
Newsletter numero 49 del 15-12-2009
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Sommario
L’aggiunta di un secondo farmaco alla monoterapia con statine ha lo scopo di modificare il profilo lipidico aumentando la concentrazione di HDL e riducendo quella di LDL. Al fine di confrontare l’efficacia clinica di strategie terapeutiche con farmaci di seconda scelta da aggiungere alle statine, è stato condotto l’ARBITER 6–HALTS che ha confrontato gli effetti di 2 terapie (niacina od ezetimibe in associazione alla terapia cronica con una statina) sullo spessore medio-intimale (IMT) della carotide per un periodo di 14 mesi. Lo studio, a gruppi paralleli, randomizzato e in aperto, ha arruolato pazienti di entrambi i sessi di età ≥30 anni con malattie coronariche o vascolari aterosclerotiche note (279 pazienti) o un rischio equivalente di malattia cardiaca, incluso il diabete mellito (38 pazienti), uno score di Framingham (rischio stimato di malattia coronarica a 10 anni) ≥20% (26 pazienti) o uno score relativo al calcio coronarico >200 per le donne o >400 per gli uomini (20 pazienti). Tutti i pazienti dovevano essere in monoterapia con una statina a dosi adeguate, con un profilo lipidico nei 3 mesi precedenti l’arruolamento consistente in un livello di colesterolo LDL colesterolo <100 mg/dl e di colesterolo HDL <50 mg/dl per gli uomini o <55 mg/dl per le donne. L’end point primario predefinito era rappresentato dalle differenze tra i 2 gruppi nella modifica di IMT della carotide dopo 14 mesi Lo studio è stato completato da 208 pazienti (111 trattati con ezetimibe e 97 con niacina, 80% maschi, età media 65±11 anni). Niacina ha mostrato un’efficacia superiore ad ezetimibe sulla variazione dell’IMT medio a 8 e 14 mesi, con risultati simili per lo spessore massimo. Da un’analisi post-hoc emerge una relazione inversa tra modifiche del colesterolo LDL e IMT nel gruppo trattato con ezetimibe (R= −0,31; p<0,001), con l’osservazione di un paradossale aumento di IMT in pazienti con maggiore riduzione di LDL. Tale relazione non è stata osservata nel gruppo trattato con niacina (R= −0,01; p=0,92). Eventi avversi cardiovascolari maggiori sono stati osservati con un’incidenza significativamente maggiore nel gruppo trattato con ezetimibe rispetto a niacina (5% vs 1%; p=0,04). Gli effetti di niacina su IMT medio sono stati costanti in tutti i sottogruppi predefiniti.
I due editoriali di accompagnamento sottolineano i punti deboli di questo studio.
Diversi inoltre i limiti evidenziati dai 2 editoriali:
Conflitto di interesse:lo studio è stato finanziato da una ditta farmaceutica. Parole chiave: ezetimibe, niacina, trial clinico. Riferimenti bibliografici
L’uso di aspirina è raccomandato per la prevenzione primaria di eventi cardiovascolari in pazienti con diabete, nonostante le evidenze dirette siano inconsistenti. Una metanalisi precedente di 287 studi su 135.000 soggetti ha mostrato netti benefici dell’aspirina nel prevenire gli eventi cardiovascolari maggiori, gli esiti non sono risultati statisticamente significativi nel sottogruppo di pazienti diabetici (Antithrombotic Trialists’ Collaboration. BMJ 2002;324:71-86). Alla luce delle attuali incertezze sul ruolo dell’aspirina nei pazienti diabetici, un gruppo di ricerca italiano del Consorzio Mario Negri Sud, ha realizzato questa metanalisi di trial clinici sul profilo rischio/beneficio dell’aspirina in pazienti diabetici e senza preesistenti disturbi cardiovascolari. Gli outcome della metanalisi comprendevano mortalità da tutte le cause e da cause cardiovascolari, infarto del miocardio non fatale e ictus non fatale. Tramite una ricerca sulle banche dati Medline e Cochrane, sono stati selezionati tutti gli RCT, in aperto o in cieco, pubblicati nel periodo 1966-2008, nei quali pazienti diabetici erano stati randomizzati ad aspirina, a placebo o a nessun trattamento per la prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari. La qualità metodologica degli studi inclusi è stata valutata in base alla tecnica di randomizzazione, al blinding di ricercatori, pazienti e commissione valutatrice, all’uso dell’analisi intention to treat e alla completezza dei dati di follow up. Su 157 studi selezionati, solo 6 RCT rispondevano ai criteri di eleggibilità, su un totale di 10.117 pazienti. La dose di aspirina variava da 100 mg a giorni alterni a 650 mg/die la durata del follow up da 3,6 a 10,1 anni e la compliance al trattamento dal 50 al 92%. I risultati hanno evidenziato che l’aspirina, rispetto a placebo o a nessun trattamento, non ha ridotto in modo statisticamente significativo nessuno degli eventi inclusi nell’outcome composito: - mortalità da tutte le cause: 4 studi su 8557 pazienti, 1018 eventi (RR 0,93, 0,82-1,05; p=0,22), nessuna eterogeneità significativa. - mortalità da cause cardiovascolari: 4 studi su 8557 pazienti, 626 eventi (RR 0,94, 0,72-1,23, p=0,68), con un’eterogeneità significativa; - infarto del miocardio: 6 studi su 10.117 pazienti, 834 eventi (RR 0,86, 0,61-1,2, p=0,37), moderata eterogeneità; - ictus: 5 studi su 9584 pazienti, 382 eventi (RR 0,83, 0,60-1,14, p=0,25), con un’eterogeneità moderata; - eventi cardiovascolari maggiori: 5 trial su 9584 pazienti, 1258 eventi (RR 0,90, 95% CI 0,81-1,0; p=0,06), nessuna eterogeneità significativa tra gli studi; Rispetto a placebo o a nessun trattamento, l’aspirina non ha aumentato in modo statisticamente significativo nessuno degli eventi avversi riportati (sanguinamento di ogni tipo, sanguinamento e sintomi gastrointestinali, cancro). L’analisi stratificata per dosaggio, durata e compliance al trattamento non ha rilevato nessuna interazione da parte di questi fattori sugli outcome, eccetto che per l’ictus. Il rischio di ictus, infatti, era significativamente più basso nei trial dove venivano usate dosi giornaliere di aspirina ≤100 mg rispetto ai trial con dosi più elevate (p per l’interazione=0,02) e, allo stesso modo, nei trial di durata >5 anni rispetto a quelli di minore durata (p per l’interazione=0,01). La stratificazione per sesso ha mostrato, invece, una significativa riduzione del rischio di infarto del miocardio ma non di ictus negli uomini (RR 0,57, 0,34-0,94; p=0,03), ma nessuna modificazione dell’effetto nelle donne (RR 1,08, 0,71-1,65; p=0,71).
Pertanto, alla luce di queste evidenze è plausibile argomentare che le caratteristiche fisiopatologiche dei pazienti diabetici potrebbero interagire con il meccanismo farmacologico dell’aspirina, rendendola meno efficace proprio in questa popolazione più vulnerabile ad eventi cardiovascolari. Come sottolineato nell’editoriale di accompagnamento, la modesta riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori in pazienti diabetici, pur non essendo significativa, è del tutto coerente con precedenti evidenze. Alla luce di queste incertezze, per ottenere una riduzione del rischio cardiovascolare si dovrebbero implementare sempre di più le strategie note (ad esempio evitare di fumare, controllare la glicemia, affidarsi alle terapie con statine e ACE inibitori) prima di aggiungere l’aspirina. Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Parole chiave: aspirina, diabete/eventi cardiovascolari, metanalisi. Riferimenti bibliografici
L’obiettivo di questo studio è stato quello di determinare se e quando l’analisi di trial clinici controllati verso placebo, pubblicati e non, avrebbe potuto rilevare il rischio cardiovascolare associato al rofecoxib prima del suo ritiro dal commercio. è stata effettuata un’analisi combinata cumulativa dei dati provenienti da tutti i trial clinici randomizzati che comparavano rofecoxib a placebo, condotti dalla ditta farmaceutica prima del settembre 2004. Conformemente alle prime metanalisi eseguite dall’azienda produttrice, sono stati inclusi soltanto i trial che esaminavano l’uso del rofecoxib negli adulti a dosi giornaliere ≥12,5 mg per periodi ≥4 settimane. Sono stati esclusi 6 studi che non includevano un gruppo placebo e due ampi trial eseguiti successivamente allo studio APPROVe ed al ritiro del farmaco dal mercato. Al fine di confermare l’accuratezza dei risultati disponibili, per ciascun gruppo di trattati con il farmaco o con placebo sono stati confrontati i dati relativi a numero di soggetti, età media e percentuale di donne presenti nei documenti ottenuti dalla causa legale contro la ditta Merck & Co con le pubblicazioni dei trial ed i report forniti alla FDA. La principale misura di esito di questa analisi è stata la mortalità da tutte le cause o da eventi cardiovascolari tromboembolici (CVT). Nella maggior parte degli studi sono stati raccolti gli eventi avversi che si verificavano durante la terapia con il trattamento (rofecoxib o placebo) o entro 14 giorni dall’interruzione della terapia. In alcuni trial gli eventi sono stati registrati oltre questo limite e fino alla conclusione dello studio. Sono stati individuati 30 RCT su rofecoxib versus placebo che includevano complessivamente 17.256 soggetti. Quindici di questi trial valutavano l’efficacia del rofecoxib nell’osteoartrite, 6 nell’artrite reumatoide, 3 nella prevenzione o rallentamento della progressione della malattia di Alzheimer e 6, incluso lo studio APPROVe, per altre indicazioni. I dati relativi al 36% dei pazienti arruolati negli studi non erano stati pubblicati prima del ritiro del rofecoxib. Fino al settembre 2004, sono stati riportati complessivamente 301 eventi CVT, di cui 182 su 7034 anni-persona con rofecoxib vs 119 su 6695 anni-persona con placebo (RR 1,48; 95% CI 1,17-1,87; p<0,001) e 130 decessi da qualsiasi causa, di cui 81 su 7158 anni-persona con rofecoxib vs 49 su 6805 anni-persona con placebo (RR 1,71; 1,20-2,45; p=0,003). Al settembre 2004, il numero di soggetti per i quali gli sperimentatori dei 30 RCT avevano segnalato un evento CVT o il decesso per qualsiasi causa sono stati 372 in totale, di cui 221 su 6357 anni-persona con rofecoxib e 151 su 5723 anni-persona con placebo (RR 1,43; 1,16-1,76; p<0,001). I risultati dell’analisi combinata cumulativa hanno mostrato che, al dicembre 2000, 21 dei 30 trial erano stati completati (70%) ed il rischio di eventi CVT o di morte risultava più elevato tra i trattati con rofecoxib (RR 2,18; 0,93-5,81), sollevando dei dubbi sulla sicurezza del farmaco. I dati raccolti fino al giugno 2001 mostravano che il rofecoxib era associato ad un aumento del 35% del rischio di eventi CVT o di morte (RR 1,35; 1,00-1,96). Analizzando i dati disponibili fino ad aprile 2002, è stato calcolato un incremento del rischio pari al 39% (RR 1,39; 1,07-1,80). Infine, utilizzando i dati disponibili al settembre 2004 compreso il trial APPROVe, il numero dei soggetti inclusi nell’analisi aumentava fino a 20.152 per 17310 anni-persona di osservazione ed il rofecoxib risultava associato ad un aumento del rischio pari al 43% di eventi CVT o di morte (RR 1,43; 1,16-1,76).
Conflitto di interesse: nessuno dichiarato. Gli autori sono stati consulenti nelle cause legali contro l’azienda Merck & Co. Parole chiave: rofecoxib, rischio cardiovascolare, analisi combinata. Riferimento bibliografico
La maggior parte degli studi epidemiologici ha rilevato un’associazione inversa tra assunzione di folato e rischio di cancro al colon-retto. Tuttavia, evidenze sperimentali suggeriscono che la carenza di folato può promuovere le fasi iniziali della carcinogenesi mentre dosi elevate possono favorire la crescita delle cellule neoplastiche. Questo lavoro ha valutato se il trattamento con acido folico è associato ad un aumento del rischio di cancro e della mortalità da tutte le cause dopo un follow-up prolungato. Si tratta di un’analisi combinata di due RCT in doppio cieco versus placebo (Norwegian Vitamin Trial, NORVIT; Bønaa KH et al. N Engl J Med 2006; 354: 1578-88 e Western Norway B Vitamin Intervention Trial, WENBIT; Ebbing M et al. JAMA 2008; 300: 795-804), condotti tra il 1998 e il 2005, con un follow-up osservazionale esteso fino al 31 dicembre 2007 per gli esiti relativi al cancro e alla mortalità da tutte le cause. L’obiettivo di entrambi i trial era quello di valutare se il trattamento con acido folico e vitamina B12, mediante la riduzione del livelli di omocisteina, poteva migliorare la morbilità cardiovascolare e la mortalità in pazienti con cardiopatia ischemica. Sono stati esclusi i pazienti con cancro documentato in fase attiva ma non quelli con una storia di cancro curato. Gli end point primari dell’analisi cumulativa dei due trial, incluso il follow-up osservazionale, erano l’incidenza di cancro e la mortalità da cancro e da tutte le cause. Nell’analisi combinata, sono stati inclusi 6837 pazienti, di cui 6261 (91,6%) sono stati inclusi nel follow-up la cui durata mediana è stata di 78 mesi. L’età media dei soggetti era di 62,3 anni e nel 23,5% dei casi si trattava di donne. La percentuale di fumatori correnti era inferiore nei gruppi esposti ad acido folico (38%) rispetto agli altri gruppi (38% vs 41%; p=0,01). In totale il 9,2% dei pazienti (n=629) ha avuto una diagnosi di cancro di nuova insorgenza durante (n=292) o dopo (n=337) i trial. Nell’intero periodo dell’analisi (compresa l’estensione del follow-up), il trattamento con acido folico e vitamina B12 è stato associato ad un aumento statisticamente significativo dell’incidenza di cancro (esposti ad acido folico vs non esposti: HR 1,21; CI 95% 1,03-1,41; p=0,02). Nel gruppo esposto ad acido folico si sono verificati 56 casi di cancro al polmone vs 36 casi nei gruppi non esposti (HR 1,59; CI 99% 0,92-2,75). Tra tutti i pazienti con diagnosi di cancro al polmone, al momento dell’entrata nel trial, il 69,6% era fumatore corrente, il 23,9% ex-fumatore e il 6,5% non aveva mai fumato. Questo è il primo studio che riporta i risultati di un follow-up prolungato dopo anni di trattamento con acido folico e vitamine del gruppo B, con una minima perdita di pazienti (1,3%). Lo studio presenta diversi limiti. Innanzitutto, non sono disponibili dati relativi ad una predisposizione familiare alle neoplasie o all’esposizione occupazionale o ambientale a fattori che promuovono lo sviluppo di neoplasie. Tuttavia, a causa dell’ampia dimensione del campione, ci si aspetta che tali fattori di rischio fossero ben distribuiti nei gruppi randomizzati. Inoltre, non sono disponibili informazioni sull’utilizzo di supplementi a base di vitamine B durante l’estensione del follow-up.
L’editoriale di accompagnamento allo studio sottolinea come non sia semplice estendere i dati ottenuti in questo studio ad altre popolazioni. Infatti, mentre per i soggetti norvegesi l’alimentazione è carente di acido folico, negli Stati Uniti l’acido folico viene assunto sotto forma di supplementi dietetici o è aggiunto negli alimenti, anche se la maggior parte della popolazione consuma tra 0,3 e 0,4 mg/die, cioè una dose inferiore a quella utilizzata nello studio (0,8 mg/die). I risultati dello studio indicano un aumento di nuovi casi di cancro pari a circa 3,5/1000/anno e di cancro al polmone pari a 1/1000/anno. L’aumento della mortalità da cancro è pari a 1,7/1000/anno. Se questi risultati fossero generalizzabili agli Stati Uniti, ci sarebbe un aumento dell’incidenza totale di cancro e della mortalità, mentre negli ultimi anni è stata osservata una diminuzione delle rispettive incidenze. Non è, quindi, chiaro il ruolo svolto dall’acido folico. Di certo, nella prevenzione del cancro, la cessazione dell’abitudine al fumo rappresenta la priorità assoluta, oltre alla dieta e all’esercizio fisico. Conflitto di interesse: lo studio ha ricevuto un contributo dalla Alpharma Inc. Parole chiave: acido folico/vitamina B12, cancro/mortalità, pooled analysis di RCT.
Studi clinici hanno dimostrato che gli antagonisti del recettore dell’angiotensina II (Angiotensin Receptor Blockers, ARB) somministrati in associazione o meno agli ACE-inibitori riducono il rischio di morbilità e mortalità in pazienti con insufficienza cardiaca e ridotta frazione di eiezione ventricolare sinistra (LVEF). Non è però stata ancora valutata la relazione tra la dose di questi farmaci e outcome clinici. Lo scopo di questo studio è stato quello di valutare se l’incremento delle dosi di losartan riducesse il rischio di morte o di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca. Lo studio, multicentrico, in doppio cieco, ha comparato gli effetti di due dosi di losartan, 150 mg/die e 50 mg/die sulla mortalità o sull’ospedalizzazione per insufficienza cardiaca. I pazienti sono stati arruolati tra novembre 2001 e marzo 2005 in 255 centri distribuiti in 30 nazioni. I criteri di inclusione sono stati: età ≥18 anni; insufficienza cardiaca sintomatica (NYHA II-IV); LVEF ≤40% con terapia medica cardiovascolare stabile per almeno 2 settimane; nota intolleranza agli ACE-inibitori. L’intolleranza era definita come l’interruzione del trattamento con ACE-inibitori a causa di ≥1 dei seguenti effetti avversi: tosse, ipotensione sintomatica, azotemia, iperkaliemia, alterazione del gusto, disturbi intestinali o rash. L’end point primario dello studio era un composito di morte o ospedalizzazione per insufficienza cardiaca. La durata media del follow-up è stato di 4,7 anni. Il 43% dei pazienti del gruppo trattato con la dose di 150 mg/die di losartan ha raggiunto l’end point primario, rispetto al 46% dei pazienti del gruppo trattato con losartan 50 mg/die (HR 0.90, 95% CI, 0.82-0.99, p=0.027). L’HR per il follow-up non è stato significativo (p=0.93). Lo studio presenta alcune limiti: sono stati considerati solo pazienti intolleranti agli ACE-inibitori e gli autori sottolineano come non si possa avere la certezza della trasferibilità dei dati ai pazienti che non presentano tale caratteristica. Inoltre, poiché gli effetti del losartan 50 mg/die sugli outcome relativi all’insufficienza cardiaca non sono mai stati testati rispetto al placebo, dai risultati di questo studio non si può trarre una stima diretta dell’entità dei benefici del losartan 150 mg/die. Infine, non è possibile stabilire se si raggiungano maggiori benefici associando losartan con un ACE-inibitore piuttosto che aumentandone la dose.
Conflitto di interesse: lo studio è stato finanziato dalla Merck. Parole chiave: losartan, insufficienza cardiaca, RCT. Riferimenti bibliografici
In tempi recenti, si è assistito ad una crescente attenzione verso i possibili effetti cardiovascolari dei farmaci utilizzati per il trattamento del disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (Attention-Deficit Hyperactivity Disorder, ADHD), in particolare sulla possibile associazione con la morte improvvisa. Una revisione della letteratura su questo tema, non ancora pubblicata, ha rilevato che a fronte di rilevanti limitazioni metodologiche, in molti degli studi analizzati vengono riportati dati su piccoli aumenti della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, che pur essendo statisticamente significativi non sembrano essere clinicamente rilevanti. Comunque è da evidenziare che la media dei dati mascherava il fatto che in alcuni individui è stato osservato un incremento della pressione arteriosa e/o della frequenza cardiaca tale da determinare l’interruzione del trattamento. In seguito a questa osservazione è interessante chiedersi se si possano verificare, con una frequenza estremamente rara, variazioni più rilevanti della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa tali da aumentare il rischio di morte improvvisa. La revisione, inoltre, ha rilevato che esistono pochi dati sui bambini con problemi cardiaci preesistenti, sebbene molti di questi bambini presentassero ADHD, quindi potrebbero essere trattati con farmaci stimolanti o con atomoxetina. Inoltre, mancano dati anche sugli effetti a lungo termine dei piccoli aumenti della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca osservati, quindi non è noto se tali variazioni potrebbero aumentare anche il rischio di morte improvvisa. Altro dato mancante era relativo alle variazioni dell’ECG in seguito al trattamento farmacologico. Un contributo particolarmente interessante al dibattito è stato fornito dallo uno studio caso-controllo (Gould MS et al. http://ajp.psychiatryonline.org/cgi/reprint/ajp; 166/9/992) in cui sono stati confrontati 564 casi di morte improvvisa inspiegabile in bambini e adolescenti (7-19 anni di età) con un gruppo di controllo di soggetti deceduti in incidente stradali. I risultati hanno dimostrato un’associazione significativa tra l'uso di stimolanti e la morte improvvisa (OR 7,4; 95% CI 1,4-74,9). Come per qualunque studio caso-controllo, il limite principale è l’impossibilità di determinare direttamente il nesso di causalità. In teoria, l'approccio più scientificamente valido dovrebbe essere quello dello studio prospettico randomizzato, controllato con placebo nei bambini con ADHD, ma questo sarebbe impraticabile a causa dell’elevato numero di soggetti richiesti per rilevare un evento avverso così raro come la morte improvvisa. Lo studio caso-controllo riportato, comunque è stato preso in considerazione dalla FDA che ha dichiarato che tali dati, allo stato attuale, non influenzano il profilo rischio/beneficio complessivo dei farmaci utilizzati nell’ADHD. Contestualmente, l’Agenzia ha pubblicato delle raccomandazioni per gli operatori sanitari:
Le raccomandazioni della FDA sembrano essere ragionevoli. In caso di dubbio, per i pazienti con note anomalie cardiovascolari o all’ECG, bisognerebbe consultare un cardiologo in grado di dare un parere attendibile. Rimane comunque chiaro che l'ADHD può essere spesso trattata con successo, migliorando la qualità della vita sia dei bambini che delle loro famiglie. Conflitto di interesse: l’autore ha ricevuto nel tempo diversi contributi da ditte farmaceutiche. Per questo commento non viene riportato alcun finanziamento. Parole chiave: ADHD, morte improvvisa. Riferimento bibliografico
L’ictus ischemico (AIS) è una causa di disabilità a lungo termine sempre più diagnosticata nei bambini. L'incidenza di ictus ischemico ad esordio infantile (dopo i 28 giorni di vita) è stimato in circa 2-8 bambini/100.000/anno in Nord America e in Europa. L’International Pediatric Stroke Study (IPSS), iniziato nel 2002, è uno studio multicentrico di coorte i cui obiettivi principali erano: descrivere gli interventi terapeutici in acuto e gli esiti precoci (decesso o deficit neurologici alla dimissione), determinare se le terapie antitrombotiche in acuto e outcome alla dimissione fossero correlati con l’età dei pazienti, con il sottotipo eziologico dello stroke o con la provenienza geografica, valutare i fattori prognostici per gli esiti a breve termine. Lo studio IPSS ha reclutato 676 bambini tra i 28 giorni e i 19 anni di età, con ictus ischemico, da 33 centri in 5 continenti. Sono stati raccolti dati clinici, radiologici e di laboratorio. Questi dati comprendevano informazioni demografiche e dati anamnestici, cause e fattori di rischio identificati dell’ictus ischemico, i risultati di imaging neurovascolare TC e RM, i dati di laboratorio, i trattamenti acuti (terapie anticonvulsivanti, antibiotiche e antitrombotiche) e gli outcome al momento della dimissione (in particolare, morte, deficit neurologici, e emorragia intracranica). Dopo l’esclusione dei pazienti in terapia trombolitica sono stati esaminati 661 pazienti: i dati sulle terapie antibiotiche e anticonvulsivanti erano disponibili per 364 pazienti (dei quali il 57% ha ricevuto anticonvulsivanti e il 40% antibiotici); dati sul trattamento antitrombotico erano disponibili per 640 pazienti (solo terapia anticoagulante 27%, antiaggregante 28% o nessun antitrombotico 30%; associazione antiaggregante+anticoagulante 16%). L’utilizzo di anticoagulanti variava considerevolmente nei diversi continenti e le percentuali di bambini in terapia con anticoagulanti variava anche a seconda dei centri negli USA (dal 20 al 65 %). La terapia anticoagulante è stata più comune rispetto a quella antiaggregante in Europa, Australia, e Canada. Negli USA l'uso di questi approcci terapeutici è stato equilibrato e in Asia la terapia anticoagulante era meno frequente rispetto agli antiaggreganti piastrinici in monoterapia. L’uso di anticoagulanti è stato più comune nella dissecazione (OR 14,09, 95% IC 5,78-37,01; p<0,0001) e nelle malattie cardiache (1,87, IC 1,20-2,92; p=0,01) rispetto agli altri sottotipi di AIS (87% e 51% vs 36%). Fattori associati ad un mancato utilizzo di terapia anticoagulante sono stati: malattia falciforme (0,12, IC 0,02-0,95; p=0,04) e centri in USA (0,56, IC 0,39-0,80; p=0,002). I dati sugli outcome precoci erano disponibili per 612 pazienti: 22 pazienti (3%) sono deceduti durante il ricovero in ospedale. La mortalità è stata più elevata nei bambini con malattie cardiache (8% vs 2%); il 5% dei pazienti aveva emorragia intracranica (emorragia alla presentazione e sviluppatasi durante la terapia); il 74% aveva deficit neurologici alla dimissione e la distribuzione dei disturbi neurologici o delle morti era simile nei diversi gruppi. Analisi univariate hanno rivelato che l’età (<4 anni vs ≥4 anni) non si è dimostrata un fattore prognostico, mentre un basso livello di coscienza alla presentazione, ischemia bilaterale, e arteriopatia erano tutti associati ad un rischio più elevato di outcome precoci negativi. Tuttavia non è stato indagato l'effetto sugli outcome del tipo di terapia antitrombotica (anticoagulanti, antiaggreganti piastrinici, o nessuna terapia). Attualmente non è ancora stato stabilito il miglior approccio terapeutico per il trattamento dello stroke ischemico ad esordio infantile mentre, in età adulta, gli antiaggreganti piastrinici sono considerati il caposaldo terapeutico.
Conflitto di interesse: nessuno riportato.
Questo studio ha valutato le revisioni sistematiche sui biologici nell’artrite reumatoide mediate una network metanalisi delle revisioni sistematiche Cochrane aggiornate al maggio 2009. Gli outcome principali erano il beneficio (definito come un miglioramento del 50% nei criteri dell’American College of Rheumatology, ACR50)* e la sicurezza (in funzione del numero di dropout per eventi avversi). Ulteriori confronti pre-definiti comprendevano uso concomitante di metotrexato vs non uso, durata dell’artrite reumatoide (iniziale [<2 anni]; stabile [2-10 anni]; tardiva [>10 anni]), uso di biologici anti-TNF vs altri biologici; fallimento dei farmaci antireumatici tradizionali (disease modifing anti-rheumatic drugs, DMARD) vs fallimento della terapia con biologici (o entrambi) vs il non fallimento; il farmaco biologico singolo vs la combinazione della terapia biologica; durata del trattamento (breve ≤6 mesi; intermedio 6-12 mesi; lungo >12 mesi); storia di fallimento pregresso di un biologico anti-TNF. Le revisioni sistematiche Cochrane che incontravano i criteri di inclusione sono state 6 su un totale di 31 studi dei quali 27 riportavano l’ACR50 e 29 il numero di dropout per eventi avversi. NNT e NNH Nella valutazione di confronto indiretto, in termini di ACR50, anakinra risultava meno efficace di adalimumab (p=0.046) e etanercept (p=0.015). è stato osservato un numero significativamente inferiore di dropout per eventi avversi nei pazienti che assumevano etanercept rispetto a quelli trattati con adalimumab (p=0.009), anakinra (p=0.003) o infliximab (p=0.002) Questo studio presenta alcune limitazioni. I farmaci biologici analizzati sono disponibili da pochi anni e la durata dei trial è troppo breve per verificare benefici e rischi a lungo termine o effetti rari o ritardati. Le revisioni sistematiche incluse nello studio comprendevano studi randomizzati e controllati che differivano per le caratteristiche della popolazione studiata (es. durata della malattia, precedenti fallimenti, uso concomitante di metotrexato, durata degli studi). In alcune revisioni erano disponibili solo 3-5 studi, il che rende l’analisi suscettibile di errori (perdita di differenza, qualora una differenza esista, a causa di un campione ridotto). Pertanto, benchè l’approccio statistico sia valido, i risultati relativi al confronto indiretto devono essere interpretati con cautela.
* L’ACR50 è una misura binaria validata di beneficio clinicamente significativo. È definita come un miglioramento del 50% nella conta delle articolazioni gonfie e tese più un miglioramento del 50% in 3 dei seguenti 5 criteri: 1) valutazione globale da parte del paziente; 2) valutazione globale da parte del medico; 3) punteggio del dolore; 4) funzionalità fisica (punteggio dell’Health Assessment Questionnaire), 5) parametri di laboratorio specifici della fase acuta (velocità di sedimentazione eritrocitaria o livello di proteina C-reattiva). Conflitto di interesse: molti autori dichiarano di aver ricevuto compensi per consulenze da ditte produttrici di farmaci biologici. Parole chiave: artrite reumatoide, farmaci biologici, metanalisi. Riferimento bibliografico
In un trial clinico di fase 2 condotto in pazienti con nuova diagnosi di mieloma è stato mostrato che la terapia con lenalidomide più alte dosi di desametasone si associava ad un’elevata percentuale di risposta (91%) e, rispetto alla talidomide più alte dosi di desametasone, a minore tossicità (Rajkumar et al. Blood 2005;106:4050-53). Inoltre, i risultati preliminari di un altro trial hanno indicato la superiorità della lenalidomide più alte dosi di desametasone rispetto al solo desametasone (Zonder et al. ASH Ann. Meeting Abstr 2007;110:A77). Questo studio, in aperto, ha verificato l’ipotesi della non inferiorità e migliore tollerabilità del regime lenalidomide più basse dosi di desametasone rispetto a quello lenalidomide più alte dose di desametasone. Sono stati reclutati pazienti con mieloma multiplo sintomatico non trattato in precedenza, plasmacitosi del midollo osseo (≥10% plasmacellule o frammenti di plasmacellule), o con biopsia positiva per plasmacitosi, e una malattia misurabile definita come proteina monoclonale sierica >10 g/L o una proteina monoclonale urinaria ≥0,2 g/die. I pazienti dovevano avere emoglobina >70 g/L, conta piastrinica ≥70 x 109/L, conta dei neutrofili assoluti >1,0 x 109/L, creatinina sierica <25 mg/L, bilirubina <15 mg/L, alanina aminotrasferasi e aspartato aminotrasferasi ≤2,5 volte il limite superiore normale. Sono stati esclusi i pazienti con Eastern Cooperative Oncology Group (ECOG) performance score 3 o 4. Durante cicli di 28 giorni, i pazienti hanno ricevuto lenalidomide 25 mg/die i giorni 1-21 e desametasone 40 mg/die per os i giorni 1-4, 9-12 e 17-21 (regime ad alte dosi di desametasone), oppure lenalidomide alla stessa dose e desametasone 40 mg/die per os i giorni 1, 8, 15 e 22 (regime a basse dosi di desametasone). Dopo 4 cicli i pazienti potevano interrompere la terapia per sottoporsi al trapianto di cellule staminali (raccomandato), passare ad un’altra opzione di trattamento o continuare la terapia in studio fino alla progressione della malattia. A tutti i pazienti è stato raccomandato l’uso di bisfosfonati. Inoltre, è stata raccomandata la tromboprofilassi, all’inizio dello studio in modo non vincolante, dopo l’arruolamento dei primi 266 pazienti, per l’alta frequenza di trombosi venosa profonda, in modo vincolante. La risposta e la progressione sono state valutate secondo gli standard European Group for Blood and Bone Marrow Transplant (Bladè) criteria con conferma della risposta a 4 settimane invece che a 6. I pazienti sono stati inoltre classificati come aventi una risposta parziale molto buona in base all’International Myeloma Working Group response criteria. La scomparsa della proteina monoclonale nel siero e nell’urina è stata considerata segno di risposta completa. Per classificare e stabilire il grado degli eventi avversi è stato usato il National Cancer Institute Common Terminology Criteria for Avderse Events (CTCAE; versione 3). L’end point primario era la percentuale di risposta complessiva ai primi 4 cicli. Ulteriori end point sono stati la migliore risposta complessiva, il tempo alla progressione, la sopravvivenza libera da progressione e la sopravvivenza complessiva. Dei 445 pazienti arruolati, 223 sono stati randomizzati al regime ad alte dosi di desametasone e 222 a quello a basse dosi. L’età media dei soggetti era di 66 anni, per più della metà di sesso maschile, in gran parte di etnia caucasica. Dopo 4 cicli di terapia la risposta complessiva (completa e parziale) associata al regime ad alte dosi di desametasone e a quello a basse dosi è stata rispettivamente del 79% e del 68,3% (OR 1,75, 80% CI 1,30-2,32; p=0,008). Poiché per dimostrare la non inferiorità il valore predefinito di OR era di 1,91 (corrispondente ad una differenza del 15% per la risposta complessiva), i risultati hanno dimostrato l’inferiorità del regime a basse dosi di desametasone rispetto a quello ad alte dosi. La progressione di malattia si è verificata rispettivamente nel 4% e 2% dei pazienti. Lo studio è stato interrotto prima del previsto, ad un follow-up mediano di 12,5 mesi, data la sopravvivenza complessiva significativamente maggiore nel gruppo a basse dosi di desamentasone rispetto a quello ad alte dosi (p=0,0002). La sopravvivenza complessiva ad 1 anno è stata del 96% (95% CI 94-99) nel gruppo a basse dosi di desametasone, 87% (82-92) in quello ad alte dosi; a 2 anni, la sopravvivenza totale è stata rispettivamente 87% (81-93) e 75% (68-93). Tutti i pazienti del gruppo ad alte dosi di desametasone sono stati quindi trasferiti a quello a basse dosi. Ad un follow-up mediano di 35,8 mesi, le percentuali di pazienti con una migliore risposta sono state maggiori nel gruppo ad alte dosi di desametasone rispetto a quello a basse dosi: 50% vs 40%, per la risposta completa o parziale molto buona (p=0,040). Tuttavia, la progressione libera da malattia è stata superiore nel gruppo a basse dosi di desametasone rispetto a quello ad alte dosi (25,3 mesi vs 19,2 mesi; p=0,026). Dei 431 pazienti in vita al mese 4, 183 hanno interrotto lo studio. Di questi 93 non si sono sottoposti al trapianto di cellule staminali e la sopravvivenza complessiva a 3 anni, in questo gruppo, è stata del 55% senza differenze tra coloro che avevano assunto alte o basse dosi di desametasone. Durante i primi 4 cicli di terapia il 52% dei pazienti nel gruppo ad alte dosi di desametasone e il 35% di quelli nel gruppo a basse dosi ha manifestato effetti tossici di grado ≥3 (p=0,0001). 12/222 nel regime ad alte dosi e 1/220 di quello a basse dosi sono morti (p=0,003). I tre effetti avversi di grado ≥3 più comuni sono stati la trombosi venosa profonda (nel 26% dei pazienti nel gruppo ad alte dosi e nel 12% di quelli del gruppo a basse dosi; p=0,0003), le infezioni comprese le polmoniti (16% vs 9%; p=0,04) e la fatigue (15% vs 9%; p=0,08).
Gli autori evidenziano alcuni limiti dello studio: 1) non è stata prevista una diminuzione della dose del desametasone nel gruppo ad alte dosi dopo i primi 4 cicli. La sopravvivenza complessiva, più bassa in questo gruppo, potrebbe essere stata influenzata dal fatto che questi pazienti hanno ricevuto dosi di steroidi inappropriate; 2) il non aver previsto fin dall’inizio una profilassi per le trombosi e con antibiotici potrebbe aver contribuito alla maggiore mortalità nel gruppo di pazienti che hanno ricevuto alte dosi di desametasone; 3) gli outcome di sopravvivenza sono stati peggiori nei pazienti con età ≥65 anni nel gruppo ad alte dosi di desametasone; ulteriori studi sono necessari per valutare se i pazienti con età <65 anni potrebbero invece beneficiare di questo regime; 4) poiché lo studio è stato progettato come trial di induzione, prima dell’atteso trapianto di cellule staminali, è difficile stabilire l’efficacia e la sicurezza a lungo termine del regime a basse dosi di desametasone. Nell’editoriale di accompagnamento, viene ribadito che sono necessari studi di fase 3 nei quali la lenalidomide più basse dosi di desametasone venga confrontata agli attuali trattamenti standard (melfalan-prednisone-talidomide o melfalan-prednisone-bortezumib) prima che tale regime possa diventare un nuovo standard di cura per i pazienti con mieloma e per verificare se la strategia terapeutica ottimale debba essere un trattamento a lungo termine oppure a breve termine seguito dal trapianto di cellule staminali. Conflitto di interesse: gli autori dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da aziende farmaceutiche. Parole chiave: lenalidomide e desametasone, mieloma multiplo, studio randomizzato in aperto. Riferimenti bibliografici |
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Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre 2009 |