due anni seguito da tamoxifene ha mostrato un’efficacia simile a quella del letrozolo in monoterapia. Tale risultato potrebbe essere dovuto ad un prolungamento dell’effetto benefico del letrozolo, simile a quello riscontrato dopo la sospensione dell’anastrozolo nello studio ATAC (Forbes JF et al. Lancet Oncol 2008;9:45-53).
Parole chiave: cancro al seno estrogeno-positivo, tamoxifene, letrozolo, RCT. Conflitto di interessi: lo studio è stato finananziato dalla Novartis. Diversi autori hanno ricevuto compensi da varie ditte farmaceutiche. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo dello studio Swefot, multicentrico (15 unità di reumatologia svedesi), randomizzato, versus comparator attivo, era valutare, in pazienti con artrite reumatoide iniziale con risposta incompleta dopo 3-4 mesi di monoterapia con metotrexato, l’associazione con sulfasalazina + idrossiclorochina o con infliximab. Sono stati inclusi pazienti ≥18 anni, con diagnosi di artrite reumatoide (in accordo ai criteri dell’American College of Rheumatology, ARC) e durata dei sintomi <1 anno, non trattati in precedenza con DMARD(Disease-Modifying Antirheumatic Drugs), che non stavano assumendo glucocorticoidi orali, o in terapia stabile da almeno 4 settimane con glucocorticoidi (almeno 10 mg/die di prednisolone o equivalenti), e con disease-activity score su 28 articolazioni (DAS28) >3,2. Sono stati esclusi i pazienti per i quali i farmaci in studio erano controindicati. All’arruolamento a tutti i pazienti è stato prescritto metotrexato alla dose iniziale di 10 mg/settimana. La dose è stata aumentata, ogni 2 settimane, fino a 20 mg/settimana con incrementi di 5 mg. È stato prescritto anche acido folico in compresse da 5 mg da assumere 1-6 volte alla settimana, ma non nei giorni di assunzione del metotrexato. L’outcome primario era il numero di pazienti che ottenevano una buona risposta, in accordo ai criteri EULAR (ad es., dopo la randomizzazione una diminuzione del punteggio DAS28 di almeno 1,2 punti e un punteggio DAS28 ≤3,2). Gli outcome secondari comprendevano una risposta buona o moderata secondo i criteri EULAR, ACR 20, ACR 50, e ACR 70. Tra ottobre 2002 e dicembre 2005, 487 pazienti hanno ricevuto metotrexato in monoterapia e, dopo 3-4 mesi, 258 pazienti sono stati randomizzati all’associazione con sulfasalazina + idrossiclorochina (n=130) o con infliximab (n=128). Le caratteristiche dei pazienti sono risultate ben bilanciate tra i gruppi: età media 52 anni; donne 77%; durata dei sintomi 6,3 mesi; punteggio DAS28 alla randomizzazione 4,9. Durante lo studio 5 pazienti in entrambi i gruppi hanno sostituito i DMARD convenzionali con la ciclospirina A e l’infliximab con l’etanercept. A 12 mesi dall’inizio dello studio, hanno proseguito il 89 pazienti del gruppo sulfasalazina + idrossiclorochina vs 105 nel gruppo infliximab; p=0,01). In totale sono stati registrati 80 eventi avversi: 48 nel gruppo sulfasalazina + indrossiclorochina; 32 in quello inflizimab. Gli eventi avversi ematologici, gastrointestinali e a carico del sistema nervoso centrale sono stati i più frequenti nel gruppo sulfasalazina + indrossiclorochina; quelli epatici, le infezioni, e le reazioni dermatologiche o allergiche, nel gruppo infliximab. Un evento avverso grave che ha richiesto il ricovero è stato registrato in entrambi i gruppi: una diffusione generalizzata della malattia nel gruppo sulfasalazina più indrossiclorochina, e un episodio febbrile prolungato in quello infliximab.
Il disegno in aperto potrebbe aver influenzato la frequenza di interruzione del trattamento per assenza di efficacia, diversa nei due gruppi: i pazienti nel gruppo sulfasalazina + idrossiclorochina potrebbero aver interrotto il trattamento ‘percependo’ un’assenza di efficacia; quelli nel gruppo infliximab potrebbero aver proseguito la terapia sapendo che nessuna ovvia alternativa superiore era disponibile. Tuttavia, gli autori notano che: 1) la differenza nelle percentuali dei pazienti che hanno raggiunto l’outcome primario è dipesa principalmente dall’aumento nel gruppo infliximab, piuttosto che da un declino in quello sulfasalazina + idrossiclorochina; 2) i pazienti che hanno interrotto il trattamento per assenza di efficacia hanno mostrato un sostanziale aumento dei livelli di attività della malattia, permettendo di ipotizzare che erano effettivamente dei poor responder; 3) l’attività della malattia nei pazienti che hanno interrotto il trattamento è risultata simile tra i due gruppi.
Gli inibitori della tirosin-chinasi delrecettore del fattore di crescita epidermico (EGFR) si sono dimostrati clinicamente efficaci in seconda o terza linea nel tumore polmonare avanzato non a piccole cellule. L’efficacia maggiore è stata rilevata nelle donne, in pazienti con adenocarcinoma, nei non fumatori e nei soggetti di origine asiatica. In queste popolazioni vi è un’incidenza maggiore di mutazioni somatiche a carico del gene EGFR che codifica per la tirosin chinasi. In questo studio, gefitinib (*) è stato confrontato a carboplatino + paclitaxel, come prima linea di trattamento in pazienti asiatici non fumatori o ex fumatori leggeri, affetti da adenocarcinoma del polmone in termini di efficacia, sicurezza e profilo di eventi avversi. L’end point dello studio IPASS (Iressa Pan-Asia Study), di fase III, multicentrico, in aperto, a gruppi paralleli, era la sopravvivenza libera da progressione di malattia. Gli end point secondari comprendevano la sopravvivenza totale, il tasso di risposta obiettiva, la qualità della vita, la riduzione dei sintomi, la sicurezza e gli eventi avversi. I pazienti sono stati randomizzati, in rapporto 1:1, a ricevere gefitinib per os 250 mg/die o paclitaxel ev 200 mg/m2 superficie corporea (somministrato in 3 ore, il primo giorno del ciclo) immediatamente seguito da carboplatino ev (alla dose calcolata per produrre una AUC di 5,0 o 6,0 mg/ml/min, somministrato in 15-60 minuti) in cicli di 1 volta ogni 3 settimane per 6 cicli. Ai pazienti del gruppo gefitinib in cui si è evidenziata progressione tumorale è stata offerta la possibilità di passare al trattamento con carboplatino-paclitaxel o, se i pazienti rifiutavano oppure non erano ritenuti buoni candidati per tale trattamento, avevano la possibilità di ricevere un altro trattamento a discrezione del medico. Anche tra i pazienti in terapia con carboplatino-paclitaxel, un’ulteriore terapia dopo la progressione del tumore era a discrezione del medico. La sopravvivenza libera da progressione è stata valutata dalla data di randomizzazione fino al più precoce segno di progressione di malattia secondo il “Response Evaluation Criteria in Solid Tumors” (RECIST) o morte per qualsiasi causa. Il questionario FACT-L è stato somministrato alla randomizzazione, alla settimana 1, ogni 3 settimane fino al giorno 127, ogni 6 settimane dal giorno 128 fino alla progressione di malattia e all’interruzione del farmaco in studio. Da marzo 2006 a ottobre 2007, sono stati arruolati 1217 pazienti da 87 centri in Asia. I due gruppi erano ben equilibrati rispetto alle caratteristiche demografiche e di base. La durata media del trattamento è stata di 6,4 mesi (mediana 5.6) per il gefitinib e 3,4 mesi (mediana 4.1) per carboplatino+paclitaxel. Il periodo medio di follow-up per l'analisi di sopravvivenza libera da progressione è stato 5,6 mesi. La probabilità di libertà da progressione di malattia si è rivelata maggiore nei pazienti in terapia con carboplatino-paclitaxel nei primi 6 mesi e con gefitinib nei 16 mesi successivi. I dati sulle mutazioni dell’EGFR erano disponibili per 437 pazienti (35,9%) di cui 261 (59,7%) sono risultati positivi per una mutazione,. Il tasso di risposta obiettiva nella popolazione generale è stato significativamente maggiore con gefitinib rispetto a carboplatino-paclitaxel (43% vs 32,2%; OR=1,59, IC 95%, 1,25-2,01; p <0,001) e numericamente o statisticamente maggiore con gefitinib in tutti i sottogruppi. Gefitinib, rispetto al carboplatino-paclitaxel era associato ad un tasso inferiore di eventi avversi di grado 3 o 4 (28,7% vs 61,0%), di abbandoni della terapia per eventi avversi (6,9% vs 13,6%) e di aggiustamenti delle dosi a causa di effetti tossici (16,1% vs 35,2% per il carboplatino e 37,5% per il paclitaxel).
(*) Non ancora in commercio in Italia, è stato recentemente autorizzato a livello europeo. In USA, a causa della mancata efficacia come III linea nel NSCLC, gefitinib è sottoposto ad un piano di gestione del rischio che limita l’accesso al farmaco ai nuovi pazienti solo nel corso di sperimentazioni cliniche (FDA Public Health Advisory, June 17 2005). Conflitto di interesse: lo studio è stato in parte finanziato da AstraZeneca. Gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Parole chiave: gefitinib, tumore polmonare non a piccole cellule, RCT. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
Nel carcinoma ovarico avanzato la sopravvivenza è correlata all’esito del trattamento chirurgico e alla risposta alla chemioterapia a base di platino. Anche in caso di guarigione, la recidiva tumore in cavità peritoneale si verifica nel 75% dei casi. Nel 2006 il Gynecologic Oncology Group (GOG; Armstrong DK et al. N. Engl J Med 2006; 354: 34-43) ha dimostrato che la somministrazione combinata della chemioterapia per via endovenosa (ch-IV) ed intraperitoneale (ch-IP) migliora significativamente il tempo di sopravvivenza senza peggioramento della malattia e la sopravvivenza totale rispetto al solo trattamento IV. La ch-IP presenta degli effetti collaterali tanto che solo il 42% delle pazienti completa la terapia, a differenza della ch-IV che viene portata a termine nell’83% dei casi. Tale differenza è dovuta principalmente a complicazioni causate dal catetere (Walker JL Gynecol Oncol 2006; 100:27-32). Scopo del presente studio è stato valutare: a) il tasso di complicanze in seguito alla somministrazione di ch-IP con l’impiego di due differenti dispositivi di rilascio tipo port; b) il tasso di completamento della terapia per ogni tipo di catetere port. In questo studio retrospettivo sono state analizzate le cartelle cliniche di 85 pazienti ricoverate presso due centri di chirurgia della Division of Gynecologic Oncology, Department of Obstetrics and Gynecology University of Minnesota (Minneapolis, MN, USA), sottoposte ad impianto intraperitoneale di catetere tipo port per il trattamento di carcinoma dell’ovaio, o delle tube di Falloppio o di cancro primario peritoneale nel periodo gennaio 2006 – ottobre 2008. Sono state inserite nello studio anche pazienti sottoposte a citoriduzione in seguito a terapia adiuvante solo se un’ulteriore ch-IP era stata pianificata prima della chirurgia. Sono stati identificati 81 pazienti sottoposti a ch-IP con port-FNS (64%) e con port-SC (36%). Quattro soggetti sono stati esclusi per rifiuto alla terapia (n=2) o per trattamento e follow-up in altro ospedale (n=2). La scelta del dispositivo è avvenuta in base alle preferenze del chirurgo che ha effettuato l’impianto durante la citoriduzione del cancro (residuo tumorale <1 cm) nell’83% dei casi o successivamente (17%). I due gruppi presentano fattori di rischio simili, ma le pazienti con port-SC sono risultate più giovani, più volte sottoposte a chirurgia addominale e a successivo impianto. Il 44% delle pazienti ha completato la terapia IP prescritta, di queste 17 (59%) con port-SC e 19 (37%) con port FNS. Non sono state osservate differenze significative tra i due gruppi per quanto riguarda numero di trattamenti IP, tipo di complicanze indotte dai port, effetti ematologici e tasso di interruzione della terapia. Sia nel gruppo port-FNS che in quello port-SC la principale causa di complicanze è stata la chemioterapia, evidenziata, rispettivamente, nel 40% (n=21) e 34% (n=10) dei casi.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: chemioterapia intraperitoneale, catetere port, carcinoma ovario. Riferimento bibliografico
L’uso di filtri per vena cava inferiore è raccomandato per la profilassi dell’embolismo polmonare quando sono controindicati la deambulazione precoce e l’uso di anticoagulanti in pazienti sottoposti a chirurgia ortopedica o con trauma multipli, con diagnosticata o sospetta trombosi venosa profonda, o in alcuni pazienti ad alto rischio in assenza di trombosi venosa profonda. Nonostante l’incidenza di complicazioni nel caso di filtri per vena cava permanenti sia bassa, la sicurezza a lungo termine, in particolare quando usati in pazienti con una lunga aspettativa di vita, desta preoccupazione. Pertanto, quando non è più neccessaria la protezione meccanica dall'embolismo polmonare, l’opzione di rimuovere il filtro soddisfa un'importante necessità clinica. Scopo di questo studio retrospettivo è stato confrontare l’efficacia clinica e la sicurezza di TrapEase, filtro per vena cava permanente, vs OptEase, permanente/rimuovibile e discutere il loro uso profilattico perioperatorio, soprattutto in pazienti chirurgici ad alto rischio e quelli con trauma multiplo. Lo studio ha coinvolto 258 pazienti (160 femmine e 98 maschi; età media 62 anni, range 22-97) a cui tra il 2004 e il 2008 è stato posizionato TrapEase (n=30) o OptEase (n=228) per una delle seguenti indicazioni: profilassi dell'embolismo polmonare (92,6% dei casi), storia di embolismo polmonare/trombosi venosa profonda e controindicazione all'uso di anticoagulanti (3,9%), sviluppo di embolismo polmonare/trombosi venosa profonda nonstante un'adeguata terapia anticoagulante (3,9%). Per la profilassi di pazienti ad alto rischio sottoposti a chirurgia spinale le indicazioni per il posizionamento dei filtri per vena cava sono state: chirurgia multisegmento (inclusa >5 livelli), più di 2 settimane di degenza, approccio combinato anteriore posteriore, estesa manipolazione di vasi addominali, anestesia per un tempo >8h o tumore concomitante. L'end point primario è stato la presenza di embolismo polmonare; end point secondari sono stati la difficoltà di posizionamento o di rimozione. Il filtro per vena cava è stato inserito in posizione infrarenale attraverso la vena femorale destra (n=239) o sinistra (n=18) in 257 paziente; in 1 solo paziente, a causa della compressione esterna da parte dei linfonodi, la vena cava inferiore risultva ostruita ed il filtro è stato inserito in posizione soprarenale. In tutti i pazienti il diametro della vena cava era < 30 mm ed il filtro è stato posizionato con successo senza difficoltà. Non è stata osservata alcuna complicazione relativa alla procedura in nessun paziente. La rimozione del filtro per la non più sussistenza del rischio di tromboembolismo venoso è stata programmata per un totale di 141 pazienti (61,8%) che aveva ricevuto OptEase. Tuttavia, in 17 pazienti la procedura, dopo venografia, non è stata eseguita per trombo sia nel filtro che nella vena cava, per trombosi della vena cava, per la presenza di cemento della vertebroplastica. In 115 pazienti dei 124 sottoposti alla procedura di rimozione, il filtro è stato rimosso con successo (92,7%) dopo, in media, 11 giorni (range 4-23). In 87 (38,1%) pazienti che aveva ricevuto OptEase il filtro è stato mantenuto in posizione a causa del persistente rischio di tromboembolismo venoso o per la presenza di neoplasie, obesità patologica o per paraplagia. Nel complesso il filtro è stato rimosso nel 50,4% dei casi.
Parole chiave: filtri per vena cava; OptEase/TrapEase; tromboembolismo venoso. Riferimento bibliografico
Circa il 20% degli stent metallici (bare-metal stent, BMS) impiantati va incontro a restenosi, per cui si rende necessario posizionare uno stent medicato (drug-eluting stent, DES). Tuttavia, il tasso di recidiva ad 1 anno può raggiungere il 25%. Alcuni studi hanno evidenziato che il fallimento degli stent è da attribuire ad una riduzione dell’espansione. Questo studio ha utilizzato l’analisi volumetrica tramite ecografia intravascolare (Intravascular Ultrasound, IVUS) per confrontare i risultati in acuto di 3 comuni strategie di intervento nei casi di impianto di DES per trattare la restenosi di BMS: 1) reimpianto di stent diretto senza pre-dilatazione; 2) reimpianto di stent preceduto da pre-dilatazione non aggressiva a pressione bassa (<8 atm) effettuata con un palloncino regolare di diametro inferiore e 3) reimpianto di stent preceduto da pre-dilatazione a pressione elevata (>12 atm) con palloncino semicompliant di diametro uguale o superiore a quello del BMS originale. Un totale di 81 pazienti sintomatici con 85 lesioni di restenosi di BMS a livello coronarico è stato sottoposto a valutazioni tramite IVUS prima e dopo l’intervento. La scelta della tecnica e della dimensione del dispositivo è stata guidata dai risultati angiografici, a discrezione dell’operatore, così come la scelta dello stent ad eluizione di sirolimus (Cypher) o di paclitaxel (Taxus). Sono stati ottenuti i risultati dell’IVUS di alta qualità pre- e post-intervento nel 94% delle lesioni di restenosi di BMS (80 lesioni in 76 pazienti; età media 62,3±10,1 anni; 27,6% donne). Su 80 lesioni, 30 sono state trattate con impianto diretto di DES (gruppo 1), 16 con reimpianto di stent preceduto da pre-dilatazione a pressione bassa (gruppo 2) e 34 con reimpianto di stent preceduto da pre-dilatazione a pressione elevata (gruppo 3). A differenza dei riscontri angiografici che sono risultati simili tra i 3 gruppi, l’IVUS ha evidenziato che, nel gruppo 3, il volume dello stent post-intervento, l’MSA e il diametro minimo dello stent erano statisticamente superiori rispetto agli altri 2 gruppi. Tali risultati erano confermati anche nel sottogruppo di lesioni con un MSA pre-intervento <5 mm2. Anche la percentuale di espansione dello stent risultava superiore nel gruppo 3. Un MSA post-intervento <5 mm2 è stato osservato soltanto in 3 lesioni nel gruppo 3 (8,8%) vs 14 lesioni nel gruppo 1 (46,7%) e 11 nel gruppo 2 (68,8%; p <0,001). I risultati di questo studio indicano che, su 3 diverse strategie di trattamento della restenosi di BMS, la più efficace risulta essere la pre-dilatazione ad alta pressione effettuata prima dell’impianto di DES. Al contrario, l’impianto diretto di DES (senza pre-dilatazione) e la pre-dilatazione a bassa pressione e con un palloncino di dimensioni inferiori spesso determinano una sottoespansione di DES. Inoltre, l’angiografia ha una capacità limitata di rilevare la sottoespansione dello stent. È stato ben stabilito che, una volta che la restenosi di BMS è stata trattata con DES, i fattori predittivi di recidiva (diabete mellito, lunghezza della lesione e dimensione del vaso target) sono correlati alla sottoespansione dello stent.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: stent medicati/metallici, restenosi, ecografia intravascolare. |
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Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre 2009 |