
Newsletter numero 48 del 01-12-2009
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Sommario
La leucoencefalopatia multifocale progressiva (Progressive Multifocal Leukoencephalopathy, PML), una patologia demielinizzante del sistema nervoso centrale ad elevata mortalità, potrebbe costituire una reazione avversa (ADR) di classe dei nuovi farmaci immunomodulatori biologici. Lo scopo di questo studio è stato quello di raccogliere e confrontare i casi di PML indotta da farmaco riportati nei principali database internazionali di segnalazione spontanea di ADR e in letteratura per identificare i principi attivi associati a questo evento. I casi di PML indotta da farmaco sono stati ricercati in due database di segnalazione spontanea di ADR (US FDA-AERS e WHO-VigiBase). Per ognuno dei casi identificati, sono stati registrati data dell’evento, dati anagrafici del paziente (età e sesso), indicazione terapeutica, farmaci ritenuti sospetti dal segnalatore e il paese di origine del segnalatore. Per stabilire la correlazione tra PML e farmaco sono state analizzate le coppie farmaco-reazione in termini di caratteristiche del paziente, patologie di base e farmaci concomitanti. I farmaci sospetti sono stati suddivisi in quattro gruppi principali: 1) anticorpi monoclonali (MAbs), 2) farmaci anti-HIV, 3) farmaci immunosoppressori convenzionali, 4) altri (compresi antineoplastici, anti-infettivi differenti da antivirali anti-HIV e tutti i farmaci appartenenti alle classi terapeutiche scarsamente rappresentate). Per fornire elementi aggiuntivi nella valutazione della relazione fra gruppo terapeutico e ADR, gli autori hanno classificato le segnalazioni di PML come “singole”, quando solo un farmaco era riportato come sospetto, o “multiple”, quando due o più farmaci erano considerati sospetti per lo stesso caso. Per valutare le differenze tra le percentuali dei casi singoli e multipli in ogni gruppo terapeutico, è stato utilizzato il test del chi-quadrato. Per raccogliere i dati pubblicati in letteratura, sono stati riportati i case report e case series di PML presenti in MEDLINE ad ottobre 2008. Per consentire un confronto con i risultati ottenuti nell’analisi dei database, i casi recuperati in letteratura sono stati classificati in due gruppi secondo la data di pubblicazione: 1) precedenti il 2004 e 2) 2004-ottobre 2008. Nel database FDA-AERS sono stati registrati complessivamente 214 casi (436 coppie farmaco-reazione), 118 (251 coppie farmaco-reazione) nel WHO-VigiBase e 140 in MEDLINE (169 coppie farmaco-reazione pubblicate prima del 2004 e 53 dal 2004 al 2008). I gruppi terapeutici più frequentemente coinvolti nei casi di PML sono stati gli anticorpi monoclonali (MAbs), i farmaci immunosoppressori convenzionali e i farmaci anti-HIV. Differenze significative tra i gruppi terapeutici sono state osservate nei casi con un singolo farmaco sospetto [chi-quadrato complessivo=47.19 in FDA-AERS (p<0.0001) e 32.72 in WHO-VigiBase (p<0.0001)]. Questa differenza era dovuta principalmente ai MAbs, che sono stati riportati più spesso nei casi come singoli farmaci sospetti [chi-quadrato=44.17 (p<0.0001) e 30.05 (p<0.0001), rispettivamente]. Gli altri gruppi terapeutici contenevano farmaci riportati più spesso come farmaci sospetti multipli, senza differenze significative fra di loro. Per quanto concerne la classificazione in farmaci sospetti “singoli” vs “multipli” per principi attivi specifici, rituximab (28 vs 18 in FDA-AERS e 20 vs 9 in WHO-VigiBase) e natalizumab (9 vs 4 e 4 vs 3 rispettivamente) rappresentavano pressoché l’intero gruppo di MAbs. Il rapporto maschio/femmina nei pazienti con PML indotta da farmaco è stato di circa 1 in tutte le fonti; l’età media dei pazienti era simile nei database di segnalazione spontanea e in letteratura con un range che variava dai 51 anni nel WHO-VigiBase ai 45 anni in MEDLINE prima del 2004. Quando sono state valutate le patologie concomitanti dei pazienti, è stato osservato un numero elevato di casi di PML indotta da farmaco nei pazienti affetti da HIV, in particolare nei database di segnalazione spontanea: 58 (27%) in FDA-AERS e 23 (19%) in WHO-VigiBase, mentre solo 3 casi (10%) in MEDLINE tra il 2004 e il 2008. Le patologie di base più frequenti sono risultate quelle linfoproliferative (28%), seguite dalle patologie autoimmuni (20%) e dai trapianti (5-10%). I limiti dello studio sono legati all’uso dei database di segnalazioni spontanee di ADR: 1) mancanza di dettagli utili per la valutazione della causalità tra farmaco e reazione, 2) bias generale di sotto-segnalazione, 3) sovra-segnalazione di farmaci coinvolti in interventi regolatori per problemi di sicurezza (notoriety bias), 4) dipendenza dalla frequenza di segnalazione dal periodo totale di commercializzazione del farmaco (effetto Weber) e 5) bassa qualità dei dati (es. dati mancanti, segnalazioni duplicate). Un altro possibile aspetto critico dell’analisi consiste nella suddivisione fra farmaci immunosoppresori convenzionali e MAbs. I farmaci immunosoppressori sono stati associati con maggior frequenza a malattie linfoproliferative (es. leucemia) e malattie autoimmuni (es. sclerosi multipla, psoriasi, artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico). In passato, la PML non è mai stata associata a malattie autoimmuni, e non è mai stata considerata una ADR da farmaci immunosoppressori convenzionali. Dall’altro lato, la PML sta diventando un problema cruciale per i nuovi farmaci immunosoppressori, specialmente per i MAbs. Questo cambiamento potrebbe certamente essere spiegato dalla disponibilità di metodi più efficaci per la diagnosi della PML da una migliore conoscenza di questo argomento, ma ciò potrebbe essere spiegato anche dal fatto che la PML potrebbe essere una reazione avversa specifica degli anticorpi monoclonali.
Parole chiave: immunomodulatori biologici, PML, analisi post-marketing. Riferimento bibliografico Piccinni C et al. Stronger association of drug-induced progressive multifocal leukoencephalopathy (PML) with biological immunomodulating agents. Eur J Clin Pharmacol 2009; DOI 10.1007/s00228-009-0739-z.
In questa analisi, sono stati esaminati i trial clinici relativi a gabapentin per indicazioni off-label, quali profilassi dell’emicrania, trattamento del disturbo bipolare, dolore neuropatico o nocicettivo. Gli outcome descritti nei report pubblicati sono stati confrontati con i documenti interni delle industrie che avevano sponsorizzato gli studi. La maggior parte dei documenti è stata resa disponibile grazie agli esiti delle cause legali contro Pfizer e Parke-Davis, in cui le aziende farmaceutiche si sono dichiarate colpevoli per la promozione di indicazioni off-label del loro farmaco gabapentin (Neurontin®). Sono stati individuati 21 trial clinici relativi al gabapentin per i quali erano stati resi disponibili i documenti interni di Pfizer e Parke-Davis. Di questi trial clinici, 17 erano randomizzati a gruppi paralleli, 2 randomizzati crossover, 2 in aperto e non controllati. Gli studi esaminavano l’uso del gabapentin per profilassi dell’emicrania (3 trial), disturbo bipolare (3 trial), dolore neuropatico (9 trial) e dolore nocicettivo (6 trial). Dei 21 trial clinici identificati, 12 sono stati pubblicati. Delle 21 misure di esito primarie descritte nei protocolli dei trial pubblicati, 6 non erano state descritte nelle pubblicazioni, 4 erano state modificate in outcome secondari, 11 erano state riportate senza modifiche, ma senza alcuna distinzione tra primarie e secondarie. Dei 28 outcome primari pubblicati, 12 erano di nuova introduzione e 5, originariamente definiti come secondari, non erano stati distinti da quelli primari nell’articolo pubblicato. Per 8 dei 12 trial pubblicati, l’outcome primario definito nell’articolo pubblicato differiva da quello descritto nel protocollo dello studio. Dei 180 outcome secondari riportati nei protocolli di 12 trial pubblicati, 122 non sono stati decritti nella pubblicazione principale ed almeno uno di nuova introduzione è stato ritrovato in 4 studi. È stata inoltre valutata la possibile correlazione tra la modifica dell’outcome primario pubblicato rispetto a quello dichiarato nel protocollo e la mancanza di significatività statistica di quello stesso outcome nello studio. Gli autori riconoscono alcuni limiti dell’analisi. È possibile che non siano state individuate informazioni importanti contenute in documenti non accessibili. Per esempio, in 2 trial non era disponibile il protocollo ed in sostituzione è stato utilizzato il dossier interno della ditta. In altri casi i piani di analisi statistica non erano stati aggiornati.
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Gli autori dichiarano di aver offerto consulenza nelle cause legali contro le ditte produttrici di gabapentin. Parole chiave: gabapentin, uso off-label, reporting bias. Riferimento bibliografico
Per testare l’ipotesi se una terapia combinata per 1 anno a base di insulina aspart bifasica 70/30 associata a metformina od a repaglinide abbia un uguale effetto ipoglicemizzante in pazienti non obesi con diabete di tipo 2 che hanno uno scarso controllo glicemico con associazioni di antidiabetici orali, è stato condotto un trial monocentrico randomizzato in doppio cieco. Su un totale di 459 pazienti danesi arruolati dal febbraio 2003 al settembre 2004, che incontravano i criteri di inclusione, 155 sono stati sottoposti alla visita di screening e, di questi, 133 con un BMI ≤27 e una HbA1c iniziale ≥6,5% sono stati sottoposti ad un periodo di run-in di 4 mesi, per minimizzare l’effetto di confondimento dato dai precedenti trattamenti. L’outcome primario era la concentrazione di HbA1c (limiti normali 4,1-6,4%), mentre quelli secondari erano le dosi di insulina, l’automonitoraggio glicemico, la misura di adiposità e gli eventi avversi. Gli outcome sono stati valutati nel periodo di screening, al basale ed al termine dello studio. È stata effettuata un’analisi intention-to-treat. Hanno completato lo studio 51 pazienti trattati con metformina e 46 trattati con repaglinide. Tutti i pazienti erano caucasici, di circa 60 anni, di sesso maschile per i 2/3 ed avevano una durata media di malattia di 8-12 anni (molti avevano delle complicanze legate al diabete), un BMI di 24-25 prima dell’arruolamento, circa l’80% assumeva ipoglicemizzanti orali ed il 40% insulina, mentre la concentrazione media di HbA1c all’arruolamento era di 7,8%. La concentrazione media di HbA1c si è ridotta di circa l’1% nei primi 6 mesi di terapia, stabilizzandosi successivamente. Al termine del trattamento entrambi i gruppi, senza differenze significative (p=0,177), avevano raggiunto un livello di HbA1c <7,0%. La mancanza di differenze significative permaneva anche nel considerare i soggetti che avevano raggiunto valori di HbA1c <6,5% (p=0,169). La variazione rispetto al basale della concentrazione di HbA1c sembrava dipendere dal numero di somministrazioni quotidiane di insulina al termine del trattamento; tuttavia la dose totale di insulina alla fine del trattamento non differiva significativamente tra i due protocolli. L’automonitoraggio della glicemia si era ridotto maggiormente prima e dopo colazione nel gruppo randomizzato a metformina, rispetto a quello randomizzato a repaglinide, pur senza raggiungere la significatività statistica.
A differenza di quanto attualmente raccomandato (cioè l’interruzione dei secretagoghi dopo l’avvio della terapia insulinica), i dati di questo studio suggeriscono un effetto clinicamente rilevante dell’associazione insulina-secretagoghi, anche nei pazienti con una lunga storia di malattia in cui la disfunzione delle cellule beta potrebbe essere anticipata.
I punti deboli dello studio potrebbero risiedere, oltre che nella limitata ampiezza del campione, nella presenza in alcuni pazienti (7%) di una malattia autoimmune confermata dalla presenza di anticorpi verso GAD. È possibile infatti che i pazienti senza segni di autoimmunità possano aver avuto una miglior risposta all’associazione insulina+metformina rispetto a quella insulina+secretagogo. Gli autori dello studio definiscono promettente l’abbassamento di 1-2 punti percentuali della concentrazione di HbA1c riscontrato: già nello studio UKPDS (N Engl J Med 2008;359:1577-89) una differenza di 0,9 punti percentuali era stata associata ad un miglioramento degli outcome clinici.
Tuttavia, l’editoriale di accompagnamento si chiede quali siano in realtà gli outcome cardiovascolari. Mentre non esistono trial placebo-controllati con dati conclusivi sugli effetti a lungo termine di repaglinide su outcome cardiovascolari, la prevenzione del guadagno ponderale con metformina in pazienti sovrappeso che assumono insulina può ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, come evidenziato dallo studio HOME (di cui l’editorialista è autore) (vedi “SIF-Farmaci in evidenza” n. 34 del 15-04-2009). Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Novo-Nordisk e dal Clinical Development Foundation at Steno Diabetes Center. Parole chiave: metformina, replaglinide, RCT.
Le evidenze che supportano l’associazione di regimi specifici a base di insulina alla terapia orale del diabete di tipo 2 sono limitate. Nella prima fase di questo studio (4-T, Treating to Target in Type 2 Diabetes; Holman RR et al. N Engl J Med 2007; 357: 1716-30) è stato valutato se, in pazienti con diabete di tipo 2 con controllo glicemico non ottimale nonostante la terapia con metformina e sulfonilurea alle dosi massime tollerate, l’associazione di un analogo dell’insulina basale, prandiale o bifasica migliorasse in maniera rilevante i livelli di emoglobina glicata dopo un follow-up di 1 anno. Sebbene l’intensificazione della terapia con insulina abbia ridotto i livelli di emoglobina glicata, non è risultato chiaro quale fosse il regime terapeutico idoneo per meglio raggiungere i target glicemici (McMahon GT, Dluhy RG. N Engl J Med 2007;357:1759-61). In questa sede vengono presentati i risultati a 3 anni dello studio 4-T in cui sono stati confrontati i tre regimi a base di insulina nei quali la sulfanilurea veniva sostituita da un secondo tipo di insulina se i valori di emoglobina glicata non rimanevano ≤6,5%. L’outcome primario dello studio era rappresentato dai livelli di emoglobina glicata. Come outcome secondari sono stati valutati: la percentuale di pazienti con emoglobina glicata ≤6,5%, pazienti con emoglobina glicata ≤6,5% ma senza ipoglicemia di grado ≥2, aumento di peso, profilo glucidico misurato in estemporanea, percentuale di pazienti che richiedeva una seconda insulina, rapporto albumina-creatinina e qualità della vita. Un totale di 708 pazienti sono stati randomizzati ad insulina bifasica (n=235), a insulina prandiale (n=239) ed a insulina basale (n=234). L’età media dei pazienti era di 61,7 anni e la durata mediana del diabete era di 9 anni. Per quanto riguarda gli outcome secondari, valori ≤6,5% di emoglobina glicata sono stati raggiunti da meno pazienti nel gruppo ad insulina bifasica (31,9%) rispetto a quello ad insulina prandiale (44,7%) e ad insulina basale (43,2%). Inoltre, una maggiore riduzione media dei livelli di glucosio post-prandiale è stata osservata nel gruppo ad insulina prandiale rispetto al gruppo ad insulina bifasica e basale. In tutti i gruppi è stato rilevato un aumento del peso ma con un incremento maggiore nel gruppo bifasico e prandiale rispetto al gruppo trattato con insulina basale. Durante lo studio, 19 pazienti sono deceduti (7 nel gruppo bifasica, 9 prandiale, 3 basale, p=0,23), 14 dei quali per patologie cardiovascolari (4 bifasica, 9 prandiale, 1 basale, p=0,002). Il tasso di pazienti con reazioni avverse gravi è stato più alto nel gruppo ad insulina bifasica (p=0,01). Nessuna altra differenza sul profilo di sicurezza dei trattamenti è stata rilevata.
I risultati di questo studio riflettono quanto riportato da recenti linee guida che suggeriscono che l’insulina basale e quella prandiale dovrebbero essere prese in considerazione se i pazienti non raggiungono un adeguato controllo glicemico con gli schemi terapeutici iniziali (National Institute for Health and Clinical Excellence, 2009; Nathan DM et al. Diabetes Care 2009;32:193-203). L’editoriale d’accompagnamento allo studio si sofferma sulla validità esterna di questo trial clinico. Lo schema terapeutico proposto è semplice, sicuro e conveniente per i pazienti. Nonostante ciò, lo studio utilizza analoghi dell’insulina prodotti da una sola casa farmaceutica, mentre è l’insulina umana ad essere considerata come trattamento di prima linea (Nathan DM et al. Diabetologia 2009;52:17-30). Non esistono infatti dati a supporto di una superiorità degli analoghi dell’insulina nel controllo della glicemia rispetto all’insulina umana a lungo termine, anche perché nessuna delle case farmaceutiche ha interesse a supportare economicamente un trial a lungo termine che confronti insuline analoghe ed umane. Inoltre si ricorda che, nonostante una forte riduzione del glucosio sia associata ad una riduzione del rischio delle complicazioni microvascolari del diabete, la durata dell’iperglicemia spiega solo parte di tali alterazioni (Lachin JM et al. Diabetes 2008;57:995-1001), mentre non si è riscontrata alcuna riduzione delle complicazioni macrovascolari in uno studio che comparava analoghi dell’insulina con insulina prandiale (Raz I et al. Diabetes Care 2009;32:381-6). Conflitto di interesse: lo studio è stato supportato da Novo Nordisk and Diabetes UK, alcuni autori dichiarano di aver ricevuto compensi da varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: insuline, diabete di tipo 2, RCT. Riferimenti bibliografici
In questa revisione sono stati considerati i dati clinico-sperimentali sui diuretici tiazidici fin dalla loro introduzione avvenuta alla fine degli anni ‘50. Il Veterans Cooperative Study (JAMA. 1967; 202: 1028-34) sui diuretici è considerato l’RCT di riferimento che ha dimostrato che la riduzione della pressione (BP) grazie alla terapia farmacologia diminuisce gli eventi cardiovascolari associati all’ipertensione. Questo trial ha stabilito per la prima volta che l'intervento antipertensivo finalizzato alla riduzione della BP da grave a moderata dava dei benefici, anche in termini di riduzione della mortalità, dell'incidenza di ictus e di altri eventi cardiovascolari. Successivamente, l’Hypertension Detection and Follow-up Program ha esteso queste osservazioni all’ipertensione da moderata a lieve (JAMA 1979; 242:2562-71). È stato dimostrato che un approccio “stepped-care " con i diuretici come terapia iniziale, determina una migliore riduzione della BP. Durante il programma, era stata osservata un’associazione tra la diminuzione della BP e la riduzione di ictus, di eventi coronarici e di morte, anche nei pazienti che presentavano un’ipertensione definita lieve (diastolica, 90-104 mmHg). Lo studio ALLHAT, randomizzato in cieco (Antihypertensive and Lipid-Lowering Treatment to Prevent Heart Attack Trial. JAMA. 2002; 288: 2981-97), è stato il più ampio trial sull’ipertensione mai intrapreso in cui è stata confrontata l'efficacia di diversi farmaci antipertensivi come terapia iniziale sugli esiti della malattia cardiovascolare. Le evidenze disponibili, inoltre, suggeriscono che il clortalidone, a dosi di 12,5-25 mg/die è efficace nel ridurre la BP quanto l'idroclorotiazide 25-50 mg/die e può essere più efficace nell’abbassare la pressione durante la notte (Carter BL et al. Hypertension 2004; 43 :4-9). Anche se non costituisce l’obiettivo di questa revisione analizzare tutti gli aspetti di ciascun trial sui diuretici, è chiaro che sulla base dei diversi dati, i diuretici in monoterapia o come parte di una strategia di trattamento si siano dimostrati efficaci nel ridurre la BP e gli eventi cardiovascolari. Nonostante ciò, l'uso di questi farmaci è diminuito nel corso degli ultimi 3 decenni. La mancanza di promozione dei diuretici o la forte promozione di altre classi di farmaci può avere contribuito a questo declino. Tuttavia, almeno in parte, la riduzione dell’uso dei diuretici può essere correlato ai possibili effetti metabolici dei tiazidici (ipokaliemia e iperglicemia) e alla percezione dei medici che questi fenomeni abbiano un significato clinico.
Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave: diuretici, ipertensione, altri antipertensivi Riferimento bibliografico
Gli antibiotici sono tra i farmaci più utilizzati in gravidanza dal momento che la cura di stati infettivi è fondamentale per la salute di madre e bambino. Sebbene alcune classi di antibiotici siano considerate relativamente sicure in gravidanza, ad oggi non esistono studi su larga scala che abbiano valutato il rischio e la sicurezza di molte classi di antimicrobici. L’obiettivo di questo studio caso-controllo è stato valutare l’associazione tra difetti congeniti selezionati ed esposizione ad antibiotici durante le prime fasi della gravidanza (da un mese prima a tre mesi dopo il concepimento). In diversi Stati degli USA sono stati selezionati come casi i nati tra il 1 ottobre 1997 ed il 31 dicembre 2003 con almeno uno dei 30 difetti congeniti maggiori identificati dal sistema di sorveglianza dei difetti alla nascita. Sono stati esclusi dallo studio i bambini con anomalie cromosomiche. È stato selezionato un gruppo di controllo composto da bambini nati sani nello stesso periodo. Nello studio sono state inclusi 13.155 casi e 4.941 controlli. Una bassa percentuale di donne è stata esposta a più classi di antibiotici nei giorni pre e post fecondazione: 0.6% a due classi, 0.1% a tre classi, 0.02% a quattro classi. La classe di antibiotici maggiormente utilizzata è stata quella delle penicilline, che è risultatava associata ad un più elevato rischio di malformazioni degli arti (OR 3.1; 95% CI 1-9,4). Al secondo posto per frequenza di utilizzo vi era l’eritromicina, associata ad anencefalia (OR 2.4; 1.1-5.3) e a malformazioni degli arti (OR 2.1; 1.0-4.2). L’impiego delle sulfonamidi è stato correlato a diversi tipi di malformazioni rispetto agli altri antibiotici: anencefalia (OR 3.4; 1.3-8.8), ipoplasia delle camere cardiache di sinistra (OR 3.2; 1.3-7.6), coartazione aortica (OR 2.7; 1.3-5.6), atresia delle coane (OR 8; 2.7-23.5), malformazioni degli arti (OR 2.5; 1.0-5.9), ernia diaframmatica (OR 2.4; 1.1-5.4). Con l’impiego di cefalosporine è stato rilevato un aumento statisticamente significativo del rischio di difetti del setto interatriale (OR 1.9; 1.1-3.2). A fronte di una bassa esposizione ai chinoloni, è stata comunque osservata una correlazione con la tetralogia di Fallot (OR 3.7; 1.3-10.5). L’uso delle tetracicline è stato riportato in 36 casi e 6 controlli ed è stato rilevato un OR di 2.2 (0.8-5.9) per le anomalie cardiache, di 3.5 (1.0-12.6) per i difetti all’efflusso ventricolare, di 1.8 (0.5-6.2) per i difetti settali e di 2 (0.6-6.7) per la labiopalatoschisi.
Lo studio caso-controllo di tipo retrospettivo, non è in grado di determinare la correlazione causale tra esposizione e difetti alla nascita ma può rilevare solo delle associazioni. Inoltre, la determinazione della causa dei difetti congeniti non è di univoca interpretazione, dal momento che ogni difetto può avere più di una causa, così come difetti che possono sembrare tra loro indipendenti possono avere un’unica causa. Un altro limite dello studio è l’impossibilità di stabilire se il difetto è stato causato dall’esposizione all’antibiotico piuttosto che dall’infezione sottostante. Conflitto di interesse: nessuno riportato. Parole chiave: antibiotici, gravidanza, studio caso-controllo. Riferimento bibliografico
La sepsi grave e lo shock settico sono due delle principali cause di morte nei pazienti ospedalizzati, con una mortalità compresa tra il 20 e il 54%. Alcuni progressi terapeutici, tra cui una precoce ed adeguata terapia antibiotica, una precoce terapia goal-directed, i corticosteroidi e la proteina C umana ricombinante attivata o drogrecogin alfa (attivato), hanno portato allo sviluppo delle linee guida Surviving Sepsis Campaign (SSC, Dellinger RP et al. Intensive Care Med 2004; 30: 536-55; Dellinger RP et al. Crit Care Med 2008; 36: 296-327), come parte di un piano finalizzato a ridurre la mortalità da sepsi grave di un 25% nel 2009. Gli autori di questo studio avevano già dimostrato la possibilità di migliorare la compliance con le linee guida SSC e di migliorare i risultati attraverso un programma educazionale multicentrico basato sulle stesse linee guida (Edusepsis study, Ferrer et al. JAMA 2008; 299: 2294-303). L’obiettivo principale dello studio è stato analizzare l’impatto dei trattamenti per la sepsi grave sulla mortalità ospedaliera in tutti i pazienti inclusi nei tre periodi dello studio Edusepsis (periodo pre-educazionale, periodo post-educazionale e follow-up a lungo termine). Lo studio, osservazionale, prospettico e multicentrico, ha coinvolto pazienti con sepsi grave o shock settico ricoverati presso 77 centri di terapia intensiva che avevano partecipato in Spagna allo studio Edusepsis. Sono stati esclusi i pazienti per i quali non è stato possibile determinare il momento di insorgenza della sepsi grave. Quest’ultima era definita come sepsi associata a disfunzione d’organo non spiegata da altre cause. La diagnosi di sepsi era fatta in base ai seguenti criteri: disfunzione respiratoria (infiltrato polmonare bilaterale con PaO2/FiO2 <300), disfunzione renale (flusso urinario <0,5 ml/kg/h per almeno 2 ore o creatinina >2,0 mg/dl), anomalie della coagulazione (INR >1,5 o PTT >60s), trombocitopenia (conta piastrinica <100000 ml-1), iperbilirubinemia (bilirubina totale >2,0 mg/dl), ipoperfusione (lattato >18 mg/dl) o ipotensione (pressione sistolica <90 mmHg, pressione arteriosa media <65 mmHg o riduzione della pressione sistolica >40 mm Hg rispetto al basale). Lo shock settico era definito come insufficienza circolatoria acuta (pressione sistolica <90 mm Hg, pressione arteriosa media <65 mmHg o riduzione della pressione sistolica >40 mmHg rispetto al basale) nonostante un’ adeguata infusione di liquidi. Sono state registrate le seguenti variabili cliniche: età, sesso, punteggio APACHE II (Acute Physiology and Chronic Health Evaluation II), collocazione dei pazienti al momento della diagnosi di sepsi, origine dell’infezione, livello basale di lattato, disfunzione d’organo alla diagnosi di sepsi e mortalità ospedaliera. Durante le prime 24 ore di sepsi sono stati registrati i 4 goal terapeutici e i quattro trattamenti inclusi nelle SSC. I goal terapeutici erano: 1) pressione venosa centrale ≥8 mmHg nel caso di ipotensione persistente nonostante infusione di liquidi e/o lattato >36 mg/dl; 2) saturazione centrale venosa di ossigeno (ScvO2) di almeno il 70% in caso di ipotensione persistente malgrado infusione di liquidi e/o lattato >36 mg/dl; 3) glicemia ≥limite inferiore del range normale ma <150 mg/dl; 4) pressione di plateau inspiratoria <30 cm H2O per pazienti sottoposti a ventilazione meccanica. I trattamenti sono stati: 1) precoce somministrazione di antibiotici ad ampio spettro, 2) infusione di liquidi per un minimo di 20 ml/kg di cristalloidi (o colloidi equivalenti) in caso di ipotensione e/o lattato >36 mg/dl, 3) steroidi a basse dosi in caso di ipotensione persistente malgrado infusione di liquidi e/o lattato >36 mg/dl; 4) drotrecogin alfa (attivato) per insufficienza multiorgano. L’outcome primario era la mortalità ospedaliera. Sono stati inclusi nello studio 2796 pazienti di cui 1164 (41,6%) sono deceduti prima della dimissione ospedaliera. L’età media dei pazienti era 62,2 anni e il punteggio medio di APACHE II era pari a 21,2; il 61,4% era di sesso maschile e il 62,2% presentava condizioni settiche. L’infezione più comune era la polmonite (36,5%), seguita dalle infezioni addominali (29,8%). Nelle diagnosi di sepsi grave il numero medio di insufficienze d’organo era 3, le più comuni erano insufficienza emodinamica, respiratoria e renale. L’analisi univariata ha rivelato significative differenze tra i pazienti deceduti e quelli sopravvissuti; i primi erano più anziani e per la maggior parte di sesso maschile, tra di essi la sepsi grave nosocomiale era più comune e in generale la gravità della sepsi era maggiore. Gli autori sottolineano che questo è stato il primo studio ad usare propensity scores per analizzare l’efficacia dei trattamenti per la sepsi grave inclusi nelle procedure SSC nella routine clinica. I dati ottenuti da un’ampia coorte di pazienti in terapia intensiva hanno dimostrato che due dei quattro trattamenti raccomandati dalle SSC erano indipendentemente associati ad una minor mortalità ospedaliera dopo aggiustamento per alcuni fattori predittivi di morte. Il limite dello studio risiede nel suo disegno osservazionale, che non può escludere la possibilità che i risultati siano stati influenzati da fattori di confondimento quali eterogeneità case-mix o secular trends.
Conflitto di interessi: alcuni degli autori hanno dichiarato di aver ricevuto compensi da varie ditte farmaceutiche. Parole chiave: sepsi grave, linee guida Surviving Sepsis Campaign, studio osservazionale Riferimenti bibliografici
Questa revisione ha analizzato sistematicamente le evidenze disponili sui glucocorticoidi e sui farmaci risparmiatori di glucocorticoidi per la terapia della PMR. La ricerca bibliografica è stata effettuata nelle banche dati Cochrane e MEDLINE, estrapolando i lavori pubblicati tra il 1957 e il dicembre 2008 che includevano almeno 20 pazienti. I risultati della revisione possono essere così riassunti. Glucocorticoidi-Trattamento iniziale (induzione della remissione) -Fase di mantenimento -Impatto a lungo termine della terapia iniziale (percentuale di sospensione e di recidive) -Deflazacort e metilprednisolone Farmaci risparmiatori di glucocorticoidi Fase di mantenimento FANS
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: polimialgia reumatica, glucocorticoidi, revisione sistematica. Riferimento bibliografico - Dispositivi medici in evidenza -
L'uso del bendaggio multistrato a compressione è al momento il trattamento standard per l’ulcera venosa degli arti inferiori. Prima del bendaggio vengono applicate sull’ulcera fasciature per prevenire eventuali aderenze alla ferita e promuoverne la guarigione. Le fasciature antimicrobiche, contenenti ad esempio iodio, miele ed argento sono diventate di uso comune per la cura dell’ulcera venosa pur essendo abbastanza costose e di efficacia incerta. Nel periodo 2006-2007, secondo il National Prescribing Centre, il costo delle fasciature per il National Health System (NHS) è stato stimato superare i 100 milioni di sterline, un quarto di questi sono stati spesi per fasciature antimicrobiche a rilascio di argento. Scopo dello studio è stato valutare l’efficacia terapeutica ed il rapporto costo-efficacia di fasciature antimicrobiche a rilascio di argento applicate al di sotto di bendaggi multistrato a compressione. In questo studio controllato, randomizzato e multicentrico, finanziato dal NHS Health Technology Assessment Programme, svoltosi tra marzo 2005 e novembre 2007 presso due contee inglesi, South Yorkshire e Devon, sono stati arruolati 213 pazienti con ulcera attiva nell’arto inferiore da più di 6 settimane. I criteri di esclusione sono stati: rifiuto informato di cura, diabete mellito controllato con insulina, gravidanza, sensibilità o specifica controindicazione all’uso di argento, indice pressorio caviglia-braccio (ABI) <0.8 nell’arto ulcerato, ulcera nella gamba con diametro <1 cm, ulcere atipiche incluse quelle con sospetta malignità, coesistenza di dermatiti o vasculiti, terapia antibiotica orale o parenterale. La fasciatura è stata posizionata sotto ad un bendaggio a compressione e cambiata ogni settimana per un periodo di trattamento di 12 settimane. I pazienti sono stati randomizzati per ricevere fasciatura ad azione antimicrobica (FA, 6 diversi tipi, forniti da Convatec, New Jersey, USA; Smith and Nephew, London, UK; Coloplast, Humlebaek, Denmark; Laboratoires Urgo, Chenôve, France), o non (FS, fasciatura standard a bassa aderenza senza antimicrobico da qualunque ditta) ma il tipo specifico di fasciatura è stato poi scelto dallo specialista. Outcome primario dello studio è stato il numero di pazienti con guarigione completa dell’ulcera in 12 settimane nei due gruppi, mentre quelli secondari sono stati il tasso di guarigione a 6 e 12 mesi, il tempo di guarigione, il tasso di ricorrenza a 6 e 12 mesi, la qualità della vita (questionari EuroQol 5D e Short Form 6D), i costi e l’impiego di risorse sanitarie e le analisi di costo-efficacia dei trattamenti. I 213 pazienti sono stati suddivisi in 2 gruppi: 107 sono stati randomizzati per ricevere fasciature a rilascio di argento (Urgotul® SSD (39,6%), Acticoat™ 7 (27,5%) e Aquacel® Ag (16,1%) e 106 fasciature non aderenti in viscosa (ad es. Urgotul® senza argento, Biatain™, Atrauman®, Allevyn™).
Conflitto di interesse: nessuno. Parole chiave: ulcera venosa, fasciatura antimicrobica, bendaggio a compressione. Riferimento bibliografico
L’uso degli stent medicati è associato ad una riduzione significativa delle restenosi, tuttavia ha un rischio potenzialmente alto di trombosi intra-stent, soprattutto nei pazienti con infarto miocardico acuto con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI). Scopo di PASEO, uno studio italiano, prospettico, monocentrico (Ospedale SG Moscati, Avellino), randomizzato, in aperto, è stato valutare i benefici a breve e a lungo termine di stent medicati con sirolimus o paclitaxel vs stent metallici in pazienti sottoposti ad angioplastica primaria per STEMI. Criteri d’inclusione sono stati: dolore toracico di durata superiore a 30 min; sopraslivellamento del tratto ST ≥1 mm in almeno 2 derivazioni elettrocardiografie contigue o con un presumibile nuovo blocco della branca sinistra; ricovero ospedaliero entro 12 h dall’insorgenza dei sintomi. Tutti i pazienti hanno ricevuto eparina non frazionata in bolo ev 70 U/kg + un’infusione di 1000 U/h, aspirina ev 500 mg e clopidogrel 300 mg (dose di carico). Prima della PCI primaria è stato somministrato routinariamente un inibitore delle glicoproteine IIb-IIIa. Dopo l’intervento tutti i pazienti hanno ricevuto come terapia antipiastrinica asprina 100 mg indefinitamente e clopidogrel (75 mg) per 6 mesi. Tra il 1 Ottobre 2003 ed il 31 Dicembre 2005, 270 pazienti con STEMI sono stati randomizzati in rapporto 1:1:1 in tre gruppi simili per le caratteristiche demografiche ed anamnestiche: stent metallici (n=90), stent medicati con paclitaxel (n=90) e stent medicati con sirolimus (n=90). I dati di follow-up sono stati disponibili per tutti i pazienti. Quasi tutti i pazienti al follow-up di 6 mesi avevano interrotto la terapia con clopidogrel, e a 1 anno non sono state osservate differenze in termini di mortalità, reinfarto o entrambi. Gli autori evidenziano alcuni limiti dello studio: gli stingenti criteri d’inclusione ed esclusione adottati non permettono di estendere i risultati dello studio a tutti i pazienti sottoposti ad angioplastica primaria per STEMI; la dimensione del campione relativamente piccola non consente di raggiungere una sufficiente potenza per ottenere risultati definitivi sulla sicurezza degli stent medicati in termini di mortalità, reinfarto e trombosi dello stent, nonostante il lungo follow-up; un uso più ampio dei dispositivi per la trombectomia, riducendo il “carico” trombotico, potrebbe aver influenzato i risultati di questo studio.
Conflitto di interesse:nessuno dichiarato. Parole chiave: stent metallici, stent medicati, angioplastica primaria. Riferimento bibliografico
È stato dimostrato che, rispetto agli stent metallici, gli stent medicati (drug-eluting stents, DES) riducono l’incidenza di restenosi in pazienti selezionati. Tuttavia, a causa dei costi legati all’ampio utilizzo di questi stent più costosi, alcuni sistemi sanitari hanno introdotto linee guida e limiti alle indicazioni d’uso di DES. Inoltre, nel settembre 2006, alcuni abstract presentati al World Congress of Cardiology (WCC) hanno sollevato la questione della sicurezza di DES, in particolare per quanto attiene alla trombosi tardiva dello stent. Questo studio ha esaminato le pratiche di utilizzo di DES, per valutare in che misura variano a livello internazionale e quanto la controversia relativa alla trombosi dello stent abbia influito su tali pratiche. Nell’analisi totale sono state incluse tutte le lesioni consecutive trattate con l’impianto di uno stent durante il periodo in studio. In totale, nelle 4 aree geografiche sono state incluse 178.504 lesioni, mentre per le analisi per sottogruppi con diabete e per indicazione clinica 118.827 lesioni. Per quanto riguarda le analisi per dimensione della lesione, sono state incluse 68.781 lesioni nell’ambito dei registri statunitense, canadese e scozzese. Soltanto nel registro scozzese è stato osservato un aumento anno dopo anno, mente negli altri 3 era presente un certo andamento costante.
Conflitto di interesse: gli autori hanno ricevuto finanziamenti da Boston Scientific, Medtronic e Cordis. Parole chiave: stent medicati, incidenza di utilizzo, studio osservazionale. Riferimento bibliografico Austin D et al. Drug-eluting stents: A study of international practice. Am Heart J 2009; 158: 576-84. |
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contribuito a questo numero: Supervisione
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Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre 2009 |