
Newsletter numero 46 del 01-11-2009
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Sommario Si riportano di seguito due analisi post-hoc dello
studio WHI, (Rossouw JE et al. JAMA 2002; 288: 321-33; Chlebowski
RT et al JAMA 2003; 289: 3243-53), ampio RCT nel quale 16.608 donne
statunitensi in post-menopausa (età 50-79 anni), non isterectomizzate,
sono state randomizzate alla singola somministrazione giornaliera
per via orale di estrogeni equini coniugati 0,625 mg+medrossiprogesterone
acetato 2,5 mg o di placebo.
Durante il periodo post-interventistico dello studio WHI, che ha previsto un ulteriore follow-up medio di 2,4 anni, è stato riscontrato un apparente eccesso di mortalità ed un rischio più elevato e significativo di cancro nel gruppo trattato con terapia ormonale estro-progestinica rispetto al braccio randomizzato a placebo. L’aumento della mortalità non era spiegato dai decessi associati agli outcome dei carcinomi specificati nel protocollo (al seno, colorettale, endometriale e ovarico), è stato tuttavia rilevato un maggior numero di decessi per cancro polmonare nelle donne trattate rispetto al placebo (33 vs 15, rispettivamente). I risultati dello studio WHI e le evidenze di una possibile associazione
tra estrogeni e cancro polmonare, hanno portato a chiedersi se
la terapia ormonale possa aumentare la mortalità per questo
tipo di neoplasia. Per rispondere a questa domanda è stata
condotta una analisi post-hoc delle neoplasie al polmone (complessive,
a piccole cellule [SCLC] e non a piccole cellule [NSCLC]) diagnosticate
durante il periodo di follow-up. Dopo un follow-up medio di 7,9 anni, 109 donne del gruppo trattato con la terapia ormonale hanno avuto diagnosi di cancro polmonare rispetto ad 85 del gruppo placebo (incidenza annuale 0,16% vs 0,13%; HR 1,23; IC 95% 0,92-1,63, p=0,16). Sebbene l’incidenza di NSCLC non differiva significativamente
tra i 2 gruppi (96 vs 72 casi; 0,14% vs 0,11%; HR 1,28, 0,94-1,73,
p=0,12), le differenze emergevano dopo circa 5 anni di trattamento
con un maggior numero di casi nel gruppo trattato rispetto al
placebo. Tra le donne con diagnosi di carcinoma polmonare, 78 trattate con la terapia ormonale sono decedute durante il periodo di follow-up rispetto a 49 randomizzate a placebo (0,12% vs 0,08%; HR 1,50; 1,05-2,14; p=0,03). Di questi decessi, 73 (94%) del gruppo trattato e 40 (82%) del gruppo placebo sono stati attribuiti direttamente al carcinoma polmonare (HR 1,71; 1,16-2,52; p=0,01), mentre gli altri decessi sono stati attribuiti a patologie cardiovascolari, cause non note, eventi cerebrovascolari e cancro colorettale; in 2 casi non è stato possibile ricavare dalla cartella clinica le cause del decesso. Le morti per cancro polmonare hanno rappresentato il 43% della
totalità dei decessi in eccesso riscontrati nel periodo
di follow-up nel gruppo trattato (16 decessi su un totale di 37). La sopravvivenza mediana per le donne con diagnosi di NSCLC era di 9,4 mesi nel gruppo trattato rispetto ai 16,1 mesi dei controlli. A distanza di 4 anni dalla diagnosi, la mortalità era del 70% nel gruppo trattato rispetto al 54% del placebo (HR 1,59; 1,03-2,46, p=0,04). Gli effetti della terapia combinata sulla mortalità
per carcinoma polmonare non sono stati influenzati dall’età
delle pazienti allo screening, dalla durata della menopausa, da
precedenti trattamenti ormonali ed estroprogestinici o dall’abitudine
al fumo. L’aumento assoluto del rischio di morte per cancro
polmonare nel donne trattate rispetto ai controlli era più
alto nelle donne fumatrici al basale rispetto alle non fumatrici,
mentre tra le ex fumatrici l’aumento del rischio era intermedio.
I risultati di precedenti studi osservazionali sull’incidenza di cancro polmonare e la terapia ormonale in post-menopausa sono controversi: alcuni infatti indicano un rischio più basso, altri un rischio più alto ed altri ancora non rilevano alcuna influenza della terapia ormonale su questo tipo di cancro. Solo due studi retrospettivi hanno riferito gli effetti dell’uso di ormoni sulla mortalità da cancro al polmone: il primo, nel quale il tipo di terapia ormonale non era specificato (Ganti AK et al. J Clin Oncol 2006; 24: 59–63), ha riscontrato una riduzione ed il secondo (Huang B et al. Cancer 2009; 115: 4167–75) nessuna influenza. Molti di questi studi osservazionali non hanno fornito dettagli sul tipo di terapia ormonale utilizzata e spesso non hanno distinto i risultati per SCLC e NSCLC. I punti di forza di questa analisi post-hoc dello
studio WHI consistono nel disegno del trial (in doppio cieco e
randomizzato), nell’eterogeneità etnica della popolazione,
in una simile esposizione al fumo tra i 2 gruppi al basale e nella
valutazione centralizzata del cancro polmonare.
Nel commento al lavoro viene sottolineata l’importanza dello studio che, sebbene sia un’analisi post-hoc non pianificata, deriva da un trial randomizzato e controllato versus placebo. In breve, quindi, l’analisi ha dimostrato che la terapia ormonale estro-progestinica aumenta la mortalità dopo una diagnosi di cancro al polmone e non riduce l’incidenza di questa neoplasia. Queste evidenze, pertanto, sembrano confutare definitivamente l’effetto protettivo del progesterone sul cancro al polmone. Nonostante il ruolo della terapia ormonale sostitutiva nel sollievo dai sintomi della menopausa, questo trattamento non sembra avere un effetto clinico rilevante sul miglioramento della qualità di vita. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dal National Heart, Lung and Blood Institute, National Institutes of Health. Parole chiave: terapia ormonale sostitutiva, cancro polmonare, analisi post-hoc. Riferimenti bibliografici
Questo studio ha analizzato i dati
dello studio WHI (n=16.608 donne in post-menopausa) i cui esiti relativi
allo sviluppo di cancro al seno sono stati riferiti dai pazienti e
registrati ogni 6 mesi con questionari standard. Inizialmente, la
diagnosi è stata effettuata dai medici nei centri di arruolamento,
tramite valutazione delle relative documentazioni cliniche e successivamente
con procedura centralizzata. Al termine dello studio, sono stati confermati
359 carcinomi mammari invasivi. Le donne sono state considerate nuovi
casi di tensione mammaria (new-onset breast tenderness, NOBT) se,
a fronte dell’assenza di tensione mammaria al basale, la riportavano
alla prima visita di follow-up annuale. Tutte le analisi sono state condotte secondo il principio dell’intetion to treat. Per valutare fino a che punto il NOBT rappresentasse un marker dell’effetto del trattamento estroprogestinico sul rischio di cancro al seno invasivo, sono state confrontate le stime di HR per estrogeni equini coniugati in associazione a medrossiprogesterone in modelli con e senza NOBT. La distribuzione dei fattori demografici e dei fattori di rischio noti di cancro al seno (precedente esposizione ormonale, storia familiare, dieta, istruzione, etnia, Gail score di rischio) è risultata simile nei due gruppi. Le donne che hanno riportato tensione mammaria basale tendevano a essere più giovani, di etnia negroide o ispanica, con minore consumo di alcool, meno attive fisicamente, più giovani alla prima gravidanza, più distanti dal periodo della menopausa, con un rischio inferiore di cancro al seno e con maggior probabilità di avere impiegato la terapia ormonale in menopausa prima della partecipazione allo studio. Ad 1 anno di follow-up, il trattamento attivo ha aumentato il rischio di tensione mammaria che era più elevato nelle donne senza tensione mammaria basale rispetto a quelle con il disturbo al basale (p<0.001). Nel sottogruppo di donne prive di tensione mammaria basale, il rischio di svilupparla ad 1 anno era 3 volte più elevato nelle donne che ricevevano estrogeni equini coniugati+medrossiprogesterone rispetto al braccio placebo (36.1% vs 11.8%; RR, 3.07; 95% CI 2.85-3.30; p<0.001). Nelle donne in trattamento attivo, il rischio di cancro al seno era significativamente più alto nelle donne con NOBT rispetto a quelle non-NOBT (HR 1.48; 95% CI 1.08-2.03; p=0.02). Nel gruppo placebo il rischio di cancro al seno non è stato significativamente più alto nelle donne con NOBT rispetto alle donne non-NOBT (HR: 0.99; 95%CI: 0.59-1.66; p = 0.97). Questo studio mostra alcune limitazioni:
il questionario ha valutato la tensione mammaria annualmente, pertanto
può esserci una sottostima dei casi, sebbene questo modello
di accertamento probabilmente è molto vicino a quello impiegato
nella pratica clinica. Inoltre sebbene le percentuali di drop-out
siano state relativamente elevate nel braccio di trattamento con estroprogestinici
(42%) e in quello cross-over dal trattamento placebo a quello attivo
(11%), gli autori ritengono che questo elemento tenda a ridurre la
forza dell’associazione tra NOBT e cancro al seno. Infine, sebbene
le donne che hanno sviluppato NOBT mostravano un punteggio di rischio
di cancro al seno più elevato nella scala Gail, l’associazione
fra NOBT e rischio di cancro al seno persisteva anche dopo l’aggiustamento
in funzione della scala.
Parole chiave: terapia ormonale sostitutiva, tensione mammaria, cancro al seno,. Conflitto di interesse: uno degli autori dichiara di avere ricevuto compensi per attività di consulenza da alcune aziende produttrici di farmaci a base di estroprogestinici. Riferimento bibliografico
La coorte prospettica E3N è
costituita da 98.995 donne francesi nate tra il 1925 ed il 1950 ed
assicurate tramite un piano sanitario che copre per lo più
la classe degli insegnanti. Le partecipanti hanno completato dei questionari
(inviati ogni 2 anni tra il 1990 ed il 2005) che raccoglievano informazioni
sulla storia medica, lo stato menopausale ed altre caratteristiche
dello stile di vita. Lo studio E3N è stato collocato all’interno
dell’iniziativa European Prospective Investigation into Cancer
and Nutrition. Le terapie estro-progestiniche sono
state classificate in estrogeni combinati con progesterone, con diidrogesterone
o con altri progestinici. La componente estrogenica era per lo più
costituita da derivati dell’estradiolo. Non sono state considerate
le terapie estrogeniche non combinate o il tibolone, quelle contenenti
promestriene, estriolo o androgeni, quelle somministrate per via vaginale,
intramuscolare, transdermica o intranasale. L’analisi è stata condotta
su una coorte di 53.310 donne, nella quale sono stati identificati
1726 casi di cancro al seno primario invasivo durante un periodo di
follow-up pari a 433.647 anni-persona (durata media 8,1 anni). Tra le utilizzatrici recenti, la variazione
del rischio è stata circoscritta all’uso a breve termine
(<=2 anni): l’HR era di 1,54 (1,28-1,86) per le terapie intraprese
entro 3 anni dall’inizio della menopausa e di 1,00 (0,68-1,47)
per i trattamenti a breve termine iniziati successivamente. Uno dei limiti dello studio consiste
nel fatto che i dati sull’uso della TOS sono stati auto-riportati
e che quindi possono essere affetti da “recall bias”.
Un altro errore potrebbe essere presente a livello dello screening,
poiché è noto che le utilizzatrici di terapie ormonali
vengono sottoposte più frequentemente a mammografia rispetto
alle non utilizzatrici. Infine il numero dei casi di cancro al seno
è risultato molto limitato, riducendo così in alcuni
sottogruppi la possibilità di individuare associazioni significative
o variazioni nei valori di HR.
L’editoriale di accompagnamento allo studio sottolinea alcune criticità. Dai risultati dell’analisi, si evince che le donne trattate con la TOS subito dopo l’inizio della menopausa presentavano, approssimativamente, un rischio di cancro al seno >50% rispetto a quello individuato nelle non utilizzatrici, anche quando la terapia veniva impiegata per periodi inferiori a 2 anni. Le donne che iniziavano la TOS a maggiore distanza dalla menopausa non mostravano aumento del rischio, a meno che i tempi di trattamento non fossero superiori ai 2 anni. Questo andamento dell’aumento del rischio non è stato osservato nelle donne trattate con terapie a base di estrogeni+progesterone; bisogna, però, considerare che il numero di eventi individuati in donne che hanno iniziato la terapia entro 3 anni dall’ultimo periodo mestruale e per periodi <2 anni era piuttosto limitato (n=23). Inoltre, il rischio di cancro al seno aumentava comunque quando la durata d’uso della TOS, iniziata subito dopo l’insorgenza della menopausa, superava i 5 anni. Questo report supporta quanto previsto delle attuali
linee-guida per la pratica clinica che suggeriscono di utilizzare
le terapie estro-progestiniche a breve termine per il sollievo
dei sintomi vasomotori della menopausa. I risultati, però,
non sono del tutto generalizzabili ad altre popolazioni, in quanto
le formulazioni di estroprogestinici inserite nell’analisi
ed utilizzate in Francia differiscono notevolmente da quelle usate
più comunemente negli Stati Uniti. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: TOS, cancro al seno, studio di coorte. Riferimenti bibliografici
L’uso di vareniclina, farmaco per la disassuefazione dal fumo autorizzato nel Regno Unito dal settembre 2006, sta destando crescenti preoccupazioni perché sembra essere associato ad un aumento del rischio di suicido. Dal 2007 in poi, l’Agenzia regolatoria britannica e quella statunitense hanno pubblicato diverse comunicazioni in merito. Entro il giugno 2008, nel Regno Unito, più di mezzo milione di pazienti ha ricevuto prescrizioni di vareniclina e il tasso di eventi correlati al suicidio in seguito all’uso del farmaco è triplicato nel mesi successivi agli interventi regolatori, un fenomeno noto come “segnalazione stimolata”. Nonostante il nesso causale non sia ancora stato confermato, fino ad aprile 2009 l’Agenzia regolatoria britannica ha ricevuto 14 segnalazioni di suicidi in pazienti trattati con vareniclina, il cui rapporto causale non è stato confermato. L’obiettivo di questo studio di coorte è stato determinare se la vareniclina è associata ad un incremento del rischio di suicido e di comportamenti suicidari rispetto ad un trattamento con bupropione o con la terapia sostitutiva con nicotina. Lo studio, della durata di circa 2 anni (1 settembre 2006–31maggio 2008) è stato condotto utilizzando i dati estratti dal GPRD (General Practice Research Database), una banca dati britannica che contiene informazioni demografiche, visite, prescrizioni, esiti provenienti da quasi 500 medici di medicina generale (circa 3.6 milioni di pazienti). I criteri di inclusione dello studio erano: età =18 anni,
almeno una prescrizione di vareniclina (durata del trattamento
raccomandata 12 settimane), di bupropione (durata del trattamento
raccomandata 7-9 settimane) o di terapia sostitutiva con nicotina
(cerotto transdermico, inalatore, spray nasale, gomma da masticare,
compressa sublinguale o pastiglia, durata del trattamento raccomandata
variabile, range approssimativo 3-6 mesi). L’outcome primario era l’autolesionismo fatale o non fatale mentre quello secondario era rappresentato da pensieri suicidari e depressione, dove la diagnosi di depressione coincideva con l’inizio di una terapia antidepressiva. La data di ingresso nella coorte è stata identificata
con la data della prima prescrizione. Per ogni paziente sono state
estratte dal database le informazioni relative a tutto il periodo
di trattamento con i farmaci in studio e ai 3 mesi successivi
rispetto all’ultima prescrizione. Durante il periodo in studio, 80.660 pazienti hanno cominciato un nuovo ciclo di farmaci per la cessazione del fumo: il trattamento prescritto più di frequente era la terapia sostitutiva con nicotina (n=63.265; tempo di esposizione medio 15,5 settimane per persona), seguita da vareniclina (n=10973; 16,5 settimane) e da bupropione (n=6422; 13,7 settimane). Durante il follow-up sono stati registrati 166 episodi di autolesionismo non fatale, 2 suicidi (entrambi nel gruppo di pazienti in terapia sostitutiva con nicotina) e 37 episodi di pensieri suicidari. Autolesionismo e pensieri suicidari Nei modelli completamente aggiustati, rispetto alla terapia sostitutiva con nicotina la vareniclina è stata associata ad un aumento del rischio di pensieri suicidari del 43% (da -47% a 285%) ma l’ampio intervallo di confidenza poteva essere riferibile ad evidenze di ampio effetto protettivo, assenza di effetto o eventi avversi . Depresssione Mortalità da tutte le cause Lo studio presenta alcuni limiti quali: potenza limitata, analisi
circoscritta ai soli farmaci prescritti in medicina generale,
differenze nelle caratteristiche di base o nel livello di dipendenza
tra pazienti trattati con vareniclina e bupropione a seguito un
fallimento del trattamento con terapia sostitutiva con nicotina
e pazienti al primo trattamento con terapia sostitutiva con nicotina,
possibile potenziamento del rischio di suicidio causato dalla
prescrizione off-label di bupropione nel trattamento della depressione,
presenza di fattori di confondimento non controllati, mancata
reperibilità di alcuni certificati di morte con conseguente
sottostima dei casi di suicidio.
Conflitto di interesse: lo studio ha ricevuto un finanziamento dall’Agenzia regolatoria britannica. Parole chiave: vareniclina, suicidi e pensieri suicidari. studio di coorte. Riferimento bibliografico
L’obiettivo di questo studio di coorte, condotto su un’ampia popolazione, era valutare l’associazione tra gli SSRI assunti durante il primo trimestre di gravidanza e le malformazioni maggiori. Sono stati utilizzati i dati provenienti
da quattro registri nazionali danesi: il registro delle nascite, il
registro nazionale delle prescrizioni farmaceutiche, il database di
fertilità e il registro nazionale ospedaliero. I registri sono
stati collegati tra di loro attraverso l'uso di un codice unico di
identificazione personale di 10 cifre assegnato a tutti i cittadini
al momento della nascita. La coorte finale era costituita da
496.881 bambini nati vivi; per questi bambini, 1370 madri hanno avuto
>=2 rimborsi per SSRI nella finestra temporale in oggetto. Queste
gravidanze sono state considerate come casi di esposizione. Nessuno specifico SSRI è stato
significativamente associato con le malformazioni maggiori totali
o non-cardiache. L’aumento della prevalenza dei difetti del
setto cardiaco è stato dimostrato per i bambini nati da donne
che avevano assunto sertralina (OR 3,25; 1,21-8,75) o citalopram (OR
2.52; 1,04-6,10) ma non fluoxetina (OR 1,34; 0,33-5,41). Nelle donne per le quali non risultava
l’impiego di antidepressivi, nell’1,2% è stato
osservato il rimborso di una prescrizione di farmaci psicotropi rispetto
al 16% delle donne a cui era stato prescritto 1 SSRI. Le stime sono
rimaste praticamente invariate; tuttavia, quando queste donne sono
state incluse nelle analisi, l'impiego degli SSRI era ancora associato
a difetti del setto cardiaco (OR 2; 1,41-2,85). In termini assoluti, le differenze
nella prevalenza di difetti alla nascita erano molto limitate. I difetti
del setto cardiaco sono stati rilevati in 12 (0,9%) bambini nati da
donne che avevano ricevuto =1 rimborso di SSRI, in 4 (2,1%) bambini
di madri esposte a >1 tipo di SSRI (2,1%) e in 2315 (0,5%) figli
di donne non esposte.
L’editoriale di accompagnamento
sottolinea che, a differenza di evidenze precedenti, questo studio
ha rilevato un aumento del rischio di difetti del setto cardiaco
con citalopram e sertralina ma non con paroxetina e fluoxetina.
Inoltre, al contrario di due precedenti studi statunitensi caso-controllo
di ampie dimensioni (Louik C et al. N Engl J Med 2007; 356: 2675-83.
Alwan S et al. N Engl J Med 2007; 356: 2684-92), non è stata
rilevata alcuna associazione con anencefalia, onfalocele, craniosinostosi
o con difetti del tratto di efflusso del ventricolo destro. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla ditta farmaceutica Lundbeck e da diverse fondazioni o università danesi. L’autore dell’editoriale ha ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche comprese quelle produttrici di SSRI. Parole chiave: SSRI, gravidanza,
malformazioni congenite.
L’eparina è utilizzata come anticoagulante da oltre 60 anni. Gli eventi avversi noti dell’eparina comprendono emorragie, osteoporosi, perdita di capelli e trombocitopenia di tipo immune e non immune. I dati disponibili sull'incidenza e sulle cause delle lesioni cutanee da eparina sono limitati. Dato l’incremento dei report di lesioni cutanee eparina-indotte e l’importanza di una corretta diagnosi dell’evento, l’obiettivo di questo studio era determinarne l'incidenza. Durante un periodo di 12 mesi (aprile 2007-febbraio 2008) sono
stati arruolati i soggetti in terapia anticoagulante per via sottocutanea
presso un ospedale tedesco (Johann Wolfgang Goethe University,
Francoforte). I criteri di inclusione comprendevano età
=18 anni e precedente trattamento con eparina non frazionata o
a basso peso molecolare per via sc per un minimo di 7 giorni.
Per ciascun paziente sono stati registrati età, sesso,
precedenti esposizioni ad anticoagulanti per via sottocutanea.
Nel caso di pazienti di sesso femminile, è stato inoltre
registrato un eventuale stato di gravidanza o l'assunzione di
contraccettivi ormonali. I test allergici venivano eseguiti a partire da 6 settimane dopo la risoluzione delle lesioni da sospetta reazione di ipersensibilità ritardata. L'età media dei 320 pazienti inclusi era di 60,1 anni
ed entrambi i sessi erano ugualmente rappresentati. La durata
mediana della terapia con eparine era di 9 giorni, somministrate
nel 62,8% dei pazienti come profilassi e nel 36,3% come trattamento.
Il restante 0,9% inizialmente era in profilassi e in seguito in
trattamento. Sul totale dei 320 pazienti arruolati, l’incidenza di lesioni
cutanee eparina-indotte è stata del 7,5% (n=24; 95% CI
4,7-10,6%). Tali lesioni erano per lo più rappresentate
da piccole placche eczematose al sito di iniezione. In alcuni
casi, sono state osservate lesioni più diffuse e alcuni
pazienti avevano reazioni eritematose generalizzate pruriginose. I possibili fattori di rischio per le lesioni
cutanee eparina-indotte comprendevano: età >60 anni,
sesso femminile (OR 3; 1,1-8,8), BMI >25 (OR 4,6; 1,7-15,3),
durata della terapia >9 giorni (OR 5,9; 1,9-26,3).
Un limite dello studio è stato quello di aver testato la trombocitopenia solo in pazienti con lesioni cutanee eparina-indotte. Nel campione esaminato è stato osservato solo 1 caso di ipersensibilità di tipo ritardato e di trombocitopenia eparino-indotta immuno-mediata. Questi due eventi dovrebbero essere interpretati come condizioni indipendenti piuttosto che associate tra loro. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: eparine, lesioni cutanee, reazioni di ipersensibilità/trombocitopenia. Riferimento bibliografico
Gabapentin e nortriptilina sono tra i farmaci con il migliore profilo terapeutico impiegati nel trattamento di prima linea del dolore neuropatico. Tuttavia, quando somministrati in monoterapia, le dosi massime tollerate di questi farmaci raramente riducono il dolore di più del 60% e determinano il sollievo dai sintomi solo nel 40-60% dei pazienti a causa di un’efficacia incompleta e di effetti collaterali dose-limitanti. L’obiettivo di questo studio era valutare l’efficacia e la tollerabilità dell’associazione di gabapentin con nortiptilina rispetto alle monoterapie nel trattamento del dolore neuropatico, comprese la polineuropatia diabetica e la nevralgia post-erpetica. Il trial, in crossover, in doppio
cieco, randomizzato e controllato ha arruolato pazienti trattati
presso un ospedale universitario canadese dal 5 novembre 2004 al
13 dicembre 2007. Un totale di 56 pazienti è
stato randomizzato in tre bracci: gabapentin 400 mg, nortriptilina
10 mg e gabapentin 400 mg+nortriptilina 10 mg secondo un disegno
in crossover, per 6 settimane. Durante ciascun periodo di trattamento
la dose somministrata veniva aumentata progressivamente fino alla
massima dose tollerata; un washout di sette giorni precedeva il
passaggio ad ogni nuovo trattamento. L’outcome primario dello studio
era l’intensità del dolore (mediante una scala numerica
da 0 a 10) misurato 3 volte/die la cui media veniva presa per i
7 giorni alla massima dose tollerata. Dei 56 pazienti randomizzati, il 71% era affetto da polineuropatia diabetica e il 29% da neuropatia posterpetica. L’analisi di efficacia si è basata sui 47 soggetti che hanno completato almeno due periodi di trattamento. Rispetto a un valore basale di intensità
del dolore di 5.4 (95% CI 5.0-5.8), la terapia di associazione ha
ridotto il dolore a valori di 2.3 (1.8-2.8) rispetto a 3.2 (2.5-3.8)
con gabapentin ed a 2.9 (2.4-3.4) con nortriptilina (p=0,001 e p=0,02
per il confronto con le monoterapie con gabapentin e nortriptilina).
Per quanto riguarda gli outcome
secondari, le massime dosi tollerate di nortriptilina e di gabapentin
erano significativamente più basse come trattamento combinato
rispetto alle monoterapia (p=0,0006 e p=0,0009). Le differenze tra
le concentrazioni sieriche della terapia di associazione e le monoterapie
non hanno determinato alcuna differenza nell’effetto. Alla massima dose tollerata, l’evento
avverso più comunemente riportato è stato la secchezza
delle fauci di grado moderato-severo più frequente con la
terapia di associazione e con nortriptilina rispetto al gabapentin.
Altri eventi avversi più frequenti con l’associazione
rispetto alle monoterapie sono stati fatigue, insonnia, atassia.
Nel commento che accompagna lo studio, viene sottolineato che il trial ha valutato l’associazione di due farmaci che, nella pratica clinica, vengono somministrati come trattamento sequenziale e che questo tipo di studi è raro anche perché non ha utilizzato il placebo. Lo studio, comunque, non è stato in grado di stabilire se nortriptilina è superiore a gabapentin; alla luce delle lievi differenze nel profilo di sicurezza entrambi i farmaci possono essere raccomandati come prime linee di trattamento per il dolore neuropatico (*). (*) Le indicazioni terapeutiche autorizzate in Italia di nortriptilina non comprendono il trattamento del dolore neuropatico (uso off-label). Conflitto di interesse: alcuni autori dell’articolo e del commento hanno ricevuto onorari per consulenze da parte della ditta produttrice di gabapentin. Parole chiave: dolore neuropatico, gabapentin, nortriptilina, RCT. Riferimenti bibliografici
I partecipanti sono stati reclutati
dallo Steno Diabetes Center (Danimarca) e, dopo un washout di 1 mese,
sono stati randomizzati a aliskiren 300 mg/die, irbesartan 300 mg/die,
la combinazione dei 2 farmaci alle stesse dosi o placebo, per 2 mesi.
L’obiettivo primario è stato valutare gli effetti dei differenti trattamenti sull’albuminuria in confronto al placebo Gli obiettivi secondari erano gli effetti sulla pressione arteriosa nelle 24 h, sulla VFG, sui biomarker considerati e sui componenti del sistema RAA. Dei 32 pazienti randomizzati, 26 sono
stati considerati per l’analisi. All’arruolamento le caratteristiche
della coorte erano: età circa 60 anni, 77% maschi, BMI medio
32,7 ± 5,5 kg/m2, HbA1C media 8,2 ± 1,3%, VEUA media
275 mg/24 h e pressione arteriosa sistolica/diastolica media nelle
24 h 141/74 ± 12/7 mmHg. Rispetto al placebo le pressioni arteriose medie nelle 24 h sono state diminuite di 3/4 mmHg (n.s./p=0,009), 12/5 mmHg (p<0,001/p=0,002) e 10/6 mmHg (p<0,001/p<0,001), dal trattamento con l’aliskiren, l’irbesartan e la combinazione dei due farmaci, rispettivamente. È stata rilevata una correlazione tra il cambiamento delle pressioni arteriose medie nelle 24 h e quella dell’albuminuiria (p=0,039). Rispetto al placebo, la VFG è stata diminuita di 4,6 (CI 95% 8,8 – 0,3) ml/min per 1,73 m2 (p=0,037) dall’aliskiren, 8,0 (12,3 – 3,6) ml/min per 1,73 m2 (p=0,001) dall’irbesartan e di 11,7 (15,9 – 7,4) ml/min per 1,73 m2 (p<0,001) dalla combinazione dei due farmaci. In confronto al periodo di assunzione
del placebo, la monoterapia con l’aliskiren ha significativamente
diminuito la hs-PRA (87%; p<0,001), i livelli dell’angiotensina
I (75%; p<0,001) e quelli dell’angiotensina II (52%; p<0,001).
La monoterapia con l’irbesartan ha prodotto effetti opposti.
Gli eventi avversi più frequenti
sono stati le infezioni urinarie (4 pazienti), le polmoniti (3 pazienti)
e la tosse (3 pazienti). Durante la terapia combinata è stata
rilevata ipomagnesemia e anemia in 2 pazienti; rispetto alle monoterapie,
la terapia combinata è stata associata ad un aumento della
kaliemia (0,2 mM; P=0,036). Sono stati registrati 2 decessi sospettati
non essere correlati a nessuno dei farmaci in studio.
Limiti dello studio sono la piccola dimensione della coorte e la breve durata dei trattamenti. Studi in corso indirizzati a valutare la mortalità e la morbilità forniranno ulteriori informazioni sull’effetto del blocco con l’aliskiren del sistema RAA. Parole chiave: aliskiren e irbesartan, effetti renali, RCT. Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dall’azienda produttrice di aliskiren e gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da diverse ditte farmaceutiche. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
Nelle unità di terapia intensiva neonatali (NICU) i neonati prematuri sono esposti ad un elevato rischio di infezione associata all’uso di cateteri venosi centrali (CRBSI). L’infezione si sviluppa attraverso diversi meccanismi tra cui contaminazione del catetere da parte della flora microbica della cute, migrazione di batteri all’interno della cannula, trasferimento di batteri nel raccordo durante l’inserimento del catetere, contaminazione del tubo di connessione del catetere o contagio da altro sito di infezione. Le CRBSI si presentano con un tasso medio di 3.8–11.3 casi per ogni 1000 cateteri-giorno nelle IUC neonatali e pediatriche. È stato dimostrato che personale dedicato alla terapia intravenosa (IV) con adozione sistematica di procedure di inserzione e monitoraggio giornaliero del dispositivo può limitare le complicazioni associate a CRBSI. Nella Special Care Nursery (NICU di III livello; 125 posti letto; >500 cateteri centrali periferici inseriti nell’anno 2007) del Northside Hospital (Atlanta, Georgia) è stato iniziato uno studio in collaborazione con il Vermont Oxford Network National Evidence-Based Qualità Improvement Collaborative for Neonatology (VON NICQ) per sviluppare o iniziare un’attività di controllo e miglioramento delle procedure, volte a minimizzare le infezioni nei neonati, che portasse ad una riduzione delle infezioni da CRBSI pari al 50% in 12 mesi. Gli interventi adottati sono stati: 1) l’adozione di una squadra dedicata, specializzata e responsabile della gestione e monitoraggio continuo dei cateteri centrali periferici (PICC), costituita da 8 membri e diretta da un clinico che verifica le prestazioni e l’aderenza alle procedure; 2) valutazione giornaliera del catetere e presenza di kit preconfezionati per medicazione, bendaggio o sostituzione del catetere contenenti il materiale sterile (mascherina, guanti sterili, antisettico, forbici cerotto trasparente semipermeabile (3M Tegaderm), cateteri, linee centrali, aghi cannula etc.); 3) presenza del manuale contenente le procedure basate sull’evidenza per la gestione di accessi vascolari centrali. Secondo l’Institute for Healthcare Improvement (IHI) le istruzioni operative chiave che devono essere presenti sono quelle per a) igiene delle mani (secondo l’OMS, il lavaggio delle mani deve avvenire prima e dopo il contatto col paziente, prima di iniziare una procedura in asepsi, dopo il rischio di esposizione a fluidi corporei, dopo rimozione dei guanti, dopo il contatto con l’ambiente circostante il paziente) su cui il personale sanitario dedicato all’inserzione e monitoraggio giornaliero di cateteri centrali periferici (PICC) è sottoposto a verifica mensile; b) uso di antisettico per la cute. Clorexidina al 2% (CHG) o iodio-povidone o bendaggi imbevuti di CHG sono consigliati per neonati di età gestionale ?28 settimane o di età ?10 giorni. Per neonati di età inferiore si consiglia lo iodio-povidone. In ogni caso è doveroso rimuovere l’antisettico con H2O sterile o soluzione salina alla fine dell’intervento per prevenire l’assorbimento o l’insorgenza di dermatite da contatto nel paziente; c) adozione di precauzioni per ottenere la massima barriera sterile (MSBPs) allestendo un carrello per PICC contenente il materiale sterile necessario per l’inserimento del catetere centrale e l’applicazione delle procedure richieste dall’IHI. La MSBPs è inoltre assicurata dall’impiego di 4-5 panni sterili di stoffa utili a coprire il neonato dalla testa ai piedi lasciando una piccola apertura per l’intervento di inserzione del catetere; d) selezione del sito ottimale per il cateterismo, e) valutazione giornaliera della necessità dell’accesso centrale. Infine, con la creazione di un programma specifico
sono state adottate procedure potenzialmente migliori (PBPs) in
accordo con il VON NICQ continuamente monitorate per: a) la standardizzazione
dell’assemblaggio dei CRBSI e le relative tecniche di cateterismo;
b) ridurre la contaminazione della linea centrale e del raccordo
del catetere durante prelievi di sangue, somministrazione di terapia
IV direttamente o con pompa a siringa, durante la sostituzione
di liquidi da infusione IV.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: catetere venoso centrale, infezioni sistemiche, neonati. Riferimento bibliografico
I pazienti pediatrici nelle Unità di Terapia Intensiva e nelle sale operatorie ricevono spesso farmaci in infusione continua attraverso cateteri venosi centrali. I dispositivi attualmente disponibili generalmente forniscono solo una o due vie, e spesso solo una di queste è disponibile per la somministrazione simultanea di più farmaci, rendendo necessario l’uso di un veicolo che mantenga l’apertura della via e faciliti variazioni di dosaggio. Scopo di questo studio è stato valutare il trasporto di un farmaco attraverso un catetere venoso centrale di comune uso pediatrico, con una velocità di flusso rappresentativa di quella adottata in Unità di Terapia Intensiva pediatriche o neonatali. L’obiettivo principale è stato determinare come la velocità di flusso utilizzata in pediatria si combini con il volume morto di un catetere pediatrico standard, influenzando sia la comparsa che la scomparsa del profilo di trasporto del farmaco somministrato per infusione continua. Sono state confrontate condizioni che mimano nuove infusioni e la ripresa di una infusione interrotta a due differenti velocità di flusso totale. Infine, è stato valutato il contributo delle caratteristiche di start-up del sistema di infusione al profilo complessivo del modello di trasporto del farmaco in questo sistema. A tal scopo è stato utilizzato un catetere di 8 cm, 4F a due vie, collegando, a mezzo di un idoneo connettore a Y, due siringhe da 60 mL, una contenete soluzione salina come veicolo e una contenente blu di metilene (0,1 mg/mL) come modello di farmaco somministrato a flusso costante di 0,5 mL/h. Il volume trasportato è stato raccolto ogni minuto per l’analisi quantitativa, il trasporto del farmaco (µg/min) è stato calcolato sulla base della velocità di flusso nota. Sono stati confrontate due velocità di flusso, 2 mL/h e 12 mL/h, per mimare il volume di trasporto a un bambino di 3 kg e il priming del connettore Y per mimare la ripresa di una infusione interrotta vs il non priming, per mimare una nuova infusione. La performance allo start-up del sistema di infusione è stata misurata per determinare il contributo di questo fattore alla comparsa del profilo di infusione quantificando il volume di blu di metilene trasportato dalla siringa dopo l’attivazione della pompa, connettendo la siringa direttamente con l’ausilio di un ago da 25 gauge. Iniziando una nuova infusione, il tempo per raggiungere lo stato stazionario di trasporto del farmaco varia da circa 20 min per un flusso totale alto (infusione di blu di metilene pari a 0,5 mL/h e di veicolo pari a 11,5 mL/h) a >40 min per un flusso totale basso (infusione di blu di metilene pari a 0,5 mL/h e di veicolo pari a 1,5 mL/h), con un tempo per raggiungere metà della dose scelta (t50) rispettivamente di 15,7±2,9 min e 23,5±2,1 min. Il priming del connettore Y con blu di metilene riduce sostanzialmente il tempo per raggiungere lo stato stazionario (flusso alto t50=5,2±0,8 min; flusso basso t50=12,7±0,6 min). Il tempo necessario per la sospensione del trasporto del farmaco alla porzione terminale del catetere, dopo aver interrotto il pompaggio del farmaco, è stato più breve utilizzando una velocità di flusso del veicolo alta vs bassa (t50=3±0,5 min vs t50=11,6±0,8 min). La performance allo start-up del sistema di infusione ha contribuito al ritardo nel raggiungimento delle dosi desiderate. Gli autori concludono che le attuali tecniche
di infusione pediatrica possono risultare in un significativo,
non riconosciuto e potenzialmente pericoloso ritardo nel raggiungimento
delle dosi desiderate. La velocità totale di flusso, il
priming del sistema di infusione, il volume morto e le performance
allo start-up del sistema di infusione contribuiscono a questo
ritardo.
Parole chiave: catetere venoso centrale, trasporto del farmaco, pediatria. Riferimento bibliografico
Gli stent medicati (drug-eluting
stents, DES) hanno rivoluzionato il trattamento dei pazienti con
arteriopatia coronarica. Diversi RCT in doppio cieco hanno evidenziato
che, rispetto agli stent metallici (bare-metal stent, BMS), l’impianto
di stent medicati con sirolimus (sirolimus-eluting stent, SES),
paclitaxel (PES) e zotarolimus (ZES) riduce in modo significativo
la restenosi angiografica e aumenta la sopravvivenza libera da eventi.
Tuttavia, rispetto a BMS, a seguito dell’impianto di SES e di PES è stata osservata una maggiore incidenza di trombosi dello stent tardiva o molto tardiva, dovuta ad endotelizzazione ritardata e incompleta. Inoltre, differenti DES sono stati associati ad una diversa incidenza di perdita tardiva del lume che può rendere necessarie ripetute vascolarizzazioni, soprattutto se viene effettuato un follow-up angiografico di routine. Questo articolo descrive il razionale e il disegno di un trial randomizzato prospettico di ampia scala che ha valutato un nuovo tipo di stent il quale dovrebbe migliorare gli outcome in pazienti con arteriopatia coronarica. Stent ad eluizione di everolimus (EES) DES in pazienti con diabete mellito Il trial clinico SPIRIT IV I criteri di inclusione comprendevano età
>=18 anni, angina stabile o instabile o ischemia silente, candidati
a intervento di by-pass e donne in età fertile. Dopo la predilatazione della lesione target con
palloncino, i pazienti sono stati randomizzati secondo un rapporto
2:1 a ricevere EES o PES, rispettivamente, stratificati per la presenza/assenza
di diabete mellito e caratteristiche complesse/non complesse delle
lesioni. End point clinici
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Abbott Vascular. Parole chiave: stent medicati con everolimus, arteriopatia coronarica, RCT Riferimento bibliografico |
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del Tribunale di Milano n° 710 del 27/11/2008 http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php
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Ultimo aggiornamento: 01 Novembre 2009 |